Joan Miró. Lavoro come un giardiniere

E’ bello leggere gli scritti di pittori perché la loro scrittura è diretta, scevra d’impronte stilistiche o atteggiamenti di maniera, pratica e materiale come l’impasto del colore, riportando semplicemente ciò che si vuole rappresentare in un percorso immediato e autentico.

La pittura trasferisce su tela il prodotto combinato del lavoro dello sguardo e della mente, attraverso mani più o meno abili, che fungono comunque da strumenti. Il risultato può essere un nuovo mondo o una serie di universi magici da guardare ed esplorare a caccia di personali, talvolta intime, emozioni.

Anche nella scrittura il pittore dipinge e le sue parole creano e propongono immagini.

“Lavoro come un giardiniere o come un vignaiolo. Le cose maturano lentamente. Il mio vocabolario di forme, ad esempio, non l’ho scoperto in un sol colpo. Si è formato quasi mio malgrado. Le cose seguono il loro corso naturale. Crescono, maturano. Bisogna fare innesti. Bisogna irrigare, come si fa con l’insalata. Maturano nel mio spirito.”

La passione di Joan Miró per la pittura emerge con forza dalle sue carte, è una pulsione fisica, un impeto che lo spinge a creare l’opera, ricerca della soddisfazione dell’istinto, un bisogno fisico prima ancora che mentale, perché il quadro è un organismo vivente, un insieme nel quale mobilità e staticità devono trovare un equilibrio formale.

Poi c’è l’amore per le cose, amore che si nutre dello stupore generato dalla loro intrinseca immobilità: una bottiglia, un sasso, un bicchiere, oggetti apparentemente trascurabili evocano al contrario grandi spazi nei quali si producono movimenti inarrestabili, moti indefiniti nello spazio e nel tempo. La pittura è un processo che a partire dalla staticità della tela e delle forme riprodotte crea movimento e vita, miracoli, magie.

L’imprevisto è un elemento di discontinuità creativa, una scossa affascinante, come il contrasto tra una linea e una forma di grandi dimensioni. Un quadro, anche per chi lo osserva, deve essere ricco di imprevisti, perché non conta il quadro in quanto tale ma piuttosto l’effetto che ottiene.

“Più che il quadro in se stesso, quello che importa è ciò che sprigiona, ciò che diffonde. Poco importa che il quadro sia distrutto. L’arte può morire, quel che conta è che abbia sparso dei semi sulla terra.”

La fecondità del quadro, l’opera come seme sono immagini che riportano alla semplicità della campagna, alle leggi della terra. Ricordo un seme africano raccolto sulla battigia di una spiaggia equatoriale e conservato con cura. Qualche settimana dopo, nel buio di una notte invernale resa tiepida dal metano, esplose con un fragore di raffica, spargendo una miriade di piccoli semi sul pavimento di parquet. Le opere di Miró sono così, pronte ad esplodere, capaci di diffondere ovunque i semi dell’immaginazione.

Non importa conoscere il nome dell’autore, egli può essere anonimo, perché un gesto individuale tra milioni di gesti è di per sé anonimo. E, talvolta, l’anonimato consente di raggiungere l’universale.

C’è una gioia tragica nel cercare “il rumore celato nel silenzio, il movimento nell’immobilità, la vita nell’inanimato, l’infinito nel finito, le forme nel vuoto e me stesso nell’anonimato”, una gioia che trae linfa e vigore dai contrasti, dalla negazione della negazione e dal positivo dell’affermazione che ne risulta.

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