Henri Matisse e James Joyce. Ulisse

Questa è la singolare storia di una collaborazione tra un grande pittore e uno scrittore altrettanto famoso, Henri Matisse e James Joyce, ma anche la prova di come le vie dell’arte, dell’emozione e dell’immaginazione possano sfiorarsi senza incontrarsi davvero.

George Macy, l’editore che in seguito avrebbe pubblicato l’edizione speciale dell’Ulisse di Joyce illustrata da disegni di Matisse, ricorda che il pittore, letta l’edizione francese, e “avendo constatato che l’Ulisse di Joyce era diviso in episodi corrispondenti all’Odissea di Omero gli aveva chiesto se era d’accordo che preparasse alcune incisioni, ispirate appunto all’Odissea, da pubblicare nel volume di Joyce”.

Joyce, dal canto suo, era convinto che Matisse conoscesse molto bene l’edizione francese della sua opera.

Per chi si fosse arreso all’idea di intraprenderne la lettura, alcune edizioni sfiorano e altre superano le mille pagine, Ulisse è la storia di una giornata di un pugno di abitanti di Dublino che intercettando casualmente vite altrui ne influenzano il decorso.

Leopold Bloom è un piccolo borghese, che tradisce la moglie Molly dalla quale è ricambiato allo stesso modo. I suoi orizzonti sono limitati, ha brevi slanci, recita la parte di marito tradito e, negli affari, accetta ogni compromesso in cambio di un vantaggio (incluso vendere foto della moglie nuda). Stephen Dedalus, invece, è un giovane uomo colto, un esteta spirituale. Il romanzo si conclude con un lungo resoconto del pensiero di Molly Bloom sulle deviazioni sessuali del marito e le ossessioni intellettuali di Stephen.

L’unico evidente collegamento con l’opera di Omero è nella struttura del testo, organizzato in parti ed episodi dai titoli inequivocabili: Telemachia, Odissea, Nostoi e poi i capitoli Telemaco, Nestore, Proteo, Calypso e via dicendo.

Volendo è possibile, come hanno provato alcuni critici, ipotizzare corrispondenze tra i personaggi dell’Odissea e dell’Ulisse: Ulisse potrebbe essere Leopold Bloom, colui che viaggia e incontra, Penelope Molly Bloom, attende  e pensa, e Telemaco Stephen Dedalus.

Comunque Matisse, che non conosceva il romanzo, allo scopo di capirne di più e prima di iniziare i disegni, andò a trovare lo scrittore e giornalista americano Eugene Jolas, bilingue dalla nascita (francese e inglese) nella sua residenza estiva. La conversazione con Jolas non sortì risultati particolari al punto che Matisse decise di continuare a seguire la sua strada e cioè di ispirarsi all’Odissea di Omero.

Quando l’edizione speciale uscì Matisse firmò millecinquecento copie, Joyce solo duecentocinquanta, si dice, perché infastidito dall’avere appreso quale fosse la reale fonte d’ispirazione del pittore francese.

E’ proprio difficile costringere un pittore a rappresentare un oggetto così com’è e poi il guaio di un libro è quello di essere oggetto prima ancora di diventare racconto, essere cosa e solo successivamente, in qualche caso, storia che coinvolge e emoziona. Se si deve dipingere un racconto si può anche essere tentati dall’apparenza, facendosi cullare nelle spire accoglienti dei suoi inganni: l’immediato, ciò che colpisce e affascina lo sguardo.

Matisse ha provato a entrare nel libro, poi, evidentemente per ragioni sue, ha desistito fermandosi all’indice.

A chi gli chiese come mai i suoi disegni avessero così poco in comune con l’Ulisse di Joyce rispose semplicemente: “Je ne l’ai pas lu”. Non l’ho letto.

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Henry Miller. Dipingere è amare ancora

Come è il mondo e come sono le cose viste dallo sguardo di un pittore?

Un universo parallelo che dà importanza e significato al particolare, rendendolo talvolta assoluto, attraverso l’emozione della scoperta e della sorpresa, un mondo nel quale regna un sentimento intimo e autentico: lo stupore.

Henry Miller, americano, famoso autore dei “Tropici”, “Tropico del Cancro” e “Tropico del Capricorno”, scritti combinando insieme spunti autobiografici, critica sociale e riflessioni filosofiche e usando un genere di scrittura di stampo surrealista, è stato anche pittore, pittore di acquerelli.

Dipingere è amare ancora” (merita vedere il filmato) è il racconto della sua grande passione per la pittura: ”levarsi al primo fiorire del giorno per lanciare uno sguardo furtivo agli acquerelli fatti il giorno prima, o persino poche ore prima, come lo sguardo furtivo lanciato all’amata immersa nel sonno”. Solo chi è stato travolto dal fuoco ebbro della pittura conosce e afferra appieno il senso di questi istanti: sul cavalletto c’è l’espressione estetica del giorno o della notte, una parte di noi, adesso è lì e l’autore ha il privilegio di osservarla, valutarla, prima di separarsene per sempre consegnandola agli sguardi degli altri, ai loro innumerevoli occhi.

I pittori hanno un’origine “materica” perché la loro arte nasce dallo stretto contatto con l’essenza delle cose: carne, sassi, acqua, mare, cielo e la mescolanza degli elementi, filtrata dalle varietà di colore, è parte di un processo che rivisita i caratteri basici del reale, scomponendoli e riassemblandoli, grazie al contributo dell’immaginazione.

Un’altra emozione, riflesso del perdurante innamoramento, nasce vedendo i propri quadri vestiti, incorniciati, appesi al muro, meglio gli uni accanto agli altri, quadri completi, a modo loro definitivi, ai quali, solo il pittore, sa di aver consegnato una parte di sé.

Il rapporto di estraneazione dell’autore con l’opera scritta, letteraria o poetica, è forte grazie all’intermediazione del linguaggio, forse solo i caratteri delle lingue orientali, che sono anche immagine e pittura, si differenziano. Il disegno del testo occidentale, invece, è uniforme, monotono, stancamente lineare: “Esiste al mondo uno scrittore che si alzi all’alba per leggere le pagine del suo manoscritto? Assurda idea”, scrive Miller, sottolineando il senso di logoramento che viene costringendo l’immaginazione nella gabbia angusta della scrittura.

Nella scrittura non c’è una tela da completare, un oggetto da finire, il libro va letto e il tempo della lettura è un diluente, scioglie e separa le emozioni. Il quadro invece le consegna al destinatario tutte insieme, senza pietà.

L’acquerello non è una tecnica facile, i maestri sono gli orientali, i bambini e i folli, perché spesso si dipinge per scongiurare la pazzia, non è semplice questa pittura che si esegue con velature successive rendendo complicato correggere gli errori. Miller vi si dedica completamente, da quando è giovane, ragazzo e provava a copiare un vaso senza riuscirvi, “sono certo che questa esperienza, con il senso di fallimento, o di inadeguatezza che l’accompagnava, mi fu di grandissimo aiuto”.

Spesso l’errore aiuta a trovare una strada nuova, oppure a scoprire che ciò che sembra sbagliato è la cosa giusta, un nostro modo (mondo) nuovo da esplorare e sviscerare.

“Raramente ci accorgiamo di quanto il negativo serva a produrre il positivo, il male a far scaturire il bene”.

Federico Fellini e Milo Manara. Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet

«Io dovrei essere l’eroe di questa storia e mi chiedo qual è la faccia di un eroe»  (Mastorna).

L’album “Il Viaggio di G. Mastorna detto Fernet” nato dalla collaborazione tra Milo Manara e Federico Fellini, viene pubblicato nel 1992 ed è la riproposizione in fumetto della sceneggiatura del più famoso tra i film non girati da Fellini.

Non è chiaro perché Fellini non abbia girato il Mastorna, in un primo tempo pareva intenzionato a farlo subito subito dopo la realizzazione di “Giulietta degli spiriti” (1965) film che aveva riscontrato una tiepida accoglienza di pubblico e critica. Nel 1968, alla sceneggiatura del Mastorna, lavorarono, insieme a Fellini: Dino Buzzati e Brunello Rondi.

Giuseppe Mastorna è un clown violinista, viaggia spesso spostandosi da una città all’altra. L’aereo, durante l’ultimo viaggio, incappa in una tempesta ed è costretto a un atterraggio di fortuna proprio davanti la cattedrale di Colonia. Una scena folle e irreale, come tutti gli avvenimenti successivi. Mastorna viene condotto a bordo di una slitta in un grande albergo nel mezzo di una foresta. In un salone illuminato dalla fioca luce delle candele assiste all’esibizione di un’avvenente danzatrice del ventre che, sul più bello, partorisce al centro della sala. Mastorna va nella sua camera e accende la televisione. Un servizio del telegiornale racconta di un disastro aereo avvenuto sulle montagne, il veivolo è precipitato e non vi sono superstiti. E’ il suo aereo ma l’annunciatrice parla in tedesco e Mastorna non capisce.

Il viaggio di Mastorna, il suo soggiorno in quei luoghi strani, è il racconto del trasferimento dalla vita alla morte. Un’allegoria che danza sui labili confini tra sogno e realtà, un territorio nel quale gli accadimenti diventano evanescenti, impalpabili e non è proprio possibile distinguere un’ombra dall’altra. Uno specchio rovesciato, irreale, che attraverso rottami e frammenti di ricordi apre su una prospettiva imperscrutabile.

Fellini, intanto, cercava l’attore che doveva interpretare  Giuseppe Mastorna.
Al principio, come al solito, il favorito era Marcello Mastroianni, ma né Fellini né Mastroianni erano convinti della  scelta, come se il personaggio Mastorna non volesse assumere fattezze umane. Allora Fellini pensò ad altri attori: Steve McQueen, Paul Newman, Laurence Olivier (al progetto avrebbe dovuto partecipare anche Mina, come protagonista femminile) e infine a Paolo Villaggio. Infatti nell’album il volto del protagonista è quello di Villaggio.

Nel frattempo, a Cinecittà, il produttore Dino De Laurentiis, aveva costruito una grande scenografia con la carlinga dell’aereo, la piazza con la chiesa gotica vicino a un palazzo moderno. Costruzioni che sono rimaste laggiù per anni, del tutto inutilizzate.

Nonostante l’annuncio dato da Fellini stesso in un’intervista televisiva, Mastorna non divenne mai film. Una leggenda racconta che un mago avesse consigliato al regista di non girare il Mastorna perché sarebbe morto subito dopo la diffusione del film nelle sale.

Fellini morì l’anno successivo alla pubblicazione dell’album.

Da non perdere un bellissimo corto ispirato alla vicenda: “Deragliamenti” di Chelsea McMullan prodotto da Fabrica.

Milo Manara racconta la sua amicizia e collaborazione artistica con Fellini e il lavoro fatto per trasformare la sceneggiatura in album di fumetti. «La memoria ingrandisce delle cose e ne rimpicciolisce altre» sottolinea e poi aggiunge: «Fra cinema e fumetto c’è un preciso rapporto: ogni vignetta come ogni immagine non vive se non sequenziale. Io ero il riassunto di tutta la sua equipe, ero lo scenografo, il costumista, il cameraman, il direttore delle luci».

Un particolare rivelato da Manara: «Per un refuso tipografico, sull’ultima striscia c’è scritto: “Fine”. Ma per Fellini era una parola vietata, una cesura tra il mondo del cinema e la realtà».

 

Graziano Graziani. Stati d’eccezione

Questo libro racconta una moltitudine di storie che hanno per oggetto gli Stati d’eccezione, cioè micro nazioni sorte per volontà di singoli, di piccoli gruppi, oppure frutto di scherzi della storia, prodotto delle amnesie di grandi potenze trascurando l’annessione di lembi di territorio, isole sperdute e piattaforme costruite per scopi militari o anche opere della fantasia.

L’autore, nell’introduzione, spiega che la sua ricerca è stata svolta in gran parte sul web, del resto la rete è una miniera d’oro in materia d’informazioni e suggestioni che in modi diversi è praticamente impossibile reperire.

Un lavoro importante, perché certifica l’uso del web come strumento creativo, Internet è ambito nel quale è possibile navigare in libertà, fare scoperte, a dispetto della sua apparente dimensione irreale, entrare in relazione con entità sociali e culturali, cercare e trovare forme di contaminazione artistica e letteraria.

Le micro nazioni comunque non sono tutte eguali.

Graziani le distingue utilizzando alcune categorie di riferimento che diventano, infine, utili items per comporre l’indice. Vi sono isole felici come Sealand, la Repubblica di Minerva e l’Isola delle rose;  anomalie storiche, il principato di Seborga, Redonda, Tavolara dei re pastori; opere d’arte, fisiche e virtuali, Ladonia, Kugelmugel, Likbekistan; i quartieri liberati, i piccoli territori, le azioni di protesta, le rivolte contro l’autorità e per finire le Distopie, cioè quelle realizzazioni utopiche negative a tutti gli effetti, micro stati canaglia o virtualità truffaldine.

Un quadro vasto e completo, dal quale forse sfuggono alcuni esemplari minori, che offre la possibilità di scoprire autentiche curiosità, entrare in grandi leggende, una per tutte quella dei templari di Seborga, e soprattutto sognare mondi alternativi, liberi dalle oppressioni burocratiche degli stati, piccole comunità autogestite.

Il tutto raccontato usando uno stile lieve e preciso, per nulla ridondante, anche nei casi in cui la singolarità dei fatti o le stranezze riscontrate condurrebbero inevitabilmente nel campo dell’ironia.

In un mondo nel quale imperano le leggi dell’economia globale e dove le agenzie di rating influenzano profondamente la stabilità economica e socio politica degli stati sovrani sembra impossibile possano esistere luoghi diversi, fisici e virtuali, in cui vigono leggi particolari, la moneta si chiama “capezzolo” o l’inno nazionale si esegue semplicemente gettando un sasso nell’acqua.

Come non approvare, del resto, fino in fondo, il dettato dei sedici articoli della costituzione del Regno di Elgaland-Vargaland e soprattutto l’ultimo, il sedicesimo, cha sancisce il “diritto alla vita eterna”?

Territori reali o fantastici, luoghi un tempo approdo di baleniere e pirati, spicchi di volontà e immaginazione, sono ancora oggi lì, con le loro bandiere, a raccontarci che la voglia di libertà dell’uomo è davvero un sentimento inestirpabile e ancorato strettamente nei gangli della sua intima essenza.

Steven Johnson. Tutto quello che fa male ti fa bene

“Questo libro è un lavoro di persuasione vecchio stile, che in ultima istanza mira a convincervi di una cosa: la cultura di massa negli ultimi trent’anni è diventata, in media, più complessa e intellettualmente impegnativa”.

Steven Johnson studioso di neuro scienza, giornalista e scrittore, dopo il successo del suo libro “La nuova scienza dei sistemi emergenti” si è dato il difficile compito di spiegarci e, conseguentemente, convincerci del fatto che la dimensione multimediale non solo non ottunde le nostre capacità mentali ma al contrario le potenzia e le sviluppa.

Per sostenere, anche empiricamente, la sua tesi fa riferimento a una ricerca avviata negli anni settanta dal filosofo americano James Flynn allo scopo di confutare una ricerca precedente che aveva indicato una presunta diversità tra i QI (quozienti di intelligenza) di campioni di popolazione bianca rispetto ad altri di popolazione nera, quello che Flynn scopre è che il QI di tutta la popolazione americana è aumentato con un tasso di crescita accentuato soprattutto negli ultimi decenni.

Questo incremento, l’effetto Flynn, non sembra derivare né dall’indubbio miglioramento dell’alimentazione né dall’istruzione. Ma se i cambiamenti cognitivi non sono generati da questi fattori, da dove hanno origine? Dalla complessità ambientale, come sostiene la psicologa sociale Carmi Schooler, dagli stimoli che l’ambiente moderno offre,  dalle decisioni che dobbiamo prendere, dalla incertezza delle conseguenze,  tutti elementi che aumentano notevolmente il nostro sforzo cognitivo.

Johnson compie un accurato percorso di analisi dei principali media, dai video giochi a Internet, allo scopo di dimostrare quanto sia aumentata negli ultimi anni la complessità di gestione di strumenti interattivi come i videogiochi,  come siano diventate più complicate le strutture narrative delle serie di maggior ascolto e come sia pro attivo l’approccio ai personal computer collegati in rete.

Le istruzioni di un videogioco sono parte del gioco, nel senso che è praticamente impossibile farle proprie senza una sperimentazione attiva del gioco stesso consistente in serie reiterate di tentativi atti a risolvere altrettanti enigmi. Questo significa che durante il gioco gli obiettivi, i target, da raggiungere sono molteplici, dando luogo a un lavoro mentale che non è paragonabile al “multitasking” (capacità di svolgere più compiti contemporaneamente), perché il multitasking significa poter gestire attività diverse tra loro, indipendenti, che cerchiamo di rendere temporalmente interdipendenti.

In questo caso invece dobbiamo ordinare, mettere insieme e costruire una gerarchia tra attività che sono parte dello stesso processo, quindi costruire sequenze esatte, disegnare relazioni e individuare effettive priorità. Johnson definisce questa capacità “telescoping”, capacità di creare legami telescopici, gestire obiettivi che si nascondono l’uno dentro l’altro. Un processo cognitivo che ritroviamo pari pari anche nel modus operandi dell’indagine e della ricerca scientifica.

Anche la struttura narrativa delle serie Tv è diventata più complessa con il passare degli anni, alle strutture narrative lineari sono succedute strutture narrative caratterizzate da elementi stocastici, molte storie nella storia principale, e solo alcune si concludono effettivamente nel corso della puntata, oppure eventi che accadono indipendentemente dalle cause e con cause che accompagnano gli eventi. La struttura narrativa di “Hill steet giorno e notte” è certamente più ricca e articolata di “Starsky e Hutch”, per non parlare dei “Sopranos”, l’attuale serie di successo in cui talvolta è persino difficile capire perché Tony Soprano ha dovuto prendere questa o quella decisione.

Steve Jobs usava sottolineare la differenza tra Televisione e Internet sostenendo che se la prima ci fa inclinare indietro, rilassare, l’uso di Internet ci fa inclinare in avanti, concentrare, impegnare. A questa modalità di approccio, che rovescia il concetto Adorniano di fruizione passiva dei media (relax and take it easy), vanno aggiunti l’esplosione della possibilità di ricerca tramite i motori, Google in primis, e l’allargamento della dimensione sociale, il rapporto con gli altri, fattori che incrementano le nostre capacità personali di knowledge, problem solving e relationship. “Dopo cinquant’anni di isolamento sociale stiamo imparando nuovi modi di comunicare”.

La tendenza a lungo termine della cultura di massa spinge verso forme di complessità maggiore e il nostro cervello agisce di conseguenza. Sono quindi da confutare le teorie diffuse e fatte proprie dal senso comune che  l’uso dei videogiochi, la fruizione delle serie televisive, l’uso di Facebook e You Tube portino a una atrofizzazione delle capacità mentali, al contrario l’uso e la fruizione dei media stanno aumentando il livello delle nostre capacità cognitive.

Una cosa è certa, la cultura tradizionale, lo studio, la lettura e anche il lavoro erano indissolubilmente connessi alla solida concezione del dovere, una visione del mondo in cui dovere e utilità sono sempre stati considerati capisaldi al servizio dello sviluppo della condizione umana.

Oggi questo pregiudizio consolidato è insediato dalla dirompente ricerca del piacere, piacere e gratificazione individuale/collettiva stanno diventando la molla del fare, anche a prescindere dall’utilità implicita.

E l’obiettivo del piacere è certamente una delle più potenti fonti di energia.

Su questo piano è davvero difficile non essere d’accordo con le tesi di Steven Johnson.

Gregory Corso. Il poeta che non ha paura di diventare mare

“Spirito è vita scorre attraverso la mia morte incessantemente come un fiume senza paura di diventare mare”.

Gregory Corso è sepolto a Roma nel cimitero degli inglesi, assieme a Keats  e Shelley (morto in mare tra Viareggio e Livorno) i poeti che più amava, oggi il cimitero si chiama acattolico ma è sempre quello, pieno di verde, accanto alla Piramide Cestia.

Allen Ginsberg lo defininisce “un solitario, ridicolmente ignorato dai patri allori, divino Poeta Maledetto”.

Gregory Corso nasce a New York nel 1930 da giovanissimi genitori di origine italiana. La madre,  sedicenne, dopo il parto si separa dal marito e torna in Italia dalla sua famiglia. Gregory, si chiama in verità Gregorio Nunzio Corso, ha un’infanzia molto difficile, è povero, vive sulla strada, passa da un orfanatrofio all’altro e conosce i riformatori e la prigione. Viene condannato a tre anni di carcere per rapina. Nella prigione di Clinton (“salvai la mia verginità lottando”) legge qualsiasi cosa e comincia a scrivere le prime poesie, anche se aveva frequentato soltanto le scuole elementari. Quello che lascia la prigione a vent’anni è un uomo nuovo, un poeta “innamorato di Chatterton, Marlowe e Shelley”.

La poesia di Gregory Corso è un fiume in piena, un torrente istintivo che trae forza dalla lotta per la vita e dalle esperienze più dure.

“Se non c’è mai stata una casa dove andare 

c’è sempre stata una casa dove non andare

Ricordo bene come bambino scappato

dormivo nella sotterranea

e si fermava sempre

alla stazione della casa da cui scappavo

Era il dolore più amaro ah lo era”

Lo salva l’incontro casuale con Allen Ginsberg al Greenwich Village, Allen resta colpito dalle sue poesie e lo introduce nell’ambiente poetico e letterario prendendolo in qualche modo sotto la sua protezione.  Gregory Corso pubblica le sue poesie, a cominciare da “The Vestal Lady Brattle and other poems” (La vestale di Brattle), con testi dedicati alla memoria del musicista Charlie “Bird” Parker e al poeta Dylan Thomas e poi “Gasoline” dentro una raccolta curata da Ferlinghetti.

La poesia di Gregory Corso è lo specchio della condizione di marginalità dell’uomo e dell’artista, un ironico mosaico di spunti che traggono senso e significato dalla loro apparente insignificanza, il diario sincopato di una lotta infinita. Una spinta che rovescia gli equilibri della condizione umana, la staticità del moderno, gli automatismi e la routine del lasciarsi vivere.

Contro il conformismo, la conformità, la condivisione e l’appartenenza essere poeta significa agire da nomade ribelle e cercare una strada nuova nel mondo e nella vita: la propria. Una ricerca di verità, autenticità e bellezza scoperte scavando dentro i processi vitali, nei meccanismi complessi e repentini del cambiamento.

“A volte l’inferno è un buon posto – se serve a dimostrare che, esistendo quello, deve esistere anche il suo contrario, il paradiso. E cos’era questo paradiso? La poesia.”

I versi di Gregory Corso sono violenti, immediati, privi di orpelli. Colpiscono al cuore delle cose come un colpo di fucile. Mettono a nudo l’essenziale. Il ritmo è musicale, ricorda la musica nera, il jazz e ricorda anche il fluire ininterrotto dell’acqua.

Proprio come un fiume che non ha paura di diventare mare.

Allen Ginsberg. Mantra del Re di Maggio

Nel 1965, il poeta americano Allen Ginsberg visita due volte Praga, all’epoca capitale della Cecoslovacchia. Durante la prima permanenza scopre, con sua grande sorpresa, di avere un seguito importante. Soggiorna all’Hotel Ambassador, in Piazza Venceslao, incontrando poeti e traduttori, persone ritenute pericolose dal regime comunista e pertanto sottoposte a sorveglianza speciale da parte del STB (una sorta di KGB locale).

Il secondo soggiorno coincide con l’annuale Festival di maggio (Festival Majales). La storia di questo singolare festival caratterizzato da musica, letture, e performance ha inizio proprio negli anni 60 in contrasto con la liturgia ufficiale del regime e le stucchevoli parate del primo maggio.

Ginsberg partecipa alla sfilata alternativa e baccanale del primo maggio e alle feste, in una di queste occasioni viene eletto dall’assemblea spontanea degli studenti universitari re (Kral) del festival: Kral Majales. Nel discorso celebrativo dedica la sua corona di re a  Franz Kafka.

Poco dopo, viene arrestato dalla polizia, tenuto in isolamento, e immediatamente espulso dal paese.

Poi è costretto a prendere un aereo diretto all’aeroporto di Londra, Heathrow.

“…..And though I am the King of May, the Marxists have beat me upon the street, kept me up all night in Police Station, followed me thru Springtime Prague, detained me in secret and deported me from our kingdom by airplane.

Thus I have written this poem on a jet seat in mid Heaven.”

Così termina la poesia che Allen Ginsberg scrive sull’aereo che lo porta a Londra il 7 maggio del 1965.


Poeticamente Ginsberg prende spunto dalla nuova ritmica introdotta da William Carlos Williams, il cosiddetto “breath stop”, “l’arresto del respiro”,  il percorso delle parole è interrotto solo dal respiro.  Il verso può essere più lungo o più corto, la sua dimensione relativa, se viene misurato in base all’intensità del respiro. In tal modo nella poesia entrano i ritmi e il tempo della parlata popolare.

I poeti della beat generation sono parte di un vasto movimento che vede coinvolti anche i musicisti free jazz, guidati da Ornette Coleman. Il suo  disco “Free Jazz” del 1961, di fatto il manifesto della musica free,  propaganda un modo di esprimersi usando ritmiche nuove e abitando il mondo della dissonanza e del disordine espressivo.

Mantra del Re di Maggio (curato dalla grande traduttrice e americanista Fernanda Pivano) contiene poesie scelte dalle raccolte Reality Sandwiches e Planet  News.

Un viaggio interessante e vario dentro la poetica di Ginsberg, uno specchio sincopato che riesce a far rimbalzare, oltre i confini del vecchio secolo, “l’urlo di una generazione”.

Italo Sulliotti. Sotto l’Artiglio, il segreto dell’Egypt

Quando ero bambino, all’inizio degli anni sessanta, nasceva in me la passione del mare.

Ricordo una rivista, che conservo ancora tra le cose più care, dedicata al mondo sottomarino, alle prime immersioni con la maschera, maschere tonde di gomma azzurra, e ai protagonisti delle grandi discese, i palombari.

Erano i palombari gli unici a potersi immergere alle maggiori profondità e lo facevano rinchiusi dentro scafandri di gomma, indossando scarpe con suole di piombo e caschi di rame, per questo venivano chiamati “teste di rame”.

Il racconto di Italo Sulliotti, una vecchia edizione degli anni trenta, consente di aprire una finestra sull’oblio e ricordare le imprese del piroscafo da recupero Artiglio e di un grande palombaro, inventore della camera iperbarica, Alberto Gianni.

L’Artiglio e Alberto Gianni, insieme al Commendator Giovanni Quaglia, patron della SO.RI.MA (Società recuperi subacquei) società armatrice della nave, sono tra i protagonisti di una storia ambientata tra le acque di Brest e le stanze del primo ministro inglese, in un’epoca in cui l’Italia, almeno per quanto riguardava la marineria e le attività subacquee, era considerata all’avanguardia.

La trama è semplice, l’Artiglio e i suoi palombari sono alla ricerca del piroscafo  Egypt affondato nelle acque di Brest alcuni anni prima, il piroscafo contiene un prezioso e consistente carico di monete e lingotti d’oro, destinato alle banche dell’India. Ma non sono i soli a cercare il relitto e le sue vestigia, anche il governo inglese, sollecitato da Lady Margaret Weend, vedova di un ministro scomparso nell’affondamento dell’Egypt, nutre particolare interesse per alcuni documenti conservati nella cassaforte del comandante. Quando Alberto Gianni localizza il relitto a 130 metri di profondità il Comandante Kennedy, a nome del governo di Sua Maestà chiede di essere presente al recupero della cassaforte. Il commendator Quaglia non ha nulla in contrario, anche perché gli inglesi non sono interessati al tesoro, solo ai documenti.

Fin qui il racconto. In realtà le cose andarono diversamente. Il relitto dell’Egypt venne individuato il 29 agosto 1930 ma il maltempo di fine estate e poi quello invernale obbligò a spostare il recupero alla primavera successiva. Nel frattempo l’Artiglio raggiunse l’isola bretone di Belle Île, a nord ovest della Francia, per dedicarsi alla bonifica della nave Florence, carica di esplosivi, affondata laggiù nel 1917.

Durante le fasi di demolizione della Florence, forse a causa di una carica posizionata erroneamente, gli esplosivi stivati nel relitto improvvisamente esplosero. L’Artiglio, ancorato a poca distanza, fu investito in pieno dall’esplosione, affondando rapidamente. Nel tragico incidente perì gran parte dell’equipaggio, tra cui i palombari Alberto Gianni, Aristide Franceschi e Alberto Bargellini, tutti originari di Viareggio.

Il recupero del tesoro dell’Egypt fu effettuato utilizzando una nuova nave, inizialmente portava il nome di Maurétanie, poi fu rinominata Artiglio II, ma tutti continuarono a chiamarla Artiglio.

E il Governo di Sua Maestà? E Lady Margaret Weend? Il governo troverà poco o nulla anche grazie a un brillante “escamotage” di un suo illuminato funzionario, Lady Weend invece scoprirà quanto possano essere importanti nella vita degli uomini il desiderio, le passioni e i loro frutti.

Noi invece guardiamo il mare, adesso calmo. Tiene in serbo storie, racconti, tesori, talvolta misteri.

E chiudiamo con parole attribuite dall’Autore a Alberto Gianni, un modo semplice per ricordarlo e onorare ancora oggi, dopo ottant’anni, quelli bravi come lui.

“…Alle otto di mattina mi infilarono il casco. Avviarono la pompa dell’aria; mi fissarono le suole di piombo e mi abbandonarono contro la scaletta di ferro che, applicata verticalmente al bordo dell’imbarcazione, conduce in fondo. Cominciai a discendere…”

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