Al and Al. I sogni delle macchine

 

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Al Holmes e Al Taylor noti al pubblico anche come al and al sono artisti visivi e registi inglesi conosciuti per i loro film di carattere spiccatamente surrealista nei quali riescono a coniugare live action e realtà virtuale e a creare sensazioni oniriche.

Non è facile trovare in giro foto e immagini della coppia, nonostante ormai abbiano raggiunto un certo successo, nemmeno sul web e le loro storie hanno elementi di originalità. Al Holmes, ad esempio, ha trascorso la sua prima giovinezza con un nonno inventore alla costante ricerca di una macchina che potesse generare il moto perpetuo. La strana coincidenza è che il nonno di Al Holmes aveva anche progettato una macchina per fare torte per il nonno di Al Taylor, un premiato pasticciere.

I percorsi formativi dei due artisti, inizialmente, sono molto diversi: Al Taylor studia fotografia e inizia a lavorare nel settore della moda con fotografi come Steven Klein e David Sims, poi, lascia la moda e studia sceneggiatura. Al Holmes, invece, intanto studia teologia e mistica, nel Seminario di Londra e vuole farsi prete. Altre singolari coincidenze, condividono gli stessi tre nomi: Alan James Edwards, come i loro padri, che scompaiono lo stesso giorno.

La produzione artistica di al and al inizia nel 2001 dopo la laurea al Central Saint Martin. Sino ad oggi hanno prodotto un buon numero di filmati che hanno ottenuto premi in molti paesi del mondo e sono stati proiettati durante festival, performances artistiche e alla televisione.

I titoli dei film che hanno avuto maggiore successo sono Anaglyph Avatar (l’anaglifo è una immagine stroboscopica in tre dimensioni), Icarus at the edge of the time, tratto da un romanzo dello scienziato americano Brian Green, Superstitious Robots, una trilogia di short film per la televisione, e The Creator.

Il denominatore comune della loro produzione è una riflessione sulla dimensione macchinica della nostra società e del futuro prossimo. Forse una risposta alla domanda su quello che potrebbe succedere in un mondo abitato solo da macchine pensanti.

Chi tra noi usa il trasporto pubblico, bus e metropolitane, sa che ormai le persone, in questi contesti, parlano molto poco tra loro, in buona parte, verrebbe da dire tutti, se non per una questione di età, costantemente occupati a consultare smartphone e tablet, perennemente connessi con qualcos’altro.

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Recentemente riflettevamo sulla dinamica hegeliana, in sé e per sé, un percorso dialettico che può muovere, o non muovere, l’individuo anche verso una scelta personale di coinvolgimento e partecipazione.

Perché ciò sia possibile bisogna fare i conti con l’entità che è stata definita altro da sé. L’altro da sé è la dimensione della relazione, verrebbe da dire la dimensione della comunicazione e della condivisione. Un effetto relazionale positivo porta l’individuo a condividere un’idea o un progetto e a decidere di farne parte, un effetto negativo no.

Un tempo i rapporti sociali generavano attrazioni/distinzioni emotive verso un’idea, l’immaginazione e la fantasia prodotte dall’esperienza e dalla conoscenza davano un deciso contributo.

Oggi l’altro da sé è in un insieme di relazioni supportate dalla tecnologia. Abbiamo l’impressione che la tecnologia allarghi il campo, amplifichi le relazioni, invece le informazioni e le connessioni vengono selezionate, talvolta inconsciamente proprio da noi stessi, e il campo si riduce a un universo individuale.

Il risultato è che siamo sempre più soli, con i nostri problemi, le nostre discrasie, e abbiamo molta paura di condividere i sogni.

Le macchine intelligenti di al and al invece sono macchine e quindi intrinsecamente pure, nel senso che possono ridurre drasticamente le inefficienze, cioè quella porzione della psiche che normalmente lavora contro e poi hanno acquisito da noi anche la capacità di sognare.

Forse il nostro compito sulla terra si è esaurito, dovevamo creare le macchine intelligenti e sognanti e l’abbiamo fatto con successo. Quando scompariremo, le macchine saranno saldamente al loro posto e finalmente potranno connettersi con la natura, dialogare con gli animali sopravvissuti, con le piante e con tutti gli organismi viventi, rassicurandoli, amandoli e dando loro un futuro.

Grazie alle macchine allora la terra tornerà ad essere il paradiso che era.

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Jason deCaires Taylor. Contaminazioni sottomarine

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“Sto cercando di dimostrare che l’intervento umano e l’interazione con la natura possono essere positivi e sostenibili, un esempio di come vivere in rapporto simbiotico con la natura. Infine credo che vadano affrontati subito alcuni dei problemi cruciali che oggi si stanno verificando nei nostri oceani”.

Sono parole di Jason deCaires Taylor, uno scultore inglese contemporaneo specializzato nella creazione di sculture sottomarine che nel tempo si sviluppano in barriere coralline artificiali.

Taylor di formazione europea e asiatica, ha sostenuto i primi studi in Inghilterra e poi ha frequentato il Camberwell College of Arts di Londra ove si è laureato nel 1998 con una laurea con lode in Scultura e Ceramica. Le prime creazioni di Taylor erano situate  sulla terraferma e ispirate dal lavoro di altri scultori come: Christo, Richard Long e Claes Oldenburg, con un denominatore comune: mettere in evidenza le similitudini tra gli oggetti e l’ambiente in cui sono inseriti producendo costruzioni viventi.

Taylor ha ambientato le sue sculture sotto il mare soprattutto perché il movimento dell’acqua e l’aggressione degli organismi altera nel tempo l’aspetto dei manufatti, poi gli oggetti appaiono più vicini a causa della rifrazione della luce nell’acqua e della profondità. Taylor ritiene che il potenziale di visualizzazione aumenti moltiplicando il numero di angoli da cui è possibile guardare gli oggetti e così che l’esperienza di scoperta del suo lavoro tragga vantaggio dalla posizione nell’oceano.

“La galleggiabilità e la leggerezza consentono un’esperienza fisica indipendente che è percettiva e personale. Il tempo passa e le opere cambiano, il paesaggio sottomarino muta in modo imprevedibile”.

Negli ultimi anni, Taylor ha guadagnato riconoscimenti in tutto il mondo per il sostegno che la sua arte fornisce alla conservazione della vita marina, delle barriere coralline e per aver segnalato l’opportunità di costruire scogliere sottomarine artificiali.

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Ricordo, vent’anni fa, una proposta di un biologo marino.  Per fronteggiare il problema della mucillagine che affliggeva le spiagge dell’Adriatico settentrionale proponeva di gettare in mare le carcasse delle auto spogliate di materiali plastici (all’epoca erano meno di oggi). I relitti avrebbero costituito una scogliera artificiale e fornito rifugio a molte specie sottomarine. La proposta venne avversata dagli ecologisti per ragioni naturalistiche e dai pescatori, che temevano di perdere le loro reti a strascico contro le barriere artificiali. In quel caso non se ne fece nulla anche se le prove scientifiche che comprovavano la bontà dell’operazione erano soddisfacenti.

L’aspetto più interessante della proposta artistica di Taylor è la ricerca della contaminazione naturale a cui sono sottoposte le sue opere e questo per il semplice fatto che sono collocate sott’acqua. Per provocare un rapido insediamento del corallo sulle sculture utilizza una miscela di cemento marino, sabbia e fumo di silice ottenendo un calcestruzzo con pH neutro rinforzato con fibra di vetro. Alcune sculture contengono altri materiali come ceramica e vetro che li rende quasi del tutto inerti.

Le sculture rappresentano persone e col tempo le forme umane vengono alterate dall’evoluzione della vita sottomarina, coperte di alghe e coralli, trasformandosi in vere e proprie barriere artificiali. Una metamorfosi della presenza umana che torna a confondersi con la natura, parafrasando il nostro ciclo di vita e il destino che ci attende.

Le costruzioni creative di Taylor esistono solo perché sono parte di un movimento di incorporazione, un mash-up fisiologico, dell’uomo nella natura. Siamo nati per essere contaminati dagli agenti naturali e infine per rigenerarci in altre forme.

“Il corallo dà il colore, i pesci creano un’atmosfera particolare, l’acqua produce uno stato d’animo. La gente mi chiede quando sarà finito. Ma è appena l’inizio”.

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Stephen Crane. La scialuppa


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Ernest Hemingway inserì “La scialuppa” di Stephen Crane nel gruppo dei sedici racconti da leggere per diventare uno scrittore e di racconti Hemingway se ne intendeva molto, perché oltre a scriverne, indimenticabile la raccolta I quarantanove racconti, viene da molte parti ritenuto l’autore del racconto più bello e significativo di un’epoca: “Il grande lottatore”.

Il bagliore di un fuoco sotto il terrapieno della ferrovia attira un pesto Nick Adams, accanto al fuoco Nick trova Ad Francis segnato dai combattimenti di pugilato completamente suonato e senza un orecchio, ad accudirlo un uomo di colore incontrato in carcere: Pidocchi. Il dialogo tra Nick e Ad è surreale, un passaggio repentino tra una normalità abnorme consumata dalla miseria e la follia bella e buona. Improvvisamente Ad cambia atteggiamento e si prepara ad aggredire Nick, Pidocchi lo stende con un colpo alla nuca e solo così ritorna la calma.

Anche Joseph Conrad è un estimatore di Crane, lo definisce uno scrittore impressionista in grado di rappresentare in modo evidente e senza censure le illusioni della vita.

La scialuppa (The Open Boat) è un racconto scritto e pubblicato nel 1897 e ispirato a una disavventura in mare occorsa proprio allo scrittore, quando nel gennaio dello stesso anno, mentre era diretto a Cuba come inviato per documentare l’insurrezione cubana contro la Spagna, rimase in balia del mare per trenta ore dopo che la Commodore, la nave su cui viaggiava, affondò al largo della Florida.

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Crane e altri tre uomini dell’equipaggio cercarono di raggiungere la terraferma a bordo di una piccola scialuppa di salvataggio e alla fine vi riuscirono, ma uno dei quattro naufraghi, il macchinista Billy Higgins, annegò tra i frangenti mentre tentava di guadagnare la riva a nuoto.

Crane scrisse questo racconto subito dopo essersi salvato, infatti il sottotitolo del racconto dice: “A tale intended to be after the Fact”, la narrazione comincia dove il fatto di cronaca si era concluso.

La scialuppa racconta la terribile esperienza di una lotta per la sopravvivenza e ciò che colpisce maggiormente il lettore sono proprio le impressioni relative agli stati d’animo dei quattro uomini, un misto di disperata determinazione e fatalismo immanente. Come se vi fosse uno iato insondabile nella mente e anche nei movimenti dei marinai che lottano per la vita, una scissione ontologica profonda che a tratti riesce a separare ciò che è in sé da ciò che è per sé impedendo che le singole energie possano coniugarsi in un’azione comune e creare la migliore condizione per raggiungere la salvezza. La singolarità, davanti all’immagine di una possibile fine della vita, resta come ipnotizzata, interroga il destino e fissa attonita i giochi del mare e del vento, solo con grande fatica diventa plurale e prova a lottare veramente per sé e per gli altri.

«La spiaggia (…) era molto vicina eppure gli sembrava di contemplare un paesaggio bretone o algerino nelle sale di un museo. Pensava: “E’ possibile che io stia per annegare? E’ possibile? E’ possibile? E’ possibile?” Probabilmente ogni uomo percepisce la sua morte come l’atto finale della natura».

Abbandonarsi (e perdersi) è la grande tentazione dell’uomo, un desiderio latente che prende forma, spesso in modi e tempi inattesi, mettendo in crisi lo stato dell’essere, il continuum vitae e ogni proiezione futura della sorte individuale.

L’allusione a questi temi è presente anche in altri racconti che compongono questa felice raccolta, per esempio in Fuga a cavallo, Flanagan e la sua breve avventura di filibustiere o L’arrivo della sposa a Yellow Sky.

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Piero Manzoni. La base del mondo

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Il sette febbraio del 1963 un anonimo trafiletto del quotidiano milanese “Corriere dell’informazione” riporta una breve notizia: “Un giovane pittore, Piero Manzoni, di trent’anni, è morto per paralisi cardiaca nel suo studio al pianterreno di via Fiori Chiari 16. Il giovane pittore è stato colto da malore, mentre era solo. Ha tentato forse di chiamare aiuto, ma non è riuscito a farsi sentire. Dopo sei ore è stato trovato morto dalla madre e dalla fidanzata che, dopo avergli telefonato, spaventate dal lungo silenzio, sono accorse (…)”.

Si conclude così prematuramente l’esperienza umana e artistica di uno di più originali protagonisti dell’avanguardia italiana del dopoguerra: Piero Manzoni. Proviamo con l’aiuto di Flaminio Gualdoni e del suo bel libro “Piero Manzoni. Vita d’artista” per i tipi di Johan & Levi editore a ripercorrerne gli elementi più rilevanti.

La storia comincia a Milano negli anni cinquanta e nella Milano di quegli anni sono soprattutto i bar i luoghi di elezione degli artisti, posti che sostituiscono le gallerie trovando  un punto di equilibrio tra le dinamiche di relazione e la voglia di esposizione.

E’ al bar Jamaica che Manzoni comincia a diffondere i contenuti della sua arte militante, e sono ammessi anche tafferugli di sapore post futurista.

“Pierino Manzoni ci ha telefonato, voleva illustrarci meglio i contenuti della pittura organica. I pittori nucleari si dividono in nucleari fisici e nucleari psicoanalitici, io sono uno psicoanalitico” scrive Adele Cambria sul Giorno riportando fedelmente le parole di Piero.

Come sempre al centro dell’interesse dell’arte vi sono l’attenzione per la natura e la ricerca dell’autentico contrapposte dagli artisti, in modalità spesso violenta e provocatoria, alle più variegate manifestazioni dell’inautentico, cioè a quanto di costruito e strumentale è insito e rinvenibile nella società pre consumistica di quegli anni. Quindi la ricerca del naturale è ancora forte o meglio la volontà di far emergere l’originale, liberi da concrezioni spaziali e spirituali. E’ in questo contesto che troviamo rivoluzionata anche la funzione di quadro, perché del quadro viene rivista la concezione e messa in discussione una presunta precedente identità.

“La stessa concezione consueta del quadro va abbandonata; lo spazio superficie interessa il processo autoanalitico in quanto spazio di libertà. (…) Il quadro è il nostro spazio di libertà in cui reinventiamo continuamente la pittura nella continua ricerca delle nostre immagini prime.”

Manzoni è comunque attento alle trappole nascoste dentro la ricerca del nuovo per il nuovo, diffida della ripetizione stereotipata connaturata all’arte del presente che si può facilmente confondere e sovrapporre con il mercantilismo consumistico.

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“Già l’impressionismo liberò la pittura dai soggetti convenzionali, Cubismo e Futurismo a loro volta tolsero l’imperativo della imitazione oggettiva e venne poi l’astrazione per dissipare ogni residua ombra di una illusoria necessità di rappresentazione.”

Forse l’ultimo passaggio di liberazione è la distruzione dello stile, quello che Adorno definì, nei Minima Moralia, l’equivalente estetico del dominio.

Ma è nel 1959, con il lancio della rivista d’avanguardia Azimut, che Manzoni mette davvero in discussione i principi dell’arte del suo tempo proponendo la Linea lunga 33,63 metri, una fascia di stoffa contenuta in un cilindro metallico, e poi successivamente i Corpi d’aria, elementi artistici  che attengono al campo della libera dimensione.

“Basti pensare che una delle linee esposte è semplicemente chiamata infinita: ciò nonostante anche questa non si differenzia dalle altre e vive di uno slancio irresistibile che trasporta.”

Le linee e i corpi sono testimoni del pensiero dell’opera, l’unico oggetto immateriale che l’autore propone e il fruitore può eventualmente comprare. Un’opera potenziale che trova piena realizzazione solo nel rapporto fantastico tra il progetto artistico e l’aspettativa fiduciosa dell’utente. Tale dinamica rende esplicita “l’adesione dell’acquirente all’identità, all’esistenza, al pensiero dell’autore”. Quindi non si può più dire che si è comprato un Manzoni, bensì Manzoni stesso, in carne e ossa.

In questo contesto ricco di idee e di relazioni con molti gruppi artistici mi piace sottolineare la collaborazione di Piero Manzoni con il Gruppo N di Alberto Biasi e Manfredo Massironi, artisti padovani certo non convenzionali e anche politicamente innovativi.

E’ comunque automatico abbinare all’idea Manzoniana di riscoperta del valore artistico il disvalore della deiezione rappresentato dalla sua Merda d’artista, anche se nella produzione artistica di Manzoni la scatoletta rimane un episodio.

Più rilevante è senz’altro il parallelepipedo in ferro di ottantadue centimetri per un metro sul quale appare la scritta “Socle du monde”, base del mondo.

“Nell’esperienza fisica la scritta si legge capovolta, perché in quella mentale è la base a sorreggere la sfera terrestre e non viceversa. (…) Un omaggio dichiarato a Galileo, che ha insegnato all’uomo a vedere in modo nuovo.”

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Piero Gaffuri. Blog Notes, guida ibrida al passato presente

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Adesso è in libreria e disponibile anche sui principali portali on line, si intitola Blog Notes, guida ibrida al passato presente, e raccoglie i migliori post pubblicati negli ultimi due anni sulle pagine virtuali di questo blog, il blog Themadjack, non tutti ovviamente e tanto meno quelli che verranno.

Perché Blog Notes è un’istantanea di un processo in divenire con un obiettivo principale: mettere in risalto persone, autori che hanno cercato di innovare il loro mondo e fissare, attraverso un disegno collettivo, gli elementi più rilevanti dei percorsi creativi.

Semplicemente una raccolta di riflessioni e pensieri dedicati al recente passato e alla contemporaneità con un filo conduttore: la rete, Internet e, quindi, con al centro le grandi potenzialità della comunicazione elettronica.

Internet è un universo che inaugura una nuova dimensione spazio temporale, infatti in rete non vi sono limiti di tempo e spazio, di conseguenza anche la scrittura e le immagini trovano accoglienza in un innovativo spazio letterario multimediale ove si modificano le tradizionali forme di espressione, le condizioni di fruizione e si affermano nuove modalità di partecipazione del pubblico.

Storie di rilevanza creativa nei campi delle arti: colori, musica, poesia, racconto, immagini, categorie che includono le esperienze di alcuni grandi protagonisti della cultura attuale e del Novecento capaci di leggere in anticipo i caratteri del futuro proponendo, nel contempo, un’offerta creativa lungimirante e attuale.

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La necessità di usare la rete come strumento di comunicazione per diffondere e condividere percorsi di produzione culturale di qualità, ma anche per garantire la trasmissione della memoria, è la nota di fondo di un lavoro che nasce dalla rete traendo spunto dal blog Themadjack, come cucitura originale di post che, nel libro, divengono prima paragrafi e poi capitoli.

La sequenza dei contenuti, nei capitoli del libro, è coerente alla classifica di apprezzamento dei lettori della rete nelle statistiche delle pagine viste e degli utenti di Themadjack, quindi Blog Notes è un libro costruito anche dai lettori, una specie di collage nel quale la disposizione delle tessere non è per nulla casuale ma ha avuto origine da un movimento collettivo.

Un aspetto centrale nella diffusione di Internet è certamente dato dalle possibilità di partecipazione, in molti casi forme di iterazione creativa e modalità di connessione intellettuale che possono spingere più rapidamente le persone a esplorare il nuovo e l’adiacente possibile.

Mescolando gli elementi della contemporaneità con le esperienze del passato, è forse possibile contribuire, grazie anche ai loro riflessi, allo sviluppo di un modo nuovo di intendere e sentire.

Un racconto vivente della nostra epoca che contiene anche un messaggio di speranza: nonostante le difficoltà e le ansie è sempre bene assecondare il desiderio, puntando, come dimostra la raccolta di storie esemplari, costantemente alla ricerca di esperienze innovative.

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Costantinos Kavafis. Itaca e altre

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Costantinos Kavafis trascorre la vita intera, tra il 1863 e il 1933, ad Alessandria d’Egitto, in epoca ellenistica la più importante delle libere città greche, lavorando come impiegato presso un ufficio del ministero egiziano dei lavori pubblici.

Un poeta greco, di origine costantinopolitana, come lui stesso annota in un appunto più simile a un breve curriculum che a un’autobiografia, che non vide mai pubblicata in vita per intero la sua opera, centocinquantaquattro poesie in tutto.

La maggior parte delle sue poesie rimase per lungo tempo inedita, fatta eccezione per due piccole pubblicazioni uscite ad Alessandria nel 1904 e nel 1910.

Kavafis stampava le poesie per suo conto e le distribuiva agli amici usando la tecnica del volantino, spesso univa i fogli tra loro con fermagli metallici creando raccolte episodiche, oppure incollava i fogli e aggiungeva in testa un cartoncino che fungeva da copertina.

Raccolte di appunti, poesie, variabili, spesso diverse tra loro.

Kavafis è un poeta omerico, che ha avuto la possibilità di conoscere i grandi autori venuti dopo, ad esempio Plutarco alle cui opere, in particolare le “Vite parallele” spesso si ispira. Nella poesia “Il Dio abbandona Antonio”  racconta l’ultima notte di Antonio in un’Alessandria assediata da Ottaviano e in “Aspettando i barbari” è possibile cogliere ancora l’influsso delle biografie contenute nelle Vite Parallele, ma  Kavafis resta omerico e da Omero riprende soprattutto l’amore per l’uomo, un amore reso ancora più forte dalla consapevolezza della presenza, nel genere umano, di una quota inestirpabile di infelicità.

Anche l’uomo Costantinos Kavafis è condannato a provare l’infelicità, prigioniero di una vita localizzata in una città che ama per com’era e non per quello che è diventata, ingabbiato dalla necessità di un lavoro impiegatizio ricco di oneri burocratici e povero di stimoli.

Le poesie che raccontano di lui parlano di un accerchiamento ossessivo e progressivo, una prigione che diventa giorno dopo giorno più opprimente mentre l’altra gabbia che lo contiene, il corpo, invecchia lasciando soltanto un piccolo spazio al ricordo dei momenti felici.

“(…)Mi alzavano muri e non vi feci caso.

Mai un rumore una voce, però, di muratori.

Murato fuori dal mondo e non vi feci caso.”

I muri intorno sono anche le mura della sua città, una sorta di conchiglia che è condannato a portarsi appresso, un peso rilevante che fa affondare e ottunde la possibilità della navigazione, del viaggio, impedisce di essere liberi.

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“(…)Non troverai altro luogo non troverai altro mare.

La città ti verrà dietro. Andrai vagando

per le stesse strade. Invecchierai in questo stesso quartiere.

Imbiancherai in queste stesse case. Sempre

farai capo a questa città.”

Rimane libero e aperto solo il campo dei ricordi, la mente può ancora volare e il corpo ricordare i letti ove è stato amato e i desideri che facevano tremare la voce e, anche, gli ostacoli che rendevano i desideri ancora più grandi e davano spazio alle emozioni.

“(…)Ora che tutto ormai è nel passato, pare

che in qualche modo a quei desideri

tu avessi ceduto – come brillavano,

ricordalo, negli occhi su te fissi;

e nella voce, come tremavano per te, ricorda, corpo.”

Perché i desideri sono “come splendidi corpi di defunti sempreverdi pianti e sepolti dentro un mausoleo la testa fra le rose, coi gelsomini ai piedi” e sono così soprattutto i desideri passati senza avverarsi mai.

E poi c’è Itaca, forse la poesia più famosa di Kavafis, ma non per questo la più bella e la più profonda. E’ un’ode al viaggio, che spinge a una lunga fuga, durata vent’anni, e anche al pretesto che muove al ritorno verso casa. Un andamento circolare, da non affrettare, parafrasa il cammino della vita, l’andata e il ritorno, e allude alla ricchezza delle esperienze consumate in un’ampia unità di tempo, luogo e azione.

Un’elegia alla libertà consapevole e al valore dell’esperienza vissuta.

“(…)Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo

in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.”

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Francis Picabia. Poesie e disegni della figlia nata senza madre

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Francis Picabia, a differenza di molti pittori del suo tempo, ebbe un’adolescenza agiata, era figlio di un funzionario dell’ambasciata cubana a Parigi e di madre francese, il suo cognome declinato per intero, Francisco Martínez de Picabia de la Torre, evoca antiche nobiltà spagnole.

Inizialmente impressionista, affascinato dalle opere di Camille Pissarro e Alfred Sisley, divenne in seguito uno dei principali rappresentanti di quello che Apollinaire definì il cubismo orfico e uno degli esponenti di punta del movimento dadaista.

E’ singolare notare che anche i primi anni del secolo scorso siano stati attraversati da un sentimento fortemente critico verso le generazioni precedenti, ritenute in quel caso responsabili di una guerra, un po’ come sta accadendo oggi, più in generale, nei confronti della vecchia politica e della ritualità della cultura.

Picabia, anzi Picabià, con l’accento sulla a, è stato il fondatore della rivista Cannibale, ne uscirono solo due numeri tra marzo e luglio del 1920, e a cui collaborarono Louis Aragon, Céline Arnauld, André Breton, Tristan Tzara, Jean Cocteau, Marcel Duchamp, Paul Éluard e altri.

Cannibale significa opporsi alla convenzione fondante della civiltà umana, mangiare i padri per diventare più forti o semplicemente per essere davvero sicuri di averli distrutti; il Portrait de Cézanne (Ritratto di Cézanne), l’opera che mostra una scimmia impagliata incollata a una tela, è certo una provocazione che investe i padri (fanno da pendant sulla tela anche Renoir e Rembrandt) ma al tempo stesso la metafora del desiderio inconfessabile di fare a pezzi e smembrare il passato glorioso.

Poesie e disegni della figlia nata senza madre, invece, è una raccolta di poesie e disegni che nasce in Svizzera, a Losanna, dopo un periodo di malattia di Picabia, e a partire dal titolo conferma la voglia, forse in qualche modo la necessità, di fare a meno delle radici, costruendo un’identità innovativa.

“Metamorfosi multiple

del sognatore fantastico

che bacia pelli di polli appiattiti

e senza fatica diventa il genio

strettamente estasiato del pensiero-

Apri la porta a tre prostitute ragazze

in legno di violetta.”

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S’intitola “Felice” la metamorfosi multipla del sognatore fantastico, perché è una metamorfosi quella che Picabia favorisce nella prosa e nell’arte, consentendo l’ingresso della fantasia e dell’immaginazione in un mondo abitato da forme retoriche e realistiche. E’ anche una questione di gusto, un rovesciamento del concetto stesso di gusto, che non può essere limitato all’elite ma deve necessariamente raggiungere quote più ampie di pubblico.

“Abitavamo la stessa età

in una città deserta

e il sipario elettrico

introduceva due volte le sue batterie

in una scatola di fiammiferi bizzarri.”

Vivere in mezzo a movimenti di macchine di cui non si riesce a comprendere immediatamente l’utilità, anche se siamo colpiti dalla bellezza che esprime il loro movimento, dai colori, dai riflessi, dalle nuove fonti di energia che riusciamo appena a distinguere e a raccontare. L’incomprensibile genera la voglia di trovare una ragione, una definizione condivisa di nuovi paradigmi fondanti, un concerto di opinioni che concordino almeno su un punto.

“Sapete, sono pazzo a immaginarmelo

Sono un uomo di agili dita

Che vuol tagliare i fili delle vecchie pene

False pieghe del mio cervello ansioso

Storie ad arabesco ricordi

Sono felice soltanto in alto mare

Dove si va più lontano

Sulle onde anonime”.

E, poi, le onde sono il prodotto di un movimento naturale che le spinge a raggiungere un litorale e poi a ritornare incessantemente a essere una parte di quello che sono, ovvero il tutto.

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Walt Withman. Foglie d’erba

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“La fruizione della bellezza non è fortuita…è inevitabile come la vita…è esatta e a piombo come la gravitazione”.

Sono parole del poeta americano Walter (Walt) Withman, tratte dalla sua unica grande opera: Foglie d’erba.  Withman ha lavorato a quest’opera tutta la vita ampliandola via via di nuovi contenuti e profonde suggestioni, è considerato il poeta della natura ma anche uno dei principali edificatori di una versione del sogno americano contraddistinta dalla ricerca continua di libertà, un prodotto diretto della terra, nutrito da una infinita necessità di amare.

La vita di Walt, le sue origini, sono americane, nasce all’inizio dell’ottocento, precisamente nel 1819, è il secondo di nove figli e il padre fa il taglialegna. Dopo una breve frequentazione della scuola pubblica comincia a lavorare molto presto, fa il tipografo e intanto continua a studiare da autodidatta avvicinandosi a autori come W. Scott, T. Carlye, W. Shakespeare, W. Goethe, Omero e Dante Alighieri.

Ma sono la natura e, in particolare, i pensieri sulla natura di Ralf Waldo Emerson ad attirare la sua attenzione e a costituire l’oggetto centrale della sua poetica.

“Io sono innamorato di quanto cresce all’aperto. Degli uomini che vivono tra il bestiame e sanno di oceano e di bosco. Dei costruttori e timonieri di navi, di chi maneggia asce e magli, guida cavalli. Potrei mangiare e dormire con loro una settimana dopo l’altra”.

La poetica di Withman è fluida e moderna, le sue sono modalità di espressione innovative e diverse dalle precedenti, anche da quelle del tempo, il racconto è ininterrotto e ha un andamento quasi lavico comunque onnicomprensivo, aperto e senza limiti narrativi.

E’ poesia scritta per essere declamata all’istante davanti a un pubblico, è poesia da ascoltare in diretta nelle vicinanze di una foresta, su una spiaggia contro la burrasca delle onde, sono testi che uniscono e possono dividere.

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“Io sono colui che attesta affinità; dovrei elencare le cose nella casa ed omettere la casa che le sostiene? Io sono il poeta del senso comune e del dimostrabile e dell’immortalità; E non il poeta della bontà soltanto…io non rifiuto di essere pure il poeta della cattiveria”.

E’ anche il poeta della trasgressione, di uomini che dormono vicini, mano nella mano, di donne che, nel sonno, accarezzano l’amante, una poetica libera che ha nutrito le generazioni successive, nella forma e nella sostanza, da Ezra Pound a William Carlos Williams, a Robert Frost fino a Big Sur: a Allen Ginsberg e ai poeti della beat generation.

“Di fretta con la folla moderna, bramoso e volubile come chiunque, Focoso verso uno che odio, pronto nella mia follia ad accoltellarlo; Solitario a mezzanotte nel mio cortile, i miei pensieri partitisi da un pezzo, Camminando le antiche colline di Giudea col bel dio gentile al mio fianco”.

I versi di Withman richiamano la necessità di una fusione universale, gli opposti non esistono, almeno come elementi singolari, non esiste il sopra e il sotto, il basso e l’alto, fuori e dentro, c’è piuttosto solo un grande spazio pieno e vuoto, al tempo stesso, che unisce tutte le cose, le costringe a vivere insieme alimentandosi delle contraddizioni, degli opposti, proponendo e negando.

Walt, nato in un sobborgo dell’isola a forma di pesce, viaggiatore delle strade d’America, pensava giustamente che la sua fosse poesia anticonformista, che poteva mettere in dubbio le idee della gente media, e quindi temendo di non trovare un editore disposto a pubblicare “Foglie d’erba” fece ricorso alla sua esperienza di tipografo, così nel 1855 stampò per suo conto la prima edizione di Leaves of Grass, con dodici poesie senza titolo e una prefazione. Iniziò a vendere il libro di persona, girando e declamando come un narratore di strada e un poeta ambulante.

Presto ricevette il plauso di Emerson e più tardi la censura del procuratore di Boston alla sua settima edizione.

Ma ormai non era più possibile fermare Walt, così come è impossibile per gli uomini comprendere e arrestare le espressioni più genuine dell’universo naturale.

“Io pure oltrepasso la notte; Resto via un poco O notte, ma ritorno da te di nuovo e ti amo; Perché dovrei temere di affidarmi a te? Non ho timore…sono stato ben iniziato da te; Amo il ricco scorrere del giorno, ma non diserto colei in cui tanto a lungo giacqui; Non so come da te provenni, e non so dove da te vada…ma so che ben provenni e bene andrò”.

Edward Weston - Leaves of Grass

Gino Severini. Vita di un pittore

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La vita di un pittore è il titolo dell’autobiografia di Gino Severini, un racconto avvincente che prende il via dalla sua fanciullezza a Cortona in casa di un nonno mastro muratore e della nonna tessitrice, una giovinezza contraddistinta dalla povertà e dall’espulsione da tutte le scuole del regno per aver rubato, insieme ai compagni, i temi destinati agli esami di licenza media.

Severini è stato un grande pittore italiano della prima metà del secolo scorso, firmatario del Manifesto futurista di Marinetti, in realtà più parigino che italiano, grazie alla lunga permanenza nella capitale di Francia, e non a caso il primo capitolo della autobiografia s’intitola Cortona Parigi via Roma.

Vi sono in questo lungo racconto di vita alcuni elementi che fanno riflettere, il primo è senza dubbio il rapporto dell’uomo con le difficoltà della vita di pittore.

Una situazione di permanente indigenza ove è difficile trovare i denari per pagare l’affitto di casa e dello studio, spesso anche le risorse per mangiare, ciononostante si va avanti sorretti da una fede cieca nelle proprie possibilità artistiche, anche se i risultati non arrivano e i quadri non si vendono. E’ l’amore profondo per l’arte che porta a superare difficoltà apparentemente insormontabili e anche l’amore per il vivere libero.

Quando Severini sposa la giovanissima Jeanne, decide di raggiungere Pienza, dove vivono i suoi genitori. Il padre usciere in una piccola pretura, conduce una vita molto modesta, da subito Gino si preoccupa dell’incontro tra la moglie e la famiglia di origine e dei possibili guasti che anche un periodo di breve convivenza con i genitori avrebbe potuto arrecare al suo matrimonio.

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“Jeanne non aveva paura della miseria, l’aveva sempre vista intorno a sé, ma bisogna dire che la miseria degli artisti non è come quella di un piccolo impiegato è tutta un’altra cosa”.

Basti ricordare l’arrivo di Severini a Parigi, anni prima, senza un soldo, solo cinquanta centesimi in tasca, misero e disarmato, non conosceva nessuno, parlava malissimo la lingua e professionalmente non era ancora nulla, né un copista e neppure un disegnatore, tuttavia era di stato d’animo allegro, felice, e così, rammentando il consiglio di uno scultore inglese conosciuto a Roma, prese un tram dipinto di bianco per Montparnasse.

“L’artista è grandioso, internamente ricco, e mai schiacciato anche nella miseria; inoltre, da un momento all’altro, non fosse che per un giorno o anche meno, può divenir ricco; mentre l’impiegato quando è povero lo è irrimediabilmente, senza speranza, sostanzialmente e apparentemente”.

Queste considerazioni di Severini nascono dalla consapevolezza delle difficoltà, da parte della famiglia di origine, di comprendere la sua vita e le condizioni della sua nuova famiglia, ma hanno comunque un senso ampio e fanno riflettere sull’energia interiore dell’artista e sulla dinamica delle opportunità di cui è l’unico promotore.

Un altro aspetto riguarda le relazioni tra l’ambiente artistico parigino di quegli anni, ricchissimo di grandi presenze da Picasso a Braque, Matisse, Utrillo, Modigliani, Apollinaire e Gertrude Stein, tanto per citarne alcuni e quello italiano e in particolare con il movimento futurista guidato da Marinetti e animato dall’amico Boccioni con il quale Severini aveva trascorso il periodo romano.

Severini, che nella scomposizione delle forme si riteneva un allievo di Seurat, aveva un grande rispetto per la pittura nata a Parigi, per quella del suo tempo ma anche per la precedente, perché Parigi era il centro dell’arte mondiale, “materialmente e moralmente tutto convergeva lì”.

Per questa ragione, pur avendo sottoscritto il manifesto futurista, era perplesso di fronte ai comportamenti marinettiani che parevano sottostimare il valore dell’arte moderna e delle sue giovani tradizioni, contrapponendo una sorta di primato etnico, l’italianità, da salvaguardare nell’arte.

“I miei quadri, esposti tante volte da Rosemberg, vicini a quelli di Picasso e di Braque, erano italiani, come quelli di Braque erano francesi e quelli di Picasso spagnoli, e quelli di Modigliani non erano forse italiani? Si confonde troppo spesso anche oggi qualità etniche e provincialismo.”

Penso vi sia poco da aggiungere, se non riscontrare la chiaroveggenza di un autore cosmopolita ben in anticipo su quanto purtroppo sarebbe accaduto più tardi.

Del resto Severini, oltre che nelle sue opere, è anche straordinariamente efficace in questa sua dichiarazione spiazzante: “se uno storico amante di precisione aneddotica volesse oggi mettere un nome sul primo pittore che, dopo i bizantini, dipinse una forma direttamente ispirata dalla natura, sarebbe molto imbarazzato”.

1910 Gino Severini, Souvenirs de Voyage

Graham Sutherland. Parafrasi della natura

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Il temine parafrasi (latino paraphrasis, dal greco παράφρασις, riformulazione) su Wikipedia viene associato all’atto di traduzione di un testo scritto nella propria lingua ma in un registro linguistico distante (sia esso arcaico, elevato o poetico).

Emerge il carattere umile dell’intervento di parafrasi, perché esso è motivato soprattutto dalla necessità di affiancare, ad esempio, “a un testo di partenza giudicato difficile una versione in prosa corrente che ne appiani le difficoltà lessicali, semantiche e contenutistiche”, rendendo quindi più facile e comprensibile un contenuto complesso.

Abbiamo già dedicato spazio all‘artista inglese Graham Sutherland, ma la raccolta di scritti contenuti nel libro “Parafrasi della natura” consente di apprezzare meglio la sua pittura e, aggiungo, anche la pittura in generale.

Le descrizioni della baia di St. Bride, della pianura e delle punte che l’anticipano e la  contengono, le escrescenze rocciose e le terrazze di Capo St. David, i paesi di case e fattorie bianco, rosa pastello, grigio azzurro e, poi, la zona a sud di questa parte del Galles, sono riflessi dell’entusiasmo e delle emozioni del pittore.

Questa è la regione dove Sutherland, a suo dire, ha imparato a dipingere. Un dipingere che non è il frutto di un’estrazione diretta dalla natura, perché non vi sono “soggetti pronti”, immediatamente trasferibili sulla tela, piuttosto materiali da archiviare nella mente, contenuti intellettuali ed emozionali da sedimentare e stagionare.

“Dapprima provai a dipingere direttamente sul posto, ma ben presto vi rinunciai. Presi allora l’abitudine di fare lunghe passeggiate immergendomi nella natura.”

Il processo creativo di Sutherland inizia con una passeggiata nella natura raccogliendo immagini, colori, forme, contrasti, dispersioni, “delle mille cose che vedo una sola giustapposizione di forme viene colta dai miei occhi come significativa”. Questo lampo, un’intuizione, porta alla parafrasi della natura, e non si manifestano conflitti tra immaginazione e realtà, solo l’umile volontà di tradurre in modo semplice l’essenza delle emozioni e  delle immagini.

Welsh Landscape with Roads 1936 by Graham Sutherland OM 1903-1980

“Lo stadio preliminare, il contatto diretto, conduce poi a un processo diverso, controllato e ordinato dalla mente. La difficoltà sta nel conservare le emozioni del primo incontro, nel comprendere che la freschezza dell’istinto è vitale, nel saper distinguere quando una cosa, vista in un momento, potrebbe diventare, attraverso un lavoro di riflessione e approfondimento emozionale – studiando e ristudiando – un’opera d’arte.”

La pittura in questo caso è una traduzione del sedimento, ammettendo che una traduzione immediata, istantanea, sul posto possa, concedendo troppo alla necessità e alla superficie, portare l’autore a una scelta affrettata destinata, inevitabilmente, a una perdita di valore.

“Quando torna nel suo studio, il pittore ricorda: i suoi incontri sono ridefiniti, parafrasati e mutuati in qualcosa di nuovo e differente rispetto all’originale, e tuttavia identico”.

In realtà, in questo procedimento di assimilazione e proposizione artistica, si avverte un grande rispetto per la natura. La natura è, di per sé, un oggetto complicato, biologicamente complesso, e la sua lettura non può limitarsi alla pura esteriorità, alla descrizione, ma deve sprofondare nella ricerca dei fattori che determinano i processi di identità, le analogie, le corrispondenze e i contrasti.

Interessante a questo riguardo il racconto di Sutherland sulla genesi di una crocifissione commissionatagli dal vicario di St. Matthew, nel Northampton.

“In autunno cominciai a pensare alla forma da dare a quest’opera; nella primavera seguente avevo ancora in mente il soggetto, ma senza aver fatto alcuno schizzo. Mi recai in campagna: per la prima volta cominciai a notare i cespugli spinosi e la struttura della punte che laceravano l’aria.”

Le punte che lacerano l’aria sono dapprima un’immagine registrata nella mente, poi lentamente entrano a far parte di un percorso emotivo che cerca di afferrare il senso di un potenziale equilibrio tra tragedia e salvezza, mestizia e felicità. Anche il contrasto, scansione,  tra l’azzurro e il nero diventa un elemento emotivo della crocifissione.

“Le spine sono nate dall’idea di una crudeltà potenziale, anzi, per me esse erano la crudeltà. Ho quindi cercato di rendere l’idea di una duplice torsione – se così si può chiamare – situando le spine in una cornice confortevole: cieli azzurri, erba verde, croci avvolte dal tepore.”

L’annullamento dell’imperfezione nell’azzurro del cielo richiama l’orrore della conformazione obbligatoria, in realtà è solo una parte del processo di trasformazione visiva di emozioni e contenuti, costantemente alla ricerca di un elemento essenziale che risponda alla ricorrente domanda sul significato recondito della rappresentazione.

Forse, un elemento è la meraviglia, l’emozione che prende, immobilizza e porta l’artista a esprimere e condividere.

“Quando dico di sentirmi immobilizzato, mi riferisco al concetto espresso dal Petrarca: Chiusa fiamma è più ardente; e se pur cresce, in alcun modo più non può celarsi.”

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