Édouard Manet. Visioni profonde

colazione

“Sembrava che mi toccasse fare un nudo. Bene, vado a farne uno, per loro. Una volta giunto all’atelier ho copiato le donne di Giorgione, le donne con i musici. E’ nero, quel quadro. Lo sfondo è lavorato a sbalzo. Voglio rifarlo e provvederlo della trasparenza dell’atmosfera, con persone come quelle che vediamo laggiù” scrive Manet a proposito della sua prima idea di dipingere Déjeuner sur l’herbe.

Manet non ha mai voluto essere considerato un pittore impressionista anche se leggendo i suoi scritti, le sue note, pare proprio essere attratto dalle emozioni, da tensioni impulsive da trasformare immediatamente in colore.

Amava la dimensione istituzionale al punto di sottomettersi alle faticose procedure e alle implicite angherie impiegatizie insite nella costante richiesta e ricerca di esporre le nuove opere al Salon, l’esposizione periodica di pittura e scultura che si teneva al museo del Louvre, a Parigi. Riteneva, a differenza degli impressionisti, che gli artisti moderni dovessero esporre al Salon e non alle mostre indipendenti. Ma Déjeuner sur l’herbe e poi anche altre sue opere vennero rifiutate a causa dello scandalo che crearono.

A modo suo era un rivoluzionario, ma non cercava lo scontro con l’ancien regime al contrario provava a cambiare il sistema dall’interno attraverso sottili forme di contaminazione ottenute mescolando una tecnica pre impressionista con il riverbero della pittura classica.

“Il colore è una questione di gusto e sensibilità. Soprattutto dovete aver qualcosa da dire, altrimenti, meglio cambiar mestiere. Non siete pittori a meno di amare la pittura sopra ogni altra cosa. E la padronanza della tecnica non basta, deve esserci un impulso emotivo. La scienza è una splendida cosa, ma per un artista è più importante l’immaginazione.”

Emozione e immaginazione, due categorie della mente che troviamo sempre presenti nei suoi quadri, vengono dallo spiazzamento visivo e da contrapposizioni mitigate dalla dolcezza della pittura e delle ambientazioni. Le donne nude e gli uomini vestiti, in Déjeuner sur l’herbe; i fiori, la fantesca nera il gatto nero accanto e sul letto dell’Olympia.

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Con Olympia, come nel caso di  Déjeuner sur l’herbe, Manet interpretò a suo modo un altro capolavoro rinascimentale, la Venere di Urbino di Tiziano Vecellio. Ma la donna nel quadro è magra in contrasto con la moda del tempo che preferiva donne più formose. Lo scandalo nacque principalmente per il fatto che il soggetto del quadro era evidentemente una prostituta. Olympia all’epoca era nome piuttosto diffuso in quell’ambiente, e il fiore tra i capelli e il nastro intorno al collo caratteristiche distintive della professione, invece, la mano pudica e virtuosa in un contesto così poco virtuoso pareva un gesto carico di ironia, quasi sprezzante per i ben pesanti del tempo. Ma anche la Venere di Tiziano ha uno sguardo che fissa negli occhi lo spettatore.

“In ogni occasione in cui si dà inizio a un dipinto, vi si tuffa la testa senza preamboli, similmente a un uomo, che volendo imparare, senza rischi, il nuoto, intuisca che il modo più sicuro è gettarsi in acqua nonostante sembri il più rischioso.”

I tuffi di Manet conducono in un ambito nel quale l’ordine si mescola con il disordine, e questa tensione, di per sé convulsa, non si riesce a cogliere in maniera evidente ma si nota dopo un po’, prima in modo appena percettibile, attraverso la luce e il gioco delle trasparenze, poi più distintamente anche se resta sfuggente. La pittura di Manet nata dalle pulsioni dell’immaginazione ha anche il dono raro di aprire lo spazio dell’immaginazione a chi guarda, allo spettatore. Lo spettatore infatti è dolcemente spinto a non accontentarsi della superficie ma piuttosto a cercare la profondità oltre l’apparenza.

“Ad ogni buon conto, io non ho fretta. C’è stato un tempo in cui l’avevo. Ora non più. Sono diventato paziente, un filosofo, dunque attenderò, o la mia opera, almeno attenderà, perché gli attacchi che ho dovuto sopportare hanno logorato la mia vitalità” scriveva nel 1879 Manet disgustato dalla ostilità dei contemporanei e dalla cecità della critica. Il suo evidentemente era un messaggio troppo sofisticato per essere immediatamente compreso.

Muore il 30 aprile 1883 e giustamente, in occasione dei suoi funerali, Degas disse: “Manet era più grande di quanto noi pensiamo”.

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