Piero Gaffuri. Blog Notes, guida ibrida al passato presente

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Adesso è in libreria e disponibile anche sui principali portali on line, si intitola Blog Notes, guida ibrida al passato presente, e raccoglie i migliori post pubblicati negli ultimi due anni sulle pagine virtuali di questo blog, il blog Themadjack, non tutti ovviamente e tanto meno quelli che verranno.

Perché Blog Notes è un’istantanea di un processo in divenire con un obiettivo principale: mettere in risalto persone, autori che hanno cercato di innovare il loro mondo e fissare, attraverso un disegno collettivo, gli elementi più rilevanti dei percorsi creativi.

Semplicemente una raccolta di riflessioni e pensieri dedicati al recente passato e alla contemporaneità con un filo conduttore: la rete, Internet e, quindi, con al centro le grandi potenzialità della comunicazione elettronica.

Internet è un universo che inaugura una nuova dimensione spazio temporale, infatti in rete non vi sono limiti di tempo e spazio, di conseguenza anche la scrittura e le immagini trovano accoglienza in un innovativo spazio letterario multimediale ove si modificano le tradizionali forme di espressione, le condizioni di fruizione e si affermano nuove modalità di partecipazione del pubblico.

Storie di rilevanza creativa nei campi delle arti: colori, musica, poesia, racconto, immagini, categorie che includono le esperienze di alcuni grandi protagonisti della cultura attuale e del Novecento capaci di leggere in anticipo i caratteri del futuro proponendo, nel contempo, un’offerta creativa lungimirante e attuale.

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La necessità di usare la rete come strumento di comunicazione per diffondere e condividere percorsi di produzione culturale di qualità, ma anche per garantire la trasmissione della memoria, è la nota di fondo di un lavoro che nasce dalla rete traendo spunto dal blog Themadjack, come cucitura originale di post che, nel libro, divengono prima paragrafi e poi capitoli.

La sequenza dei contenuti, nei capitoli del libro, è coerente alla classifica di apprezzamento dei lettori della rete nelle statistiche delle pagine viste e degli utenti di Themadjack, quindi Blog Notes è un libro costruito anche dai lettori, una specie di collage nel quale la disposizione delle tessere non è per nulla casuale ma ha avuto origine da un movimento collettivo.

Un aspetto centrale nella diffusione di Internet è certamente dato dalle possibilità di partecipazione, in molti casi forme di iterazione creativa e modalità di connessione intellettuale che possono spingere più rapidamente le persone a esplorare il nuovo e l’adiacente possibile.

Mescolando gli elementi della contemporaneità con le esperienze del passato, è forse possibile contribuire, grazie anche ai loro riflessi, allo sviluppo di un modo nuovo di intendere e sentire.

Un racconto vivente della nostra epoca che contiene anche un messaggio di speranza: nonostante le difficoltà e le ansie è sempre bene assecondare il desiderio, puntando, come dimostra la raccolta di storie esemplari, costantemente alla ricerca di esperienze innovative.

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Steven Johnson. L’adiacente possibile

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Lo scienziato inglese del diciannovesimo secolo Charles Babbage è noto soprattutto per due invenzioni: la macchina differenziale e la macchina analitica.

La macchina differenziale era un congegno molto complesso, pesante e ingombrante, pesava quindici tonnellate e era costituito da oltre venticinquemila parti meccaniche, il suo scopo era ottenere tabelle trigonometriche utili alla navigazione. In occasione del centenario dalla morte di Babbage il Museo delle scienze di Londra ne ha costruito un modello che è subito stato in grado di produrre risultati accurati nel giro di pochissimi secondi.

La macchina differenziale poteva quindi superare di gran lunga le possibilità di calcolo ottenibili a quei tempi.

Steven Johnson nel suo libro “Dove nascono le grandi idee, storia naturale dell’innovazione”, a proposito della macchina differenziale di Babbage, scrive: “Ma, malgrado la sua complessità, la macchina differenziale rientrava ancora ampiamente nell’adiacente possibile della tecnologia vittoriana”.

Questo dell’adiacente possibile è un concetto interessante e decisamente funzionale ai percorsi innovativi. Anche se siamo abituati a pensare alle innovazioni come a salti in avanti nel tempo e nello spazio o a scarti improvvisi dovuti alla genialità dell’inventore, dobbiamo convenire che la storia del progresso culturale, artistico e scientifico è paragonabile alla “vicenda di una porta che conduce a un’altra porta, l’esplorazione di un palazzo una stanza alla volta”.

Aprire una porta può portare a una scoperta in grado di modificare profondamente lo stato delle cose, ma anche più semplicemente a un’applicazione per diffondere le ricette su Internet, oppure a un sistema innovativo nella gestione di un asilo.

L’esplorazione dei confini intorno a noi, entrando nelle dinamiche che mettono in gioco i limiti e le possibilità, è la modalità che consente di avvicinarsi all’adiacente possibile, considerando che quasi sempre i limiti, come le possibilità, sono interni o meglio interiori, un portato psicofisico che è il prodotto delle nostre condizioni mentali e di quelle dell’ambiente nel quale viviamo e operiamo.

Se la nostra spinta innovativa non è condivisa dell’ambiente e l’ambiente blocca le nuove iniziative, perché non le capisce oppure perché è orientato alla difesa di uno status quo ritenuto appagante, è molto difficile uscire dal contesto e indagare nuove possibilità, se invece l’ambiente incoraggia i suoi abitanti a esplorare l’adiacente possibile “rendendo disponibile un campionario più ampio e versatile di parti di ricambio – meccaniche o concettuali – e promuovendo modi nuovi di ricombinarle” allora la possibilità che nascano nuove idee aumenta in modo rilevante.

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Spesso però le idee che hanno in sé un carattere troppo rivoluzionario per il tempo in cui vengono espresse non ottengono successo, anzi vengono considerate dai contemporanei dei fallimenti, ciò vale per un’innovazione scientifica come per un prodotto. Pochi oggi ricordano il tablet lanciato da Microsoft nei primi anni duemila al Comdex, tutti, al contrario, hanno in mente, dieci anni più tardi, l’I pad associato all’immagine di Steve Jobs.

A venirsi a trovare in questo stato sono le innovazioni troppo in anticipo sui tempi e la questione riguarda anche l’ideazione della seconda macchina progettata da Charles Babbage: la macchina analitica.

La macchina analitica era così complicata che non superò la fase di progettazione se non per un’applicazione parziale che Babbage costruì poco prima di morire.

La macchina analitica è stata definita il primo prototipo di computer programmabile, non era progettata per funzioni specifiche come la macchina differenziale, ma aveva, al pari dei computer moderni, un carattere versatile, “era proteiforme, capace di reinventarsi in base alle istruzione fornite dai programmatori”.

I programmi venivano inseriti nella macchina utilizzando schede perforate, le stesse che erano a quei tempi usate per far funzionare i telai industriali, i dati e le informazioni potevano essere raccolte in un magazzino, la memoria del computer.

Le applicazioni dei concetti che avevano portato Babbage a inventare la macchina analitica hanno visto la luce nella prima metà del secolo scorso, quindi cento anni dopo la scoperta dello scienziato inglese.

La macchina analitica non ebbe successo per un motivo principale, era costituita di innumerevoli parti meccaniche, difficili da costruire, reperire e manutenere, l’elettronica, infatti, era di là dall’essere inventata.

Babbage evidentemente aveva, in un colpo solo, aperto troppe porte, sconfinando dall’adiacente possibile in un universo impalpabile ancora sconosciuto.

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Alessandro Garofalo. Social media, riflessioni in 19 pezzi facili (parte terza)

Alessandro Garofalo, autore di “Come un fisico fallito e uno psichiatra pentito sono andati alla ricerca della formula scientifica della innovazione e della creatività e non l’hanno trovata, ma hanno scoperto qualcosa di molto più utile e sorprendente divertendosi un sacco” scritto insieme a Matteo Rampin, invia alcune sue riflessioni appositamente per Themadjack e i suoi lettori, ovviamente pubblichiamo volentieri, in tre puntate:

…..segue…..

18. Privacy? Ma dove?

Facebook ci permette di festeggiare insieme primi passi di una creatura appena nata o di piangere la morte di un proprio caro. Possiamo informare tutti gli amici degli acquisti che abbiamo fatto online. Sapere che in pratica tutto il mondo può conoscere i nostri interessi è molto inquietante. Si stima che ogni anno condivideremo il doppio delle informazioni dell’anno precedente. Vivremo circondati da intimi sconosciuti, altro che le raccomandazioni “non parlare con gli sconosciuti” da dire ai propri figli… ormai in rete gli sconosciuti possono darci molto e noi possiamo dare molto a loro. Facebook è creato apposta per far si che chi si collega per la prima volta possa provare l’esperienza “momento aha!”. È una reazione emotiva visibile, osservata filmando chi navigava per la prima volta. FB sa la formula per calcolare il numero esatto di momenti aha! che rendono l’utente dipendente e il sito è progettato per arrivarci il più velocemente possibile. E se chiuderai il rapporto con FB le foto dei tuoi amici ti diranno che “oh- no!” sentiranno la tua mancanza e ti faranno sentire in colpa.

19. il decalogo dell’hacker

Al MIT di Boston, dove è nato il movimento degli hacker, in una famosa notte di tanti anni fa, i primi ribelli smontarono e rimontarono una macchina della polizia sulla cupola del MIT come segno di protesta.

Gli hacker si diedero delle regole, eccole (le ho fotografate 6 anni fa in un documento che mi è capitato tra le mani durante una visita condotta da studenti. Bella cosa in America sono gli studenti che ti accompagnano a visitare i campus. Ma questo è un altro film):

  • Sii sicuro,…nel senso di non compromettere mai la tua e altrui incolumità
  • Non lasciare prove
  • Lascia le cose come le hai trovate
  • Se trovi qualcosa di rotto, avverti
  • Non fare danni
  • Non rubare nulla
  • La forza bruta e’l’ultima risoluzione degli incompetenti
  • Non fare l’hacker sotto influenza di droghe e alcool
  • Non fare cadere cose dal palazzo
  • Non essere solo
  • Fai agire il senso

Rinunciare al potere per mantenere la leadership: l’apertura è l’unico modo per mantenere il controllo.

 Oggi ci sono due tendenze sintomo di un cambiamento in atto:

ci sono più persone on line, non solo nel senso di persone che usano internet, ma anche di maggior tempo che si sta on line e di attività che li vi si svolgono.

Aumenta molto la condivisione perché è più facile, economica e più veloce.

Bisogna riconoscere, lo ammetto a malincuore, che non siamo noi a esercitare il potere, ma gli altri, i follower, i clienti.

Penso che per riavere una parvenza di controllo del sistema bisogna essere costruttivi nella rinuncia al potere.

Sembra un paradosso, ma l’accettare che sono gli altri a detenere il potere ci può aiutare a contenere i comportamenti negativi che vedo manifestarsi nella rete.

Basta “lasciarsi andare” per un po’, per essere aperti dobbiamo rinunciare al “potere.”

Ma per colmare quel vuoto dobbiamo sviluppare fiducia: bisogna convincersi che, una volta che rinunciamo al potere, le persone a cui delegheremo l’ autorità agiranno in modo responsabile.

 ……il gioco è fatto….conviene perdere il controllo….per averlo!

 Alessandro Garofalo

Grazie a Charlene Li per i suoi ficcanti spunti.

Conosciuta ma soprattutto ascoltata nel novembre 2011 a Milano.

 

Alessandro Garofalo. Social media, riflessioni in 19 pezzi facili (parte seconda)

Alessandro Garofalo, autore di “Come un fisico fallito e uno psichiatra pentito sono andati alla ricerca della formula scientifica della innovazione e della creatività e non l’hanno trovata, ma hanno scoperto qualcosa di molto più utile e sorprendente divertendosi un sacco” scritto insieme a Matteo Rampin, invia alcune sue riflessioni appositamente per Themadjack e i suoi lettori, ovviamente pubblichiamo volentieri, in tre puntate (circa):

…..segue…..

10. La teoria di Kottke

Più un posto è degradato, più chi ci abita tende ad avere un comportamento incivile e scorretto.

Questa teoria si può applicare alla rete.

Una finestra rotta su di una facciata di una casa fa scattare una diffusa disubbidienza alle regole. Dove c’è degrado il numero delle persone disposte a rubare raddoppia.

Cosa voglio dire? Il tono delle conversazioni su internet dipende sia da chi modera il sito, sia da quanto le persone sono incoraggiate a sentirsi responsabili. Se manca un moderatore saggio di solito aumentano i comportamenti scorretti.

11. Come vivere online

Più tempo passiamo on line più diminuiscono le nostre capacità intellettive e di relazione. Sconnettersi sembrerebbe la via più semplice, credo invece che la soluzione sia imparare a concentrarsi, un modo cioè per trattare il tempo online con la stessa serietà che riserviamo alle nostre azioni reali. Scollegarsi  per sempre non è più possibile, quindi vediamo di stare meglio online!

12. La memoria e il web

Il modo in cui usiamo la memoria sta cambiando.

La nostra attenzione si sta spostando dal dato a dove poterlo recuperare.

Il web è ormai una memoria esterna a cui ci si affida anche per le date dei compleanni. I motori di ricerca rendono più pigra la nostra mente?

No.

Non si ricorda l’informazione, ma si ricorda perfettamente dove la si è archiviata.

13. Il numero di Dunbar

È un limite cognitivo teorico che concerne il numero di persone con cui un individuo è in grado di mantenere relazioni sociali stabili, ossia relazioni nelle quali un individuo conosce l’identità di ciascuna persona e come queste persone si relazionano con ognuna delle altre.

Mi dispiace per i fanatici di FB…

…ma questo numero è intorno a 150.

14. Troppo disordine

Su Facebook ci sono i tuoi amici, su Twitter ci sono gli amici che vorresti avere.

Stiamo creando rumore su rumore…

Se ho 3000 amici come cazzo faccio a capire chi verrà a prendermi in stazione? O come dice una amica “…perché con 3000 amici che ho, mi cercano solo 4 stronzi?”

15. Scomparire dalla rete

Non twitto

Non posto

Non chatto

…quindi io produco!

Voi che cazzo fate?

16. Agorà e Twitter

Twitter è molto vicino al concetto dell’agorà ateniese. La democrazia ateniese coglieva i fatti più importanti della società e sapeva adattarsi. Il sistema americano chiede invece ai cittadini il consenso, ma scarsa partecipazione. Il coinvolgimento politico avviene ogni 4 anni. La diffusione dei blog e di twitter favoriscono il riavvicinamento dei cittadini alla vita pubblica e saranno sempre più importanti nella democrazia partecipativa. Avranno un ruolo sociale determinante.

17. La mediocrità

Scrivere un libro con un computer che è un elettrodomestico, la televisione piena di spettacoli finti e trucchi dell’immaginario, la cronaca sostituita con repertori di magazzino… La storia dell’uomo cambia innovando, tutto è più comodo e facile, si risparmia fatica inutile, è vero, ma dove sono il genio e l’intuizione?

Tutto è più mediocre.

…..continua……

Alessandro Garofalo. Social media, riflessioni in 19 pezzi facili

Alessandro Garofalo, autore di “Come un fisico fallito e uno psichiatra pentito sono andati alla ricerca della formula scientifica della innovazione e della creatività e non l’hanno trovata, ma hanno scoperto qualcosa di molto più utile e sorprendente divertendosi un sacco” scritto insieme a Matteo Rampin, invia alcune sue riflessioni appositamente per Themadjack e i suoi lettori, ovviamente pubblichiamo volentieri, in tre puntate (circa):

1. Il libro quotidiano delle emozioni

Penso che Facebook e Twitter abbiano creato un modo di pensare che per tanta gente funziona anche nel mondo reale quotidiano. Sta accadendo che abbiamo esteso fino al limite la cura del frammento, l’incompiutezza dei nostri ricordi e abbiamo messo tutto questo dentro i social network. Testi, musica, arte, fotografia, tutto è un mosaico di emozioni. Da luogo dell’esibizione il social network è diventato luogo dell’anima. I social network sono dei libri che si scrivono ogni giorno nel web, che è diventato oggi lo spazio delle nostre emozioni.

2. L’email

Chiunque abbia il mio indirizzo mi può scrivere da qualunque posto.

Il tuo messaggio mi viene evidenziato con varie modalità, ma è sempre in cima alla casella. La tua email non scade mai.

La posta in arrivo è come fosse una lista di cose da fare, è un promemoria scritto di se stessa. Geniale.

3. Un po’ di stile

  • Non cadete nelle trappole polemiche (flaming), allontanatevi se ci sono toni accesi e offensivi.
  • Non pubblicate materiale contraffatto anche se pubblicato da altri prima di te.
  • È un vostro diritto chiedere la rimozione di un commento.
  • Non insistere nell’inviare messaggi a chi ha espresso desiderio di non riceverne.
  • Non pubblicate dati di amici, numeri di telefono, indirizzi. Ad un famoso presentatore radiofonico hanno rubato in casa sapendo i suoi orari di allenamento per la maratona. Su questi temi ci sono sentenze esemplari.
  • Scrivere tutto di tutti fa si che chi è disonesto trova in rete un sacco di informazioni utili per rapinare, pedinare, ricattare.

4. La costante attenzione parziale

Il nostro cervello funziona come un iPad con applicazioni che aumentano a dismisura. La mania dell’informazione sta distruggendo la nostra capacità di trattenere significati. Collezioniamo frammenti.

Non osserviamo più. Usiamo gli occhi come uno scanner.

Il concept della comunicazione ora è integrato… flashmob, spot, gorilla marketing, viral….

5. Mezza rete non è umana

Il 51 % della navigazione in internet è generata in modo automatico e non è di utenti consapevoli.

Il cybercrime… spam, link nocivi, software spia, hakeraggi… è tutto automatico e generato da malintenzionati.

6. Come il sesso

Postare opinioni e commenti su Facebook è ormai una mania. Harvard e Bergen (le rispettive università) hanno concluso che utilizzare un social network dà un grado di soddisfazione pari a quella offerta dal sesso. È la dopamina che viene rilasciata.

Questo vuol dire che ormai usare un social network è un bisogno primario, è una potente forma di piacere. Inoltre la gente preferisce per l’80% parlare delle proprie esperienze che della realtà oggettiva.

L’utilizzo eccessivo di FB è assimilabile a una droga. La natura di FB, che evita il contatto faccia a faccia, facilita questa dipendenza sopratutto tra i giovani, gli ansiosi, i socialmente insicuri, le donne, mentre l’adulto, uomo o donna, più ambizioso o più organizzato non si fa sopraffare.

Meditate gente meditate

7. Tuttologi a gogo’

Mi pare di intravedere che molta gente di questi circuiti scrive solo e quasi sempre di se stessa. Altri si reputano competenti su tutto e sparano sentenze su qualunque cazzata capiti a tiro. Altri si fanno solo pubblicità autoreferenziale.

Questi sono pessimi compagni di viaggio

8. La solitudine

“Se devi parlarmi, mandami un messaggio”, sentiamo dire in certi contesti.

Quando una situazione si fa tesa o difficile, ci si può sempre rifugiare da un altra parte.

Volumi e velocità delle conversazioni on line ci costringono ad avere risposte semplici. Al contrario i nostri problemi sono sempre più delicati e complessi, ma questi mezzi di comunicazione possono svolgere solo compiti rudimentali. Non è una condanna della tecnologia, anzi, piuttosto dobbiamo allearci con lei.

A un funerale persone si mandano email…

……qualcosa non quadra

Siamo così impegnati a comunicare che non pensiamo.

Scrivere un messaggio ci fa avere la sensazione di avere tutto sotto controllo.

Chiami uno in Skipe però nel frattempo leggi le email di un altro….

Vai in ospedale a trovare qualcuno e rispondi al telefono, a cena i genitori inviano sms, al parco sorvegli i figli ma mandi sms….

Ma sia siamo fuori di testa?…stiamo mettendo in “pausa” tutti quelli intorno a noi….

9. Buone notizie

Ci sono anche buoni motivi per collegarsi.

Collegare i pubblicitari con chi vuole ricevere il loro messaggio (business permission marketing).

Collegare chi offre e cerca lavoro.

Collegare team,coordinare gruppi interaziendali.

Collegare persone affini.

Collegare fornitori.

Collegare chi abita vicino.

Collegare persone per creare un movimento.

….e si fanno pure i soldi…

Seth Godin, esperto di marketing, sul suo blog con il titolo “How to make money using the internet”.

……….continua……

Paul Krugman. Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008

Le calde giornate di agosto incoraggiano alla quiete e quindi anche alla lettura. Possono essere racconti, come quelli che amo segnalare, poesie di artisti, semplici raccolte di pensieri, ma non per questo poco profonde e accurate, oppure saggi e nel caso specifico stiamo per avventurarci sugli impervi percorsi dell’economia.

Paul Krugman, economista statunitense, vincitore del premio Nobel nel 2008, è definito da più parti un neo keynesiano, ma questa non è la ragione per cui ho deciso di scriverne, piuttosto perché appare da subito, nella scelta degli argomenti e nel tratto divulgativo, un autore che preferisce andare contro corrente.

La corrente è quella delle teorie consolidate, ma soprattutto delle pratiche, che anche in economia (come in altri campi) sono spesso appannaggio di tecnocrati, o menti assai ristrette, poco avvezze quindi a leggere il contesto in modo innovativo o a ricercare nuove soluzioni che consentano, ad esempio, di superare crisi e gravi difficoltà.

“Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008” è un libro da leggere proprio per capire i tempi che stiamo vivendo e soprattutto per potersi fare, in modo sensato, una opinione che non sia dettata esclusivamente da spinte emotive ma, invece, corroborata da un percorso analitico, saggiamente assistito.

“Permettetemi di dichiarare che questo libro è, in fondo, un trattato analitico. Non si occupa tanto di quello che è successo quanto del perché” sottolinea Krugman nell’introduzione, certo, è un trattato di economia, ma costruito usando un linguaggio chiaro, sempre comprensibile, evitando anche di ricorrere all’uso eccessivo di diagrammi o grafici che potrebbero affaticare un lettore non specializzato, riuscendo invece a tener viva l’attenzione nella disanima delle principali crisi dell’economia moderna e traendo infine conclusioni accessibili a tutti.

Un esempio originale, a cui l’autore ricorre spesso, è quello della Cooperativa di baby sitter di Capitol Hill, tratto da un articolo scritto da Joan e Richard Sweeney nel 1978. Il funzionamento della cooperativa, la stampa di buoni che consentono ai soci di usufruire di servizi di baby sitter dopo averli prestati, consente di simulare quanto accade nel quadro più ampio delle politiche economiche e monetarie, di capire come nascono le recessioni e come talvolta è possibile gestirle.

Dopo la grande crisi del 1929 sembrava che il mercato economico e finanziario avesse trovato l’antidoto e che situazioni simili non dovessero più riprodursi, ma negli ultimi decenni le crisi dell’America Latina, in special modo Argentina e Messico, del Giappone, che era considerato il principale attore dell’economia mondiale, e dell’intero comparto asiatico, le cosiddette economie emergenti, oltre ad apparire come pericolosi prodromi di quanto poi è accaduto sul piano globale, secondo Krugman, non sono state gestite nello stesso modo, quindi sono state gestite senza far ricorso allo stesso genere di antidoti.

“La seconda guerra mondiale offrì l’occasione che Keynes stava aspettando da anni, non solo perché si riuscì a uscire dalla depressione, ma anche perché ci si convinse che le politiche macroeconomiche – tagliare i tassi o aumentare il deficit statale per combattere le recessioni – potevano tenere più o meno stabile un’economia di libero mercato in presenza di un tasso di quasi completa occupazione.”

Questo tacito accordo tra capitalismo, economisti e opinione pubblica, che avrebbe dovuto e potuto evitare ulteriori Grandi Depressioni, fu definito negli anni cinquanta da Paul Samuelson “sintesi neoclassica”, Krugman invece preferisce chiamarla “sintesi keynesiana” e, subito dopo, si chiede come persone intelligenti abbiano potuto consigliare a economie di mercato emergenti politiche del tutto perverse alla luce della dottrina economica acquisita e perché la “sintesi keynesiana” non sia stata considerata e fatta propria allo scopo di risolvere i problemi di quelle economie?

Forse tutto questo è avvenuto perché: “oggi, in effetti, la politica economica internazionale ha poco a che fare con l’economia. E’ diventata più che altro un esercizio di psicologia dilettantesca, con il quale il Fondo Monetario Internazionale e il segretario al Tesoro hanno cercato di convincere i Paesi a fare cose che speravano sarebbero state percepite dal mercato come rassicuranti.”

Quello che bisogna fare è, al contrario, cercare di sviluppare la capacità di comprensione, affrontare lucidamente i problemi, usare gli strumenti che abbiamo senza farci costringere dentro logiche precostituite o abbattere da presunti limiti strutturali.

“Credo che gli unici veri ostacoli strutturali al benessere del mondo siano le dottrine obsolete che annebbiano la mente degli uomini.”

Un libro da leggere nelle calde giornate d’agosto, in primo luogo per imparare e poi per valutare, con uno sguardo davvero nuovo e disincantato, quanto sta succedendo anche dalle nostre parti, a cominciare dalle ricette economiche del governo tecnico.

Steve Jobs. Il grande innovatore non c’è più…..

In queste ore i giornali, le televisioni, i blog di tutto il mondo sono pieni di immagini di Steve Jobs. Non c’è molto da aggiungere, se non ricordarlo come un artista e un grande innovatore.

A tale riguardo alleghiamo il video della sua conferenza a Stanford.

Per i pochi che non avessero avuto occasione di vederlo è un modo per conoscerlo davvero, per noi forse il modo migliore di ricordarlo.

Ciao Steve.

Ancora su Steve Jobs, l’uomo che ha inventato il futuro.

Il percorso professionale e imprenditoriale di Steve Jobs è molto istruttivo per tentare di capire quali possono essere i fattori critici di successo (e che successo!) di una impresa.

E non necessariamente soltanto imprese che operano nel mondo dell’high tech, web e relativi device, ma tutte le imprese.

Il punto centrale è il prodotto. Tutta l’organizzazione ruota intorno al prodotto e a chi lo realizza e il prodotto viene creato e costruito in modo tale che piaccia e soddisfi il cliente. Semplice a parole. Per raggiungere questo obiettivo e per mantenere e consolidare i risultati l’organizzazione deve essere piatta, snella, ridotta ai minimi termini, insomma è bene che aleggi sempre lo spirito iniziale: lo spirito dello start up.

Tali suggestioni, colte qua e là, tra le righe di “Steve Jobs, l’uomo che ha inventato il futuro” ci portano a riflettere su quanto siano lontane da questo modello molte imprese di casa nostra.

Aziende nelle quali le funzioni di staff ridondano di personale e abbondano inutili presidi di coordinamento, spesso del tutto scoordinati e male assortiti, nelle quali pochi manager di vertice conoscono davvero il prodotto e le responsabilità sono disperse e frammentate e nessuno è veramente responsabile di qualcosa. In queste aziende chi si occupa di prodotto viene spesso guardato con sospetto perché troppo creativo e poco sensibile al contenimento della spesa.

Se poi estendiamo questo modello al mondo dei servizi, di qualunque tipo, non escludendo i servizi pubblici, potremmo giungere a rilevare un generale distacco emotivo tra le persone dell’azienda, o ente che sia, e il prodotto servizio prestato.

L’entusiasmo e la passione delle persone sono la chiave del successo di una impresa, senza questa tensione non si può pensare di essere competitivi.

Una delle ricette che emergono dalla lettura di questo libro.

Perché, dalle nostre parti, oggi, è così difficile metterla in pratica?

I cuori del passato e del futuro. Riflessioni su due libri.

La parola futuro è presente in due libri davvero significativi. Abbiamo già scritto di “Breve storia del futuro” di Jacques Attali e di “Steve Jobs, l’uomo che ha inventato il futuro” di Jay Elliot.

Perché allora torniamo sui passi perduti?

Il motivo è che, talvolta, andando avanti nella lettura, capita di mettere in relazione tra loro contenuti e riflessioni provenienti da fonti diverse (nel nostro caso i libri succitati) e che queste suggestioni acquistino un significato che in precedenza, viste singolarmente, non sembrava avessero.

La parte, a mio parere, più bella e interessante del libro di Attali racconta dei luoghi e delle città dove, alternativamente, hanno battuto, nel tempo, i cuori del mercantilismo: da Bruges a Amsterdam, a Venezia, Anversa, Genova, Londra, Boston, New York e per finire la California.

Attali ridisegna il percorso della storia attraverso la prospettiva mercantile e produce un affresco interessante e ricco di significati.

Noi italiani abbiamo avuto Venezia e Genova, le repubbliche marinare, ma nei libri di scuola a mala pena è dedicato loro un paragrafo.

Guarda caso, l’ultima stazione, è la California, proprio laggiù dove batte il cuore di Steve Jobs, l’imprenditore che ha voluto cambiare il mondo e c’è riuscito con le sue applicazioni innovative e i prodotti rivoluzionari.

Dentro questo percorso è impossibile non avvertire l’importanza del legame misterioso tra territori, persone e innovazione. E’ come se, talvolta, avvenisse una sorta di miracolo alchimistico con il quale questi fattori riescono a fondersi insieme creando una posizione, un luogo, che  viene improvvisamente a collocarsi più avanti di tutti gli altri.

Il risultato è innovazione e ricchezza.

In quale nuova location della nostra vecchia terra batterà il prossimo cuore?

Steve Jobs l’uomo che ha inventato il futuro. Jay Elliot con William L. Simon

“Why join the navy if you can be a pirate?” in questo slogan coniato da Steve Jobs, uno tra i più grandi e riconosciuti visionari e creativi del nostro tempo, c’è buona parte dell’essenza di questo libro. Incredibilmente, ma non troppo, Jay Elliot, ex senior Vice President di Apple, che ha lavorato per anni con Steve Jobs dedica quasi la metà del suo lavoro al modo in cui Steve recluta i talenti, seleziona e gestisce gli ingegneri, gli art director, motiva il personale.

Apple appare come una azienda nella quale entri solo se sei innamorato del prodotto, intelligente e appassionato e conta poco il curriculum, la laurea ad Harvard o in altre prestigiose università; se poi hai dentro di te uno spirito davvero piratesco e vuoi lasciare il mondo a bocca aperta con le tue realizzazioni, ecco quello è proprio il posto giusto.

Nel bel mezzo di una notte può anche succedere che il leader, Steve appunto, ti chiami per discutere di un particolare, di un dettaglio del nuovo prodotto ma questo fa parte del gioco, dell’impresa. Nella mia vita, ho avuto la fortuna, di conoscere grandi imprenditori e manager e ho ritrovato tra le righe di questo libro la passione smodata per il prodotto che aveva e sicuramente continua ad animare Luciano Benetton e l’attenzione estrema per il dettaglio di Franco Tatò: “nel dettaglio c’è il diavolo” diceva.

Un lavoro che fa comprendere quale debba essere il mix attraverso cui nascono le imprese memorabili e che alla base del successo vi siano soprattutto persone eccellenti e motivate. Bella anche la prefazione di Luca De Biase che pone l’accento sulla qualità artistica di Steve Jobs e sul suo desiderio insopprimibile di trasformare in altrettanti artisti ogni uomo o donna di Apple.

“Ogni membro del team di progetto firmò su un grande foglio di carta da disegno, compreso Steve Wozniak, che firmò con il nomignolo usato da tutti, Woz. Gli acquirenti del Mac non avrebbero mai visto gli autografi all’interno del computer e non avrebbero neppure saputo della loro presenza. Ma gli ingegneri lo sapevano e per loro significava molto.”

Un libro bellissimo che ci insegna che la passione, l’amore per il prodotto e per le persone che lo sviluppano è il fulcro di ogni vero successo imprenditoriale.

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