Roger Caillois. Nel cuore del fantastico

La fantasia è la capacità della mente di inventare situazioni e figure che non si danno nella realtà oppure di elaborare quelle reali, infatti, si usa dire, lavorare di fantasia o abbandonarsi all’immaginazione, dove l’abbandono suona come una perdita di contatto con il mondo reale, l’uscita dal campo del determinato scegliendo di avventurarsi sugli incerti percorsi dell’astrazione.

Roger Caillois, scrittore, sociologo e critico letterario francese, attratto da sempre dal fascino del mistero, prova a immergersi nel cuore del fantastico e, così facendo, ne seleziona varie forme scartando in primis quelle che ritiene retoriche e progressivamente altre.

Scarta il fantastico per partito preso, opere d’arte create allo scopo di sorprendere, dimensioni artefatte e fiabesche, il fantastico istituzionalizzato che attiene al mondo del mito, della favola e della religione, le bizzarrie e le stranezze dell’etnografia, le iconografie tribali, tutto ciò che segue e accompagna l’insediamento del meraviglioso per diritto sovraordinato.

“E’ evidente: io cerco decisamente non un fantastico dichiarato, ma un fantastico insidioso che accade di incontrare nel cuore stesso di un fantastico preconcetto o necessitato come un elemento estraneo o fuori posto.”

Quindi un fantastico autentico che non è coerente con il tema dell’opera ma è piuttosto una sorta di fantasma dell’opera stessa, un dettaglio che deraglia e, così facendo, emerge, viene fuori, mettendo in discussione l’equilibrio generale, alterando profondamente il significato formale. Un elemento estraneo che ha carattere eversivo dentro la normalità del fantastico istituzionalizzato insinuandosi e prendendo corpo attraverso la sua palese forza contraddittoria.

Un fantastico insidioso che produce stupore, emozione e turbamento traendo linfa e vigore proprio dall’origine indefinita e imprevedibile ed è presente come un germe, un virus indomito e inarrestabile, nelle pieghe dell’esistenza e poi dentro le varie forme di rappresentazione del reale.

Il quadro “Le nozze di Cana” di Hieronymus Bosch è un esempio di progressivo disvelamento del mistero e del fantastico, lo sguardo dello spettatore diventa complice di un processo cognitivo che in tappe distinte riesce a cogliere la dimensione incerta e insidiosa della componente fantastica.

“A un primo colpo d’occhio, non si distingue che la tavola del banchetto e i commensali compassati con, in primo piano, il servo diligentemente impegnato a versare un liquido da un’anfora all’altra..” ma un esame più accurato rivela e porta all’attenzione strani particolari e dettagli sconcertanti. Il musicista dal sorriso sardonico accovacciato su una specie di terrazzo volante, il nano, di spalle, con la sciarpa bianca che alza una coppa sproporzionata, la tavola sgombra, l’uomo, in fondo, che rovescia indietro la testa davanti ai piatti di portata, lo strano altare a più piani, tutte componenti che contribuiscono a aprire efficacemente una prospettiva di mistero.

“…il fantastico irriducibile non scaturisce da elementi esterni al mondo umano, quali mostri compositi, fauna infernale….(ecc) Esso nasce da una contraddizione che è insita nella natura stessa della vita e che riesce addirittura ad abolire momentaneamente, per un vano ma conturbante privilegio, la frontiera che la separa dalla morte”.

E’ la sensazione che ci assale, in primo luogo, lentamente poi in modo inesorabile se abbiamo l’opportunità di osservare “Nozze in campagna” di Henri Rousseau detto il Doganiere. Dipinto, si dice, tratto da uno dei primi dagherrotipi e così sembrerebbe a causa della statica fissità delle persone in posa. Ma non è l’immagine di gruppo che turba e stranisce lo sguardo dello spettatore.

Il cane in primo piano, non si capisce da che parte è girato, se verso il gruppo in posa o verso l’osservatore, il suo sguardo retrovisore è ambiguo e inquietante, la luce gialla degli occhi pare felina e venire da lontano, da un posto sperduto collocato oltre il confine.

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