Marc Chagall. Il profumo della natura

Alberto Ongaro, scrittore veneziano, autore de “La taverna del doge Loredan”, scrisse che Marc Chagall aveva: “un volto inconsueto, irregolare e nello stesso tempo rotondo, triste e allegro, infantile e vecchissimo, con due occhietti azzurri penetranti e spalancati”. Un viso dalle innumerevoli espressioni insieme, mutevoli e non catalogabili, un volto libero e non convenzionale che emanava una sorta di potere ipnotico proprio come i grandi animali volanti dei suoi quadri.

Chagall era nato nel 1887 a Vitebsk in Bielorussia, che a quel tempo faceva parte dell’Impero Russo, da una famiglia di cultura e religione ebraica.  Era il maggiore di nove fratelli e sorelle. Il padre mercante di aringhe, la madre Feige-Ite, molto religiosa. Ebbe un’infanzia felice, nonostante le umili condizioni di vita. Iniziò giovanissimo a dipingere. “Usavo sacchi di juta perché non avevo abbastanza soldi per comprarmi le tele. A volte le mie sorelle utilizzavano i sacchi dipinti per lavare i pavimenti. La mia pittura non aveva alcun ruolo nella vita dei miei parenti, ma le loro vite e la loro creatività hanno influenzato la mia arte”.

In “La mia vita” la sua autobiografia, esprime perplessità sui tanti tentativi di etichettare in qualche modo la sua pittura, “peintre féerique”, pittore fatato, magico, creatore di un universo simbolico e per molti versi enigmatico. E manifesta anche aperta diffidenza per  le parole e il gioco dei significati. “Non so cosa voglia dire, non l’ho mai capito. Io sono soltanto un uomo che esprime ciò che è naturale”.

C’è solo la natura dietro la pittura di Chagall, la sua forza, l’energia della terra e del mondo, è un’energia che fa volare persone, animali, cose, frammenti di vita e di ricordi, perché è l’unica vera forza creatrice.

“Quando dipingo non mi propongo di esprimere significati particolari. Se creo con il cuore tutte le mie intenzioni rimangono, se creo con il cervello non rimane quasi nulla. Un artista non deve temere di essere se stesso. Se è interamente, assolutamente sincero, ciò che dice diventerà accettabile anche agli altri”.

La natura non può che essere sincera, come del resto l’arte se trae origine dai valori autentici e primigeni della dimensione naturale e la natura sa anche essere misteriosa. La foresta equatoriale, per esempio, è al tempo stesso magnifica, misteriosa e inquietante perché laggiù l’equilibrio si mescola con l’eccesso, la perfezione con il pericolo e quindi con la dannazione. E’ facile, entrando appena nella foresta, rimanere inebriati, in ascolto e in attesa di un riverbero di carattere magico. Ma quella sensazione, talvolta così distinta e forte, è soltanto frutto delle nostre emozioni, della consapevolezza di trovarsi al cospetto dell’essenza del naturale.

Questo mondo reale e fantastico, oggi sempre più raro perché respinto e schiacciato dentro improbabili riserve dalla grottesca avanzata del cemento e della plastica, era anche il vivo mondo intorno a Vitebsk e alle rive della Dvina Occidentale, il fiume che l’attraversa, le foreste che ancora oggi coprono in parte la regione, intorno a quello che una volta era un piccolo insediamento urbano.

E’ facile pensare che effetto abbiano potuto avere sul giovane Chagall la foresta e i boschi fitti popolati da alberi secolari, querce, faggi, aceri, pini, animali e di come queste sensazioni e immagini siano entrate a far parte della sua dimensione interiore e poi abbiano potuto nutrire la sua immaginazione.

“E’ solo il mio Paese che riposa nella mia anima. Vi entro senza passaporto come a casa mia. Vede la mia tristezza, la mia solitudine. Mi addormenta e mi copre con una pietra profumata”.

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