La solitudine dell’autore

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La domanda che ogni tanto affiora è perché scriviamo? E poi, scriviamo per noi o per gli altri?

Sono interrogativi che mettono in diretta relazione lo spazio dell’esperienza individuale con la dimensione della trasmissione dell’esperienza, la diffusione del sapere.

Non sempre il rapporto è positivo, talvolta il trasferimento è impedito dalla mancanza di predisposizione dell’autore o semplicemente perché ci troviamo davanti a uno di quei casi diffusi ove la scrittura è espressione fine a se stessa. Un’inclinazione patologica orientata a promuovere il ricordo della figura dell’autore e non la memoria dei contenuti.

Credo che la scrittura, come rammenta Hemingway, abbia poco senso se non proviene dall’esperienza e non tenta almeno di trasmetterla.

Il rapporto tra le persone e il racconto non è a circuito chiuso, la natura propria del racconto sta nell’essere narrazione e quindi ricerca della più ampia diffusione, entrando a pieno titolo nel processo di scambio delle conoscenze e delle esperienze.

Il libro non è uno specchio nel quale il lettore possa ritrovarsi automaticamente, il condensato di un sapere generale nel quale il singolare affoghi, annullandosi. Il fascino della scrittura, che si fa racconto, si realizza quando essa riesce a connettere l’universale con il particolare: il lettore con la generalità delle storie, la singolarità del racconto con la generalità dei pubblici.

E’ nella dinamica di questo rapporto, basato contemporaneamente sull’equilibrio e lo squilibrio, che trae nutrimento la relazione tra autore e pubblico, scrittore e lettore.

Altrimenti rischieremmo di emulare le avventure bibliofile di Bouvard e Pécuchet per i quali non poteva esistere nulla che non trovasse immediata corrispondenza nell’universalità del sapere, generando così un rapporto speculare, manualistico con la cultura con esiti devastanti sotto il profilo dell’esperienza. Infatti, i due, cercando ossessivamente la sicurezza nel sapere, coltivavano senza saperlo le ragioni della più profonda insicurezza.

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Anche l’autore lotta contro le insicurezze della solitudine, non c’è dubbio che il lavoro della scrittura sia solitario, una solitudine popolata di persone vere e immaginate, di eventi reali o fantastici, e quando scrive, non solo alla fine dell’opera, una parte della sua mente è spesso rivolta alla ricerca, e alla speranza, di quel miracolo che riesca trasformare il prodotto della solitudine in un bene amato e fatto proprio da una moltitudine.

L’affermazione di Internet ha modificato radicalmente i paradigmi della comunicazione e anche le modalità con cui vengono trasmesse l’esperienza e la conoscenza, questo cambiamento nasce principalmente dal fatto che Internet è una rete, e la rete ha due specificità: connettere direttamente un’infinità di soggetti e, al tempo stesso, mettere in discussione (o cancellare) il ruolo degli intermediari.

Oggi tramite la rete, i blog, l’autore ha un rapporto immediato con i pubblici e un altrettanto immediato riscontro attraverso i commenti e i ”like” ed è in grado di verificare in tempo reale l’ampiezza delle visite e il numero dei lettori.

Geert Lovink ricorda che blog è un termine che viene da web-log, la riproposizione attuale del “logbook”, il diario di bordo della antica marineria su cui venivano annotati gli eventi più significativi della navigazione.

“Questo era il blog all’origine: un racconto del viaggio che si iniziava a fare all’interno del cyberspazio”, la cronaca di una nuova esperienza che poteva diventare, da subito, esperienza condivisa e partecipata.

L’autore nel suo viaggio è libero, perché non è costretto ad accettare le condizioni degli intermediari (editori) per pubblicare, e non è più solo, in quanto costantemente in connessione con i suoi lettori.

Questa nuova dimensione apre notevoli prospettive nel campo della trasmissione delle esperienze e dei saperi, ancora in larga parte inesplorato, ma non risolve, almeno per il momento, definitivamente il tema dell’insicurezza e della solitudine dell’autore.

Un dubbio resta e riguarda la qualità dei contenuti che vengono postati in rete.

Forse è un dubbio che nasce da un luogo comune d’origine conservativa, non sfugge che negli ultimi anni anche le pubblicazioni edite nelle modalità tradizionali non sembrano affatto, nel complesso, rispettare i canoni qualitativi che erano imprescindibili nel recente passato.

Allora è preferibile la rete, libera e in cui è possibile trovare ciò che si cerca e offrire i contenuti che si desiderano proporre.

Probabilmente questa insicurezza residuale viene dall’incompletezza del feed-back, ha ragione Lovink a sostenere la necessità di aggiungere il tasto ”dislike” accanto al già presente tasto “like”, perché per un autore è sempre meglio una critica piuttosto che il silenzio.

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