Elias Canetti. Dialogo con il terribile partner

Elias Canetti è stato uno degli autori più importanti del secolo scorso, nel 1981 insignito del premio Nobel, ma non tutti conoscono il motivo per cui negli ultimi anni di vita era tormentato dalla singolare convinzione di essere “un poeta senza vera opera”. Illuminante al riguardo è il ritratto che ne traccia Franz Haas in un breve saggio contenuto nel numero di novembre del 2010 della rivista Belfagor.

Il guaio, si fa per dire, di Canetti è stato aver pubblicato in giovane età, a soli venticinque anni, Auto da fè, uno dei più importanti romanzi del novecento e di avere progettato successivamente la continuazione di questo lavoro, in otto parti, una sorta di Commedia umana dei folli sulla falsariga della Commedia umana di Honoré de Balzac.

Per chi non lo sapesse Balzac ebbe l’idea di legare opere diverse sotto un denominatore comune a seguito della pubblicazione di Eugenia Grandet (1833), La ricerca dell’assoluto (1834) e Papà Goriot (1834), i suoi libri più belli. Balzac partorì in totale duemilacinquecento personaggi in novantuno romanzi e parecchi racconti, scritti autonomi ma appartenenti a un unico grande progetto: La Commédie humaine.

Canetti, che come sottolinea Haas è “famoso per molti motivi, ma certamente non per la sua modestia” aveva preso a modello la Comédie humaine, del resto Balzac è unanimemente considerato il più importante scrittore dell’ottocento.

Ma il piano ambizioso di Elias Canetti di emulare Balzac non ebbe fortuna, con nessuna delle opere successive Canetti riuscì a replicare il successo di Auto da fè.

Per tre decenni fu impegnato a scrivere un’opera saggistica come “Massa e potere” e molto più tardi riuscirà a tornare al successo con la sua autobiografia in tre volumi, non paragonabile comunque al suo primo libro.

Gran parte della produzione letteraria di Elias Canetti è costituita dagli Appunti, apparsi in diverse pubblicazioni, raggiungono le mille pagine, mentre il corpo principale, immenso, dell’opera, sembra dieci volte tanto, è custodito nella biblioteca Centrale di Zurigo.

Ne “La tortura delle mosche” Canetti scrive: “Mi riempie di disgusto che altri andranno a frugare nella mia vita” e sembra che altre note, dedicate ai suoi tormenti d’autore e all’impossibilità di dar vita al suo progetto letterario, siano raccolte tra gli innumerevoli fogli inediti ancora indisponibili a occhi estranei.

Ma c’è, comunque, un capitolo dei suoi lavori editi in “Potere e sopravvivenza” che rappresenta in maniera esplicita il rapporto con la scrittura e anche la complicata relazione con una parte di sé, non a caso si intitola Dialogo con il terribile partner, e appare subito chiaro al lettore che il terribile partner a cui si allude, altri non sia che lo stesso Elias Canetti.

Gli appunti, le annotazioni, i diari sono lo sfogo e il ritiro dalla contesa impossibile con il proprio colpo di genio, quello che aveva prodotto Auto da fè, uno scarto vitale irripetibile e inimitabile, e se è vero che non è possibile lasciare che il terribile si perda tra le ombre del passato diventa invece possibile annegare lentamente la sua potenza nel vasto ambito della collezione degli scritti. Una collezione illimitata che apre ogni giorno a una nuova prospettiva e alla speranza inconfessabile, condita con il desiderio, di poter ritrovare come per magia il pezzo unico, il capolavoro.

“In tutto c’è una tale ricchezza di attesa che una conclusione di qualsiasi specie è per me inimmaginabile. Non c’è mai fine, perché tutto diventa sempre di più. L’uomo vero è quello che per me non riconosce mai una fine: non ci deve essere ed è pericoloso inventarne una” scrive Canetti ne “La provincia dell’uomo” e i suoi appunti sono la prova di questo cammino infinito, un percorso della scrittura che si auto alimenta, ormai fuori controllo anche dalla guida disciplinata dell’autore.

Quando nel 1977 Canetti pubblica “La lingua salvata” torna al successo di vendite e alla fama mondiale e prosegue con altri due volumi della sua autobiografia, ma non è soddisfatto, perché quei libri non sono l’opera che aveva sempre cercato di scrivere, non sono altri Auto da fé, non sono parte di quella Comédie humaine dei folli che aveva progettato di costruire.

Forse la Comédie humaine dei folli è nascosta tra le innumerevoli righe dei suoi appunti ancora rinchiusi negli scatoloni, semplicemente è il racconto sincopato e frammentario dell’eterna contesa tra un autore e il suo terribile partner.

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