Passato presente futuro

Esiodo

“Prima una stirpe aurea di uomini mortali fecero gli immortali che hanno le olimpie dimore” iniziano così “Le opere e i giorni” di Esiodo e seguitano raccontando le virtù e i vizi delle stirpi successive, fino a giungere alla sua, la quinta, una delle peggiori: “avessi potuto io non vivere con la quinta stirpe di uomini, e fossi morto già prima oppure nato dopo, perché ora la stirpe è di ferro; né mai di giorno cesseranno da fatiche e affanni, né mai di notte, annichiliti: e aspre pene manderanno a loro gli dei”.

Un’apertura che spinge a riflettere sui rapporti tra passato e presente e sulla funzione della memoria e del ricordo.

Friedrich Nietzsche, nella seconda delle sue Considerazioni Inattuali: “Sull’utilità e il danno della storia per la vita” divide la storia in tre categorie: la storia monumentale, la storia antiquaria e la storia critica.

L’uomo che aspira alla grandezza ha bisogno di ritornare ai fasti del passato e se ne impossessa attraverso la storia monumentale; chi ama la tradizione, le piccole cose, gli album di famiglia, coltiva il passato proprio come un antiquario che cerca e raccoglie cimeli; chi invece soffre nel presente ha bisogno di un approccio critico alla storia e ricorre al giudizio e alla condanna.

Tutte e tre queste posizioni, come quella di Esiodo, evidenziano il sentimento di insofferenza che spesso nutriamo verso il presente, la nostra contemporaneità, e Nietzsche, infatti, chiarisce che anche la storia monumentale “è l’ambito mascherato in cui l’odio verso i potenti e i grandi” del nostro tempo “si spaccia per sazia ammirazione dei grandi e dei potenti dei tempi passati”.

La sofferenza e le difficoltà del presente talvolta consigliano di aprire le porte del passato, lo si può fare in modo eclatante, monumentale appunto, o in modo minimalista, antiquario ma in ambedue i casi si scava in un passato chiuso, sigillato, totalmente inanimato e proprio per questo rassicurante come quello che ci si para innanzi osservando, stupiti e tranquilli, una mummia nella teca di vetro di un museo egizio.

Allora, almeno per Nietzsche, meglio l’oblio: “chi non sa fissarsi sulla soglia dell’attimo dimenticando tutto il passato (…) non saprà mai cosa sia la felicità” noi, invece, sappiamo quanto la conoscenza del passato e l’esercizio della memoria possano essere utili alla vita e propedeutici a un percorso che riesca a eludere e a superare condizioni di sofferenza.

Soprattutto se è accompagnato dalla forza dell’immaginazione.

Il passato non è un ambito chiuso e cristallizzato ma un patrimonio mobile della nostra memoria, le sue tracce possono diventare sentieri aperti da percorrere oltre i limiti apparenti della loro finitezza.

Viene spontaneo pensare, come scrive giustamente Pascal Mathiot, a una modalità che promuova “un’alleanza tenace con il passato senza ipotecare il nostro avvenire” e senza per questo condizionare il presente. Questa forma esiste ed “è modulabile da parte di ciascuno, arricchita da ciascuno dei suoi usi, non screditata o svalutata come una falsa moneta; questa forma è la parola”.

La parola e la scrittura sono gli strumenti che mettono in immediata relazione il passato con il presente e possono legare il presente al futuro, perché oltre a essere lo specchio delle sofferenze e delle pene, producono profonda consapevolezza e sono anche motore del desiderio e della passione.

nietzsche

Il ricorso al ricordo non è una rinuncia alla vita e alla sua immediatezza ma l’inizio di un passaggio che, attraverso l’uso della parola e della scrittura del passato, rende la nostra vita più consapevole nel presente e talvolta apre anche uno spazio alla più felice immaginazione.

Viene, a questo riguardo, quasi immediato ricordare le parole di Marcel Proust: “E tutt’a un tratto il ricordo è apparso davanti a me. Il sapore era quello del pezzetto di madeleine che la domenica mattina a Combray (perché nei giorni di festa non uscivo di casa prima dell’ora della messa), quando andavo a dirle buongiorno nella sua camera da letto, zia Léonie mi offriva dopo averlo intinto nel suo infuso di tè o di tiglio”.

La memoria involontaria di Proust coglie appieno la dimensione del passato presente: le immagini, le frasi, le tracce del passato sono dentro e fuori, esse non sono oggetti imprigionati in un universo recondito ma frammenti in divenire e la dinamica inattesa del loro ritorno è il  frutto della coltivazione delle nostre capacità immaginative.

La memoria del passato e del presente, come del resto è sempre avvenuto, si proietta nel futuro attraverso l’arte e la letteratura.

Le arti sono la manifestazione tangibile della tendenza degli uomini a ricominciare, iniziando da ciò che li aveva preceduti, ripartenze che non possono essere considerate innovative o trasgressive se non quando vengono comparate con le partenze e gli arrivi che le hanno anticipate. Non è possibile deragliare senza percorrere una strada predefinita e preesistente.

“L’arte propone a tutti, e a ciascuno di noi singolarmente, di vivere un inizio. Ciò che sta al principio di ogni creazione si trova anche al principio di ogni percezione o ricezione (…): leggere un libro, ascoltare musica o guardare un dipinto significa appropriarsene e, dunque ricrearli” sottolinea Marc Augé proiettando, in tal modo, la produzione artistica del passato e del presente verso le modalità percettive del presente e del futuro.

La forza trasmissiva della scrittura riesce a far diventare anche uno scrittore come Flaubert, contemporaneo della sua epoca, creatore di Emma Bovary, anticipatore delle “illusioni, alienazioni e delle tragedie a venire”, un autore del presente e del domani.

Grazie alla scrittura le parole del passato e del presente continueranno a mescolarsi con le parole del futuro, dimostrazione che la memoria è un campo aperto e dinamico quando viene evocata da un’immaginazione libera da limiti prestabiliti.

In ogni caso basta una tazza di tè per creare giochi di luci e colori che riescano a trovare infinite forme e composizioni come in un caleidoscopio o “come in quel gioco, che piace ai giapponesi, di buttare in una ciotola di porcellana piena d’acqua dei pezzettini di carta a tutta prima indefinibili che, non appena immersi, si stirano, assumono contorni e colori, si differenziano diventando fiori, case, figure consistenti e riconoscibili (…)” Marcel Proust.

MADAME BOVARY (1949)

Advertisements
Articolo precedente
Lascia un commento

1 Commento

  1. associo al termine “arte” la parola “creazione”. creazione di sé con dedizione, secondo i propri criteri estetici, coltivati; i sentieri battuti, erratici. luminoso, grazie.

    Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: