Andrea Zanzotto. Conglomerati

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“Nel più accanitamente disseppellito

                       dei verdi dei versi

                       dei ghiacci

Nel supremo tepore o torpore dei colori

indulgenti inclementi insolenti

                         senza tempo senza ore”

Nei primi anni ottanta lavoravo in una casa editrice universitaria.

I testi che vendevano di più erano adottati nelle facoltà scientifiche in particolare ingegneria e medicina e noi redattori, eravamo in due, ci adoperavamo per convincere i docenti di quelle facoltà a pubblicare per i tipi dell’editrice universitaria, spesso riuscendo a trasformare le migliori dispense degli studenti in volumi ricchi di grafici e immagini. Essendo stato assunto in un secondo momento non avevo grandi titoli nel mio portafoglio ma solo un vasto terreno da esplorare che comprendeva le facoltà di medicina, se ricordo bene anche fisica e biologia, e lettere e filosofia.

Gli studenti di lettere non erano molti, perlomeno rispetto a medicina e ingegneria, poi i docenti preferivano, per ragioni di immagine e status, pubblicare con le case editrici più note. Quindi non era facile inserire in catalogo titoli che avessero valore contenutistico e al tempo stesso assicurassero un buon ritorno economico.

Ricordo però di aver seguito l’edizione di un testo dedicato al poeta Andrea Zanzotto. L’autore, di cui invece ora non ricordo il nome, era un giovane assistente universitario appassionato di poesia contemporanea e di Zanzotto in modo speciale.

Un giorno d’autunno partimmo insieme, guidavo io, per raggiungere Pieve di Soligo dove Zanzotto abitava. Oggi non so dire perché eravamo andati a trovarlo, forse l’autore aveva bisogno di confrontare con il poeta parti di testo e ricordando la sua puntigliosità, che spesso si trasformava in pignoleria, credo la ragione fosse quella. Così partimmo e in una giornata autunnale soleggiata, in cui i colori dell’autunno cominciavano a perdere forza a favore delle diverse tonalità di grigio dell’inverno, in poco più di un’ora arrivammo sotto il Montello, lo strano colle lungo che fa da cornice alla marca trevigiana, e poi a Pieve di Soligo.

Il maestro era in cucina, una stanza lignea, a suo modo preziosa e sul capo indossava uno zuccotto di lana, per difendersi dai primi freddi e dall’umidità. Aveva uno sguardo mobile, acuto, ficcante e osservandolo ho pensato che molta della sua poesia probabilmente veniva proprio dalle immagini che lo sguardo catturava.

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La lettura della sua ultima opera “Conglomerati” ha risvegliato questo ricordo e rafforzato quell’impressione, nata nell’istante in cui, del suo sguardo, ho colto la forza e la profondità.

I conglomerati sono rocce sedimentarie prodotte da masse di frammenti litici trasportati dalle acque dei fiumi e dalle correnti, ma in questo caso sono metafora dell’accumulazione dei detriti che comprendono, senza distinzione, i pezzi più belli della natura e gli scempi dell’uomo. C’è in questa raccolta “google che maligno come il sole e suo parente/tutti ci globalizza in peste”, vi sono i capannoni che hanno invaso, devastando, la campagna trevigiana, e le gru che testimoniano l’odiosa espansione del cemento, insieme ai suoni, ai profumi, ai discreti rumori della natura.

Frammenti di immagini e di testo che ruotando in una sorta di betoniera generano un materiale indistinto, difficile da riconoscere e decifrare. Il colore tende ad annullarsi e i ricordi svaniscono, insieme alle memorie perdute, per cui lo scenario che ne viene appare intensamente vuoto.

La perdita di memoria è la conseguenza del percorso di smarrimento dell’uomo dal contesto naturale, memoria e natura sono intimamente legate, così come le attività stagionali, i momenti della coltivazione e della raccolta, la semina e la mietitura, la potatura. Non vi può essere potatura senza trasmissione di sapere, quindi senza ricordo.

Nei primi anni ottanta la campagna trevigiana era in larga parte campagna, poi negli anni novanta, con il cosiddetto miracolo del nord est, la campagna è stata crudelmente urbanizzata, ed è nata una grande metropoli diffusa che ha cancellato i confini, i paesi, le terre.

Dopo la visita a Zanzotto ripartimmo, ormai era sera. Fuori, intanto, era scesa una nebbia fitta, bianca e impenetrabile come latte. Uno dei viaggi più faticosi che ricordi. Eravamo immersi in un nulla silenzioso che avvolgeva tutto, a mala pena riuscivo a scorgere il ciglio della strada.

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Mario Perniola. L’estetica contemporanea

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Ho conosciuto, la prima volta da lontano, Mario Perniola negli ultimi anni settanta grazie al suo “Georges Bataille e il negativo”, di cui conservo gelosamente una copia per i tipi di Feltrinelli,  largamente usata e consultata nella stesura della mia tesi di laurea. Un autore importante, Bataille, e davvero visionario per le sue intuizioni originali in materia di desiderio, eccesso, dépense e marginalità sociale.

L’estetica contemporanea è un lavoro che si svolge assecondando percorsi ispirati dalle tensioni della vita, superando e di fatto contravvenendo la costruzione ragionevole di una dimensione unitaria. Un pensiero disorganico che segue il fluire delle pulsioni vitali: vita, forma, conoscenza, azione, sentire, cultura.  In questi ambiti apparentemente distinti, ma in realtà intimamente connessi quasi fossero capillari venosi, Mario Perniola individua i principali movimenti dell’estetica illustrandoli e spiegandoli con precisione e chiarezza: da Dilthey a Foucault (estetica della vita), da Wölfflin a McLuhan e Lyotard (estetica della forma), da Croce a Goodman (estetica e conoscenza), da Dewey a Bloom (estetica e azione). Trattando il tema del sentire emerge la passione dell’Autore per i territori impervi della sensibilità e della affettività (Bataille, Blanchot, Klossowski).

Ma vi sono anche riflessioni che ben si coniugano con i contenuti della nostra ricerca, come quella sul filosofo italiano, poco conosciuto al grande pubblico, Luigi Pareyson per il quale le “anime belle” sono di nichilisti riconciliati con la vita, atei lontani dalla filosofia che evoca i territori del rischio e delle sfide impossibili. La realtà è per Pareyson un’entità separata dal pensiero e l’uomo moderno la guarda con uno stupore ragionevole.  Lo stesso stupore che nutre di fronte alla sofferenza e all’altalenante susseguirsi delle dinamiche di umiliazione e rinascita.

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Anche il discorso e la scrittura, come forme di espressione, debbono essere considerate in modo diverso e l’opera di Jacques Derrida “Della grammatologia” spiega quanto il processo di asservimento del segno alla voce sia legato all’antica considerazione del logos, il discorso, inteso come origine della verità. La scrittura, il “tessuto dei segni”, proiezione esterna e tangibile del linguaggio rivendica la precedenza, costruita attraverso l’intreccio con le forme d’arte primordiale e le descrizioni naturali.

La scrittura, prodotto del disaccoppiamento del segno dal linguaggio è anche metafora di estraniamento, è vero è separata dalla persona, di cui è espressione periferica, ma non per questo è limitata, anzi ripropone in forma originale il tema dell’identità attraverso la differenza, la ripetizione e la duplicazione.

L’arte contemporanea invece ha perso identità, è arte ciò che viene presentato e rappresentato nel campo dell’arte, a prescindere da ogni considerazione estetica, comprese le categorie del bello e del brutto. E’ il mercato a definire l’effettivo status di opera d’arte. Sono i campi e gli scompartimenti a dare l’imprimatur d’arte e cultura agli oggetti e agli uomini che contengono. Almeno per il pubblico.

L’estetica occidentale, trasfigurata dalle logiche di mercato, sfiorisce di fronte alle acute pagine orientali di Li Zehou che descrive il passaggio da un mondo mitico popolato di creature fantastiche al mondo moderno e che prevede nel percorso di un futuro, riconoscente del passato, la possibile riscoperta della bellezza e dell’educazione estetica.

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Henri Michaux. Passaggi

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“…Poco qui compongo.

Al contrario,

qui mi decompongo,

in pace, in fluido qui mi decompongo…”

Esistono passaggi di vario genere, alcuni fisici altri mentali, vi sono infatti gole di montagna, fiordi, istmi, guadi, grotte e anche processi mentali, cognitivi o esperienze di transizione, in tutti i casi spesso dobbiamo attraversare la materialità delle cose o affrontare i momenti della vita facendo i conti con le proiezioni della nostra psiche.

La percezione ha sempre un ruolo importante perché il nostro stato nelle fasi di passaggio dipende ampiamente dall’intensità e dalla qualità delle emozioni che proviamo e ciò vale anche per gli stati successivi supponendo, comunque, che il nostro cammino vitale non sia costantemente segnato dalla necessità del passaggio.

Se i passaggi, così come è mostrato in natura, sono percorsi da compiere attraversando spazi ristretti per raggiungere virtuali altre valli o altre acque il nostro stato mentale sarà condizionato dall’asperità della via e dagli eventuali pericoli di cui già conosciamo l’esistenza o, nel proseguo, temiamo l’insorgenza.

Facciamo finta, per un attimo, di essere forniti di due lenti, una concava e l’altra convessa e di usarle una dopo l’altra. La lente concava allontana i confini del passaggio regalandoci positive sensazioni di comodità, ariosità mentre quella convessa, ingrandendo le pareti della gola e dell’istmo, ci costringe a prestare molta attenzione per non urtare le asperità della roccia. Se ingrandiamo ancora la prospettiva cambia e muta radicalmente anche la condizione umana del percorso, perché adesso al centro della nostra attenzione non sono più il passaggio, la gola, l’istmo ma piuttosto il particolare, la venatura dello spigolo di roccia, il letto di muschio e un insetto gigante che prima era invisibile.

E’ lo sguardo e le immagini che ne ricaviamo a farci da guida e a svelare il carattere dei passaggi, a condizionare il nostro stato d’animo e a fornire gli elementi di lettura del territorio intorno.

Lo sguardo è il prodotto della nostra posizione. Possiamo scegliere il generale o il particolare, il grandangolo o la macro, possiamo persino mescolare i due generi di veduta facendo emergere dentro la cornice l’eccessivamente piccolo ottenendo una distorsione dell’immagine prossima all’aberrazione ottica nel contrasto con il normalmente grande.

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Lo sguardo passante e le sue possibili variazioni sono i principali connotati dell’esperienza letteraria di Henri Michaux, per questo, non a caso, Emil Cioran nel suo “esercizio di ammirazione” scrive di lui: “Giungere alla vertigine mediante l’approfondimento: ecco quale mi pareva il segreto del suo procedere”.

La profondità, la ricerca del fondale, scavare negli anfratti, scoprire dettagli durante il passaggio, usando ogni strumento possibile e forme di scrittura ibrida, non convenzionali: saggio, racconto, aforisma, poesia, la sostanza del proseguire.

“Saldando insieme, con adeguato senso dell’opportunità e magnetismo, il più vicino e il più lontano, il sopra e il sotto, ciò che vediamo dall’alto e ciò che vediamo di fronte, ciò che vediamo di sbieco e ciò che abbiamo, per così dire, sotto gli occhi, giocando con i diversamente distanti come con il mantice di una fisarmonica, fonderemo le geometrie assassine, spezzeremo quel fragile e duro triangolo che si perde in lontananza insieme con le cose che desideravamo vedere, e lo spazio tornerà ad essere ciò che era, un immenso ritrovo di cento spazi, immersi gli uni negli altri, nel quale gli esseri e gli oggetti sono immersi insieme a noi.”

E’ sempre una questione di punto di vista ma il luogo da cui parte l’osservazione non è mai stabile anzi è decisamente variabile, quasi liquido, ed è un luogo da abbandonare subito, per cui non vi è grande differenza tra lontananza e vicinanza, tra l’alto e il basso, piccolo e grande quando la spinta viene dal richiamo degli spazi aperti.

L’alternanza ordine e disordine è ben scandita dai movimenti musicali e la musica rappresenta un modello di riferimento perché può ospitare successioni caratterizzate da costruzione e distruzione, ma anche l’immaginario cinematografico nel quale possono realizzarsi avveniristiche costruzioni fatte esplodere senza che ne resti traccia se non nel campo del ricordo.

Ricordi di passaggi costruttivi, labili e vulnerabili scie subacquee.

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Aphex Twin. Identità plurale

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La rete e in generale l’uso delle applicazioni in rete, in primo luogo i social network, hanno un’influenza non trascurabile sulla natura della nostra identità e sulle sue manifestazioni. L’espressione dell’identità è condizionata dal contesto in cui essa agisce e dalle relazioni sociali. A favore della sua costruzione, o decostruzione, giocano molti fattori percettivi. Nella definizione dell’identità, del suo riconoscimento e apprezzamento, infatti è importante la percezione degli altri: ciò che l’altro vede e conserva di noi.

La rete, invece, consente alle identità di mostrarsi svincolate dalla identificazione con il corpo, un’apparenza virtuale, un altro da sé. Queste dinamiche confondono avvicinando l’identico al non identico, quindi mettendo in discussione il concetto stesso di identico e sostituendolo, talvolta, con una rappresentazione simbolica multipla.

La rete, perciò, permette all’io di diventare plurale.

L’esperienza musicale di Aphex Twin è a questo riguardo sintomatica, Aphex Twin infatti è solo uno dei numerosi pseudonimi di Richard Davis James, uno dei principali attori della musica elettronica contemporanea.

Richard Davis James nasce in Irlanda ma trascorre la sua giovinezza in Cornovaglia dove giovanissimo si diletta a registrare e modificare molti Extended Play elettronici creando propri sound. Questo periodo di apprendistato consente a James di diventare un maestro  nell’arte dell’ibridazione, mettere insieme sovrapponendoli contributi diversi provenienti da molteplici esperienze di musica elettronica: Kosmische Musik, Acid house, Industrial music, le forme più estreme della sperimentazione musicale del periodo.

Questo modo di lavorare apre un percorso che avvicina James alla musica concreta e a un’elaborazione musicale che lavora sulla dicotomia concettuale tra suono e rumore.

Pubblica il suo primo album nel 1992, Select Ambient Works 85-92 una fusione di musica ambient, suoni atmosferici e naturali, e musica techno, con lo pseudonimo di Aphex Twin. Aphex è l’acronimo di Aphex System Ltd, compagnia di apparecchiature audio per elaborazione del segnale, mentre Twin sta per gemello: il fratello di James Richard deceduto alla nascita, con il quale condivide anche una parte del nome.

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A questo lavoro, che rappresenta il primo importante tassello di un percorso nel quale le sonorità ambientali vengono mixate con i ritmi della musica techno, ne seguono altri tra cui emergono Surfing on Sine Waves, surfing su onde sinoidali, e più tardi …I Care Because You Do e soprattutto Richard D. James Album, nel quale alla strumentazione analogica viene sostituita quella digitale.

Oltre a questi prodotti, che sono considerati dalla critica i più rilevanti, Aphex ne pubblica molti altri, di minore importanza e intensità, usando spesso una molteplice serie di pseudonimi.

AFX, Bradley Strider, Polygon Windows, Blue Calx, The Dice Man, Power-Pill sono solo alcuni dei più noti ma sicuramente ve ne sono altri con i quali ha firmato pezzi sperimentali o semplici divertimenti.

Incredibilmente, a cominciare dai primi anni duemila, la sua forte vena creativa al principio si raffredda e poi lentamente si spegne, anche se gli estimatori attendono ancora fiduciosi il segnale della rinascita.

L’arte del remix, del mash up che consente di mettere insieme e mescolare spezzoni di suono apparentemente inconciliabli e contrapposti è assimilabile al tentativo di costruire un’identità iniziando dalle distinte parti. Un’identità che viene a ritrovarsi nella sua molteplicità perché, in fondo, ne è parte. In questo vi sono forti analogie tra i processi della rete e i meccanismi della musica elettronica, ma anche con certa letteratura e il preferire al testo il frammento, lasciando al frammento l’opportunità di farsi testo.

Le copertine degli album di Aphex Twin ben rappresentano la vertigine di questa tendenza, nell’immagine spesso il suo volto è trasfigurato assumendo espressioni inquietanti, talvolta l’aspetto di mutante, per giungere all’icona più significante, dove la sua testa é perfettamente integrata nel corpo formoso di una donna in bikini bianco.

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Fausto Romitelli. Professor Bad Trip

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Fausto Romitelli, scomparso precocemente nel 2004 a soli quarantun’anni, può essere a ragione considerato un veggente della musica contemporanea. I suoi riferimenti musicali e culturali sono eclettici, talvolta accompagnati dal fascino spettrale di vite bruciate o consumate, come nel caso di Jim Morrison e Syd Barrett, ma soprattutto sostenuti dalla necessità della ricerca e dalla luminosità dell’intuizione, come è stato ad esempio per Karlheinz Stockhausen.

Anche i passaggi allucinati di Henri Michaux, raggiungere la vertigine mediante l’approfondimento, hanno avuto un influsso importante sul suo lavoro, almeno sotto la forma del contributo conoscitivo, suggerimenti per intendere come procedere. L’obiettivo è l’estensione cercando la profondità, come nei passaggi di Michaux, trasfigurando le forme e abbandonando consciamente la mente nel vortice di un complesso e mutevole mash up di parole, immagini, suoni e colori.

L’inclinazione allo spaesamento, nel senso di improvviso mutamento di scenario e riferimenti, ha spinto la ricerca di Romitelli al di fuori del solo contesto della musica di avanguardia colta, producendo tonalità contraddistinte da forti contenuti espressivi ed effetti sonori aggressivi.

Possiamo collocare in quest’ambito uno dei suoi lavori più importanti e seguiti, la trilogia Professor Bad Trip (1998-2000), che prende proprio avvio dalla lettura delle opere di Henri Michaux,  scritte sotto l’effetto di droghe e allucinogeni.

Romitelli ha mescolato in questa composizione la ricerca sonora del rock, il trattamento elettroacustico del suono, l’uso estremo degli strumenti con il suo consueto interesse per la contaminazione e le distorsioni.

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L’efficacia di Professor Bad Trip viene dal processo di ibridazione di generi musicali che in esso si realizza. Il portato delle suggestioni acquisite all’IRCAM di Parigi e un’acuta selezione delle tonalità, provenienti direttamente dalla musica underground, dal rock, dal jazz, contribuiscono a creare un generale effetto estatico. Il singolo contributo di ogni strumento e il mix dei suoni disorientano, si prova una sensazione di ebbrezza, come di perdita di equilibrio e smarrimento della dimensione spazio temporale.

“Al centro del mio comporre c’è l’idea di considerare il suono come una materia in cui sprofondare, per forgiarne le caratteristiche fisiche e percettive: grana, spessore, porosità, luminosità, densità, elasticità. Quindi scultura del suono, sintesi strumentale, anamorfosi, trasformazione della morfologia spettrale, deriva costante verso densità insostenibili, distorsione, interferenze, anche grazie al ricorso alle tecnologie elettroacustiche. E sempre maggiore importanza data alle sonorità di derivazione non accademica, al suono sporco e violento di prevalente origine metallica di certa musica rock e techno” (Fausto Romitelli).

Professor Bad Trip è senza dubbio il trionfo dell’anamorfismo del suono inteso come segno e immagine andando al di là della semplice deformazione del significato, perché in gioco è la complessità della materia, il materiale suono viene rappresentato in una prospettiva diversa e la nuova prospettiva muta radicalmente lo stato originario.

Il metallo è un materiale che riflette la luce, le lastre di metallo producono suoni e vibrazioni, c’è lucentezza metallica e anche, ovviamente, sonorità metallica nei passaggi allucinati di Professor Bad Trip ma ascoltando le tre parti della composizione si giunge alla conclusione che oltre ad essere un percorso che enfatizza la coscienza è un cammino di conoscenza, in profondità e oltre il limite.

E Professor Bad Trip allude a un altro tratto psichedelico che ritroviamo nel felice segno grafico di Gianluca Lerici (in arte Professor Bad Trip) artista underground noto in particolare per l’adattamento a fumetti del Pasto nudo di William S. Burroughs che condivide con Fausto Romitelli anche l’anno di nascita (1963) e, purtroppo, la scomparsa prematura, in questo caso improvvisa, per infarto nel 2008.

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