Piero Gaffuri. Uomini condannati a sognare

Il nuovo libro di poesie, con i disegni dell’autore

 

Non è la prima volta che Gaffuri si cimenta con la poesia, dopo aver dato prova di sé nella narrativa e nella saggistica. Rispetto alle precedenti esperienze qui egli appare più libero, sia nell’ampiezza dei temi trattati e sia nella forma attraverso la quale raggiunge la propria cifra stilistica. La scelta di decorare le pagine con una selezione dei propri disegni, dimostra oltre modo la volontà dell’autore di intendere l’espressione come necessità.

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VCastelnuovo

 

Nota dell’autore. Tratta dal libro.

Poesie e disegni

Il percorso iconografico

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Franco Arminio. Geografia commossa dell’Italia interna

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Le filosofie dell’ottocento hanno prodotto modelli sociali per lo più utopici che nel secolo successivo hanno portato l’umanità a credere e a impegnarsi in tentativi di realizzazione risultati impossibili e spesso tragicamente fallimentari, oggi invece il pensiero del mondo è semplicemente diviso tra chi crede nella sostenibilità del pianeta e chi invece non ci crede.

Non è una questione ideologica, come si potrebbe supporre utilizzando modelli di riferimento novecenteschi, sono posizioni basate l’una su dati di fatto e l’altra, quella negazionista, sul disconoscimento di fattori ormai incontrovertibili. Scomparsi i modelli sociali alternativi è rimasto in vita soltanto un modello di sistema, tale modello è fondato sullo sviluppo delle società tramite lo sfruttamento delle risorse naturali, comprendendo in questo vasto insieme, uomini, cose, natura.

A pensarci bene è un modello piuttosto primitivo elevato però alla massima potenza e oggi trasferito su scala mondiale. La scelta di campo più facile è sempre quella di preservare la continuità ed è ovvio che gli Stati che hanno maggiormente sostenuto o incarnato lo spirito del capitalismo neghino che esistano limiti al suo processo di sviluppo. Questa la ragione per cui la tesi che il pianeta non sia più sostenibile viene respinta.

I libri di Franco Arminio, esponente di punta di un movimento che definiremmo paesologico, possono aiutarci a riflettere su questioni ormai centrali per la vita di tutti noi e anche a immaginare muovi modelli di sviluppo che, prendendo spunto dalle antiche comunità, non si limitino a disegnare percorsi nostalgici ma a prefigurare innovative modalità di relazione.

Sono i paesi contemporanei l’oggetto della ricerca, catalizzatori di una mozione degli affetti che viene dalla consapevolezza di non potersi limitare solo al dire o allo scrivere ma, soprattutto, a un nuovo fare.

“Al mio paese la vita comunitaria non è fatta più di niente. Se non fosse per qualche rancoroso incallito che ancora milita in piazza, si potrebbe dire che non c’è più niente, solo case e macchine che vengono spostate da un posto all’altro.”

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“(…) una bolla antropologica in cui le persone avevano mandato in giro la loro ombra, come se nessuno potesse più calcare la scena del mondo coi suoi piedi, col suo cuore.”

La constatazione, attraverso l’osservare, che i paesi non siano più i piccoli centri di un tempo, avendo perduto la dimensione della centralità di quando intorno c’era e si sviluppava un lavoro centrato sulla natura, rafforza la convinzione che siano diventati una sorta di indistinta periferia di un centro lontano, periferia spesso degradata e priva di una propria identità anche sotto il profilo culturale.

“La società dello spettacolo di cui parlavano i situazionisti ha ceduto il posto allo spettacolo senza società…la società non c’è più” ed è solo allo spettacolo che si aggrappano ormai i paesi spaesati, alle feste del patrono, alle sagre estive frequentate da personaggi di primo e secondo piano delle televisioni nazionali, confermando ancora una volta di essere semplicemente propaggini, piccole piattaforme utili solo a far rimbalzare una eco.

La speranza è racchiusa nella ineluttabilità dell’azione.

“Possiamo ripartire da piccole comunità provvisorie, possiamo ripartire dai luoghi e da assonanze pazientemente cercate e costruite. Il lavoro della cultura oggi è un esercizio di microchirurgia, si tratta di ricucire nervi tranciati, tessuti lacerati.”

Quindi la ripartenza di una concezione del mondo come organismo vivente può prendere spunto dalla cognizione dei suoi dolori, organizzando modalità di nutrimento contrapposte alle attuali pratiche di prelievo, spesso selvaggio, delle risorse naturali. Il tessuto sociale che supporta queste dinamiche va ricostruito partendo dalla base, attraverso l’elaborazione e la realizzazione di un nuovo concetto di paese e di comune.

E’ dai paesi che bisogna ripartire.

“Bisogna intrecciare in ogni scelta importante competenze locali e contributi esterni. Intrecciare politica e poesia, economia e cultura, scrupolo e utopia.”

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Nicholas James Gentry. Recycling and potlatch

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Da qualche parte a casa, in un angolo remoto di un cassetto, conserviamo ancora i vecchi floppy che dieci anni fa, con un scatto dal sapore meccanico, entravano nel drive dei nostri vecchi computer. Oggi sono totalmente obsoleti, definitivamente scomparsi, perché sostituiti prima dalle chiavi usb e poi dai sistemi di cloud computing.

Abbiamo perso persino il ricordo dell’uso di quei dischetti di plastica, compatti e con l’accessorio di metallo in testa, come del resto non rammentiamo l’esistenza di altri precedenti supporti tecnologici, a loro tempo essenziali per lavorare con i nostri computer.

Una riflessione sulla memoria a questo punto diventa necessaria, l’impressione è che la memoria in questi casi lasci poche tracce, probabilmente è direttamente proporzionale alla fatica e alla dimensione hard nello spazio dei ricordi. Ricordiamo le emozioni delle nascite e le morti, il mondo che c’era prima, forse in bianco e nero ma comunque un mondo di sentimenti e speranze, illusioni e disillusioni, amori e disamori, mentre dobbiamo ammettere che ricordiamo molto poco la storia degli accessori soft che hanno animato e animano la nostra vita. Non è rifiuto del consumismo, se lo fosse davvero bisognerebbe dare una certa importanza a tale riduzione percettiva, è semplicemente disinteresse, dimenticanza e non è detto che abbia una valenza positiva.

La memoria strumentale è importante perché affonda le radici nella storia, la storia vera, quella del lavoro e per molti versi della fatica e così le vecchie raspe, le pale, i martelli diventano oggetti di antiquariato, finiscono nei musei d’arte popolare. Una tendenza degli ultimi anni che inconsapevolmente affoga nelle bacheche museali il ricordo della negazione del lavoro coatto, una sorta di schiavitù alla quale l’uomo era costretto per sopravvivere.

Verosimilmente la generale amnesia verso gli oggetti strumentali ha origini motivate e lontane, coniugandosi con un sentimento di avversione nei confronti di una vasta teoria di costrizioni obbligatorie.

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Nicholas James Gentry è un ragazzo dei primi anni ottanta e un artista britannico.

La sua produzione artistica ha un rapporto stretto con l’impiego di manufatti e materiali di vario genere, egli è convinto che attraverso questo processo “l’artista e lo spettatore possano avvicininarsi”. La sua arte è fortemente influenzata dallo sviluppo della tecnologia, dalle problematiche che riguardano il concetto d’identità e l’introduzione della cybercultura nella nostra società, ed è molto attratto dall’impiego dei supporti obsoleti.

E’ conosciuto per i suoi lavori composti di floppy disk e vecchi negativi di opere d’arte cinematografiche, l’obiettivo principale della sua opera è porre l’accento sul tema del riciclaggio dei supporti obsoleti e sul riutilizzo di oggetti personali.

Prima di diplomarsi al Central Saint Martin e di intraprendere una carriera d’artista di successo Gentry lavorava per la strada, era noto ai pochi che lo seguivano perché lasciava le sue opere in regalo ai passanti, un modo per mettere in discussione la nozione di arte come merce e recuperare il suo intrinseco valore espressivo.

Queste esperienze ricordano le riflessioni di Georges Bataille e Marcel Mauss sul potlatch e l’economia del dono, ove alcuni popoli nativi americani usavano disperdere le loro ricchezze, non solo per ostentazione o per avere qualcosa in cambio, ma anche per una sorta di dissennato amore dello spreco. Ai tempi di Bataille e Mauss, primi anni del secolo scorso, il potlatch sembrava sovvertire le fondamenta dell’economia di mercato.

Oggi dobbiamo riconoscere che non è così, il vero potlatch è organico al sistema industriale contemporaneo che inserisce con scansione quotidiana nella categoria del rifiuto prodotti che fino al giorno prima erano di uso comune, basta una nuova release per decretare la morte del nostro pc, del tablet o dello smartphone e spesso è sufficiente solo un sintetico annuncio.

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Piero Gaffuri. Blog Notes, guida ibrida al passato presente

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Adesso è in libreria e disponibile anche sui principali portali on line, si intitola Blog Notes, guida ibrida al passato presente, e raccoglie i migliori post pubblicati negli ultimi due anni sulle pagine virtuali di questo blog, il blog Themadjack, non tutti ovviamente e tanto meno quelli che verranno.

Perché Blog Notes è un’istantanea di un processo in divenire con un obiettivo principale: mettere in risalto persone, autori che hanno cercato di innovare il loro mondo e fissare, attraverso un disegno collettivo, gli elementi più rilevanti dei percorsi creativi.

Semplicemente una raccolta di riflessioni e pensieri dedicati al recente passato e alla contemporaneità con un filo conduttore: la rete, Internet e, quindi, con al centro le grandi potenzialità della comunicazione elettronica.

Internet è un universo che inaugura una nuova dimensione spazio temporale, infatti in rete non vi sono limiti di tempo e spazio, di conseguenza anche la scrittura e le immagini trovano accoglienza in un innovativo spazio letterario multimediale ove si modificano le tradizionali forme di espressione, le condizioni di fruizione e si affermano nuove modalità di partecipazione del pubblico.

Storie di rilevanza creativa nei campi delle arti: colori, musica, poesia, racconto, immagini, categorie che includono le esperienze di alcuni grandi protagonisti della cultura attuale e del Novecento capaci di leggere in anticipo i caratteri del futuro proponendo, nel contempo, un’offerta creativa lungimirante e attuale.

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La necessità di usare la rete come strumento di comunicazione per diffondere e condividere percorsi di produzione culturale di qualità, ma anche per garantire la trasmissione della memoria, è la nota di fondo di un lavoro che nasce dalla rete traendo spunto dal blog Themadjack, come cucitura originale di post che, nel libro, divengono prima paragrafi e poi capitoli.

La sequenza dei contenuti, nei capitoli del libro, è coerente alla classifica di apprezzamento dei lettori della rete nelle statistiche delle pagine viste e degli utenti di Themadjack, quindi Blog Notes è un libro costruito anche dai lettori, una specie di collage nel quale la disposizione delle tessere non è per nulla casuale ma ha avuto origine da un movimento collettivo.

Un aspetto centrale nella diffusione di Internet è certamente dato dalle possibilità di partecipazione, in molti casi forme di iterazione creativa e modalità di connessione intellettuale che possono spingere più rapidamente le persone a esplorare il nuovo e l’adiacente possibile.

Mescolando gli elementi della contemporaneità con le esperienze del passato, è forse possibile contribuire, grazie anche ai loro riflessi, allo sviluppo di un modo nuovo di intendere e sentire.

Un racconto vivente della nostra epoca che contiene anche un messaggio di speranza: nonostante le difficoltà e le ansie è sempre bene assecondare il desiderio, puntando, come dimostra la raccolta di storie esemplari, costantemente alla ricerca di esperienze innovative.

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Steven Johnson. Il quarto quadrante

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Il libro di Steven Johnson “Dove nascono le grandi idee, storia naturale dell’innovazione” è una miniera di suggestioni. Nell’ultimo capitolo, intitolato il Quarto quadrante, l’autore affronta il tema delle modalità e dei luoghi più propizi a favorire lo sviluppo delle idee innovative.

Lo fa mettendo in relazione e evidenziando le connessioni tra dimensioni che apparentemente hanno poco in comune, come ad esempio natura e mercato.

Viene in mente Adam Smith e la sua teoria della mano invisibile del mercato che per certi versi richiama quanto di invisibile e immanente c’è anche nei processi naturali.

Steven Johnson ricorda che subito dopo la pubblicazione della “Origine delle Specie” di Darwin, il filosofo Karl Marx scrisse a Friedrich Engels una lettera nella quale prendeva apertamente posizione in favore del naturalista inglese. In seguito Marx propose a Darwin di dedicargli il secondo libro del Capitale ma Darwin non accettò, perché non era a conoscenza dell’intera opera e, pertanto, non poteva approvarla in modo aprioristico.

Marx e Engels pensavano che la teoria Darwiniana avesse in sé elementi critici verso il capitalismo e l’economia del mercato e di questo si potesse trovare risconto nella storia naturale. Ovviamente si sbagliavano perché nel corso del secolo successivo le teorie di Darwin vennero spesso messe in relazione con le dinamiche del libero mercato, equiparare i mercati al mondo naturale non era un elemento screditante, anzi, se essi  apparivano naturali acquistavano più forza nell’immaginario collettivo.

“Se Madre Natura aveva creato le meraviglie del pianeta mediante un algoritmo di spietata competizione tra agenti egoistici, per quale motivo i nostri sistemi economici non avrebbero dovuto seguirne l’esempio?”

Ma il punto fondamentale che i due filosofi non avevano colto aveva poco a che fare con la competizione naturale, la guerra della natura, bensì con un’altra profonda riflessione che Charles Darwin aveva messo per iscritto nei suoi diari al momento di lasciare le Isole Keeling.

“E’ interessante contemplare una plaga lussureggiante, rivestita da molte piante di vari tipi,  con uccelli che cantano nei cespugli, con vari insetti che ronzano intorno, e con vermi che strisciano nel terreno umido, e pensare che tutte queste forme così elaboratamente costruite, così differenti l’una dall’altra in maniera così complessa, sono state prodotte dalle leggi che agiscono intorno a noi.”

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Quindi in natura non c’è solo lotta competitiva, la guerra della sopravvivenza alla base della selezione naturale, ma anche e soprattutto un grande movimento di forze collaborative e connettive.

Spesso è la coesistenza, la simbiosi tra esseri molto diversi a caratterizzare in modo evidente i processi naturali.

Questa constatazione porta a concludere che “la competizione non ha il monopolio dell’innovazione”, infatti se la concorrenza può trasformare le idee in prodotti è molto spesso vero che le idee vengono da altri luoghi.

Anche Paul Samuelson, nel suo volume Economia, ricorda che solo una percentuale molto limitata dell’innovazione di prodotto proviene dai laboratori di ricerca e sviluppo delle grandi imprese.

Allora da dove vengono le idee innovative?

Certamente la possibilità di guadagno e di incentivi finanziari tipici di un’economia di mercato sono catalizzatori importanti e ciò farebbe pensare che il primo quadrante, quello in cui si combinano le attività individuali e le opportunità di mercato, possa essere l’ambiente più fecondo.

In realtà non è così, è invece il quarto quadrante, ove non c’è mercato ma esistono forti possibilità di connessione usando piattaforme di relazione e comunicazione, ad apparire come l’ambiente migliore per l’innovazione.

E’ necessario però ricordare che il mercato, soprattutto negli ultimi anni, ha adottato forme restrittive di regolazione, modelli di difesa dei brevetti e del copyright creando sistemi di “inefficienza funzionale” che non favoriscono i processi innovativi.

Tali sistemi sono diversi, certamente più competitivi dei quelli caratteristici delle anacronistiche economie pianificate dei paesi socialisti, prodotti dalle teorie di Marx e Engels, dove vigeva il principio asfissiante della gerarchia decisionale, ma ugualmente poco accoglienti e stimolanti.

Il quarto quadrante ove, invece, l’assenza del mercato si combina con le reti, può essere  anche definito l’universo dell’ “Open Source”, un ambiente in cui le idee innovative e le dinamiche conseguenti possono abitare con successo e soprattuto moltiplicarsi rapidamente.

“Il quarto quadrante dovrebbe ricordarci che non esiste un’unica formula per l’innovazione. Le meraviglie della vita moderna non sono emerse esclusivamente dalla concorrenza di proprietà intellettuale tra aziende private. Sono emerse anche dalle reti aperte”.

Sono il prodotto di un’economia ibrida (Lawrence Lessig) che mescola le reti aperte della libera dimensione intellettuale con gli elementi fondanti dell’iniziativa privata.

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La ragione delle onde

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Il comportamento delle onde segue principi che appaiono coerenti e incoerenti a un approccio logico rigidamente razionale, infatti non è dato sapere, sempre, se le onde nascano per la spinta del vento, se siano generate dalle correnti, o se, come talvolta accade, il moto ondoso abbia un carattere residuo e cioè sia generato da movimenti delle acque in zone marine lontane, per non parlare dei maremoti o delle cosiddette onde anomale, delle quali, non si conosce ancora la causa e l’origine.

Anche per questa ragione le onde, più di ogni altro fenomeno, rappresentano in modo evidente il carattere liquido e incerto che contraddistingue il mare e le grandi distese acquatiche.

Il rapporto tra uomo e mare è mediato dall’instabilità liquida. L’uomo, quando è in mare, smarrisce la sicurezza terrestre e deve necessariamente appropriarsi degli elementi di una nuova dimensione spazio temporale.

In mare lo spazio muta radicalmente perché vengono a mancare o a modificarsi i punti di riferimento, chi si fosse trovato in navigazione in mare aperto sa che bisogna orientarsi con il sole e le stelle (GPS a parte), in mare il tempo è un concetto relativo, allo stato atmosferico, alla potenza e all’efficienza del motore o alla intensità del vento.

Ho già scritto dell’analogia tra Internet e il mare e del fatto che anche in rete navighiamo, incontriamo porti, isole felici e infelici, sperimentando una navigazione che ha aspetti mitologici più simili all’antico che al moderno.

Oggi gran parte del mondo reale è conosciuto ed esplorato, non vi sono più, se non in casi eccezionali, terre vergini e incontaminate, al contrario la scoperta nel mondo virtuale è continua e alla portata di mano, anche se spesso ingannevole e mistificante come nel racconto di Ulisse.

La navigazione virtuale è un viaggio dello sguardo e della mente con i pregi e difetti di questa condizione ma con la possibilità di tenere sempre in vita lo spirito di ricerca e di sperimentare, viaggiando, forme innovative di socialità.

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Il mare e le sue onde sono, a questo riguardo, formidabili banchi di prova, perché le imprese e le scoperte del recente passato alludono fortemente alle forme possibili delle scoperte presenti e future.

Ricordo una volta quando, con un gruppo di colleghi, prendemmo a nolo una barca a vela per una breve navigazione attraverso l’Adriatico. Era appena iniziata l’estate e il tempo appariva ancora incerto. La sera della partenza pioveva ma decidemmo comunque di partire e raggiungere la costa dell’Istria. Lo skipper non era molto esperto e appena lasciata la laguna e usciti in mare capimmo che non sarebbe stata una traversata divertente. I miei amici, uno dopo l’altro vennero sopraffatti dal mal di mare, e così ci trovammo soli, lo skipper ed io, a condurre l’imbarcazione. Ancora vedevamo le luci della terra, dietro a un velo di pioggia e nebbia, quando decidemmo di tornare indietro. Ormeggiammo alle quattro di mattina alla darsena dell’isola di San Giorgio con un equipaggio stremato e semi svenuto. Non riuscimmo a raggiungere la nostra meta ma impiegammo il sabato e la domenica a navigare tra le isole della laguna e a visitarle.

La navigazione è avventura, rischio, scoperta e ricerca ma non deve prescindere dal valore e dal rispetto della socialità, il gruppo che partecipa all’impresa è parte dell’impresa, noi siamo parte di un gruppo.

Anche la navigazione in rete ha implicazioni sul gruppo di cui facciamo parte, non è mai un evento solitario, la scoperta è tale solo se viene diffusa, per questo è necessaria la partecipazione.

Vi sono molte ragioni per cui ricordo con piacere il film di Folco Quilici Sesto Continente, la prima perché lo vidi una prima volta, da bambino, la sera, all’aperto al Festival del Cinema di Venezia, la seconda, che ritengo più importante, perché della spedizione facevano parte esploratori (cacciatori subacquei), scienziati e comunicatori (Gianni Roghi e Folco Quilici).

Il mare vissuto come esplorazione e ricerca, esperienza da comunicare e condividere con un pubblico di specialisti ma anche con un pubblico possibilmente più vasto.

L’acqua non è un elemento facilmente omologabile come la terra ferma, l’acqua è movimento, arresta e spesso demolisce costruzioni, dighe e contrafforti, è anche per questa ragione che le isole, nell’acqua, hanno potuto preservare un carattere di paese.

“Il paese è un insediamento umano, generalmente di piccole dimensioni, che è caratterizzato principalmente da un’economia agricola” riporta una felice definizione di Wikipedia. L’isola non è divenuta periferia della città perché il mare l’ha impedito, isolandola, così come il mare virtuale impedisce oggi di ribaltare tout-court nella rete le regole e i meccanismi della tecnocrazia economica e finanziaria.

Per questa ragione le isole-paese sono luoghi veri ancora in condizione di mettere in evidenza diffuse capacità di espressione sociale, proposta civile e partecipazione.

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Jean Baudrillard. La sparizione dell’arte

“C’è un momento illuminante per l’arte che è quello della propria perdita. C’è un momento illuminante della simulazione, quello in qualche modo del sacrificio, in cui l’arte fa un tuffo nella banalità (Heidegger ha ben detto che il tuffo nella banalità era la seconda caduta dell’Uomo, quindi il suo destino moderno)”.

Queste righe sono tratte da un saggio breve, ma potente nell’esplicazione delle sue tesi e anche nella conclusione, “La sparizione dell’arte” di Jean Baudrillard. Baudrillard critico e teorico del postmoderno e della società dei simulacri accostabile a Edgar Morin e a Michel Maffesoli come, del resto, a Roland Barthes e a McLuhan. Fondatore della rivista Utopie ha insegnato in varie sedi universitarie a Parigi.

Righe che riportano alla mente un altro libro denso e impegnativo, non fosse altro che sotto l’aspetto della dimensione, “Parigi New York e ritorno” di Marc Fumaroli (oltre 700 pagine da leggere tutte). La caduta nella banalità nasce dalla perdita di senso e così nell’epoca del marketing e della pubblicità accade che un gesto e una carta di credito “siano sufficienti a sostituire un mobile di culto antiquato con la versione provvisoriamente più contemporanea e lussuosa”. Provvisoriamente, perché la caduta nella banalità e la perdita di senso ovviamente sono irrefrenabili e nell’ambito di questo percorso, precipizio, non esistono pause, riflessioni, ripensamenti, soltanto una caduta che prosegue la folle corsa triturando anche il senso stesso delle cose.

Alla caduta non può essere estranea l’arte, anche se recentemente ha appreso il modo di sopravvivere proprio del (o dal?) dilagare della banalità. L’arte è scomparsa ma riappare nella forma illusoria della simulazione dell’arte, un po’ come tentare il suicidio e poi non condurlo a termine, cercando attraverso l’illusione del sacrificio inattuato una forma di pubblica consacrazione, l’estensione pubblicitaria di ciò che è rimasto, appunto, che è sopravvissuto.

Andy Warhol è da esempio, in questo contesto, perché quando negli anni sessanta dipinge le Campbell’s Soups, il suo, “è un colpo brillante della simulazione e di tutta l’arte moderna in un sol colpo. L’oggetto merce, il segno merce, si trova ironicamente sacralizzato, il che è appunto il solo rituale che ci resta”.

L’arte alza gli specchi e li rivolge al mondo, decreta la sua invisibilità rendendosi trasparente, e dalla trasparenza emergono ammiccanti i simboli della società dei consumi, i feticci, le merci. Nel 1986 Warhol dipinge le Soup Boxes. “Non è più nello scalpore, è nello stereotipo della simulazione”. E’ diventato egli stesso merce, riproducendo l’inoriginale in modo non più originale. Non è più il colpo della simulazione è il colpo di grazia a se stesso.

Baudrillard usa il termine “transestetica” per definire un quadro in cui solo elementi ormai estranei all’arte possono consentirci di riflettere su ciò che ne è dell’arte stessa, della sua mutazione e della sua sparizione. E ricorre a una teoria, una microfisica delle simulazioni, allo scopo di ricostruire i diversi stadi della metamorfosi del valore nell’ambito del percorso della perdita di senso, della caduta nel banale.

Gli stadi naturale, mercantile, strutturale e infine frattale del valore. “Al primo corrispondeva un referente naturale e il valore si sviluppava in riferimento a un uso naturale del mondo. Al secondo corrispondeva un equivalente generale e il valore si sviluppava in riferimento a una logica della merce. Al terzo corrisponde un codice e il valore si dispiega in riferimento a un insieme di modelli. Al quarto,(…) stadio irradiato del valore non ci sono più riferimenti, il valore irradia in tutte le direzioni, (…) per pura contiguità”.

Un’epidemia del valore che conduce alla generale smaterializzazione dell’arte, l’arte sopravvive solo come idea. Stereotipo. Le opere d’arte sono divenute idee, segni, allusioni, concetti parafrasando le dinamiche pubblicitarie e la diffusione virale di immagini e messaggi.

Quindi l’arte è scomparsa, non c’è più, è stata una parentesi nella storia dell’Uomo?

“Who knows?” Chissà? Non possiamo saperlo.

Paul Krugman. Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008

Le calde giornate di agosto incoraggiano alla quiete e quindi anche alla lettura. Possono essere racconti, come quelli che amo segnalare, poesie di artisti, semplici raccolte di pensieri, ma non per questo poco profonde e accurate, oppure saggi e nel caso specifico stiamo per avventurarci sugli impervi percorsi dell’economia.

Paul Krugman, economista statunitense, vincitore del premio Nobel nel 2008, è definito da più parti un neo keynesiano, ma questa non è la ragione per cui ho deciso di scriverne, piuttosto perché appare da subito, nella scelta degli argomenti e nel tratto divulgativo, un autore che preferisce andare contro corrente.

La corrente è quella delle teorie consolidate, ma soprattutto delle pratiche, che anche in economia (come in altri campi) sono spesso appannaggio di tecnocrati, o menti assai ristrette, poco avvezze quindi a leggere il contesto in modo innovativo o a ricercare nuove soluzioni che consentano, ad esempio, di superare crisi e gravi difficoltà.

“Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008” è un libro da leggere proprio per capire i tempi che stiamo vivendo e soprattutto per potersi fare, in modo sensato, una opinione che non sia dettata esclusivamente da spinte emotive ma, invece, corroborata da un percorso analitico, saggiamente assistito.

“Permettetemi di dichiarare che questo libro è, in fondo, un trattato analitico. Non si occupa tanto di quello che è successo quanto del perché” sottolinea Krugman nell’introduzione, certo, è un trattato di economia, ma costruito usando un linguaggio chiaro, sempre comprensibile, evitando anche di ricorrere all’uso eccessivo di diagrammi o grafici che potrebbero affaticare un lettore non specializzato, riuscendo invece a tener viva l’attenzione nella disanima delle principali crisi dell’economia moderna e traendo infine conclusioni accessibili a tutti.

Un esempio originale, a cui l’autore ricorre spesso, è quello della Cooperativa di baby sitter di Capitol Hill, tratto da un articolo scritto da Joan e Richard Sweeney nel 1978. Il funzionamento della cooperativa, la stampa di buoni che consentono ai soci di usufruire di servizi di baby sitter dopo averli prestati, consente di simulare quanto accade nel quadro più ampio delle politiche economiche e monetarie, di capire come nascono le recessioni e come talvolta è possibile gestirle.

Dopo la grande crisi del 1929 sembrava che il mercato economico e finanziario avesse trovato l’antidoto e che situazioni simili non dovessero più riprodursi, ma negli ultimi decenni le crisi dell’America Latina, in special modo Argentina e Messico, del Giappone, che era considerato il principale attore dell’economia mondiale, e dell’intero comparto asiatico, le cosiddette economie emergenti, oltre ad apparire come pericolosi prodromi di quanto poi è accaduto sul piano globale, secondo Krugman, non sono state gestite nello stesso modo, quindi sono state gestite senza far ricorso allo stesso genere di antidoti.

“La seconda guerra mondiale offrì l’occasione che Keynes stava aspettando da anni, non solo perché si riuscì a uscire dalla depressione, ma anche perché ci si convinse che le politiche macroeconomiche – tagliare i tassi o aumentare il deficit statale per combattere le recessioni – potevano tenere più o meno stabile un’economia di libero mercato in presenza di un tasso di quasi completa occupazione.”

Questo tacito accordo tra capitalismo, economisti e opinione pubblica, che avrebbe dovuto e potuto evitare ulteriori Grandi Depressioni, fu definito negli anni cinquanta da Paul Samuelson “sintesi neoclassica”, Krugman invece preferisce chiamarla “sintesi keynesiana” e, subito dopo, si chiede come persone intelligenti abbiano potuto consigliare a economie di mercato emergenti politiche del tutto perverse alla luce della dottrina economica acquisita e perché la “sintesi keynesiana” non sia stata considerata e fatta propria allo scopo di risolvere i problemi di quelle economie?

Forse tutto questo è avvenuto perché: “oggi, in effetti, la politica economica internazionale ha poco a che fare con l’economia. E’ diventata più che altro un esercizio di psicologia dilettantesca, con il quale il Fondo Monetario Internazionale e il segretario al Tesoro hanno cercato di convincere i Paesi a fare cose che speravano sarebbero state percepite dal mercato come rassicuranti.”

Quello che bisogna fare è, al contrario, cercare di sviluppare la capacità di comprensione, affrontare lucidamente i problemi, usare gli strumenti che abbiamo senza farci costringere dentro logiche precostituite o abbattere da presunti limiti strutturali.

“Credo che gli unici veri ostacoli strutturali al benessere del mondo siano le dottrine obsolete che annebbiano la mente degli uomini.”

Un libro da leggere nelle calde giornate d’agosto, in primo luogo per imparare e poi per valutare, con uno sguardo davvero nuovo e disincantato, quanto sta succedendo anche dalle nostre parti, a cominciare dalle ricette economiche del governo tecnico.

Ernesto Che Guevara. Oltre la rivoluzione

Nel dicembre 1964 Ernesto Guevara de la Serna, più noto come Che Guevara, raggiunse New York in veste di capo della delegazione cubana e tenne un discorso all’Assemblea Generale dell’ONU.

In quell’occasione, apparve nel programma domenicale d’informazione Face the Nation sulla CBS e incontrò diverse personalità ed esponenti di gruppi politici. Tra loro, il senatore statunitense Eugene McCarthy, componenti del gruppo guidato da Malcom X e dalla radicale canadese Michelle Duclos.

Il 17 dicembre volò a Parigi, dando inizio a un viaggio di tre mesi, in cui visitò la Repubblica Popolare Cinese, l’Egitto, l’Algeria, il Ghana, la Guinea, il Mali, il Dahomey, Il Congo e la Tanzania recandosi anche in Irlanda,a Parigi e a Praga.

Ad Algeri, il 24 febbraio 1965, fece l’ultima apparizione pubblica sul palcoscenico internazionale, intervenendo al “Secondo seminario economico sulla solidarietà afro-asiatica”. Nel suo discorso dichiarò: “In questa lotta fino alla morte non ci sono frontiere. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a quanto accade in ogni parte del mondo. Una vittoria di qualsiasi nazione contro l’imperialismo è una nostra vittoria, come una sconfitta di qualsiasi nazione è una nostra sconfitta”.

Sorprese quindi il suo uditorio proclamando “I paesi socialisti hanno il dovere morale di liquidare la loro tacita complicità con i paesi sfruttatori del mondo occidentale”. Delineò anche una serie di misure che, secondo lui, i paesi del blocco comunista avrebbero dovuto prendere per raggiungere questo scopo.

Ritornò a Cuba il 14 marzo, ricevuto solennemente all’aeroporto di L’Avana da Fidel e Raúl Castro, Osvaldo Dorticós e Carlos Rafael Rodríguez. Due settimane dopo, Guevara si ritirò dalla vita pubblica e scomparve.

Dove fosse andato restò il grande mistero cubano per tutto il 1965, anche se era sempre genericamente considerato il numero due dopo Castro.

La sua latitanza fu variamente attribuita al relativo insuccesso del piano d’industrializzazione che aveva portato avanti da ministro dell’Industria, alle pressioni esercitate su Castro dai Sovietici, allarmati dalle tendenze filo cinesi di Guevara, in un momento in cui la frattura tra Mosca e Pechino si approfondiva, oppure a gravi divergenze tra Guevara ed il resto della dirigenza cubana sullo sviluppo economico dell’isola e sulla sua linea politica.

È anche possibile che Castro fosse stato reso diffidente dalla popolarità di Guevara, che poteva farlo diventare una minaccia. I critici di Fidel affermano che le sue spiegazioni sulla scomparsa di Guevara sono sempre sembrate sospette e molti trovano sorprendente che Guevara non dichiarasse mai le sue intenzioni in pubblico, ma solo con una lettera priva di data a Castro.

Curiosando su Internet e in particolare tra i video di You Tube è possibile vedere e ascoltare (primi quattro minuti) il famoso discorso tenuto dal Che ad Algeri, l’ultimo pubblico e se si presta attenzione alle parole si capisce molto del perché della sua successiva uscita di scena.

La critica al colonialismo e all’imperialismo è forte ma altrettanto violenta e radicale è l’accusa di burocratismo retrogrado ai paesi del cosiddetto socialismo reale e quindi direttamente all’URSS.

L’immagine che ne esce è quella di un Guevara che non accetta supinamente le condizioni politiche della post rivoluzione e avverte con chiarezza il portato negativo della dittatura e dell’imperialismo sovietici.

L’ordine che segue al disordine rivoluzionario corre il forte rischio di non essere, e di non rivelarsi, migliore dell’ordine che è stato rovesciato: un ordine sicuramente diverso dal precedente ma non necessariamente migliore.

Questa constatazione, o riflessioni molto simili,  hanno portato il rivoluzionario di professione a scegliere di perdersi nel disordine, prima in Congo e poi in Bolivia e quindi a combattere nuove battaglie alla ricerca di un nuovo ordine di cui poter essere, felicemente e definitivamente, orgoglioso.

E’ anche il motivo per cui  Ernesto Guevara, nell’immaginario collettivo, è  vivo ancora oggi mentre, invece, i suoi compagni di un tempo sono  ridotti a meste icone dell’ ancient regime.

Ancora su Steve Jobs, l’uomo che ha inventato il futuro.

Il percorso professionale e imprenditoriale di Steve Jobs è molto istruttivo per tentare di capire quali possono essere i fattori critici di successo (e che successo!) di una impresa.

E non necessariamente soltanto imprese che operano nel mondo dell’high tech, web e relativi device, ma tutte le imprese.

Il punto centrale è il prodotto. Tutta l’organizzazione ruota intorno al prodotto e a chi lo realizza e il prodotto viene creato e costruito in modo tale che piaccia e soddisfi il cliente. Semplice a parole. Per raggiungere questo obiettivo e per mantenere e consolidare i risultati l’organizzazione deve essere piatta, snella, ridotta ai minimi termini, insomma è bene che aleggi sempre lo spirito iniziale: lo spirito dello start up.

Tali suggestioni, colte qua e là, tra le righe di “Steve Jobs, l’uomo che ha inventato il futuro” ci portano a riflettere su quanto siano lontane da questo modello molte imprese di casa nostra.

Aziende nelle quali le funzioni di staff ridondano di personale e abbondano inutili presidi di coordinamento, spesso del tutto scoordinati e male assortiti, nelle quali pochi manager di vertice conoscono davvero il prodotto e le responsabilità sono disperse e frammentate e nessuno è veramente responsabile di qualcosa. In queste aziende chi si occupa di prodotto viene spesso guardato con sospetto perché troppo creativo e poco sensibile al contenimento della spesa.

Se poi estendiamo questo modello al mondo dei servizi, di qualunque tipo, non escludendo i servizi pubblici, potremmo giungere a rilevare un generale distacco emotivo tra le persone dell’azienda, o ente che sia, e il prodotto servizio prestato.

L’entusiasmo e la passione delle persone sono la chiave del successo di una impresa, senza questa tensione non si può pensare di essere competitivi.

Una delle ricette che emergono dalla lettura di questo libro.

Perché, dalle nostre parti, oggi, è così difficile metterla in pratica?

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