Judith Schalansky. Atlante delle isole remote

atlante

La critica ha sostenuto la tesi che Joseph Conrad avesse ambientato Cuore di tenebra in un’ansa del fiume Congo, perché il centro d’Africa rappresentava ai suoi tempi la faccia nascosta della coscienza dell’Occidente. Animalità contrapposta alla modernità e arcaico resistente sopraffatto dalla razionalità erano spunti che spingevano, se non a giustificare, almeno a comprendere gli orrori del colonialismo e della schiavitù.

Un viaggio nelle tenebre di un orrore pur sempre umano, dentro il quale nemmeno la morte poteva mettere in discussione lo stato delle cose sfuggendo ai contorni della dimensione umana quindi anche della civiltà e del progresso.

Proviamo invece a immaginare un viaggio diverso, fatto da una giovane donna che vive in un paese dal quale è impossibile uscire, perché è vietato e l’unica possibilità che le rimane è viaggiare con la fantasia.

Scopre così che le carte geografiche politiche sono destinate a divenire obsolete in fretta mentre la geografia fisica, che rappresenta la terra, le montagne, i fiumi, i laghi e i mari è per certi versi immutabile, almeno ai nostri occhi.

Se capita di nascere e vivere in un paese del genere l’espressione dei desideri di gran parte delle persone finisce per orientarsi in due modi, o accettando lo stato di fatto e quindi desiderando solo il possibile, oppure non accettando le condizioni esistenti e quindi desiderando l’apparentemente impossibile.

Nel secondo caso, quello che ci interessa, è  auspicabile un cambiamento dell’assetto socio-politico perché altrimenti, lentamente, viene, nelle persone, a affievolirsi il trasporto emotivo verso la propria terra essendo evidente che è proprio il vincolo territoriale a precludere la dinamica delle opportunità.

A questo punto prende corpo un processo mentale che porta l’uomo a cercare un’altra terra ove realizzare i suoi sogni, un luogo nuovo e più adatto alle sue esigenze, avviene nell’individuo una delocalizzazione del desiderio.

Judith Schalansky con il suo Atlante delle isole remote fa un passo ulteriore, infatti è certamente vero che non basta sognare una nuova terra ma bisogna conoscerla e così il suo viaggio alla ricerca di punti sperduti negli spazi bianchi della cartografia diventa anche un percorso di comprensione e documentazione.

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Marc Augé definisce “non luoghi” i crocevia della contemporaneità, aereoporti, centri commerciali, autostrade ambiti nei quali l’esperienza umana non si coagula e si determina nel contempo una sorta di irrilevanza linguistica.

Anche le isole remote di Judith Schalansky sono “non luoghi” ma di tutt’altra natura, infatti sono non luoghi primigeni, ovvero lembi di terra a cui è estranea persino la cognizione del genere umano, invisibili passaggi terrestri aperti sullo spazio impensabile del nulla preesistente.

Nell’Isola di Takuu in Nuova Guinea è la terra stessa a scomparire lentamente sommersa dalle acque, i vecchi non credono che accadrà davvero e i giovani, incoscienti e rassegnati, passano le giornate a bere succo di cocco fermentato al sole; la trasvolatrice dell’Atlantico Amelia Earharth doveva fare tappa sulle coste della piccola isola di Howland, Isole della Fenice, per rifornirsi, ma non è mai arrivata, sparita anche dietro la linea virtuale dell’ultimo fuso orario, quello del giorno prima; Sarah Joe è la barca di Scott Moorman, un giovane americano che ha deciso di lasciare il continente per una nuova vita alle Hawaii, la trovano dopo anni sulle spiagge deserte dell’isola di Taongi alle Marshall, vicino c’è la tomba improvvisata di Scott, nessuno sa perché sia finito lì e neppure chi l’abbia pietosamente seppellito.

“Chi apre le pagine di un atlante non si limita a cercare i singoli posti esotici, ma desidera smodatamente tutto il mondo in una sola volta. Il desiderio crescerà sempre di più, e sarà più grande della soddisfazione ottenuta attraverso il raggiungimento di ciò che si è tanto agognato. Ancora oggi preferisco un atlante a ogni guida di viaggio”.

Il fascino del niente spesso ci ricompensa con il nulla, i punti appena accennati sulle mappe sono snodi di un percorso fantastico che, indagando, prende lo spunto dal connubio della dislocazione del desiderio con le ragioni della libertà estrema nella solitudine, bisogna rammentare comunque che l’assenza non nasce solo da motivazioni fisiche e geografiche ma è spesso strettamente legata alla voglia di perdersi.

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