Enzo Maiorca. Il re delle profondità

maiorca

Pubblichiamo di seguito l’articolo di Romano Barluzzi uscito su Serial Diver in ricordo del grande subacqueo italiano Enzo Maiorca.

Per me Enzo Maiorca rappresenta il valore inaspettato di un incontro e di un affetto tardivi quanto profondi. Anche se le sue imprese avevano già accompagnato tanti di quei momenti della mia vita fin da ragazzino che mi pareva di conoscerlo da sempre. Erano stati momenti privati, di intimità familiare, come le discussioni con mio padre su chi fosse più bravo sott’acqua nella epica sfida quasi ventennale con l’avversario a distanza Jacques Mayol. Confesso che tifavo per quest’ultimo (con disappunto di mio padre) ed ebbi anche modo di conoscerlo, apprezzarlo e scrivere poi della sua tragica scomparsa molto prima d’incontrare Enzo. Oltretutto di Enzo m’ero fatto un’idea distorta, forse anche per quel celebre film francese (Le Grand Blue) che non gli piacque, vedendosene ritratto in maniera effettivamente ingenerosa e senza che nessuno della produzione – che pure era stata a girare a Siracusa, così mi raccontò poi durante un’intervista – lo avesse mai interpellato almeno per un consulto.

Ma quando finalmente lo conobbi – sulla soglia delle sue 80 estati – quella era già storia vecchia, superata. E nell’intervista che gli feci per un lavoro sperimentale in Rai – un lungometraggio per i canali web dell’emittente, ancor oggi inedito – anche di fronte alle domande più scomode ebbe parole di grande stima verso quel suo rivale delle epiche sfide nel blu. Così scoprii un Enzo che non mi aspettavo, quello vero. I nostri rapporti in seguito sono sempre stati caratterizzati assai più dal privato che dal pubblico, date anche le frequentazioni con la sua bellissima famiglia, perciò non avrei voluto parlarne affatto qui, un po’ per la riservatezza che è dovuta nelle vere amicizie e anche per lo sconforto che provo nel farlo: il dolore è – e dovrebbe sempre rimanere – un fatto personale. Poi c’è anche un’altra realtà, che è quella del mondo dell’informazione di cui questo giornale fa parte, e nessuno può negare quanto Enzo sia stato un fenomeno pure sotto il profilo mediatico: era ancor oggi il subacqueo più celebre al mondo, quello che tutti e ovunque conoscono, dalla massaia agli esperti, dai più giovani ai più anziani.

cropped-img_0468.jpg

Così m’è venuto spontaneo cercare di amalgamare la sfera del privato e le aspettative dei lettori con qualcosa che non fosse la solita biografia, ormai rintracciabile un po’ ovunque in giro. Dopotutto desidero scrivere qui cercando di trasmettere un pizzico della leggerezza che si prova nell’acqua del mare, ricordando Enzo per le ore trascorse in spensieratezza, per esempio a prendere in giro i fotografi subacquei, anche i più celebri: ho vissuto il privilegio di sentirmi tra i pochissimi a poterlo istigare “contro” di loro, creando quelli che diventavano in un attimo degli spassosi teatrini, nei quali divampava il suo lato istrionico. Così si divertiva ad alzare la voce in stile enfatico per redarguire coloro che con gli scatti “rubavano l’anima del mare” e di quegli organismi che dicevano di voler immortalare.

Un concetto suggestivo, caro a svariate culture, dagli indiani pellerossa a molte etnie africane. E allora diventava tutto un duellare di parole – tirate fuori con sommo studio – e di gesti di una sicilianità edotta che era meglio di una scena a teatro. In tv si sarebbe detto il talk-show ideale. Qualcosa di perfetto. Nella dichiarata finzione della recita quei momenti avevano molto di profondo: la voglia di stare insieme, l’autenticità, il confronto e la sintonia. Ridere dei colori e del buio. Delle scelte e del destino. Della vita e della morte. Condividere la passione e la nostalgia del mare. Risate che ti risuoneranno dentro per sempre. A riprova di ciò, non esiste una foto di quegli attimi. Ma non è che sia stato per timore reverenziale delle invettive che ci saremmo beccati da Enzo in caso di clic clandestini: semplicemente, non se ne avvertiva alcun bisogno.

Qualche tempo dopo, a quattro mani con l’amico e collega Leonardo D’Imporzano come co-autore, pubblichiamo un libro in formato e-book dal titolo “SubPuntoCom” con l’eloquente sottotitolo di “la subacquea nei media, dalla carta al web”, che indaga da ogni possibile punto di vista il rapporto tra il mondo dell’immersione e i mezzi di comunicazione. Perciò non poteva mancare al suo interno una cospicua parte dedicata a Enzo. Ed ecco che viene bene ora riproporvela: un capoverso del capitolo 9 sui rapporti con la televisione s’intitola proprio “Enzo Maiorca” e contiene anche la fedele trascrizione di una brevissima video-intervista che gli feci con lo smartphone.

E tutto ciò, l’insieme di questo strano articolo che abbiamo fantasticato di non dover comporre mai, costituisce anche il nostro appassionato omaggio – di tutti i componenti e i collaboratori della nostra testata – a ogni familiare e congiunto di Enzo, a cominciare dalla signora Maria sua moglie e da sua figlia Patrizia. (Romano Barluzzi su Serial Diver).

21723_enzo-maiorca

Annunci

Piero Gaffuri. Korallo

Korallocopertina

Si ispira alla tragedia dei Desaparecidos argentini “Korallo” (Editori Internazionali Riuniti, pp.153, 12 euro), il nuovo romanzo di Piero Gaffuri. Al centro della narrazione il dramma personale di GiulioWeber, professore di liceo in un piccolo paese tra le montagne dell’Appennino centrale, che nasconde il doloroso segreto di un amore perduto, Olga, scomparsa per sempre in un’alba di un’estate argentina, come decine di migliaia di suoi giovani connazionali.

Il ricordo e lo schiacciante senso di colpa riaffiorano dopo vent’anni, portandolo a svelare la sua tragedia personale, aiutato dalla moglie, gli amici e dal nuovo parroco del paese. Uno snodo fondamentale del racconto quasi catartico: il dolore si stempererà attraverso il calore della comunità in un passaggio hegeliano dall’ “in sé” al “per sé”, dalla sfera individuale a quella collettiva, riaprendo un percorso che sembrava definitivamente chiuso e facendo inaspettatamente ritrovare quel fiore di corallo che anni addietro aveva suggellato un amore.

Il romanzo “Korallo” conferma l’eclettismo di Gaffuri, autore capace di coniugare letteratura e temi di interesse sociale in un connubio che sfocia in una scrittura armoniosa e allo stesso tempo forte, dove la potenza della vicenda individuale è rafforzata dalle circostanze storiche da cui è scaturita.

foto2

Non a caso il personaggio di Olga, l’amata a cui il giovane Giulio aveva regalato una rosa di corallo, è liberamente ispirato alla storia di Monica Maria Candelaria Mignone (figlia del cattolico progressista argentino Emilio F. Mignone, fondatore del Centro de Estudios Legales y Sociales) desaparecida il 14 maggio 1976 a soli 24 anni, il cui ‘crimine’ è stato quello di insegnare nella baraccopoli argentine, dove vivevano migliaia di famiglie in condizioni precarie.

La stessa catarsi del passaggio dalla tragedia individuale all’atto di coraggio della denuncia attraverso la collettività (il ‘per sé’) si rifà alle Madri di Plaza de Mayo, che sono scese in piazza con i loro fazzoletti bianchi sfidando l’autorità e rendendo nota la vicenda dei figli desaparecidos.

Un romanzo intenso che parla di un’assenza quasi incomunicabile, di segni perduti e dolorosamente ritrovati. Piero Gaffuri ha pubblicato tre romanzi presso la casa editrice Marsilio: Apnea (1999), Il corsaro (2002), Il sorriso del vento (2006). A essi vanno aggiunti la piéce teatrale Il mare racconta (2007) e la raccolta di poesie Una nave impazzita (Il foglio letterario, 2009). Nel 2011 e nel 2013 escono per Lupetti i saggi Web Land. Dalla televisione alla metarealtà e Blog Notes. Guida ibrida al passato presente.

100_3670

Graham Sutherland. Parafrasi della natura

graham-sutherland_01_446

Il temine parafrasi (latino paraphrasis, dal greco παράφρασις, riformulazione) su Wikipedia viene associato all’atto di traduzione di un testo scritto nella propria lingua ma in un registro linguistico distante (sia esso arcaico, elevato o poetico).

Emerge il carattere umile dell’intervento di parafrasi, perché esso è motivato soprattutto dalla necessità di affiancare, ad esempio, “a un testo di partenza giudicato difficile una versione in prosa corrente che ne appiani le difficoltà lessicali, semantiche e contenutistiche”, rendendo quindi più facile e comprensibile un contenuto complesso.

Abbiamo già dedicato spazio all‘artista inglese Graham Sutherland, ma la raccolta di scritti contenuti nel libro “Parafrasi della natura” consente di apprezzare meglio la sua pittura e, aggiungo, anche la pittura in generale.

Le descrizioni della baia di St. Bride, della pianura e delle punte che l’anticipano e la  contengono, le escrescenze rocciose e le terrazze di Capo St. David, i paesi di case e fattorie bianco, rosa pastello, grigio azzurro e, poi, la zona a sud di questa parte del Galles, sono riflessi dell’entusiasmo e delle emozioni del pittore.

Questa è la regione dove Sutherland, a suo dire, ha imparato a dipingere. Un dipingere che non è il frutto di un’estrazione diretta dalla natura, perché non vi sono “soggetti pronti”, immediatamente trasferibili sulla tela, piuttosto materiali da archiviare nella mente, contenuti intellettuali ed emozionali da sedimentare e stagionare.

“Dapprima provai a dipingere direttamente sul posto, ma ben presto vi rinunciai. Presi allora l’abitudine di fare lunghe passeggiate immergendomi nella natura.”

Il processo creativo di Sutherland inizia con una passeggiata nella natura raccogliendo immagini, colori, forme, contrasti, dispersioni, “delle mille cose che vedo una sola giustapposizione di forme viene colta dai miei occhi come significativa”. Questo lampo, un’intuizione, porta alla parafrasi della natura, e non si manifestano conflitti tra immaginazione e realtà, solo l’umile volontà di tradurre in modo semplice l’essenza delle emozioni e  delle immagini.

Welsh Landscape with Roads 1936 by Graham Sutherland OM 1903-1980

“Lo stadio preliminare, il contatto diretto, conduce poi a un processo diverso, controllato e ordinato dalla mente. La difficoltà sta nel conservare le emozioni del primo incontro, nel comprendere che la freschezza dell’istinto è vitale, nel saper distinguere quando una cosa, vista in un momento, potrebbe diventare, attraverso un lavoro di riflessione e approfondimento emozionale – studiando e ristudiando – un’opera d’arte.”

La pittura in questo caso è una traduzione del sedimento, ammettendo che una traduzione immediata, istantanea, sul posto possa, concedendo troppo alla necessità e alla superficie, portare l’autore a una scelta affrettata destinata, inevitabilmente, a una perdita di valore.

“Quando torna nel suo studio, il pittore ricorda: i suoi incontri sono ridefiniti, parafrasati e mutuati in qualcosa di nuovo e differente rispetto all’originale, e tuttavia identico”.

In realtà, in questo procedimento di assimilazione e proposizione artistica, si avverte un grande rispetto per la natura. La natura è, di per sé, un oggetto complicato, biologicamente complesso, e la sua lettura non può limitarsi alla pura esteriorità, alla descrizione, ma deve sprofondare nella ricerca dei fattori che determinano i processi di identità, le analogie, le corrispondenze e i contrasti.

Interessante a questo riguardo il racconto di Sutherland sulla genesi di una crocifissione commissionatagli dal vicario di St. Matthew, nel Northampton.

“In autunno cominciai a pensare alla forma da dare a quest’opera; nella primavera seguente avevo ancora in mente il soggetto, ma senza aver fatto alcuno schizzo. Mi recai in campagna: per la prima volta cominciai a notare i cespugli spinosi e la struttura della punte che laceravano l’aria.”

Le punte che lacerano l’aria sono dapprima un’immagine registrata nella mente, poi lentamente entrano a far parte di un percorso emotivo che cerca di afferrare il senso di un potenziale equilibrio tra tragedia e salvezza, mestizia e felicità. Anche il contrasto, scansione,  tra l’azzurro e il nero diventa un elemento emotivo della crocifissione.

“Le spine sono nate dall’idea di una crudeltà potenziale, anzi, per me esse erano la crudeltà. Ho quindi cercato di rendere l’idea di una duplice torsione – se così si può chiamare – situando le spine in una cornice confortevole: cieli azzurri, erba verde, croci avvolte dal tepore.”

L’annullamento dell’imperfezione nell’azzurro del cielo richiama l’orrore della conformazione obbligatoria, in realtà è solo una parte del processo di trasformazione visiva di emozioni e contenuti, costantemente alla ricerca di un elemento essenziale che risponda alla ricorrente domanda sul significato recondito della rappresentazione.

Forse, un elemento è la meraviglia, l’emozione che prende, immobilizza e porta l’artista a esprimere e condividere.

“Quando dico di sentirmi immobilizzato, mi riferisco al concetto espresso dal Petrarca: Chiusa fiamma è più ardente; e se pur cresce, in alcun modo più non può celarsi.”

2013-AH-Graham-Sutherland-Header

Machiko Kusahara. Presenza, assenza e conoscenza nella Telerobotics Art

9780262571548

Il breve saggio di Machiko Kusahara contenuto nel volume edito da Ken Goldberg “The robot in the garden”, telerobotica e telepistemologia nell’età di Internet, suggerisce due percorsi di riflessione, il primo rammenta che tale genere di contributi va affrontato con incursioni mirate nel testo a prescindere dalla apparente linearità, la seconda che nella vita contemporanea una delle questioni principali concerne la realtà e la sua posizione nel tempo e dello spazio.

La moderna tecnologia consente di osservare e manipolare oggetti che sono distanti dal soggetto, comprese le persone, a questo riguardo come non citare una delle migliori serie televisive attuali “Person of interest”, trasmessa dalla CBS e prodotta da Bad Robot Production e Warner Bros, in cui Harold Finch e John Reese usando la Macchina, sofisticato sistema di video sorveglianza, entrano nelle vite degli altri condizionandole.

Machiko Kusahara spiega come le recenti applicazioni di arte telerobotica affrontino il problema della manipolazione degli oggetti e delle persone soffermandosi ad analizzare alcuni temi relativi, in modo diverso, alla conoscenza, l’esperienza, la presenza e l’assenza.

C’è un notevole cambio di scenario rispetto alle riflessioni di Walter Benjamin sulla riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, così come, citando un altro autore a noi caro, c’è differenza con le modalità artistiche di Richard Long, in ambedue i casi la fotografia concorre a decostruire i fondamenti sui quali vive e si manifesta il concetto di aura, l’hic et nunc, il valore insito nella riproposizione materica dell’opera d’arte pittorica.

La fotografia incarna il significato della lontananza documentando però una realtà racchiusa in una dimensione spaziale certa, quindi annulla il tempo salvando nel contempo lo spazio che rappresenta.

La fotografia infatti prova che l’oggetto o la persona fotografati erano veramente là, racchiusi in un contesto ben definito.

La televisione, invece, con le sue dirette e le differite trasforma la dimensione del “qui e ora” in un “laggiù e ora”, proponendo un nuovo paradigma, quello della lontananza contemporanea.

Un frammento di porzione di spazio, che esiste realmente da qualche parte, viene trasportato in tempo reale davanti agli occhi degli spettatori.

4162047723_5198687b76

Internet completa il processo di disaccoppiamento degli oggetti e delle persone da una dimensione spaziale definita e definibile, infatti oggi non è per niente sicuro che ciò che si sta vedendo in rete stia accadendo, o sia accaduto, da qualche parte. Quindi, senza che ce ne accorgiamo distintamente, il nostro orizzonte culturale impone nuove categorie di interpretazione che hanno a che vedere con le nostre relazioni fisiche e psicologiche con lo spazio, il tempo, gli oggetti e i corpi.

La telerobotica rende possibile la rappresentazione di qualcuno in un posto lontano attraverso la rete, ma siamo sicuri che siano effettivamente visioni reali considerando il fatto che la moderna tecnologia digitale consente, attraverso la computer grafica e la realtà virtuale, di proporre corporeità fittizie o presenze disincarnate?

Non possiamo ammettere con sicurezza che ciò che stiamo vedendo e sentendo sia reale,  un po’, suggerisce Machiko Kusahara, come accade quando siamo condotti a visitare un giardino giapponese, nel quale realtà e immaginazione si confondono a causa dei richiami metaforici che le pietre e la disposizione delle piante concorrono a produrre.

Ogni roccia, ruscello, albero, arbusto infatti richiama una precisa scena poetica o un evento mitologico.

Vi sono in questi giardini due ambiti che si compenetrano e si confondono: lo spazio reale e la dimensione della immaginazione e della fantasia.

L’arte contemporanea che impiega la telerobotica prova a riproporre in modo sintetico la dialettica tra la realtà e la fantasia del giardino giapponese costringendoci a prendere in considerazione le relazioni tra lo spazio prossimo, distante e virtuale.

Questo genere di esperienze, come ad esempio le performance di Stelarc, ci possono far riflettere sulla reale natura della società dei media e sui suoi profondi impatti sui meccanismi della conoscenza umana.

HUMAN+stelarc

Steward Brand. Come le costruzioni imparano e cosa succede dopo che sono state costruite

images

Un libro che è disponibile purtroppo solo in lingua inglese e propone un modo originale di considerare il rapporto tra architettura e reali bisogni umani attraverso una disamina di molti esempi e storie di costruzioni nel vecchio e nuovo continente.

Al fondamento della ricerca c’è l’obiettivo di preservare e restaurare le antiche costruzioni evitando che l’intossicazione del tempo comporti uno stravolgimento completo del loro assetto fino alla definitiva demolizione e scomparsa.

Steward Brand, a tale scopo, propone un modello di interpretazione che definisce delle 6 S.

Sito: la posizione geografica, la collocazione urbana, lo specifico lotto occupato, i suoi confini e il contesto in cui è inserito. Il sito è di per sé eterno.

Struttura: le fondamenta e gli elementi portanti sono difficili e costosi da cambiare, così le persone non li toccano. Le strutture infatti hanno un arco di vita che va dai 30 ai 300 anni.

Skin, la pelle: la superficie esterna viene trasformata più o meno ogni vent’anni, per stare al passo con la moda, la tecnologia o per riparazioni provvisorie. La recente attenzione ai costi di energia ha portato a rivedere le superfici che ora sono a tenuta d’aria e meglio isolate.

Servizi: sono le interiora operanti di una costruzione. I sistemi di comunicazione, i cavi elettrici, le tubazioni, i sistemi di distribuzione, ventilazione e aria condizionata e le parti semoventi, come gli ascensori. In questo caso l’obsolescenza varia dai 7 ai 15 anni. Molti palazzi vengono demoliti prima quando il loro sistema di servizi risulta troppo antiquato e profondamente incorporato nella struttura.

Space Plan, la planimetria: il layout interno, i muri, i soffitti, i pavimenti e le porte. In presenza di una eccessiva attenzione alle dinamiche commerciali possono essere modificati ogni tre anni, case più quiete possono attendere anche 30 anni.

Stuff, materiali vari: sedie, tavoli, telefoni e citofoni, cucine, lampade ecc, cose che hanno un ciclo di vita molto ridotto e volatile.

how_buildings_learn

I cicli di vita delle distinte componenti però non sono coerenti tra loro e chiunque abbia anche una vaga nozione di pianificazione reticolare sa che l’individuazione del percorso critico, cioè l’attività che comporta la durata maggiore, è essenziale per determinare la durata complessiva dell’intero processo/progetto.

Una costruzione non può essere considerata in modo diverso da un sistema complesso che comprende diversi strati che interagiscono tra loro e intervalli di tempo nei quali tendono a essere rinnovati, per cui sono gli edifici che ci governano tramite queste stratificazioni almeno più di quanto crediamo di governarli.

L’aspetto più sorprendente e sul quale riflettere viene da una suggestione contenuta in “Concetto gerarchico di ecosistema” di Robert V. O’Neill, in questo saggio gli autori sottolineano che un ecosistema può essere meglio compreso osservando i tassi di cambiamento dei differenti componenti.

In  natura, indiscutibilmente, colibrì e fiori hanno ritmi veloci, mentre i grandi alberi ritmi lenti e anche l’intero tasso di sviluppo della foresta è lento. Molte iterazioni avvengono in ambiti ristretti, i colibrì e i fiori prestano attenzione al loro contesto dimenticando i grandi alberi e i grandi alberi non si curano affatto di loro. Nel frattempo la foresta è attenta ai cambiamenti del clima ma non al destino dei singoli alberi.

L’intuizione che ne consegue è che “la dinamica del sistema viene dominata dalle sue componenti lente, le componenti rapide invece sono soggette al contesto”.

La lentezza vincola e controlla la rapidità.

La stessa cosa avviene negli edifici, sono le parti lente a determinare l’eventuale sviluppo e il cambiamento, non quelle soggette a un tasso veloce di mutamento.

I processi lenti di una costruzione assorbono gradualmente i fenomeni in rapido cambiamento. Le componenti veloci propongono, quelle lente dispongono.

“La lentezza è salutare. Molte delle più salutari evoluzioni di città possono essere spiegate partendo dalla constatazione di una risoluta conservazione del loro Sito”.

Una lettura da consigliare a tutti ma soprattutto a quel genere, purtroppo diffuso, di architetti che si accanisce a snaturare l’ambiente urbano demolendo splendidi e antichi edifici per lasciar posto a moderne effimere brutture.

Stewart-Brand-for-lecture

Memoria e musica

Music

La memoria è una dimensione in cui si alternano processi di archiviazione e ricerca e, quasi sempre, la ricerca viene avviata da una funzione di richiamo, cioè prendendo spunto da un evento che spinge a scavare nei ricordi, una sollecitazione che viene dall’esterno e diventa immediatamente ricerca interiore.

I ricordi più stabili e forti sono spesso intimamente legati alle emozioni vissute, ricordiamo di più ciò che ci ha emozionato positivamente.

La musica attiene in modo stretto alla sfera delle emozioni, essa colpisce prima delle parole, sono i suoni, le melodie e in molti casi anche le dissonanze che si radicano per lungo tempo nella nostra mente, scandendo i momenti della nostra vita, i passaggi e facendo da corollario alle immagini.

Per questa ragione è interessante esplorare i percorsi della musica e dei musicisti, provando, al medesimo tempo, a ipotizzare relazioni con la memoria e l’ambiente. Seguendo quindi un itinerario che evochi un ciclo di vita, potrebbe essere la nostra vita, fino a giungere nel viaggio alla coscienza che il suono nasce dallo spazio che ci circonda, è profondamente naturale anche nelle sue deviazioni più estreme, le sue forme ibride e metamorfiche.

La musica rock ormai è entrata nel novero della cosiddetta musica colta portando con sé i suoni della storia, della contemporaneità, gli stridii e i gemiti della società industriale e delle sue guerre. L’inno americano generato dalla chitarra di Jimi Hendrix è l’icona più rappresentativa di questo scontro-incontro, è un urlo elettrico e polifonico, le sue piste sono varie: c’è la rabbia di una generazione, la voglia di cambiamento, l’evitabilità e l’orrore della guerra, l’illusione, la disillusione.

E la spettacolarizzazione della musica è riuscita a fondere, nel contemporaneo, nel suono la corporeità dei suoi attori produttori, figure spesso border line, quasi sempre tragiche, vite impossibili connotanti, in modo indissolubile, gli spartiti delle loro musiche.

the-jimi-hendrix-experience-axis-bold-as-love-booklet-01_jpg_940x0_q85

Lo spazio della tragedia si apre quando l’artista, oggetto dello spettacolo, si ribella scegliendo di enfatizzare la dicotomia tra l’essenza del suono e la propria esistenza, mettendo in luce la volontà di essere riconosciuto come soggetto creativo, uomo e non simulacro, distinguibile quindi dall’universo simbolico.

Jean-Michel Basquiat musicista, prima ancora del pittore, e Syd Barret sono esempi eclatanti di percorsi artistici e umani, diversi, che hanno in comune però una sorta di accanimento terapeutico nei confronti della corporeità. Quasi cercassero dentro le proprie viscere, o contro di esse, lo spunto creativo e la forza di andare avanti, paradossalmente di vivere. In questo caso bisogna svuotare la mente, capovolgere la memoria, andando a confondersi con dimensioni psichedeliche, quelle che a detta di Aldous Huxley: “liberano il pensiero dalle sovrastrutture delle convenzioni sociali”.

Jim Croce invece è un viaggiatore che cerca di raccontare il mondo che lo circonda, partendo dalla prospettiva di una vita umile, trascorsa misurandosi con l’umanità che affolla le strade. Una musica viaggiante interrotta da un volo disgraziato. Interessa l’ambiente, ciò che succede, la dinamica sociale.

Lucio Dalla e Salvatore Sciarrino non hanno molto in comune, ma una cosa sì, il mare. Sono le sonorità marine a spezzare le melodie di Dalla quando egli decide di lanciarsi in gorgheggi stile scat, una parlata subacquea, incomprensibile e verbalmente silenziosa fatta eccezione per la sua musicalità. E’ il mare e il suono della natura a scandire gli spazi e i tempi di Sciarrino, gli esseri viventi che popolano la battigia, il fruscio del vento tra le piante appena sotto le dune.

La natura torna centrale nel percorso della memoria e lo è anche quando sembra assente, perché si rivela attraverso i corpi, la scelta di essere parte o non esserlo, e infine nel confronto inevitabile con il contesto materiale.

Fausto Romitelli tratta il suono come materia da scolpire, indagandone i particolari, rovesciando le superfici. Aphex Twin mette insieme sonorità inconciliabili dimostrando, comunque, che nell’universo naturale non vi è limite alla possibilità di coesistere.

Infatti, per la natura, anche una scheggia ha significato, così come il frammento può essere una traccia per la memoria.

Aphex

Anonimi. Pitture e sculture rupestri

Leggere e ragionare sulla scomparsa dell’arte e riscontrare, in base a elementi tangibili,  l’evidenza di un processo di smaterializzazione e di automatica mutazione della sua identità in concetto astratto, replicabile infinite volte e assimilabile a un’idea, anzi meglio a uno stereotipo, porta inevitabilmente al rimpianto di un tempo lontano quando, anche, l’arte nasceva e si sviluppava in funzione a un uso naturale del mondo.

Messo da parte il rimpianto, la sensazione che emerge e diventa subito consapevolezza (con le parole dei filosofi, Nietzsche e Heidegger, tra Dioniso, la cura delle cose e  l’esserci nel mondo) è che l’arte, come forma di espressione dell’Uomo, ha perso la sua funzione rappresentante, il suo senso, quando l’Uomo ha allentato il legame con la Natura, per poi scioglierlo definitivamente. L’uso naturale del mondo infatti oggi non esiste più, sostituito da infiniti artifizi, dalle fabbriche dell’alimentazione alla fiction turistica, e quando sembra che esista assomiglia molto a uno spot pubblicitario.

Stride con questa realtà il pensiero di  Joan Miró, il pittore giardiniere, il suo desiderio di anonimato, essere nella terra e nel naturale, e la sua pittura come traccia colorata di un  istantaneo passaggio vitale. O le geometrie di Piet Mondrian che talvolta ricordano gusci di certe conchiglie, semplicemente studiati, interpretati e riproposti su tela.

Qualche anno addietro passeggiavo con un amico in un bosco dell’Appennino abruzzese, un bosco fitto di castagni e querce. C’erano grandi castagni antichi, lisci, sembravano torrioni di mura abbandonati nel folto. Il mio amico mi disse che quelle piante erano destinate a seccarsi e a morire perché anche gli anziani del paese erano morti e nessuno le curava più. Poi mi fece vedere le buche, in mezzo alle radure, disse che nelle buche i vecchi seppellivano i ricci delle castagne e dopo qualche tempo tornavano a prenderle. Il bosco una volta era pieno di gente. Oggi non c’è nessuno.

Molti anni fa, invece, ero ancora ragazzo e con la mia famiglia mi recai in Val Camonica a visitare un sito particolare, la località si chiama Capo di Ponte in provincia di Brescia e il sito è il Parco nazionale delle incisioni rupestri di Naquane. Uomini vissuti nel neolitico e forse ancor prima, quindi più di settemila anni fa, avevano inciso sulle rocce scene di vita quotidiana, di caccia, animali, lotte, forse erano pastori che sorvegliando il gregge ingannavano il tempo disegnando la pietra. Oppure le incisioni avevano carattere religioso, ideogrammi, simboli celebrativi, iniziatici o propiziatori.

Pitture rupestri che hanno una grande forza, sono a mio parere, quelle rinvenute nelle grotte di Lascaux vicino al villaggio di Montignac nel dipartimento di Dordogna, la luce artificiale accende tori dalle grardi corna, sembrano dipinti da Picasso, bisonti, cavalli, animali estinti, uomini che paiono tori e tori che paiono uomini. Colpiscono i colori, la loro vitalità a dispetto dei millenni, il calore delle forme e in taluni casi anche la profondità.

Nessuno ricorda i nomi dei pittori primitivi di Lascaux e nessuno rammenta i nomi degli incisori di Naquane, ma le loro opere sono a ricordare quanto la natura sia stata e sia importante nella storia dell’Uomo. E’ nascosta, ma è li che ci aspetta, in fondo al nostro percorso breve. In “Umano, troppo umano” Nieztsche ammette che: “ci troviamo così bene nella libera natura, perché essa non ha alcuna opinione su di noi.”

Sulle rocce di Naquane un antenato ha inciso un labirinto, qualche millennio prima che Minosse ne costruisse uno per custodire il suo sfortunato figlio. Nella nostra storia c’è sempre stato un labirinto dentro il quale nascondere la nostra vera primigenia identità.

Anche l’arte, allontanandosi dalla natura, ha perso la propria, oggi forse si confonde tra le luci al neon di un’insegna pubblicitaria.

Graham Sutherland. Estetica della sopravvivenza

Le immagini e i colori di Sutherland hanno sempre un grande effetto.

I verdi, in particolare, e le nuances del verde che, prendendo spunto dal nero, sfumano lentamente fino a esaurirsi dentro trasparenze acquatiche. Spesso il contesto è caratterizzato da piccole gallerie naturali, prospettive rubate a labirinti di rami contorti, canne di bamboo, cespugli spinosi. In fondo, in profondità, sotto una lama di luce, appaiono leggere figure umane, simulacri erranti che rammentano l’esistenza dell’uomo e affermano la necessità di resistere alla forza primigenia del naturale ma anche, e soprattutto, alle inclinazioni autodistruttive della nostra specie.

I quadri di Sutherland sono una sorta di punto centrale nel quale trovano raccordo pulsioni naturali e istinti di sopravvivenza, rappresentano infatti una situazione di equilibrio da cui però traspaiono ed emergono le angosce e la nostra paura di vivere.

Tra il 1940 e il 1945, Sutherland ha fatto parte di una speciale divisione dell’esercito inglese denominata “Artists Scheme” con l’incarico di documentare la guerra attraverso le opere d’arte. Per questa sua singolare attività bellica è stato insignito della decorazione Order of Merit.  Ha operato soprattutto sul fronte interno, raffigurando soggetti come le miniere  in Cornovaglia,  i danni dei bombardamenti su Londra e nel Galles meridionale e, poi, i danni procurati dalla RAF nella Francia occupata.

L’esperienza angosciosa della guerra, le distruzioni inflitte alle persone e all’ordine naturale delle cose, unitamente al forte interesse per l’opera pittorica e poetica di William Blake, sono alla base dell’impronta naturalistica che Sutherland è riuscito a dare al surrealismo.
La rappresentazione surreale di una natura contorta, spinosa, ove l’unico sintomo dell’ospitalità è il colore, è il prodotto di una costante ricerca tesa a illustrare lo stato della metamorfosi che confonde di continuo realtà e immagine, uomo e natura.
Anche il riferimento a Blake non è affatto casuale, William Blake il poeta romantico, l’uomo che scrive i seguenti versi: “Tigre! Tigre! Divampante fulgore nelle foreste della notte, quale fu l’immortale mano o l’occhio che ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria?”, l’artista che proclama l’assoluta compenetrazione tra esistenza e immaginazione, il liberatore della percezione dalla tirannide dei limiti imposti dalla società: aprite “the doors of perception”.
Tutto concorre alla costruzione di visioni oniriche, marcate dalla forza della fantasia, rappresentazioni di percorsi che mescolano spunti paradisiaci con il loro opposto, anche se in fondo al tunnel, non importa se verde, c’è sempre l’uomo, la dolorosa necessità di esistere e, quindi, l’obbligo di ricorrere alle più recondite energie per tentare di sopravvivere.

Ennio Flaiano. La solitudine del satiro

Come può essere solitario un satiro?

L’abitudine a rivelarsi nell’assemblea del corteo dionisiaco, partecipando al rito sacro e irridente, è certo in forte contrasto con lo stato doloroso della solitudine, perché da solitario, e intruso, si troverebbe costretto a misurarsi proprio con il gradiente indigesto della sua diversità, avvertendo immediatamente l’angoscia del rapporto individuale con il mondo reale.

Ennio Flaiano, abruzzese di Pescara, scrittore, giornalista, sceneggiatore, nel 1947 vince il primo Premio Strega con “Tempo di uccidere”, romanzo che racconta la guerra di Etiopia, scritto in pochi mesi su richiesta di Longanesi. Autore di sceneggiature di grandi film del cinema italiano, collabora con registi come Federico Fellini, Alessandro Blasetti, Luigi Zampa, Mario Monicelli, Dino Risi, Michelangelo Antonioni e molti altri.

Tiene per anni la rubrica “Diario notturno” su “Il Mondo” e collabora con alcune tra le più importanti testate giornalistiche italiane, come: il Corriere della Sera, L’illustrazione Italiana, L’Espresso, L’Europeo.

“La solitudine del satiro” è una raccolta di articoli usciti a più riprese su “Il Mondo”, sul “il Corriere della Sera” e altri giornali, ove Flaiano legge e osserva la realtà con lo sguardo di uno che non è parte, è di fuori.

Lo sguardo ironico e disincantato, appunto, di un satiro che il destino ha voluto comunque presente in uno scenario contraddistinto da cambiamenti sconvolgenti che spesso assomigliano a distruzioni, un’occhio che vede cose che scivolano inspiegabilmente addosso alla gente e puntualmente accadono senza che alcuno, intorno, dia l’impressione di accorgersene veramente.

Colate di cemento coprono le pendici dei colli di Roma mutando il volto alla città e andando anche a intaccare la cultura popolare, lo spirito che per secoli aveva animato il modus vivendi.

Bellissime le pagine dedicate all’umorismo.

Il pugile Cavicchia viene chiamato al telefono da uno spettatore durante l’incontro che volge al peggio, l’insegna della vecchia osteria, vicino al cimitero del Verano, con la scritta “Qui si piange meglio”, il fruttivendolo risponde alla domanda di una signora sulla bontà delle pere consigliandola di rimproverarle se non sono buone.

E’ la Roma del Belli attualizzata da Petrolini, patria di un “umorismo basato sulla dissociazione del reale, fumista, fisiologico, con quella bonarietà che lascia sempre il segno”, assediata da una campagna che sta cambiando, inesorabilmente, pelle. I nuovi quartieri residenziali vengono costruiti sugli antichi campi, strade larghe ancora deserte portano nomi di scrittori e poeti.

Famiglie e uomini solitari vanno a vedere le nuove case portati sin laggiù da automobili fresche d’acquisto, linde e pulite. “Altri guidatori solitari, nelle stradette che si incrociano aprono il confano del motore e guardano dentro. I colloqui dell’Uomo nella solitudine sono ormai con la macchina.”

In questo contesto anche Flaubert si troverebbe costretto a rivedere e riscrivere il suo romanzo “Bouvard et Pécuchet”, due immortali testimoni della umana stupidità, perché oggi la stupidità non è “borghese, razionalista, volterriana, come ai tempi del farmacista Homais, quanto tesa verso il futuro, piena di idee. Oggi il cretino è pieno di idee”.

Il satiro solitario è un essere libero per definizione, libertà certo dolorosa in quanto nata dalla privazione, ma al tempo stesso produttrice di un’ottica privilegiata, di una lucidità profonda nel giudicare ciò che accade, anche quando l’interesse della cronaca è ormai principalmente rivolto alle passioni.

Del resto, anche Lady Chatterley, del bosco, “la cosa che più l’aveva colpita era il guardaboschi”.

J.M.G. Le Clézio. Il posto delle balene

Jean-Marie Gustave Le Clézio, nato a Nizza nel 1940, meglio conosciuto come J.M.G. Le Clézio, è un importante scrittore francese contemporaneo che ha vinto il Premio Nobel per la letteratura nel 2008.

Romanziere, narratore, saggista, Le Clézio si è formato nel periodo del noveau roman francese,  seguendo però un percorso molto personale. A 23 anni, pubblica con Gallimard la sua opera prima: Le procès verbal, (Il verbale) con il quale giunge al successo internazionale, vincendo il prestigioso Prix Renaudot (1963).

Autore colto, di grande vitalità, nella cui opera si ritrovano spesso citazioni filosofiche (ama in particolar modo i presocratici), Le Clézio è passato dal racconto dell’alienazione dell’uomo nella società contemporanea alla narrazione di una ritrovata armonia tra l’uomo e il mondo, “l’unione tra l’individuale e il collettivo”.

La sua scrittura è caratterizzata da un grande amore per la natura, in particolare per il mare e per molti versi può dirsi vicino a Camus. Dal 1964 in poi Le Clézio ha continuato a pubblicare libri di successo. Le sue opere più significative sono: Terra Amata (1967), I giganti (1973) e Deserto (1980). I titoli più recenti sono: Onitsha (1992), Diego e Frida (1997), Le due vite di Laila (1999) e Stella errante (2000), Révolutions (2003).

“Il posto delle balene” è un piccolo libro impreziosito dai disegni dell’artista brasiliano Eloar Guazzelli in cui si racconta la storia di un’insenatura magica tra le terre della Bassa California nella quale le grandi balene erano solite andare a procreare. La ricerca di questo luogo leggendario animava le fantasie e disturbava le notti dei cacciatori di Balene che, dal New England, si spingevano sin nei mari caldi alla ricerca di un bottino di cetacei che potesse cambiare il corso delle loro vite.

Questo breve bellissimo e intenso libro, le storie intrecciate di Melville Scammon, capitano del Léonore, di un piccolo mozzo e della giovane sfortunata prostituta Aracoeli, insieme alla carneficina di balene e balenotteri neonati che produce la scoperta della leggendaria insenatura, costringono il lettore a riflettere sul destino degli uomini e anche sulla instabilità del lavoro e conseguentemente delle nostre vite.

Leggendo “Il posto delle balene” mi è venuto spontaneo pensare subito a un altro libro, comprato qualche anno fa nel book shop del Mit a Boston, l’autore è Mark Kurlansky e si intitola “The last fish tale“, traduzione letterale: Il racconto dell’ultimo pesce. Questo libro purtroppo non è tradotto in italiano e segue di qualche anno il lavoro di maggior successo, Cod (Merluzzo).

“The last fish tale” racconta come in pochi decenni un’intera società fondata sulla pesca a Gloucester, a Cape Cod, a Nantucket sia completamente scomparsa, a parte intensive coltivazioni di Astici, e siano conseguentemente scomparsi i porti, le navi, i vecchi pescatori, tutto insomma e persino i vecchi rigattieri e i negozi di antiquariato di cose marinare. Un colpo di spugna che ha dissolto migliaia di storie vissute e forse anche il molo ove era ormeggiato il Pequod di Acab prima dell’ultima caccia.

La spiaggia della Bassa California oggi è completamente abbandonata e non si possono più scorgere gli scheletri delle grandi balene e dei velieri, tutto è ridotto in polvere come le povere ossa di Aracoeli che giace sepolta da qualche parte sotto un cumulo di sassi.

Ma il destino ha voluto che anche le basi di partenza delle baleniere assassine, le città che brulicavano di marinai affamati di barili di olio e di grasso siano diventate piccoli e colorati centri residenziali ove solo piccole targhe, in ceramica, sui muri, ricordano gli uomini di mare.

Del resto oggi a Gloucester  c’è un vecchio proverbio che va ancora per la maggiore: “if you give a man a fish, you feed him, if you teach a man to fish, he will starve” che tradotto significa: “se dai un pesce a un uomo lo nutrirai, se gli insegni a pescare morirà di fame”….

Una perfida vendetta delle balene?

E’ possibile. Comunque, a pensarci bene, la cosa peggiore, la vera vendetta, è il pesce che mangiamo, ormai un rito di massa a scapito delle tempeste e delle stagioni, pesci “di plastica” tutti uguali allevati come polli di batteria.

Non sanno nemmeno più di mare.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: