Franco Arminio. Geografia commossa dell’Italia interna

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Le filosofie dell’ottocento hanno prodotto modelli sociali per lo più utopici che nel secolo successivo hanno portato l’umanità a credere e a impegnarsi in tentativi di realizzazione risultati impossibili e spesso tragicamente fallimentari, oggi invece il pensiero del mondo è semplicemente diviso tra chi crede nella sostenibilità del pianeta e chi invece non ci crede.

Non è una questione ideologica, come si potrebbe supporre utilizzando modelli di riferimento novecenteschi, sono posizioni basate l’una su dati di fatto e l’altra, quella negazionista, sul disconoscimento di fattori ormai incontrovertibili. Scomparsi i modelli sociali alternativi è rimasto in vita soltanto un modello di sistema, tale modello è fondato sullo sviluppo delle società tramite lo sfruttamento delle risorse naturali, comprendendo in questo vasto insieme, uomini, cose, natura.

A pensarci bene è un modello piuttosto primitivo elevato però alla massima potenza e oggi trasferito su scala mondiale. La scelta di campo più facile è sempre quella di preservare la continuità ed è ovvio che gli Stati che hanno maggiormente sostenuto o incarnato lo spirito del capitalismo neghino che esistano limiti al suo processo di sviluppo. Questa la ragione per cui la tesi che il pianeta non sia più sostenibile viene respinta.

I libri di Franco Arminio, esponente di punta di un movimento che definiremmo paesologico, possono aiutarci a riflettere su questioni ormai centrali per la vita di tutti noi e anche a immaginare muovi modelli di sviluppo che, prendendo spunto dalle antiche comunità, non si limitino a disegnare percorsi nostalgici ma a prefigurare innovative modalità di relazione.

Sono i paesi contemporanei l’oggetto della ricerca, catalizzatori di una mozione degli affetti che viene dalla consapevolezza di non potersi limitare solo al dire o allo scrivere ma, soprattutto, a un nuovo fare.

“Al mio paese la vita comunitaria non è fatta più di niente. Se non fosse per qualche rancoroso incallito che ancora milita in piazza, si potrebbe dire che non c’è più niente, solo case e macchine che vengono spostate da un posto all’altro.”

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“(…) una bolla antropologica in cui le persone avevano mandato in giro la loro ombra, come se nessuno potesse più calcare la scena del mondo coi suoi piedi, col suo cuore.”

La constatazione, attraverso l’osservare, che i paesi non siano più i piccoli centri di un tempo, avendo perduto la dimensione della centralità di quando intorno c’era e si sviluppava un lavoro centrato sulla natura, rafforza la convinzione che siano diventati una sorta di indistinta periferia di un centro lontano, periferia spesso degradata e priva di una propria identità anche sotto il profilo culturale.

“La società dello spettacolo di cui parlavano i situazionisti ha ceduto il posto allo spettacolo senza società…la società non c’è più” ed è solo allo spettacolo che si aggrappano ormai i paesi spaesati, alle feste del patrono, alle sagre estive frequentate da personaggi di primo e secondo piano delle televisioni nazionali, confermando ancora una volta di essere semplicemente propaggini, piccole piattaforme utili solo a far rimbalzare una eco.

La speranza è racchiusa nella ineluttabilità dell’azione.

“Possiamo ripartire da piccole comunità provvisorie, possiamo ripartire dai luoghi e da assonanze pazientemente cercate e costruite. Il lavoro della cultura oggi è un esercizio di microchirurgia, si tratta di ricucire nervi tranciati, tessuti lacerati.”

Quindi la ripartenza di una concezione del mondo come organismo vivente può prendere spunto dalla cognizione dei suoi dolori, organizzando modalità di nutrimento contrapposte alle attuali pratiche di prelievo, spesso selvaggio, delle risorse naturali. Il tessuto sociale che supporta queste dinamiche va ricostruito partendo dalla base, attraverso l’elaborazione e la realizzazione di un nuovo concetto di paese e di comune.

E’ dai paesi che bisogna ripartire.

“Bisogna intrecciare in ogni scelta importante competenze locali e contributi esterni. Intrecciare politica e poesia, economia e cultura, scrupolo e utopia.”

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Piero Gaffuri. Blog Notes, guida ibrida al passato presente

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Adesso è in libreria e disponibile anche sui principali portali on line, si intitola Blog Notes, guida ibrida al passato presente, e raccoglie i migliori post pubblicati negli ultimi due anni sulle pagine virtuali di questo blog, il blog Themadjack, non tutti ovviamente e tanto meno quelli che verranno.

Perché Blog Notes è un’istantanea di un processo in divenire con un obiettivo principale: mettere in risalto persone, autori che hanno cercato di innovare il loro mondo e fissare, attraverso un disegno collettivo, gli elementi più rilevanti dei percorsi creativi.

Semplicemente una raccolta di riflessioni e pensieri dedicati al recente passato e alla contemporaneità con un filo conduttore: la rete, Internet e, quindi, con al centro le grandi potenzialità della comunicazione elettronica.

Internet è un universo che inaugura una nuova dimensione spazio temporale, infatti in rete non vi sono limiti di tempo e spazio, di conseguenza anche la scrittura e le immagini trovano accoglienza in un innovativo spazio letterario multimediale ove si modificano le tradizionali forme di espressione, le condizioni di fruizione e si affermano nuove modalità di partecipazione del pubblico.

Storie di rilevanza creativa nei campi delle arti: colori, musica, poesia, racconto, immagini, categorie che includono le esperienze di alcuni grandi protagonisti della cultura attuale e del Novecento capaci di leggere in anticipo i caratteri del futuro proponendo, nel contempo, un’offerta creativa lungimirante e attuale.

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La necessità di usare la rete come strumento di comunicazione per diffondere e condividere percorsi di produzione culturale di qualità, ma anche per garantire la trasmissione della memoria, è la nota di fondo di un lavoro che nasce dalla rete traendo spunto dal blog Themadjack, come cucitura originale di post che, nel libro, divengono prima paragrafi e poi capitoli.

La sequenza dei contenuti, nei capitoli del libro, è coerente alla classifica di apprezzamento dei lettori della rete nelle statistiche delle pagine viste e degli utenti di Themadjack, quindi Blog Notes è un libro costruito anche dai lettori, una specie di collage nel quale la disposizione delle tessere non è per nulla casuale ma ha avuto origine da un movimento collettivo.

Un aspetto centrale nella diffusione di Internet è certamente dato dalle possibilità di partecipazione, in molti casi forme di iterazione creativa e modalità di connessione intellettuale che possono spingere più rapidamente le persone a esplorare il nuovo e l’adiacente possibile.

Mescolando gli elementi della contemporaneità con le esperienze del passato, è forse possibile contribuire, grazie anche ai loro riflessi, allo sviluppo di un modo nuovo di intendere e sentire.

Un racconto vivente della nostra epoca che contiene anche un messaggio di speranza: nonostante le difficoltà e le ansie è sempre bene assecondare il desiderio, puntando, come dimostra la raccolta di storie esemplari, costantemente alla ricerca di esperienze innovative.

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La ragione delle onde

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Il comportamento delle onde segue principi che appaiono coerenti e incoerenti a un approccio logico rigidamente razionale, infatti non è dato sapere, sempre, se le onde nascano per la spinta del vento, se siano generate dalle correnti, o se, come talvolta accade, il moto ondoso abbia un carattere residuo e cioè sia generato da movimenti delle acque in zone marine lontane, per non parlare dei maremoti o delle cosiddette onde anomale, delle quali, non si conosce ancora la causa e l’origine.

Anche per questa ragione le onde, più di ogni altro fenomeno, rappresentano in modo evidente il carattere liquido e incerto che contraddistingue il mare e le grandi distese acquatiche.

Il rapporto tra uomo e mare è mediato dall’instabilità liquida. L’uomo, quando è in mare, smarrisce la sicurezza terrestre e deve necessariamente appropriarsi degli elementi di una nuova dimensione spazio temporale.

In mare lo spazio muta radicalmente perché vengono a mancare o a modificarsi i punti di riferimento, chi si fosse trovato in navigazione in mare aperto sa che bisogna orientarsi con il sole e le stelle (GPS a parte), in mare il tempo è un concetto relativo, allo stato atmosferico, alla potenza e all’efficienza del motore o alla intensità del vento.

Ho già scritto dell’analogia tra Internet e il mare e del fatto che anche in rete navighiamo, incontriamo porti, isole felici e infelici, sperimentando una navigazione che ha aspetti mitologici più simili all’antico che al moderno.

Oggi gran parte del mondo reale è conosciuto ed esplorato, non vi sono più, se non in casi eccezionali, terre vergini e incontaminate, al contrario la scoperta nel mondo virtuale è continua e alla portata di mano, anche se spesso ingannevole e mistificante come nel racconto di Ulisse.

La navigazione virtuale è un viaggio dello sguardo e della mente con i pregi e difetti di questa condizione ma con la possibilità di tenere sempre in vita lo spirito di ricerca e di sperimentare, viaggiando, forme innovative di socialità.

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Il mare e le sue onde sono, a questo riguardo, formidabili banchi di prova, perché le imprese e le scoperte del recente passato alludono fortemente alle forme possibili delle scoperte presenti e future.

Ricordo una volta quando, con un gruppo di colleghi, prendemmo a nolo una barca a vela per una breve navigazione attraverso l’Adriatico. Era appena iniziata l’estate e il tempo appariva ancora incerto. La sera della partenza pioveva ma decidemmo comunque di partire e raggiungere la costa dell’Istria. Lo skipper non era molto esperto e appena lasciata la laguna e usciti in mare capimmo che non sarebbe stata una traversata divertente. I miei amici, uno dopo l’altro vennero sopraffatti dal mal di mare, e così ci trovammo soli, lo skipper ed io, a condurre l’imbarcazione. Ancora vedevamo le luci della terra, dietro a un velo di pioggia e nebbia, quando decidemmo di tornare indietro. Ormeggiammo alle quattro di mattina alla darsena dell’isola di San Giorgio con un equipaggio stremato e semi svenuto. Non riuscimmo a raggiungere la nostra meta ma impiegammo il sabato e la domenica a navigare tra le isole della laguna e a visitarle.

La navigazione è avventura, rischio, scoperta e ricerca ma non deve prescindere dal valore e dal rispetto della socialità, il gruppo che partecipa all’impresa è parte dell’impresa, noi siamo parte di un gruppo.

Anche la navigazione in rete ha implicazioni sul gruppo di cui facciamo parte, non è mai un evento solitario, la scoperta è tale solo se viene diffusa, per questo è necessaria la partecipazione.

Vi sono molte ragioni per cui ricordo con piacere il film di Folco Quilici Sesto Continente, la prima perché lo vidi una prima volta, da bambino, la sera, all’aperto al Festival del Cinema di Venezia, la seconda, che ritengo più importante, perché della spedizione facevano parte esploratori (cacciatori subacquei), scienziati e comunicatori (Gianni Roghi e Folco Quilici).

Il mare vissuto come esplorazione e ricerca, esperienza da comunicare e condividere con un pubblico di specialisti ma anche con un pubblico possibilmente più vasto.

L’acqua non è un elemento facilmente omologabile come la terra ferma, l’acqua è movimento, arresta e spesso demolisce costruzioni, dighe e contrafforti, è anche per questa ragione che le isole, nell’acqua, hanno potuto preservare un carattere di paese.

“Il paese è un insediamento umano, generalmente di piccole dimensioni, che è caratterizzato principalmente da un’economia agricola” riporta una felice definizione di Wikipedia. L’isola non è divenuta periferia della città perché il mare l’ha impedito, isolandola, così come il mare virtuale impedisce oggi di ribaltare tout-court nella rete le regole e i meccanismi della tecnocrazia economica e finanziaria.

Per questa ragione le isole-paese sono luoghi veri ancora in condizione di mettere in evidenza diffuse capacità di espressione sociale, proposta civile e partecipazione.

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Anonimi. Pitture e sculture rupestri

Leggere e ragionare sulla scomparsa dell’arte e riscontrare, in base a elementi tangibili,  l’evidenza di un processo di smaterializzazione e di automatica mutazione della sua identità in concetto astratto, replicabile infinite volte e assimilabile a un’idea, anzi meglio a uno stereotipo, porta inevitabilmente al rimpianto di un tempo lontano quando, anche, l’arte nasceva e si sviluppava in funzione a un uso naturale del mondo.

Messo da parte il rimpianto, la sensazione che emerge e diventa subito consapevolezza (con le parole dei filosofi, Nietzsche e Heidegger, tra Dioniso, la cura delle cose e  l’esserci nel mondo) è che l’arte, come forma di espressione dell’Uomo, ha perso la sua funzione rappresentante, il suo senso, quando l’Uomo ha allentato il legame con la Natura, per poi scioglierlo definitivamente. L’uso naturale del mondo infatti oggi non esiste più, sostituito da infiniti artifizi, dalle fabbriche dell’alimentazione alla fiction turistica, e quando sembra che esista assomiglia molto a uno spot pubblicitario.

Stride con questa realtà il pensiero di  Joan Miró, il pittore giardiniere, il suo desiderio di anonimato, essere nella terra e nel naturale, e la sua pittura come traccia colorata di un  istantaneo passaggio vitale. O le geometrie di Piet Mondrian che talvolta ricordano gusci di certe conchiglie, semplicemente studiati, interpretati e riproposti su tela.

Qualche anno addietro passeggiavo con un amico in un bosco dell’Appennino abruzzese, un bosco fitto di castagni e querce. C’erano grandi castagni antichi, lisci, sembravano torrioni di mura abbandonati nel folto. Il mio amico mi disse che quelle piante erano destinate a seccarsi e a morire perché anche gli anziani del paese erano morti e nessuno le curava più. Poi mi fece vedere le buche, in mezzo alle radure, disse che nelle buche i vecchi seppellivano i ricci delle castagne e dopo qualche tempo tornavano a prenderle. Il bosco una volta era pieno di gente. Oggi non c’è nessuno.

Molti anni fa, invece, ero ancora ragazzo e con la mia famiglia mi recai in Val Camonica a visitare un sito particolare, la località si chiama Capo di Ponte in provincia di Brescia e il sito è il Parco nazionale delle incisioni rupestri di Naquane. Uomini vissuti nel neolitico e forse ancor prima, quindi più di settemila anni fa, avevano inciso sulle rocce scene di vita quotidiana, di caccia, animali, lotte, forse erano pastori che sorvegliando il gregge ingannavano il tempo disegnando la pietra. Oppure le incisioni avevano carattere religioso, ideogrammi, simboli celebrativi, iniziatici o propiziatori.

Pitture rupestri che hanno una grande forza, sono a mio parere, quelle rinvenute nelle grotte di Lascaux vicino al villaggio di Montignac nel dipartimento di Dordogna, la luce artificiale accende tori dalle grardi corna, sembrano dipinti da Picasso, bisonti, cavalli, animali estinti, uomini che paiono tori e tori che paiono uomini. Colpiscono i colori, la loro vitalità a dispetto dei millenni, il calore delle forme e in taluni casi anche la profondità.

Nessuno ricorda i nomi dei pittori primitivi di Lascaux e nessuno rammenta i nomi degli incisori di Naquane, ma le loro opere sono a ricordare quanto la natura sia stata e sia importante nella storia dell’Uomo. E’ nascosta, ma è li che ci aspetta, in fondo al nostro percorso breve. In “Umano, troppo umano” Nieztsche ammette che: “ci troviamo così bene nella libera natura, perché essa non ha alcuna opinione su di noi.”

Sulle rocce di Naquane un antenato ha inciso un labirinto, qualche millennio prima che Minosse ne costruisse uno per custodire il suo sfortunato figlio. Nella nostra storia c’è sempre stato un labirinto dentro il quale nascondere la nostra vera primigenia identità.

Anche l’arte, allontanandosi dalla natura, ha perso la propria, oggi forse si confonde tra le luci al neon di un’insegna pubblicitaria.

Folco Quilici. Relitti e tesori

Alcuni libri riescono ancora a farci sognare.

Spesso c’è di mezzo il mare, la sua forza, la sua capacità di nascondere e svelare, portandoci dritti dentro storie sconosciute o dimenticate, simulacri del passato e del presente immersi nelle profondità.

Il mare significa e racchiude una dimensione primigenia, regioni nascoste e per fortuna ancora, in larga parte, incontaminate nonostante gli sforzi scellerati dell’umana incoscienza tesi alla produzione del contrario, cioè alla contaminazione e alla distruzione. Questo universo mutevole, gentile e feroce al tempo stesso, nasconde anche le nostre vestigia e i relitti delle navi di ogni tempo, dall’epoca dei Fenici ad oggi. Custodisce ricoprendo di vita, come solo la natura può fare, modificando definitivamente il valore d’uso degli oggetti, trasformando navi e aerei in abitazioni per la flora e la fauna sottomarina.

La capacità del mare di lavorare le cose: sassi, tronchi, vetri, creando forme d’arte è ben nota e in essa ritroviamo intatta l’essenza stessa dell’autentico, la verità senza il bisogno della ricerca, perché automaticamente in sé e per sé. L’inutilità della ricerca rilancia l’immagine del sentiero interrotto (Holzwege Heideggeriano) che in questo caso, però, non si annulla tra la vegetazione ma semplicemente si scioglie nell’acqua come un fiume che si stempera nel mare.

La ricerca, fisica e intangibile, per meglio dire intellettuale, fa parte del ciclo di vita dell’uomo e se non è diretta alla conoscenza quella fisica, concreta, è orientata all’utilità prima ancora che all’esperienza.

Folco Quilici fa parte di una fortunata generazione di esploratori sottomarini che ha letteralmente scoperto il mare immergendosi nelle sue profondità, cominciando con le prime maschere, i primi autorespiratori ad aria e a ossigeno, le prime pinne piccole e di gomma dura. A tutti gli effetti un pioniere come certifica la sua appartenenza al mitico equipaggio del Formica e il film Sesto Continente prodotto con Bruno Vailati. Successivamente si è dedicato alla divulgazione attraverso libri e trasmissioni televisive divenendo un punto di riferimento per gli appassionati così come è accaduto in Francia per Jacques Cousteau.

“Relitti e tesori” racconta di navi antiche e moderne, tesori del passato e dei nostri tempi ed è ricco di aneddoti e curiosità portando il lettore a scoprire come venivano costruite le navi di una volta, le navi legate, i luoghi dove era ed è più facile fare naufragio, dalla secca di Filicudi alle coste della Spagna, all’estuario del Rio della Plata. E i tesori dell’antichità: i bronzi di Riace, il Satiro danzante. I tesori dei pirati, l’oro dello Zar.

Una lettura lieve ma al tempo stesso profonda, come le navi sommerse che racconta, e fa venir voglia di cercare un vecchio libro su pirati e naufragi e partire alla ricerca del tesoro, non tanto per trovarlo ma soprattutto per sentirsi liberi e poter, ancora una volta, giocare di fantasia.

Ad esempio, camminare sulla costa dell’Isla de Coco dove “la riva è disegnata da un arco di ghiaia disseminata da scogli e iscrizioni a volte incerte, a volte precise: date e nomi di navi o di marinai qui giunti.”

Isla de Coco, proprio “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson.

 

Giovanni Comisso. Gente di mare

Gli scrittori italiani del novecento che preferisco sono due, Romano Bilenchi e Giovanni Comisso, mi piace la loro poesia prosaica, uno scrittore deve essere anche poeta dice Bilenchi e non si può certo dargli torto, forse aggiungerei, un po’ anche pittore, perché il colore nella scrittura ha la sua importanza come la luce e le sfumature di rosa e di azzurro.

Qualche giorno fa percorrendo l’autostrada che da L’Aquila porta a Pescara improvvisamente, più o meno all’altezza di Santa Lucia, ho visto apparire la linea azzurra del mare Adriatico, un azzurro terso, pulito, per certi versi quasi bianco. Il colore del basso fondo aiutato dalla sabbia, così diverso dal blu scuro del Tirreno, il mare di Atri e di Adria, il golfo di Venezia che apre le porte alla luce d’oriente.

La copertina di questa vecchia edizione di Longanesi, le vele del bragozzo e dietro il colore del primo tramonto, mi fanno ricordare il ritorno da un’uscita in gommone, tempo prezioso, rubato molti anni fa al lavoro assieme a due amici. Tornavamo dalle acque antistanti Pellestrina e, intanto, il cielo cambiava colore, in cielo il rosa prendeva lentamente il posto dell’azzurro, poi, superata la foce del Brenta per raggiungere la darsena, ricordo un mondo dipinto di rosa, l’acqua, le canne, tutto, intorno a noi, anche le zanzare che, voraci, stavano per dare inizio alla loro battaglia.

Si arriva per prati d’acqua, dopo avere rasentato paesi costruiti come scene di teatro di altri tempi e panorami di alberi con terreni erbosi di un verde prepotente sul precipizio azzurro del mare.

Così inizia Comisso, proponendo un quadro che sbuca sul mare, questa edizione del 1966 contenente trentadue racconti, il doppio di quelli che costituivano la prima edizione del 1928. Il libro appare diviso in due parti, narrativa la prima, più diaristica la seconda, scandita dai tempi del viaggio e della navigazione.

Paesaggio, mare e terra, uomo e il lavoro, le opere, le avventure, queste le basi sulle quali Comisso lavora e costruisce con la scrittura. Il paesaggio è sempre presente nei racconti, “…io vivo di paesaggio, riconosco in esso la fonte del mio sangue. Penetra per i miei occhi e mi incrementa di forza. Forse la ragione dei miei viaggi per il mondo non è stata altro che una ricerca di paesaggi, i quali funzionavano come potenti richiami.

Poi ci sono il lavoro e le vite vissute dei pescatori, esistenze scandite dal tempo del mare e provate dai colori forti del giorno e della notte dentro una cornice di fatica e talvolta di amara dedizione. Universo di mare e campagna, spiagge e orti irrorati e guastati dal sale e in fondo al percorso il terminal di un destino dal sapore davvero ineluttabile.

Anche l’avventura ma non quella gioiosa e un poco incosciente de “Le mie stagioni”, piuttosto la coscienza collettiva del sacrificio per dovere paradossalmente più presente qui, dove il lavoro della pesca e della agricoltura ha un ruolo centrale, che nei diari di guerra e della memorabile e poetica impresa di Fiume.

E in mezzo, sopra, sotto, ancora colore, cromatismi tenui e accentuati, allegorie pittoriche che rafforzano le descrizioni rendendo memorabili i momenti.

Strano che di Giovanni Comisso rimanga questo autoritratto a carboncino, in bianco e nero. Forse per serietà professionale aveva scelto di imprigionare il colore nella scrittura liberandolo soltanto nella mente del lettore, o, come recita la didascalia, aveva in cuor suo sperato di essere pienamente  un “folle avventuriero”  lasciando ad altri la gioia e il dolore di usare il pennello.

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