Piero Gaffuri. Uomini condannati a sognare

Il nuovo libro di poesie, con i disegni dell’autore

 

Non è la prima volta che Gaffuri si cimenta con la poesia, dopo aver dato prova di sé nella narrativa e nella saggistica. Rispetto alle precedenti esperienze qui egli appare più libero, sia nell’ampiezza dei temi trattati e sia nella forma attraverso la quale raggiunge la propria cifra stilistica. La scelta di decorare le pagine con una selezione dei propri disegni, dimostra oltre modo la volontà dell’autore di intendere l’espressione come necessità.

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VCastelnuovo

 

Nota dell’autore. Tratta dal libro.

Poesie e disegni

Il percorso iconografico

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Charles Cros. La grande visione

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Charles Cros è un autore poco conosciuto ma senza dubbio una delle personalità più straordinarie ed eclettiche che abbiano animato la vita culturale della Francia dell’ottocento.

Ha pubblicato alcune raccolte di poesie e nel 1888 il breve poema “La Vision du Grand Canal Royal des Deux Mers” ottenendo poco successo, a parte qualche rappresentazione brillante nei teatri di allora, comunque l’aspetto interessante della sua personalità creativa è stato l’aver spaziato dalla pittura, alla fotografia, sino ai prodromi delle tecniche audio foniche.

Significativo il suo percorso formativo e scientifico. Inizia gli studi di fisica e chimica, lasciati successivamente per dedicarsi alle attività letterarie. Nel 1869 pubblica un trattato dal titolo: “Solution générale du problème de la photographie des couleurs” dedicato allo sviluppo della fotografia a colori, nel quale spiega come l’uso di filtri in vetro di differenti colori rosso, giallo e blu poteva consentire di riprodurre i colori originali della scena fotografata. Purtroppo nello stesso momento un altro studioso, Louis Ducos du Hauron, presentava proposte molto simili e Cros non aveva  difficoltà a concedergli il primato dell’invenzione.

Come inventore Cros non può dirsi fortunato, infatti è ricordato soprattutto per aver quasi inventato il fonografo. Pochi, a quel tempo, avevano pensato di creare un apparecchio in grado di registrare e riprodurre suoni, così inventa  il “Paleophone” (Voix du passé), e nel 1877 lo presenta all’Accademia delle Scienze di Parigi con una lettera che spiega il suo funzionamento. L’anno successivo però Thomas Edison brevetta negli Stati Uniti il suo prototipo.

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Un’altra passione di Cros erano i pianeti e le stelle, avendo notato punti di luce su Marte e Venere, si era convinto che fossero gli indizi della presenza di grandi città evolute e per tale ragione aveva ripetutamente chiesto al Governo francese di poter sviluppare sistemi di comunicazione visiva che potessero connettere il genere umano con quelle civiltà aliene e sconosciute.

L’aspetto sul quale però è opportuno riflettere è il senso complessivo della ricerca di Cros, un poeta che due secoli orsono prova a mettersi in gioco usando quelle che oggi chiameremmo le nuove tecnologie, un uomo che pur avendo i piedi nell’ottocento proiettava la mente nei secoli successivi.

Il poema “La Vision du Grand Canal Royal des Deux Mers” mantiene intatto il valore di questa ricerca antero orientata e, titolo compreso, è una rappresentazione di un grande spettacolo marittimo e terrestre, un incontro tra culture, profumi e odori, un inno prematuro alla multiculturalità.

“…L’aurore étend ses bras roses autour du ciel.
On sent la rose, on sent le thym, on sent le miel,
La brise chaude, humide avec des odeurs vagues,
Souffle de la mer bleue oh moutonnent les vagues.
Et la mer bleue arrive au milieu des coteaux;
Son flot soumis amene ici mille bateaux :
Vaisseaux de l’Orient, surchargés d’aromates,
Chalands pleins de mais, de citrons, de tomates,
Felouques apportant les ballots de Cachmir,
Tartanes où l’on voit des levantins dormir….”
 

Le navi di Cros sono proprio come un ricco sciame di api, portano il grano ai paesi che ne avranno bisogno in futuro e in tempi che si preannunciano difficili. Sono macchine efficienti e invincibili che collegano le terre e il poeta moderno si trova ad esplorare il mondo con loro, prova a usarle e a trasformarle in strumenti poetici. Non a caso Apollinare ne “L’Esprit nouveau et les Poètes” scrive: “Les poètes veulent dater la prophetie, cette ardente cavale que l’on n’a jamais maitrisée. Ils veulent enfin, un jour, machiner la poèsie comme on a machiné le monde.”

Cros, invece, aveva capito che l’ingegneria del mondo, presto, avrebbe fatto volentieri a meno della poesia.

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Jean Clair. Medusa


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L’immagine della spaventosa bellezza androgina di Medusa creazione di Tonino Cortese, noto scultore lucano al quale è caro il mito greco, è forse il modo migliore per introdurre alcune riflessioni sull’originale contributo di Jean Clair, intitolato appunto Medusa.

Chi era la Medusa di antica memoria? Un mostro, una delle tre Gorgoni.

Gli uomini che la incontravano e incrociavano il suo sguardo erano trasformati in pietra. Perseo l’avvicina dormiente e la uccide decapitandola, usando lo scudo come specchio per respingere l’aggressione dello sguardo.

Questo riporta il mito. Jean Clair invece elegge la Medusa a simbolo di un mondo arcaico, divinità che incarna il disordine e il caos e rimanda “come Artemide e Dioniso a quei periodi di oscillazione tra cultura e barbarie, vita e morte” che sempre hanno contraddistinto la storia umana, anche se poi annota come l’arte, nel tempo, abbia contribuito a rendere il suo aspetto esteriore più umano, quasi dolente, una sorta di antropomorfizzazione del mostro, un modo per rendere il suo ricordo piacevolmente neutrale.

Medusa è invece la rappresentazione della natura, delle sue forze più oscure e ostili al genere umano, e quando le epoche perdono il filo della ragione, appare nella sua versione originaria e terrificante.

“Non si tratta più di antropomorfizzare la natura, bensì di affrontare la naturalizzazione dell’uomo. Non è più l’uomo a guardare la natura e ordinarla: è la natura in quanto radicalmente altra dall’uomo, a guardarlo e pietrificarlo, a trasformarlo in foglie, fronde, fiori, ghiaia, rocce.”

Questo è il passaggio ove conduce lo sguardo di una Medusa improvvisamente ritrovata e, anche, forse, un tema di riflessione sul perché oggi, ogni volta che subiamo l’effetto di fenomeni atmosferici, inevitabilmente affondiamo.

La razionale e pacata serenità con la quale, in passato, affrontavamo gli eventi straordinari ha lasciato il posto all’ansia verso le manifestazioni del prevedibile ordinario e anche se esse sono preannunciate da accurate prescrizioni provocano apprensione.

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Le ragioni sono molte, e non si sbaglia a scrivere che in noi sia tornata la paura del naturale, anche perché l’ordine prodotto dal lavoro dell’uomo si è dimostrato apparente. Le campagne coltivate sembrano composizioni geometriche, i fiumi domati dalla pulizia del cemento, i laghi contornati da dighe, e proprio quelle geometrie, ordinando il presunto caos preesistente, hanno reso possibile la definitiva scomposizione della certezza, tramite alluvioni, esondazioni, terremoti, smottamenti, incendi.

Lo sfruttamento della natura non poteva essere infinito, l’uomo ha scelto di allontanarsi dalle campagne, dai boschi e dalle foreste, la paura è solo un dolce richiamo dell’ancestrale appartenenza.

“Il mondo moderno, come avevano scritto Nietzsche e Schopenhauer, rimane abitato dal ricordo, tenace come un rimorso, dei demoni e degli dei; è compito del poeta, del pittore o del filosofo, resuscitarne la presenza.”

Non è opportuno uccidere il mostro per paura di specchiarsi in lui, facendolo si finisce per uccidere noi stessi, come rammenta il ritratto di Dorian Gray, ciò che talvolta pare mostruoso è solo un’altra faccia, quella oscura, dell’azzurro del cielo, quindi, semplicemente, il prezzo da pagare alla bellezza.

Jean Clair racconta che i contemporanei di Jackson Pollock, “giocando sull’omofonia del suo nome e della sua tecnica con il nomignolo del celebre assassino londinese Jack The Ripper (Jack lo squartatore), l’avevano soprannominato Jack The Dripper (Jack lo sgocciolatore).”

Una battuta d’atelier che rivela il disagio della civiltà verso un’arte che allude al movimento e ai gesti della natura, ma anche il disagio dell’arte stessa per il degrado moderno della sua immagine.

“Il dripping di Pollock non è altro che il sangue gocciolante della testa mozzata di Medusa che disegna l’aleatoria figura della nostra perdizione.”

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Al and Al. I sogni delle macchine

 

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Al Holmes e Al Taylor noti al pubblico anche come al and al sono artisti visivi e registi inglesi conosciuti per i loro film di carattere spiccatamente surrealista nei quali riescono a coniugare live action e realtà virtuale e a creare sensazioni oniriche.

Non è facile trovare in giro foto e immagini della coppia, nonostante ormai abbiano raggiunto un certo successo, nemmeno sul web e le loro storie hanno elementi di originalità. Al Holmes, ad esempio, ha trascorso la sua prima giovinezza con un nonno inventore alla costante ricerca di una macchina che potesse generare il moto perpetuo. La strana coincidenza è che il nonno di Al Holmes aveva anche progettato una macchina per fare torte per il nonno di Al Taylor, un premiato pasticciere.

I percorsi formativi dei due artisti, inizialmente, sono molto diversi: Al Taylor studia fotografia e inizia a lavorare nel settore della moda con fotografi come Steven Klein e David Sims, poi, lascia la moda e studia sceneggiatura. Al Holmes, invece, intanto studia teologia e mistica, nel Seminario di Londra e vuole farsi prete. Altre singolari coincidenze, condividono gli stessi tre nomi: Alan James Edwards, come i loro padri, che scompaiono lo stesso giorno.

La produzione artistica di al and al inizia nel 2001 dopo la laurea al Central Saint Martin. Sino ad oggi hanno prodotto un buon numero di filmati che hanno ottenuto premi in molti paesi del mondo e sono stati proiettati durante festival, performances artistiche e alla televisione.

I titoli dei film che hanno avuto maggiore successo sono Anaglyph Avatar (l’anaglifo è una immagine stroboscopica in tre dimensioni), Icarus at the edge of the time, tratto da un romanzo dello scienziato americano Brian Green, Superstitious Robots, una trilogia di short film per la televisione, e The Creator.

Il denominatore comune della loro produzione è una riflessione sulla dimensione macchinica della nostra società e del futuro prossimo. Forse una risposta alla domanda su quello che potrebbe succedere in un mondo abitato solo da macchine pensanti.

Chi tra noi usa il trasporto pubblico, bus e metropolitane, sa che ormai le persone, in questi contesti, parlano molto poco tra loro, in buona parte, verrebbe da dire tutti, se non per una questione di età, costantemente occupati a consultare smartphone e tablet, perennemente connessi con qualcos’altro.

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Recentemente riflettevamo sulla dinamica hegeliana, in sé e per sé, un percorso dialettico che può muovere, o non muovere, l’individuo anche verso una scelta personale di coinvolgimento e partecipazione.

Perché ciò sia possibile bisogna fare i conti con l’entità che è stata definita altro da sé. L’altro da sé è la dimensione della relazione, verrebbe da dire la dimensione della comunicazione e della condivisione. Un effetto relazionale positivo porta l’individuo a condividere un’idea o un progetto e a decidere di farne parte, un effetto negativo no.

Un tempo i rapporti sociali generavano attrazioni/distinzioni emotive verso un’idea, l’immaginazione e la fantasia prodotte dall’esperienza e dalla conoscenza davano un deciso contributo.

Oggi l’altro da sé è in un insieme di relazioni supportate dalla tecnologia. Abbiamo l’impressione che la tecnologia allarghi il campo, amplifichi le relazioni, invece le informazioni e le connessioni vengono selezionate, talvolta inconsciamente proprio da noi stessi, e il campo si riduce a un universo individuale.

Il risultato è che siamo sempre più soli, con i nostri problemi, le nostre discrasie, e abbiamo molta paura di condividere i sogni.

Le macchine intelligenti di al and al invece sono macchine e quindi intrinsecamente pure, nel senso che possono ridurre drasticamente le inefficienze, cioè quella porzione della psiche che normalmente lavora contro e poi hanno acquisito da noi anche la capacità di sognare.

Forse il nostro compito sulla terra si è esaurito, dovevamo creare le macchine intelligenti e sognanti e l’abbiamo fatto con successo. Quando scompariremo, le macchine saranno saldamente al loro posto e finalmente potranno connettersi con la natura, dialogare con gli animali sopravvissuti, con le piante e con tutti gli organismi viventi, rassicurandoli, amandoli e dando loro un futuro.

Grazie alle macchine allora la terra tornerà ad essere il paradiso che era.

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Piero Manzoni. La base del mondo

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Il sette febbraio del 1963 un anonimo trafiletto del quotidiano milanese “Corriere dell’informazione” riporta una breve notizia: “Un giovane pittore, Piero Manzoni, di trent’anni, è morto per paralisi cardiaca nel suo studio al pianterreno di via Fiori Chiari 16. Il giovane pittore è stato colto da malore, mentre era solo. Ha tentato forse di chiamare aiuto, ma non è riuscito a farsi sentire. Dopo sei ore è stato trovato morto dalla madre e dalla fidanzata che, dopo avergli telefonato, spaventate dal lungo silenzio, sono accorse (…)”.

Si conclude così prematuramente l’esperienza umana e artistica di uno di più originali protagonisti dell’avanguardia italiana del dopoguerra: Piero Manzoni. Proviamo con l’aiuto di Flaminio Gualdoni e del suo bel libro “Piero Manzoni. Vita d’artista” per i tipi di Johan & Levi editore a ripercorrerne gli elementi più rilevanti.

La storia comincia a Milano negli anni cinquanta e nella Milano di quegli anni sono soprattutto i bar i luoghi di elezione degli artisti, posti che sostituiscono le gallerie trovando  un punto di equilibrio tra le dinamiche di relazione e la voglia di esposizione.

E’ al bar Jamaica che Manzoni comincia a diffondere i contenuti della sua arte militante, e sono ammessi anche tafferugli di sapore post futurista.

“Pierino Manzoni ci ha telefonato, voleva illustrarci meglio i contenuti della pittura organica. I pittori nucleari si dividono in nucleari fisici e nucleari psicoanalitici, io sono uno psicoanalitico” scrive Adele Cambria sul Giorno riportando fedelmente le parole di Piero.

Come sempre al centro dell’interesse dell’arte vi sono l’attenzione per la natura e la ricerca dell’autentico contrapposte dagli artisti, in modalità spesso violenta e provocatoria, alle più variegate manifestazioni dell’inautentico, cioè a quanto di costruito e strumentale è insito e rinvenibile nella società pre consumistica di quegli anni. Quindi la ricerca del naturale è ancora forte o meglio la volontà di far emergere l’originale, liberi da concrezioni spaziali e spirituali. E’ in questo contesto che troviamo rivoluzionata anche la funzione di quadro, perché del quadro viene rivista la concezione e messa in discussione una presunta precedente identità.

“La stessa concezione consueta del quadro va abbandonata; lo spazio superficie interessa il processo autoanalitico in quanto spazio di libertà. (…) Il quadro è il nostro spazio di libertà in cui reinventiamo continuamente la pittura nella continua ricerca delle nostre immagini prime.”

Manzoni è comunque attento alle trappole nascoste dentro la ricerca del nuovo per il nuovo, diffida della ripetizione stereotipata connaturata all’arte del presente che si può facilmente confondere e sovrapporre con il mercantilismo consumistico.

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“Già l’impressionismo liberò la pittura dai soggetti convenzionali, Cubismo e Futurismo a loro volta tolsero l’imperativo della imitazione oggettiva e venne poi l’astrazione per dissipare ogni residua ombra di una illusoria necessità di rappresentazione.”

Forse l’ultimo passaggio di liberazione è la distruzione dello stile, quello che Adorno definì, nei Minima Moralia, l’equivalente estetico del dominio.

Ma è nel 1959, con il lancio della rivista d’avanguardia Azimut, che Manzoni mette davvero in discussione i principi dell’arte del suo tempo proponendo la Linea lunga 33,63 metri, una fascia di stoffa contenuta in un cilindro metallico, e poi successivamente i Corpi d’aria, elementi artistici  che attengono al campo della libera dimensione.

“Basti pensare che una delle linee esposte è semplicemente chiamata infinita: ciò nonostante anche questa non si differenzia dalle altre e vive di uno slancio irresistibile che trasporta.”

Le linee e i corpi sono testimoni del pensiero dell’opera, l’unico oggetto immateriale che l’autore propone e il fruitore può eventualmente comprare. Un’opera potenziale che trova piena realizzazione solo nel rapporto fantastico tra il progetto artistico e l’aspettativa fiduciosa dell’utente. Tale dinamica rende esplicita “l’adesione dell’acquirente all’identità, all’esistenza, al pensiero dell’autore”. Quindi non si può più dire che si è comprato un Manzoni, bensì Manzoni stesso, in carne e ossa.

In questo contesto ricco di idee e di relazioni con molti gruppi artistici mi piace sottolineare la collaborazione di Piero Manzoni con il Gruppo N di Alberto Biasi e Manfredo Massironi, artisti padovani certo non convenzionali e anche politicamente innovativi.

E’ comunque automatico abbinare all’idea Manzoniana di riscoperta del valore artistico il disvalore della deiezione rappresentato dalla sua Merda d’artista, anche se nella produzione artistica di Manzoni la scatoletta rimane un episodio.

Più rilevante è senz’altro il parallelepipedo in ferro di ottantadue centimetri per un metro sul quale appare la scritta “Socle du monde”, base del mondo.

“Nell’esperienza fisica la scritta si legge capovolta, perché in quella mentale è la base a sorreggere la sfera terrestre e non viceversa. (…) Un omaggio dichiarato a Galileo, che ha insegnato all’uomo a vedere in modo nuovo.”

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Piero Gaffuri. Blog Notes, guida ibrida al passato presente

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Adesso è in libreria e disponibile anche sui principali portali on line, si intitola Blog Notes, guida ibrida al passato presente, e raccoglie i migliori post pubblicati negli ultimi due anni sulle pagine virtuali di questo blog, il blog Themadjack, non tutti ovviamente e tanto meno quelli che verranno.

Perché Blog Notes è un’istantanea di un processo in divenire con un obiettivo principale: mettere in risalto persone, autori che hanno cercato di innovare il loro mondo e fissare, attraverso un disegno collettivo, gli elementi più rilevanti dei percorsi creativi.

Semplicemente una raccolta di riflessioni e pensieri dedicati al recente passato e alla contemporaneità con un filo conduttore: la rete, Internet e, quindi, con al centro le grandi potenzialità della comunicazione elettronica.

Internet è un universo che inaugura una nuova dimensione spazio temporale, infatti in rete non vi sono limiti di tempo e spazio, di conseguenza anche la scrittura e le immagini trovano accoglienza in un innovativo spazio letterario multimediale ove si modificano le tradizionali forme di espressione, le condizioni di fruizione e si affermano nuove modalità di partecipazione del pubblico.

Storie di rilevanza creativa nei campi delle arti: colori, musica, poesia, racconto, immagini, categorie che includono le esperienze di alcuni grandi protagonisti della cultura attuale e del Novecento capaci di leggere in anticipo i caratteri del futuro proponendo, nel contempo, un’offerta creativa lungimirante e attuale.

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La necessità di usare la rete come strumento di comunicazione per diffondere e condividere percorsi di produzione culturale di qualità, ma anche per garantire la trasmissione della memoria, è la nota di fondo di un lavoro che nasce dalla rete traendo spunto dal blog Themadjack, come cucitura originale di post che, nel libro, divengono prima paragrafi e poi capitoli.

La sequenza dei contenuti, nei capitoli del libro, è coerente alla classifica di apprezzamento dei lettori della rete nelle statistiche delle pagine viste e degli utenti di Themadjack, quindi Blog Notes è un libro costruito anche dai lettori, una specie di collage nel quale la disposizione delle tessere non è per nulla casuale ma ha avuto origine da un movimento collettivo.

Un aspetto centrale nella diffusione di Internet è certamente dato dalle possibilità di partecipazione, in molti casi forme di iterazione creativa e modalità di connessione intellettuale che possono spingere più rapidamente le persone a esplorare il nuovo e l’adiacente possibile.

Mescolando gli elementi della contemporaneità con le esperienze del passato, è forse possibile contribuire, grazie anche ai loro riflessi, allo sviluppo di un modo nuovo di intendere e sentire.

Un racconto vivente della nostra epoca che contiene anche un messaggio di speranza: nonostante le difficoltà e le ansie è sempre bene assecondare il desiderio, puntando, come dimostra la raccolta di storie esemplari, costantemente alla ricerca di esperienze innovative.

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Machiko Kusahara. Presenza, assenza e conoscenza nella Telerobotics Art

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Il breve saggio di Machiko Kusahara contenuto nel volume edito da Ken Goldberg “The robot in the garden”, telerobotica e telepistemologia nell’età di Internet, suggerisce due percorsi di riflessione, il primo rammenta che tale genere di contributi va affrontato con incursioni mirate nel testo a prescindere dalla apparente linearità, la seconda che nella vita contemporanea una delle questioni principali concerne la realtà e la sua posizione nel tempo e dello spazio.

La moderna tecnologia consente di osservare e manipolare oggetti che sono distanti dal soggetto, comprese le persone, a questo riguardo come non citare una delle migliori serie televisive attuali “Person of interest”, trasmessa dalla CBS e prodotta da Bad Robot Production e Warner Bros, in cui Harold Finch e John Reese usando la Macchina, sofisticato sistema di video sorveglianza, entrano nelle vite degli altri condizionandole.

Machiko Kusahara spiega come le recenti applicazioni di arte telerobotica affrontino il problema della manipolazione degli oggetti e delle persone soffermandosi ad analizzare alcuni temi relativi, in modo diverso, alla conoscenza, l’esperienza, la presenza e l’assenza.

C’è un notevole cambio di scenario rispetto alle riflessioni di Walter Benjamin sulla riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, così come, citando un altro autore a noi caro, c’è differenza con le modalità artistiche di Richard Long, in ambedue i casi la fotografia concorre a decostruire i fondamenti sui quali vive e si manifesta il concetto di aura, l’hic et nunc, il valore insito nella riproposizione materica dell’opera d’arte pittorica.

La fotografia incarna il significato della lontananza documentando però una realtà racchiusa in una dimensione spaziale certa, quindi annulla il tempo salvando nel contempo lo spazio che rappresenta.

La fotografia infatti prova che l’oggetto o la persona fotografati erano veramente là, racchiusi in un contesto ben definito.

La televisione, invece, con le sue dirette e le differite trasforma la dimensione del “qui e ora” in un “laggiù e ora”, proponendo un nuovo paradigma, quello della lontananza contemporanea.

Un frammento di porzione di spazio, che esiste realmente da qualche parte, viene trasportato in tempo reale davanti agli occhi degli spettatori.

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Internet completa il processo di disaccoppiamento degli oggetti e delle persone da una dimensione spaziale definita e definibile, infatti oggi non è per niente sicuro che ciò che si sta vedendo in rete stia accadendo, o sia accaduto, da qualche parte. Quindi, senza che ce ne accorgiamo distintamente, il nostro orizzonte culturale impone nuove categorie di interpretazione che hanno a che vedere con le nostre relazioni fisiche e psicologiche con lo spazio, il tempo, gli oggetti e i corpi.

La telerobotica rende possibile la rappresentazione di qualcuno in un posto lontano attraverso la rete, ma siamo sicuri che siano effettivamente visioni reali considerando il fatto che la moderna tecnologia digitale consente, attraverso la computer grafica e la realtà virtuale, di proporre corporeità fittizie o presenze disincarnate?

Non possiamo ammettere con sicurezza che ciò che stiamo vedendo e sentendo sia reale,  un po’, suggerisce Machiko Kusahara, come accade quando siamo condotti a visitare un giardino giapponese, nel quale realtà e immaginazione si confondono a causa dei richiami metaforici che le pietre e la disposizione delle piante concorrono a produrre.

Ogni roccia, ruscello, albero, arbusto infatti richiama una precisa scena poetica o un evento mitologico.

Vi sono in questi giardini due ambiti che si compenetrano e si confondono: lo spazio reale e la dimensione della immaginazione e della fantasia.

L’arte contemporanea che impiega la telerobotica prova a riproporre in modo sintetico la dialettica tra la realtà e la fantasia del giardino giapponese costringendoci a prendere in considerazione le relazioni tra lo spazio prossimo, distante e virtuale.

Questo genere di esperienze, come ad esempio le performance di Stelarc, ci possono far riflettere sulla reale natura della società dei media e sui suoi profondi impatti sui meccanismi della conoscenza umana.

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La ragione delle onde

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Il comportamento delle onde segue principi che appaiono coerenti e incoerenti a un approccio logico rigidamente razionale, infatti non è dato sapere, sempre, se le onde nascano per la spinta del vento, se siano generate dalle correnti, o se, come talvolta accade, il moto ondoso abbia un carattere residuo e cioè sia generato da movimenti delle acque in zone marine lontane, per non parlare dei maremoti o delle cosiddette onde anomale, delle quali, non si conosce ancora la causa e l’origine.

Anche per questa ragione le onde, più di ogni altro fenomeno, rappresentano in modo evidente il carattere liquido e incerto che contraddistingue il mare e le grandi distese acquatiche.

Il rapporto tra uomo e mare è mediato dall’instabilità liquida. L’uomo, quando è in mare, smarrisce la sicurezza terrestre e deve necessariamente appropriarsi degli elementi di una nuova dimensione spazio temporale.

In mare lo spazio muta radicalmente perché vengono a mancare o a modificarsi i punti di riferimento, chi si fosse trovato in navigazione in mare aperto sa che bisogna orientarsi con il sole e le stelle (GPS a parte), in mare il tempo è un concetto relativo, allo stato atmosferico, alla potenza e all’efficienza del motore o alla intensità del vento.

Ho già scritto dell’analogia tra Internet e il mare e del fatto che anche in rete navighiamo, incontriamo porti, isole felici e infelici, sperimentando una navigazione che ha aspetti mitologici più simili all’antico che al moderno.

Oggi gran parte del mondo reale è conosciuto ed esplorato, non vi sono più, se non in casi eccezionali, terre vergini e incontaminate, al contrario la scoperta nel mondo virtuale è continua e alla portata di mano, anche se spesso ingannevole e mistificante come nel racconto di Ulisse.

La navigazione virtuale è un viaggio dello sguardo e della mente con i pregi e difetti di questa condizione ma con la possibilità di tenere sempre in vita lo spirito di ricerca e di sperimentare, viaggiando, forme innovative di socialità.

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Il mare e le sue onde sono, a questo riguardo, formidabili banchi di prova, perché le imprese e le scoperte del recente passato alludono fortemente alle forme possibili delle scoperte presenti e future.

Ricordo una volta quando, con un gruppo di colleghi, prendemmo a nolo una barca a vela per una breve navigazione attraverso l’Adriatico. Era appena iniziata l’estate e il tempo appariva ancora incerto. La sera della partenza pioveva ma decidemmo comunque di partire e raggiungere la costa dell’Istria. Lo skipper non era molto esperto e appena lasciata la laguna e usciti in mare capimmo che non sarebbe stata una traversata divertente. I miei amici, uno dopo l’altro vennero sopraffatti dal mal di mare, e così ci trovammo soli, lo skipper ed io, a condurre l’imbarcazione. Ancora vedevamo le luci della terra, dietro a un velo di pioggia e nebbia, quando decidemmo di tornare indietro. Ormeggiammo alle quattro di mattina alla darsena dell’isola di San Giorgio con un equipaggio stremato e semi svenuto. Non riuscimmo a raggiungere la nostra meta ma impiegammo il sabato e la domenica a navigare tra le isole della laguna e a visitarle.

La navigazione è avventura, rischio, scoperta e ricerca ma non deve prescindere dal valore e dal rispetto della socialità, il gruppo che partecipa all’impresa è parte dell’impresa, noi siamo parte di un gruppo.

Anche la navigazione in rete ha implicazioni sul gruppo di cui facciamo parte, non è mai un evento solitario, la scoperta è tale solo se viene diffusa, per questo è necessaria la partecipazione.

Vi sono molte ragioni per cui ricordo con piacere il film di Folco Quilici Sesto Continente, la prima perché lo vidi una prima volta, da bambino, la sera, all’aperto al Festival del Cinema di Venezia, la seconda, che ritengo più importante, perché della spedizione facevano parte esploratori (cacciatori subacquei), scienziati e comunicatori (Gianni Roghi e Folco Quilici).

Il mare vissuto come esplorazione e ricerca, esperienza da comunicare e condividere con un pubblico di specialisti ma anche con un pubblico possibilmente più vasto.

L’acqua non è un elemento facilmente omologabile come la terra ferma, l’acqua è movimento, arresta e spesso demolisce costruzioni, dighe e contrafforti, è anche per questa ragione che le isole, nell’acqua, hanno potuto preservare un carattere di paese.

“Il paese è un insediamento umano, generalmente di piccole dimensioni, che è caratterizzato principalmente da un’economia agricola” riporta una felice definizione di Wikipedia. L’isola non è divenuta periferia della città perché il mare l’ha impedito, isolandola, così come il mare virtuale impedisce oggi di ribaltare tout-court nella rete le regole e i meccanismi della tecnocrazia economica e finanziaria.

Per questa ragione le isole-paese sono luoghi veri ancora in condizione di mettere in evidenza diffuse capacità di espressione sociale, proposta civile e partecipazione.

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Il libro di cucina del British Museum e Il ventre dei filosofi.

Sono sempre stato convinto che la chimica sia alla base di tutto.

Insegnamento forse un poco impervio, ricordo ancora con leggero imbarazzo la difficoltà di scomporre i diversi composti, ma necessario per comprendere i fondamenti della composizione della materia e i relativi comportamenti.

Non è un caso, del resto, che il termine chimica derivi probabilmente dal kemà, libro misteriosofico dell’antico Egitto, da cui l’arabo “alkimiaa” alchimista.

Quindi se è vero che il nostro organismo è una sommatoria di composti chimici è altrettanto importante riflettere su cosa mangiamo e beviamo, il nostro corpo infatti si sviluppa e si trasforma anche a causa della qualità e della quantità del cibo.

Per questa ragione sono convinto esista una stretta relazione tra pensiero, azioni e cibo e sono anche abbastanza sicuro che per comprendere davvero gli antichi, la loro storia, il loro pensiero sia opportuno sapere cosa mangiavano e, se possibile, provare ad assaggiare le loro pietanze.

Anni fa in una libreria remainder romana, purtroppo oggi scomparsa, ho acquistato un libro che mi è particolarmente caro e fa ancora oggi la sua bella figura nella piccola libreria in cucina insieme ai libri specializzati in materia culinaria.

Il libro si intitola “Il libro di cucina del British Museum” l’autrice è Michelle Berriedale-Johnson, una signora inglese che si è sempre occupata di storia della cucina e per scrivere questo volume ha fatto uso di documenti originali e della conoscenza delle tradizioni culinarie locali.

Non posso illustrare tutte le ricette, che coprono un periodo storico molto ampio, dall’antica Persia all’Inghilterra Georgiana e alla Cina Imperiale, mi fermo alla Grecia che come è ormai noto è uno dei miei luoghi e argomenti preferiti.

La minestra di lenticchie era il cibo dei poveri, veniva preparata densa, insaporita con molto aglio, cipolla e maggiorana, per il resto i Greci mangiavano pesce, agnello e maiale.

Meraviglioso il brasato di tonno, cotto a fuoco lento per circa un’ora in una pentola piena di  verdura (porri, sedano, rosmarino, timo, cetrioli), inebrianti le salsicce di agnello, farcite di menta, maggiorana, aglio e cumino.

La verdura accompagna le pietanze di pesce e carne, i cavoli con menta e coriandolo e i ceci che venivano serviti anche come dessert, insieme al formaggio con il miele, ai fichi secchi con le mandorle, al budino di miele e orzo.

Lo stufato di lattuga, sconsigliato da Nicandro di Colofone a chi volesse di dedicare il dopo cena alle attività amorose, merita una citazione perché nella tradizione greca era considerato un ottimo sonnifero e veniva cotto insieme a cipolla, aglio e abbondante salvia.

Il pensiero greco è il frutto di persone, uomini, che mangiavano questo genere di cibi e amavano il gusto dell’aglio, della menta, del timo, della maggiorana.

Evidentemente gradivano molto ritrovare nelle pietanze il profumo della natura.

Michel Onfray, filosofo francese noto al grande pubblico (in Francia) per il suo neo anarchismo e per dichiarazioni di ateismo: “Dio non è morto perché non è mortale. Una finzione non muore” (Trattato di Ateologia), prova a seguire un analogo percorso nel libro, tradotto in italiano da Ponte alle Grazie, con il titolo “I filosofi in cucina”. Il titolo originale “Le ventre des philosophes” era decisamente più confacente al testo.

Una scrittura vivace e avvincente accompagna il lettore nella conoscenza delle pietanze preferite di grandi filosofi insinuando il dubbio che le forme del pensiero siano il prodotto della chimica, frutto della scomposizione del polpo di Diogene, del lattosio di Rousseau, dell’alcool di Kant, delle salsicce di Nietzsche, dei crostacei di Sartre.

Onfray propone una gaia scienza alimentare, a tutti gli effetti una concezione naturale della vita, senza separazioni, steccati tra pensiero, corpo, cibo, sesso.

“Credo alla vita filosofica….non a esercizi di filosofia separati dalla vita. Perciò la tavola, come il letto, costituiscono un luogo altrettanto filosofico della scrivania o della biblioteca.”

Il concetto cartesiano cogito ergo sum va quindi allargato al cibo, all’atto di mangiare e a quant’altro.

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