Steward Brand. Come le costruzioni imparano e cosa succede dopo che sono state costruite

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Un libro che è disponibile purtroppo solo in lingua inglese e propone un modo originale di considerare il rapporto tra architettura e reali bisogni umani attraverso una disamina di molti esempi e storie di costruzioni nel vecchio e nuovo continente.

Al fondamento della ricerca c’è l’obiettivo di preservare e restaurare le antiche costruzioni evitando che l’intossicazione del tempo comporti uno stravolgimento completo del loro assetto fino alla definitiva demolizione e scomparsa.

Steward Brand, a tale scopo, propone un modello di interpretazione che definisce delle 6 S.

Sito: la posizione geografica, la collocazione urbana, lo specifico lotto occupato, i suoi confini e il contesto in cui è inserito. Il sito è di per sé eterno.

Struttura: le fondamenta e gli elementi portanti sono difficili e costosi da cambiare, così le persone non li toccano. Le strutture infatti hanno un arco di vita che va dai 30 ai 300 anni.

Skin, la pelle: la superficie esterna viene trasformata più o meno ogni vent’anni, per stare al passo con la moda, la tecnologia o per riparazioni provvisorie. La recente attenzione ai costi di energia ha portato a rivedere le superfici che ora sono a tenuta d’aria e meglio isolate.

Servizi: sono le interiora operanti di una costruzione. I sistemi di comunicazione, i cavi elettrici, le tubazioni, i sistemi di distribuzione, ventilazione e aria condizionata e le parti semoventi, come gli ascensori. In questo caso l’obsolescenza varia dai 7 ai 15 anni. Molti palazzi vengono demoliti prima quando il loro sistema di servizi risulta troppo antiquato e profondamente incorporato nella struttura.

Space Plan, la planimetria: il layout interno, i muri, i soffitti, i pavimenti e le porte. In presenza di una eccessiva attenzione alle dinamiche commerciali possono essere modificati ogni tre anni, case più quiete possono attendere anche 30 anni.

Stuff, materiali vari: sedie, tavoli, telefoni e citofoni, cucine, lampade ecc, cose che hanno un ciclo di vita molto ridotto e volatile.

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I cicli di vita delle distinte componenti però non sono coerenti tra loro e chiunque abbia anche una vaga nozione di pianificazione reticolare sa che l’individuazione del percorso critico, cioè l’attività che comporta la durata maggiore, è essenziale per determinare la durata complessiva dell’intero processo/progetto.

Una costruzione non può essere considerata in modo diverso da un sistema complesso che comprende diversi strati che interagiscono tra loro e intervalli di tempo nei quali tendono a essere rinnovati, per cui sono gli edifici che ci governano tramite queste stratificazioni almeno più di quanto crediamo di governarli.

L’aspetto più sorprendente e sul quale riflettere viene da una suggestione contenuta in “Concetto gerarchico di ecosistema” di Robert V. O’Neill, in questo saggio gli autori sottolineano che un ecosistema può essere meglio compreso osservando i tassi di cambiamento dei differenti componenti.

In  natura, indiscutibilmente, colibrì e fiori hanno ritmi veloci, mentre i grandi alberi ritmi lenti e anche l’intero tasso di sviluppo della foresta è lento. Molte iterazioni avvengono in ambiti ristretti, i colibrì e i fiori prestano attenzione al loro contesto dimenticando i grandi alberi e i grandi alberi non si curano affatto di loro. Nel frattempo la foresta è attenta ai cambiamenti del clima ma non al destino dei singoli alberi.

L’intuizione che ne consegue è che “la dinamica del sistema viene dominata dalle sue componenti lente, le componenti rapide invece sono soggette al contesto”.

La lentezza vincola e controlla la rapidità.

La stessa cosa avviene negli edifici, sono le parti lente a determinare l’eventuale sviluppo e il cambiamento, non quelle soggette a un tasso veloce di mutamento.

I processi lenti di una costruzione assorbono gradualmente i fenomeni in rapido cambiamento. Le componenti veloci propongono, quelle lente dispongono.

“La lentezza è salutare. Molte delle più salutari evoluzioni di città possono essere spiegate partendo dalla constatazione di una risoluta conservazione del loro Sito”.

Una lettura da consigliare a tutti ma soprattutto a quel genere, purtroppo diffuso, di architetti che si accanisce a snaturare l’ambiente urbano demolendo splendidi e antichi edifici per lasciar posto a moderne effimere brutture.

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