Piero Gaffuri. Blog Notes, guida ibrida al passato presente

Schermata 2013-05-13 alle 18.12.32

Adesso è in libreria e disponibile anche sui principali portali on line, si intitola Blog Notes, guida ibrida al passato presente, e raccoglie i migliori post pubblicati negli ultimi due anni sulle pagine virtuali di questo blog, il blog Themadjack, non tutti ovviamente e tanto meno quelli che verranno.

Perché Blog Notes è un’istantanea di un processo in divenire con un obiettivo principale: mettere in risalto persone, autori che hanno cercato di innovare il loro mondo e fissare, attraverso un disegno collettivo, gli elementi più rilevanti dei percorsi creativi.

Semplicemente una raccolta di riflessioni e pensieri dedicati al recente passato e alla contemporaneità con un filo conduttore: la rete, Internet e, quindi, con al centro le grandi potenzialità della comunicazione elettronica.

Internet è un universo che inaugura una nuova dimensione spazio temporale, infatti in rete non vi sono limiti di tempo e spazio, di conseguenza anche la scrittura e le immagini trovano accoglienza in un innovativo spazio letterario multimediale ove si modificano le tradizionali forme di espressione, le condizioni di fruizione e si affermano nuove modalità di partecipazione del pubblico.

Storie di rilevanza creativa nei campi delle arti: colori, musica, poesia, racconto, immagini, categorie che includono le esperienze di alcuni grandi protagonisti della cultura attuale e del Novecento capaci di leggere in anticipo i caratteri del futuro proponendo, nel contempo, un’offerta creativa lungimirante e attuale.

Schermata 2013-12-11 alle 10.10.12

La necessità di usare la rete come strumento di comunicazione per diffondere e condividere percorsi di produzione culturale di qualità, ma anche per garantire la trasmissione della memoria, è la nota di fondo di un lavoro che nasce dalla rete traendo spunto dal blog Themadjack, come cucitura originale di post che, nel libro, divengono prima paragrafi e poi capitoli.

La sequenza dei contenuti, nei capitoli del libro, è coerente alla classifica di apprezzamento dei lettori della rete nelle statistiche delle pagine viste e degli utenti di Themadjack, quindi Blog Notes è un libro costruito anche dai lettori, una specie di collage nel quale la disposizione delle tessere non è per nulla casuale ma ha avuto origine da un movimento collettivo.

Un aspetto centrale nella diffusione di Internet è certamente dato dalle possibilità di partecipazione, in molti casi forme di iterazione creativa e modalità di connessione intellettuale che possono spingere più rapidamente le persone a esplorare il nuovo e l’adiacente possibile.

Mescolando gli elementi della contemporaneità con le esperienze del passato, è forse possibile contribuire, grazie anche ai loro riflessi, allo sviluppo di un modo nuovo di intendere e sentire.

Un racconto vivente della nostra epoca che contiene anche un messaggio di speranza: nonostante le difficoltà e le ansie è sempre bene assecondare il desiderio, puntando, come dimostra la raccolta di storie esemplari, costantemente alla ricerca di esperienze innovative.

Foto del 11-12-13 alle 09.57

Annunci

La ragione delle onde

onde1

Il comportamento delle onde segue principi che appaiono coerenti e incoerenti a un approccio logico rigidamente razionale, infatti non è dato sapere, sempre, se le onde nascano per la spinta del vento, se siano generate dalle correnti, o se, come talvolta accade, il moto ondoso abbia un carattere residuo e cioè sia generato da movimenti delle acque in zone marine lontane, per non parlare dei maremoti o delle cosiddette onde anomale, delle quali, non si conosce ancora la causa e l’origine.

Anche per questa ragione le onde, più di ogni altro fenomeno, rappresentano in modo evidente il carattere liquido e incerto che contraddistingue il mare e le grandi distese acquatiche.

Il rapporto tra uomo e mare è mediato dall’instabilità liquida. L’uomo, quando è in mare, smarrisce la sicurezza terrestre e deve necessariamente appropriarsi degli elementi di una nuova dimensione spazio temporale.

In mare lo spazio muta radicalmente perché vengono a mancare o a modificarsi i punti di riferimento, chi si fosse trovato in navigazione in mare aperto sa che bisogna orientarsi con il sole e le stelle (GPS a parte), in mare il tempo è un concetto relativo, allo stato atmosferico, alla potenza e all’efficienza del motore o alla intensità del vento.

Ho già scritto dell’analogia tra Internet e il mare e del fatto che anche in rete navighiamo, incontriamo porti, isole felici e infelici, sperimentando una navigazione che ha aspetti mitologici più simili all’antico che al moderno.

Oggi gran parte del mondo reale è conosciuto ed esplorato, non vi sono più, se non in casi eccezionali, terre vergini e incontaminate, al contrario la scoperta nel mondo virtuale è continua e alla portata di mano, anche se spesso ingannevole e mistificante come nel racconto di Ulisse.

La navigazione virtuale è un viaggio dello sguardo e della mente con i pregi e difetti di questa condizione ma con la possibilità di tenere sempre in vita lo spirito di ricerca e di sperimentare, viaggiando, forme innovative di socialità.

navigazione-online

Il mare e le sue onde sono, a questo riguardo, formidabili banchi di prova, perché le imprese e le scoperte del recente passato alludono fortemente alle forme possibili delle scoperte presenti e future.

Ricordo una volta quando, con un gruppo di colleghi, prendemmo a nolo una barca a vela per una breve navigazione attraverso l’Adriatico. Era appena iniziata l’estate e il tempo appariva ancora incerto. La sera della partenza pioveva ma decidemmo comunque di partire e raggiungere la costa dell’Istria. Lo skipper non era molto esperto e appena lasciata la laguna e usciti in mare capimmo che non sarebbe stata una traversata divertente. I miei amici, uno dopo l’altro vennero sopraffatti dal mal di mare, e così ci trovammo soli, lo skipper ed io, a condurre l’imbarcazione. Ancora vedevamo le luci della terra, dietro a un velo di pioggia e nebbia, quando decidemmo di tornare indietro. Ormeggiammo alle quattro di mattina alla darsena dell’isola di San Giorgio con un equipaggio stremato e semi svenuto. Non riuscimmo a raggiungere la nostra meta ma impiegammo il sabato e la domenica a navigare tra le isole della laguna e a visitarle.

La navigazione è avventura, rischio, scoperta e ricerca ma non deve prescindere dal valore e dal rispetto della socialità, il gruppo che partecipa all’impresa è parte dell’impresa, noi siamo parte di un gruppo.

Anche la navigazione in rete ha implicazioni sul gruppo di cui facciamo parte, non è mai un evento solitario, la scoperta è tale solo se viene diffusa, per questo è necessaria la partecipazione.

Vi sono molte ragioni per cui ricordo con piacere il film di Folco Quilici Sesto Continente, la prima perché lo vidi una prima volta, da bambino, la sera, all’aperto al Festival del Cinema di Venezia, la seconda, che ritengo più importante, perché della spedizione facevano parte esploratori (cacciatori subacquei), scienziati e comunicatori (Gianni Roghi e Folco Quilici).

Il mare vissuto come esplorazione e ricerca, esperienza da comunicare e condividere con un pubblico di specialisti ma anche con un pubblico possibilmente più vasto.

L’acqua non è un elemento facilmente omologabile come la terra ferma, l’acqua è movimento, arresta e spesso demolisce costruzioni, dighe e contrafforti, è anche per questa ragione che le isole, nell’acqua, hanno potuto preservare un carattere di paese.

“Il paese è un insediamento umano, generalmente di piccole dimensioni, che è caratterizzato principalmente da un’economia agricola” riporta una felice definizione di Wikipedia. L’isola non è divenuta periferia della città perché il mare l’ha impedito, isolandola, così come il mare virtuale impedisce oggi di ribaltare tout-court nella rete le regole e i meccanismi della tecnocrazia economica e finanziaria.

Per questa ragione le isole-paese sono luoghi veri ancora in condizione di mettere in evidenza diffuse capacità di espressione sociale, proposta civile e partecipazione.

cicladi1 (147)

Memoria e musica

Music

La memoria è una dimensione in cui si alternano processi di archiviazione e ricerca e, quasi sempre, la ricerca viene avviata da una funzione di richiamo, cioè prendendo spunto da un evento che spinge a scavare nei ricordi, una sollecitazione che viene dall’esterno e diventa immediatamente ricerca interiore.

I ricordi più stabili e forti sono spesso intimamente legati alle emozioni vissute, ricordiamo di più ciò che ci ha emozionato positivamente.

La musica attiene in modo stretto alla sfera delle emozioni, essa colpisce prima delle parole, sono i suoni, le melodie e in molti casi anche le dissonanze che si radicano per lungo tempo nella nostra mente, scandendo i momenti della nostra vita, i passaggi e facendo da corollario alle immagini.

Per questa ragione è interessante esplorare i percorsi della musica e dei musicisti, provando, al medesimo tempo, a ipotizzare relazioni con la memoria e l’ambiente. Seguendo quindi un itinerario che evochi un ciclo di vita, potrebbe essere la nostra vita, fino a giungere nel viaggio alla coscienza che il suono nasce dallo spazio che ci circonda, è profondamente naturale anche nelle sue deviazioni più estreme, le sue forme ibride e metamorfiche.

La musica rock ormai è entrata nel novero della cosiddetta musica colta portando con sé i suoni della storia, della contemporaneità, gli stridii e i gemiti della società industriale e delle sue guerre. L’inno americano generato dalla chitarra di Jimi Hendrix è l’icona più rappresentativa di questo scontro-incontro, è un urlo elettrico e polifonico, le sue piste sono varie: c’è la rabbia di una generazione, la voglia di cambiamento, l’evitabilità e l’orrore della guerra, l’illusione, la disillusione.

E la spettacolarizzazione della musica è riuscita a fondere, nel contemporaneo, nel suono la corporeità dei suoi attori produttori, figure spesso border line, quasi sempre tragiche, vite impossibili connotanti, in modo indissolubile, gli spartiti delle loro musiche.

the-jimi-hendrix-experience-axis-bold-as-love-booklet-01_jpg_940x0_q85

Lo spazio della tragedia si apre quando l’artista, oggetto dello spettacolo, si ribella scegliendo di enfatizzare la dicotomia tra l’essenza del suono e la propria esistenza, mettendo in luce la volontà di essere riconosciuto come soggetto creativo, uomo e non simulacro, distinguibile quindi dall’universo simbolico.

Jean-Michel Basquiat musicista, prima ancora del pittore, e Syd Barret sono esempi eclatanti di percorsi artistici e umani, diversi, che hanno in comune però una sorta di accanimento terapeutico nei confronti della corporeità. Quasi cercassero dentro le proprie viscere, o contro di esse, lo spunto creativo e la forza di andare avanti, paradossalmente di vivere. In questo caso bisogna svuotare la mente, capovolgere la memoria, andando a confondersi con dimensioni psichedeliche, quelle che a detta di Aldous Huxley: “liberano il pensiero dalle sovrastrutture delle convenzioni sociali”.

Jim Croce invece è un viaggiatore che cerca di raccontare il mondo che lo circonda, partendo dalla prospettiva di una vita umile, trascorsa misurandosi con l’umanità che affolla le strade. Una musica viaggiante interrotta da un volo disgraziato. Interessa l’ambiente, ciò che succede, la dinamica sociale.

Lucio Dalla e Salvatore Sciarrino non hanno molto in comune, ma una cosa sì, il mare. Sono le sonorità marine a spezzare le melodie di Dalla quando egli decide di lanciarsi in gorgheggi stile scat, una parlata subacquea, incomprensibile e verbalmente silenziosa fatta eccezione per la sua musicalità. E’ il mare e il suono della natura a scandire gli spazi e i tempi di Sciarrino, gli esseri viventi che popolano la battigia, il fruscio del vento tra le piante appena sotto le dune.

La natura torna centrale nel percorso della memoria e lo è anche quando sembra assente, perché si rivela attraverso i corpi, la scelta di essere parte o non esserlo, e infine nel confronto inevitabile con il contesto materiale.

Fausto Romitelli tratta il suono come materia da scolpire, indagandone i particolari, rovesciando le superfici. Aphex Twin mette insieme sonorità inconciliabili dimostrando, comunque, che nell’universo naturale non vi è limite alla possibilità di coesistere.

Infatti, per la natura, anche una scheggia ha significato, così come il frammento può essere una traccia per la memoria.

Aphex

Aphex Twin. Identità plurale

aphex_twin_first_pic

La rete e in generale l’uso delle applicazioni in rete, in primo luogo i social network, hanno un’influenza non trascurabile sulla natura della nostra identità e sulle sue manifestazioni. L’espressione dell’identità è condizionata dal contesto in cui essa agisce e dalle relazioni sociali. A favore della sua costruzione, o decostruzione, giocano molti fattori percettivi. Nella definizione dell’identità, del suo riconoscimento e apprezzamento, infatti è importante la percezione degli altri: ciò che l’altro vede e conserva di noi.

La rete, invece, consente alle identità di mostrarsi svincolate dalla identificazione con il corpo, un’apparenza virtuale, un altro da sé. Queste dinamiche confondono avvicinando l’identico al non identico, quindi mettendo in discussione il concetto stesso di identico e sostituendolo, talvolta, con una rappresentazione simbolica multipla.

La rete, perciò, permette all’io di diventare plurale.

L’esperienza musicale di Aphex Twin è a questo riguardo sintomatica, Aphex Twin infatti è solo uno dei numerosi pseudonimi di Richard Davis James, uno dei principali attori della musica elettronica contemporanea.

Richard Davis James nasce in Irlanda ma trascorre la sua giovinezza in Cornovaglia dove giovanissimo si diletta a registrare e modificare molti Extended Play elettronici creando propri sound. Questo periodo di apprendistato consente a James di diventare un maestro  nell’arte dell’ibridazione, mettere insieme sovrapponendoli contributi diversi provenienti da molteplici esperienze di musica elettronica: Kosmische Musik, Acid house, Industrial music, le forme più estreme della sperimentazione musicale del periodo.

Questo modo di lavorare apre un percorso che avvicina James alla musica concreta e a un’elaborazione musicale che lavora sulla dicotomia concettuale tra suono e rumore.

Pubblica il suo primo album nel 1992, Select Ambient Works 85-92 una fusione di musica ambient, suoni atmosferici e naturali, e musica techno, con lo pseudonimo di Aphex Twin. Aphex è l’acronimo di Aphex System Ltd, compagnia di apparecchiature audio per elaborazione del segnale, mentre Twin sta per gemello: il fratello di James Richard deceduto alla nascita, con il quale condivide anche una parte del nome.

flowchart aphex twin

A questo lavoro, che rappresenta il primo importante tassello di un percorso nel quale le sonorità ambientali vengono mixate con i ritmi della musica techno, ne seguono altri tra cui emergono Surfing on Sine Waves, surfing su onde sinoidali, e più tardi …I Care Because You Do e soprattutto Richard D. James Album, nel quale alla strumentazione analogica viene sostituita quella digitale.

Oltre a questi prodotti, che sono considerati dalla critica i più rilevanti, Aphex ne pubblica molti altri, di minore importanza e intensità, usando spesso una molteplice serie di pseudonimi.

AFX, Bradley Strider, Polygon Windows, Blue Calx, The Dice Man, Power-Pill sono solo alcuni dei più noti ma sicuramente ve ne sono altri con i quali ha firmato pezzi sperimentali o semplici divertimenti.

Incredibilmente, a cominciare dai primi anni duemila, la sua forte vena creativa al principio si raffredda e poi lentamente si spegne, anche se gli estimatori attendono ancora fiduciosi il segnale della rinascita.

L’arte del remix, del mash up che consente di mettere insieme e mescolare spezzoni di suono apparentemente inconciliabli e contrapposti è assimilabile al tentativo di costruire un’identità iniziando dalle distinte parti. Un’identità che viene a ritrovarsi nella sua molteplicità perché, in fondo, ne è parte. In questo vi sono forti analogie tra i processi della rete e i meccanismi della musica elettronica, ma anche con certa letteratura e il preferire al testo il frammento, lasciando al frammento l’opportunità di farsi testo.

Le copertine degli album di Aphex Twin ben rappresentano la vertigine di questa tendenza, nell’immagine spesso il suo volto è trasfigurato assumendo espressioni inquietanti, talvolta l’aspetto di mutante, per giungere all’icona più significante, dove la sua testa é perfettamente integrata nel corpo formoso di una donna in bikini bianco.

Aphex bikini

Fausto Romitelli. Professor Bad Trip

6a00d8341c630a53ef0147e17ab5ff970b-500wi

Fausto Romitelli, scomparso precocemente nel 2004 a soli quarantun’anni, può essere a ragione considerato un veggente della musica contemporanea. I suoi riferimenti musicali e culturali sono eclettici, talvolta accompagnati dal fascino spettrale di vite bruciate o consumate, come nel caso di Jim Morrison e Syd Barrett, ma soprattutto sostenuti dalla necessità della ricerca e dalla luminosità dell’intuizione, come è stato ad esempio per Karlheinz Stockhausen.

Anche i passaggi allucinati di Henri Michaux, raggiungere la vertigine mediante l’approfondimento, hanno avuto un influsso importante sul suo lavoro, almeno sotto la forma del contributo conoscitivo, suggerimenti per intendere come procedere. L’obiettivo è l’estensione cercando la profondità, come nei passaggi di Michaux, trasfigurando le forme e abbandonando consciamente la mente nel vortice di un complesso e mutevole mash up di parole, immagini, suoni e colori.

L’inclinazione allo spaesamento, nel senso di improvviso mutamento di scenario e riferimenti, ha spinto la ricerca di Romitelli al di fuori del solo contesto della musica di avanguardia colta, producendo tonalità contraddistinte da forti contenuti espressivi ed effetti sonori aggressivi.

Possiamo collocare in quest’ambito uno dei suoi lavori più importanti e seguiti, la trilogia Professor Bad Trip (1998-2000), che prende proprio avvio dalla lettura delle opere di Henri Michaux,  scritte sotto l’effetto di droghe e allucinogeni.

Romitelli ha mescolato in questa composizione la ricerca sonora del rock, il trattamento elettroacustico del suono, l’uso estremo degli strumenti con il suo consueto interesse per la contaminazione e le distorsioni.

Romitelli-2001-01

L’efficacia di Professor Bad Trip viene dal processo di ibridazione di generi musicali che in esso si realizza. Il portato delle suggestioni acquisite all’IRCAM di Parigi e un’acuta selezione delle tonalità, provenienti direttamente dalla musica underground, dal rock, dal jazz, contribuiscono a creare un generale effetto estatico. Il singolo contributo di ogni strumento e il mix dei suoni disorientano, si prova una sensazione di ebbrezza, come di perdita di equilibrio e smarrimento della dimensione spazio temporale.

“Al centro del mio comporre c’è l’idea di considerare il suono come una materia in cui sprofondare, per forgiarne le caratteristiche fisiche e percettive: grana, spessore, porosità, luminosità, densità, elasticità. Quindi scultura del suono, sintesi strumentale, anamorfosi, trasformazione della morfologia spettrale, deriva costante verso densità insostenibili, distorsione, interferenze, anche grazie al ricorso alle tecnologie elettroacustiche. E sempre maggiore importanza data alle sonorità di derivazione non accademica, al suono sporco e violento di prevalente origine metallica di certa musica rock e techno” (Fausto Romitelli).

Professor Bad Trip è senza dubbio il trionfo dell’anamorfismo del suono inteso come segno e immagine andando al di là della semplice deformazione del significato, perché in gioco è la complessità della materia, il materiale suono viene rappresentato in una prospettiva diversa e la nuova prospettiva muta radicalmente lo stato originario.

Il metallo è un materiale che riflette la luce, le lastre di metallo producono suoni e vibrazioni, c’è lucentezza metallica e anche, ovviamente, sonorità metallica nei passaggi allucinati di Professor Bad Trip ma ascoltando le tre parti della composizione si giunge alla conclusione che oltre ad essere un percorso che enfatizza la coscienza è un cammino di conoscenza, in profondità e oltre il limite.

E Professor Bad Trip allude a un altro tratto psichedelico che ritroviamo nel felice segno grafico di Gianluca Lerici (in arte Professor Bad Trip) artista underground noto in particolare per l’adattamento a fumetti del Pasto nudo di William S. Burroughs che condivide con Fausto Romitelli anche l’anno di nascita (1963) e, purtroppo, la scomparsa prematura, in questo caso improvvisa, per infarto nel 2008.

profbadtrip

Bruno Maderna. Melodie contemporanee

Bruno Maderna è stato un precocissimo musicista e poi compositore e direttore d’orchestra italiano. Ha insegnato composizione al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia diretto da Gian Francesco Malipiero avendo fra i suoi studenti Luigi Nono. Nel 1955 insieme a Luciano Berio ha fondato lo Studio di fonologia musicale della RAI a Milano allo scopo di svolgere esperimenti di musica concreta e di musica elettronica. La musica di Maderna mantiene comunque viva una costante attenzione alla lirica e alla melodica.

Il catalogo teatrale di Maderna include solo due titoli destinati alle scene: Hyperion e Satyricon. Hyperion è un’opera aperta che è stata rappresentata in modalità sempre diverse. Un’opera che potremmo definire mobile perché sfugge a ogni possibilità di classificazione. L’impianto drammatico infatti è diverso nelle rappresentazioni che si sono via via succedute come, del resto, la struttura stessa dell’opera, esistono anche quattro differenti versioni da concerto, tutte successive alla prima rappresentazione teatrale.

Hyperion è una metafora della condizione umana schiacciata e costretta dalla onnipresenza delle macchine, l’uomo lotta contro l’aggressione macchinica favorita dall’industrializzazione. Il suono del flautista è interrotto e distorto dai rumori prodotti da elettricisti e macchinisti presenti sulla scena.  Il seguito è caratterizzato da un confronto, scontro crescenti tra il flautista solitario e un universo di uomini, macchine e mezzi. Le macchine hanno la meglio e il flaustista viene inglobato nelle loro strutture metalliche. Solo l’arrivo di una donna, che fuoriesce da un contenitore di metallo, e il suo canto dei versi dell’Hyperion di Hölderlin ridà libertà al suono del flauto. Infine il flautista se ne va abbandonandosi a un ultimo liberatorio assolo.

Maderna prende spunto dal romanzo epistolare Hyperion di Friedrich Hölderlin. L’unica opera completa del poeta tedesco ambientata in Grecia al tempo della insurrezione nazionale contro la dominazione dei turchi ottomani. Hyperion è un poeta che sogna il ritorno del mondo greco antico, il tempo degli dei, Zeus e Pallade, e un uomo innamorato di Diotima che riassume in sé i caratteri della bellezza classica. L’insurrezione sembra a Hyperion il solo modo per tornare al mondo antico e nonostante Diotima lo metta in guardia avvertendolo che soltanto la ricerca della bellezza può richiamare i fasti del passato, Hyperion si consegna alla causa rivoluzionaria. La realtà che si manifesta non ha nulla in comune con i suoi limpidi ideali. I rivoluzionari si macchiano di orrendi delitti replicando le atrocità dei dominatori ottomani, Diotima muore rendendo impossibile il sogno di una loro vita in un mondo ritrovato e ideale. Hyperion prova altre strade, raggiunge la Germania, ma viene respinto da un universo schizofrenico e dominato dalle macchine.

La natura, da vivere in uno stato d’estasi eremitica, è il rifugio terminale di Hyperion, solo la natura consente un rapporto puro e immediato, scevro di quelle mediazioni e contaminazioni sociali che inevitabilmente alimentano le deviazioni umane.

“Hyperion – dice Maderna – è la rappresentazione del Poeta, dell’artista, di un uomo solo che cerca di convincere gli altri, di portarli verso le sue idee, i suoi ideali. Ma i suoi ideali sono così alti, buoni e tolleranti che la gente non è in grado di capirli”.

Nella composizione di Maderna, o meglio nelle composizioni, tocca alla donna rappresentare l’ultimo rifugio dell’uomo contemporaneo, il canto poetico della donna rammenta all’uomo la nascita, l’origine e la donna è l’essere vivente che meglio esprime il mistero della natura.

Peter Greenaway. The Draughtsman’s Contract

Qualche giorno fa ho avuto l’occasione di ascoltare nella hall del MAXXI di Roma (il Museo delle arti del XXI secolo) un breve, ma intenso, concerto del quintetto d’archi “Architorti” gruppo musicale che dal 2004 realizza le colonne sonore dei film di Peter Greenaway. La locandina diceva che l’evento era organizzato per raccontare la bellezza: “Peter Greenaway condurrà il pubblico in una esperienza che coinvolgerà tutti i sensi, una performance in cui la sua visione di regista diventa immagine in movimento e musica”. In effetti il concerto non ha tradito promesse e aspettative, questo frammento pubblicato su You Tube ne è breve testimonianza.

L’evento dà l’occasione di scrivere di Peter Greenaway, un regista pittore o se volgiamo un pittore regista, che fin dalle origini ha messo in seria discussione le modalità tradizionali che sottengono alla costruzione del racconto cinematografico scegliendo strade nuove e preferendo la semeiotica all’approccio semiologico. Le trame e la struttura narrativa dei film di Greenaway nascono infatti dal colore, dal significato dei numeri e delle lettere dell’alfabeto, tanto per fare alcuni esempi. Ciò che interessa al regista è l’impatto visivo delle immagini sullo spettatore, l’allusione simbolica e significante dei tanti dettagli, frammenti, indizi che sono disseminati nelle diverse inquadrature.

Greenaway, in tal modo, apre il cinema alla prospettiva del sentire attraverso la visione e, così facendo, utilizzando un meccanismo generato dall’incanto emozionale conduce lo spettatore in un ambiente simbolico, un labirinto di segni e forme che non ha mai fine aprendosi, ad ogni passo, a nuove sorprese e scenari. L’interesse di Greenaway per la pittura barocca, e l’arte in genere, ha avuto senz’altro un notevole impatto sul suo modo di fare cinema, anche perché risulta abbastanza evidente il suo uso dell’arte come strumento per leggere e interpretare la realtà.

In un’intervista di qualche anno fa a un quotidiano italiano Peter Greenaway ha sostenuto: ”Ogni arte è un’esperienza educativa; i miei film sono difficili ma fanno parte di un processo d’apprendimento che incoraggia le persone a pensare visivamente. Ricerco strutture non narrative correlate alla pittura; la pittura è estremamente importante, l’occhio del pittore è lo strumento attraverso cui vediamo il mondo.”

Il film che a mio parere, senza nulla togliere agli altri, meglio rappresenta questa linea di pensiero e di realizzazioni è “The Draughtsman’s Contract”, il contratto del disegnatore, noto in Italia con il titolo “I misteri del giardino di Compton House”, un film del 1982.

La storia è ambientata nell’Inghilterra del ‘700, la moglie di un facoltoso proprietario terriero assume un pittore per riprodurre in più vedute la tenuta di Compton House al fine di regalare al marito assente, una volta tornato dal suo viaggio, i quadri. In realtà il paesaggista, Mr. Naville, è assunto anche per soddisfare le voglie sessuali della signora e successivamente della figlia. Intanto nei giardini cominciano ad apparire oggetti abbandonati e abiti appartenenti a Mr. Herbert, il padrone di casa, che vengono fedelmente riprodotti nelle opere di Naville. Un giorno viene rinvenuto in un fossato della tenuta il cadavere di Mr. Herbert, appare evidente che si tratta di un omicidio, i lavori di Naville possono essere utili per tentare di ricostruire ciò che è avvenuto. Ma non interessa a nessuno, anzi Naville diventa un testimone scomodo al punto che viene ucciso dagli stessi uomini che avevano ordito l’assassinio di Mr. Herbert e i suoi disegni distrutti.

The Draughtsman’s Contract è un’allegoria del pensiero di Greenaway. Il dettaglio, i frammenti, i simboli valgono in quanto tali più che organizzati attraverso legami che propongano un significato, anche perché quando al significato complessivo è data contezza è tardi e può essere inutile, come nel caso di Naville.

Non ha quindi ragion d’essere un vedere disgiunto dal sentire.

John Cage. Music for Marcel Duchamp

Nel 1979 frequentavo ancora l’Università e ebbi l’opportunità di partecipare all’organizzazione di una mostra evento, patrocinata dal Comune di Padova, per ricordare il Circolo Il Pozzetto. Il Pozzetto, diretto dal prof. Ettore Luccini, era stato un circolo culturale molto attivo in città sul finire degli anni cinquanta. Innumerevoli artisti e musicisti avevano esposto e suonato all’interno dei suoi ambienti,  anche musicisti, all’epoca, poco conosciuti come John Cage.

Teresa Rampazzi, compositrice, pianista e ricercatrice musicale, una delle prime donne in assoluto a occuparsi di produzione e diffusione della musica elettronica e d’avanguardia in Italia, così ricorda quelle straordinarie serate al Pozzetto: “Io presi parte a due manifestazioni musicali date al Pozzetto. Nella prima, gli esecutori erano, oltre a me stessa, nientemeno che Metzger, Bussotti e Cage. Si creò un clima quasi dionisiaco: ognuno si era preparato una partitura sconosciuta all’altro e si suonò e si fece suonare di tutto, passeggiando per la sala, aggredendo tutto ciò che poteva rispondere con segnali fonici. Un’anarchia indescrivibile, seguita attentamente da un pubblico serissimo! Nella seconda occasione si trattò di un vero e proprio concerto a due pianoforti, posti alle estremità opposte della sala, in modo che i pianisti non potessero vedersi né comunicare con cenni. Ebbi l’onore e la gioia di suonare con Cage restando indipendente da lui, eppure raggiungendo un accordo miracoloso. Nessuno dei due conosceva la partitura dell’altro, eppure questa fu la prima e ultima volta che io conobbi l’esperienza così esaltante di un dialogo coerente, guidato solo da un legame musicale”.

Ricordo bene Teresa, una signora con due grandi occhiali. Venne nei locali della mostra con un registratore Revox e un gran numero di nastri che contenevano musiche di Berg, Webern, Schoenberg, Boulez, Maderna, Stockhausen, Nono, Berio e Cage. Mi raccontò della situazione di arretratezza culturale di quegli anni, il pubblico era ancora fermo al melodramma ottocentesco e non conosceva e apprezzava compositori come Mahler. John Cage a Padova nel 1959 era davvero una primizia assoluta.

Trascorsi ore insieme agli amici ad ascoltare il contenuto dei suoi nastri e quel poco che conosco e capisco di musica contemporanea lo devo sicuramente a quei momenti.

 “Music for Marcel Duchamp” è stato composto da John Cage nel 1947 per uno spicchio del film surrealista di Hans Richter: “Dreams that money can buy”. Il film contiene parti prodotte da artisti diversi e la musica di Cage riguarda il segmento disegnato da Marcel Duchamp. Il settore si intitola “dischi” e consiste principalmente di rotorilievi disegnati da Duchamp. Disegni su cerchi piatti di cartone da posizionare sul piatto di un giradischi fonografico. Il film è disponibile interamente su You tube.

Music for Marcel Duchamp è uno dei primi pezzi a esplorare sistematicamente l’idea del silenzio.

Yoko Ono. La bambina dell’oceano

Yoko Ono incontra per la prima volta John Lennon all’anteprima di una sua esibizione all’Indica Gallery di Londra, nel novembre del 1966.

John resta molto colpito dall’ironia e dall’interattività delle opere esposte, ad esempio l’installazione che prevede una scala davanti ad una tela nera e che per mezzo di specchietti consente di leggere la parola Yes. O  di una mela vera (almeno pare vera) esposta con la targhetta Mela. Quando viene a sapere che il prezzo della mela è di 200 sterline pensa a uno scherzo divertente.

Un’altra opera consiste semplicemente in un muro sul quale i visitatori sono invitati a battere un chiodo con il martello. Yoko però, in considerazione del fatto che l’esibizione deve iniziare il giorno successivo, non permette a Lennon di apporre il primo chiodo. Dopo le insistenze e una discussione con il proprietario della galleria,  Yoko Ono cede e consente a John di mettere il primo chiodo, ma solo al prezzo di 5 scellini.

Lennon allora dice: “Ti darò 5 scellini immaginari se mi lasci mettere un chiodo immaginario”.

Cominciano così a frequentarsi, dando origine a uno dei rapporti sentimentali più speciali e stravaganti del mondo dell’arte.

Yoko era nata in Giappone a Tokyo nel 1933 in ambiente altolocato e ben abbiente. E’ la figlia maggiore di Isoko Isuda, membro di una delle più ricche famiglie di banchieri giapponesi, e di Eisuke Ono, una pianista classica che aveva lasciato la carriera per lavorare in banca.

Il suo carattere viene temprato dalla tragedia della guerra e poi dalle vicende del dopoguerra con il padre prigioniero in Cina e la famiglia sfollata e impoverita.

Successivamente la famiglia Ono si trasferisce in America a Scarsdale, New York. Yoko frequenta il Sarah Lawrence College. Già dai tempi del college Yoko ama circondarsi di artisti, poeti e personalità dalla vita bohemienne, in continua ricerca di libertà espressiva. Visita le gallerie d’arte e partecipa a eventi artistici in città, spinta dal desiderio di poter esporre, prima o poi, i suoi lavori.

La bambina dell’oceano, coerentemente al significato del suo nome, ha una personalità forte e spumeggiante.

Yoko Ono è tra i primi artisti ad esplorare l’arte concettuale e le performance. In Cut Piece è seduta su un palco e invita il pubblico a tagliare con le forbici i suoi vestiti fino a restare nuda. Un altro esempio di arte concettuale è il libro Grapefruit (Pompelmo) edito per la prima volta nel 1964, che comprende strane istruzioni Zen da completare nella mente del lettore.  Il libro, distribuito da Simon and Schuster, ha numerose riedizioni e ristampe.

Yoko Ono ha diretto film sperimentali, ottiene successo con  Four del 1966,  anche conosciuto con il titolo Bottoms. Il film consiste in molte inquadrature di natiche di persone che camminano su una pedana mobile. Lo schermo è suddiviso in quattro parti in modo similare alla fessura e alla piega orizzontale dei glutei. La colonna sonora consiste in interviste alle persone filmate o a coloro che hanno collaborato al progetto. Nel 1996, la Swatch ha prodotto un orologio in edizione limitata per commemorare il film.

Yoko ha molta influenza su John ma al contrario, di quanto possano pensare i fan più integralisti del quartetto di Liverpool, un’influsso utile, positivo e molto gradito da Lennon stesso.

John Lennon ricorda Yoko in molte canzoni. Quando era ancora nei Beatles scrive The Ballad of John and Yoko, poi la ricorda in Oh Yoko, Dear Yoko e Julia, una canzone dedicata alla madre, dove un verso recita “Ocean child calls me, so I sing a song of love”.

“La bambina dell’oceano mi chiama e io canto una canzone d’amore”.

Lucio Dalla. Come è profondo il mare

I giornali, le televisioni, le radio e web celebrano Lucio Dalla scomparso a Montreux, per un infarto, appena pochi giorni prima del suo compleanno.

Montreux è una bellissima cittadina svizzera sul lago di Ginevra e in piazza c’è una grande statua di Freddie Mercury. Il leader dei Queen ha trascorso in quei luoghi l’ultimo periodo della sua vita dopo essere venuto a conoscenza di aver contratto l’AIDS. La canzone dei Queen A Winter’s tale, dall’album Made in Heaven, è ispirata a Montreux. E’ un posto molto bello, sono stato da quelle parti alcuni anni fa, il lago ha un aspetto solare, sembra un pezzo di mare incastonato per un capriccio in mezzo a dolci montagne verdi smeraldo.

Lucio Dalla ha accompagnato la mia vita, come del resto quelle di altri.

Nel 1969 avevo quattordici anni. Guardavo ancora i cartoni alla Tivù dei ragazzi. Lucio suonava e cantava Fumetto, che poi era la sigla del programma: “Gli eroi di cartone”.

Ricordo quando cominciò a esibirsi con regolarità alla televisione, erano i primi anni settanta e suonava il clarinetto nell’orchestra di Lino Patruno. Indossava strane camicie, nere, comunque scure (la Tivù era in bianco e nero) con arabeschi o disegni optical e suonava divinamente. Conquistava la scena, perché riusciva a trasmettere la grande energia che aveva dentro e quando partiva con imprevedibili gorgheggi in stile scat, una sua caratteristica vocale, diventava davvero irresistibile (Una delle sue prime incisioni scat fu inserita in un album dei Flippers, intitolato “At Full Tilt”, nella canzone Hey you).

Negli anni settanta, in mezzo all’esplosione politico psichedelica della musica pop e dei cantautori nostrani, le sue canzoni affioravano come boe colorate, per esempio quelle contenute nell’album Anidride solforosa e scoprivamo, in Mela di scarto, cosa fosse il Ferrante Aporti e che davvero Tu parlavi una lingua meravigliosa.

Venne il 1977 e nel bel mezzo dell’assalto al cielo, della rivoluzione mancata, il 1977 non il 1968, Lucio Dalla pubblica Come è profondo il mare. Ricordo le polemiche, perché la canzone è considerata da molti una sorta di prodromo del riflusso non essendo intonata ai tempi. Come al solito non capivano niente. Una grande canzone, finemente poetica, totalmente umana. Il mare, del resto, è una costante nelle canzoni di Dalla, dal mare arriva sempre qualcosa e sotto il mare c’è tutto, il mistero della vita, prima ancora dei buoni e dei cattivi pensieri.

Alla fine dei settanta, d’estate, mi trovavo in ospedale e leggendo i giornali vedo che Banana Republic è diventato un successo mediatico. La canzone e il titolo dell’album, tratto da un brano del cantante country Steve Goodman, e tutte le altre, in particolare, Ma come fanno i marinai. Lucio Dalla, insieme a Francesco De Gregori, si era ripreso d’un balzo la ribalta delle giovani emozioni riempiendo gli stadi in tutta Italia.

Nei primi anni ottanta ho cominciato a lavorare, però ricordo di aver assistito, a Padova in un Appiani gremito, a un bellissimo concerto di Dalla accompagnato dal gruppo degli Stadio.

Più recentemente l’ho incontrato di persona, di sfuggita a Roma, in uno studio televisivo, ma non importa.

Lucio, a modo suo, è stato sempre presente, con le sue canzoni e con la capacità che aveva di raccontare storie che ciascuno di noi riusciva a sentire vere e spesso anche proprie.

La più bella di queste storie, è senz’altro la sua, cominciata il 4 marzo del 1943.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: