Cristiano Pellegrini. Quella notte al Giglio

Provate a pensare di essere gli abitanti di una piccola isola del Mediterraneo. E’ da poco passato il periodo delle feste Natalizie, un lieve riverbero della stagione turistica conclusa nel tardo autunno. Sull’isola finalmente ci siete solo voi: gli abitanti, i residenti, più o meno, ottocento persone.

E’ il momento di dedicarsi ai piccoli lavori, il restauro dei negozi, oppure la coltura delle piante, come ad esempio la potatura della vite, e la carena del gozzo tirato in secco per preservarlo dal mare. Il silenzio è il vostro discreto compagno nelle luminose mattine d’inverno appena increspate dal grecale e nelle precoci sere limpide di stelle.

Quando camminate per strada salutate tutti, perché vi conoscete e i volti sono sempre quelli, gli stessi della vostra infanzia, della maturità, della vecchiaia.

Provate, adesso, anche a pensare di aver prenotato una crociera. Un viaggio fuori stagione per visitare le più belle località del Mediterraneo, in questo periodo dell’anno una crociera accessibile a molte tasche. Vi hanno anche detto, a ragione, che il mare d’inverno spesso è calmo e navigare può essere piacevole.

E’ giunto il momento di salire sulla grande nave e raggiungere la vostra cabina. Sul depliant illustrativo avete letto che la nave ha quattro piscine salate, due delle quali con copertura in cristallo, utilizzabili anche durante le stagioni invernali o in caso di maltempo, e una dotata di scivolo toboga, cinque vasche idromassaggio Jacuzzi a acqua calda. Un campo polisportivo e un percorso per il jogging.

Potete scegliere tra cinque ristoranti e tredici bar. Poi ci sono il teatro, la discoteca, le sale da ballo, il cinema, i videogiochi. Insomma c’è proprio tutto.

L’imbarco dei passeggeri dura alcune ore, perché le persone sono più di tremila, per la precisione tremila duecento sedici.

Non conoscete nessuno, ma c’è tempo per fare nuove amicizie, a cominciare dalla prossima cena.

Il bellissimo libro, reportage, di Cristiano Pellegrini racconta in modo chiaro, con una cadenza giornalistica d’altri tempi e quindi apprezzabile, come un incredibile scherzo del destino abbia fatto incontrare due mondi così diversi: la piccola isola dolcemente assopita e la grande nave dell’intrattenimento.

Sono piccole e grandi storie di uomini e donne di mare che in pochi istanti sono risorti dal torpore del riposo per portare il loro aiuto,  storie di ottocento isolani che hanno salvato migliaia di persone.

Nel libro c’è poco spazio per gli scandali che piacciono tanto ai lettori dei quotidiani (di gossip), si parla poco del capitano, egli appare di sfuggita, e sembra uscito da un romanzo di Joseph Conrad, un vinto, un Almayer, un Willems, un reietto delle isole, invece in primo piano le grandi imprese di gente normale.

Il Sindaco Sergio Ortelli che in pochi istanti trasforma l’innata civiltà degli isolani in un efficiente sistema di protezione civile, il Vice Sindaco Marco Pellegrini che sale sulla nave salvando innumerevoli vite e tanti altri che con le loro barche accorrono in aiuto. Poi il parroco, i ristoratori, la bidella della scuola, la titolare del bar, la panettiera, pronti a accogliere, ristorare e consolare.

Può anche succedere, e non è per niente facile, di trovarsi improvvisamente prigionieri di un gorgo infernale che in pochi istanti riesce a trasformare gli ospiti di un ristorante elegante in naufraghi, così, di punto in bianco, senza nemmeno sapere dove ci si trova, perché fuori è buio, e nessuno ha detto che l’isola è lì a pochi metri, anche se il mare è calmo e nel cielo c’è la luna piena.

Davvero un bel libro che riporta prepotentemente in superficie la dimensione umana, mettendo in evidenza quanto sia importante nelle tragedie la solidarietà della gente comune, e poi un libro vero che ci ricorda, come è scritto nel risvolto, che il mare non è un gioco, va rispettato, perché non risparmia nemmeno quelli bravi.

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Paul Krugman. Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008

Le calde giornate di agosto incoraggiano alla quiete e quindi anche alla lettura. Possono essere racconti, come quelli che amo segnalare, poesie di artisti, semplici raccolte di pensieri, ma non per questo poco profonde e accurate, oppure saggi e nel caso specifico stiamo per avventurarci sugli impervi percorsi dell’economia.

Paul Krugman, economista statunitense, vincitore del premio Nobel nel 2008, è definito da più parti un neo keynesiano, ma questa non è la ragione per cui ho deciso di scriverne, piuttosto perché appare da subito, nella scelta degli argomenti e nel tratto divulgativo, un autore che preferisce andare contro corrente.

La corrente è quella delle teorie consolidate, ma soprattutto delle pratiche, che anche in economia (come in altri campi) sono spesso appannaggio di tecnocrati, o menti assai ristrette, poco avvezze quindi a leggere il contesto in modo innovativo o a ricercare nuove soluzioni che consentano, ad esempio, di superare crisi e gravi difficoltà.

“Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008” è un libro da leggere proprio per capire i tempi che stiamo vivendo e soprattutto per potersi fare, in modo sensato, una opinione che non sia dettata esclusivamente da spinte emotive ma, invece, corroborata da un percorso analitico, saggiamente assistito.

“Permettetemi di dichiarare che questo libro è, in fondo, un trattato analitico. Non si occupa tanto di quello che è successo quanto del perché” sottolinea Krugman nell’introduzione, certo, è un trattato di economia, ma costruito usando un linguaggio chiaro, sempre comprensibile, evitando anche di ricorrere all’uso eccessivo di diagrammi o grafici che potrebbero affaticare un lettore non specializzato, riuscendo invece a tener viva l’attenzione nella disanima delle principali crisi dell’economia moderna e traendo infine conclusioni accessibili a tutti.

Un esempio originale, a cui l’autore ricorre spesso, è quello della Cooperativa di baby sitter di Capitol Hill, tratto da un articolo scritto da Joan e Richard Sweeney nel 1978. Il funzionamento della cooperativa, la stampa di buoni che consentono ai soci di usufruire di servizi di baby sitter dopo averli prestati, consente di simulare quanto accade nel quadro più ampio delle politiche economiche e monetarie, di capire come nascono le recessioni e come talvolta è possibile gestirle.

Dopo la grande crisi del 1929 sembrava che il mercato economico e finanziario avesse trovato l’antidoto e che situazioni simili non dovessero più riprodursi, ma negli ultimi decenni le crisi dell’America Latina, in special modo Argentina e Messico, del Giappone, che era considerato il principale attore dell’economia mondiale, e dell’intero comparto asiatico, le cosiddette economie emergenti, oltre ad apparire come pericolosi prodromi di quanto poi è accaduto sul piano globale, secondo Krugman, non sono state gestite nello stesso modo, quindi sono state gestite senza far ricorso allo stesso genere di antidoti.

“La seconda guerra mondiale offrì l’occasione che Keynes stava aspettando da anni, non solo perché si riuscì a uscire dalla depressione, ma anche perché ci si convinse che le politiche macroeconomiche – tagliare i tassi o aumentare il deficit statale per combattere le recessioni – potevano tenere più o meno stabile un’economia di libero mercato in presenza di un tasso di quasi completa occupazione.”

Questo tacito accordo tra capitalismo, economisti e opinione pubblica, che avrebbe dovuto e potuto evitare ulteriori Grandi Depressioni, fu definito negli anni cinquanta da Paul Samuelson “sintesi neoclassica”, Krugman invece preferisce chiamarla “sintesi keynesiana” e, subito dopo, si chiede come persone intelligenti abbiano potuto consigliare a economie di mercato emergenti politiche del tutto perverse alla luce della dottrina economica acquisita e perché la “sintesi keynesiana” non sia stata considerata e fatta propria allo scopo di risolvere i problemi di quelle economie?

Forse tutto questo è avvenuto perché: “oggi, in effetti, la politica economica internazionale ha poco a che fare con l’economia. E’ diventata più che altro un esercizio di psicologia dilettantesca, con il quale il Fondo Monetario Internazionale e il segretario al Tesoro hanno cercato di convincere i Paesi a fare cose che speravano sarebbero state percepite dal mercato come rassicuranti.”

Quello che bisogna fare è, al contrario, cercare di sviluppare la capacità di comprensione, affrontare lucidamente i problemi, usare gli strumenti che abbiamo senza farci costringere dentro logiche precostituite o abbattere da presunti limiti strutturali.

“Credo che gli unici veri ostacoli strutturali al benessere del mondo siano le dottrine obsolete che annebbiano la mente degli uomini.”

Un libro da leggere nelle calde giornate d’agosto, in primo luogo per imparare e poi per valutare, con uno sguardo davvero nuovo e disincantato, quanto sta succedendo anche dalle nostre parti, a cominciare dalle ricette economiche del governo tecnico.

John Cage. Music for Marcel Duchamp

Nel 1979 frequentavo ancora l’Università e ebbi l’opportunità di partecipare all’organizzazione di una mostra evento, patrocinata dal Comune di Padova, per ricordare il Circolo Il Pozzetto. Il Pozzetto, diretto dal prof. Ettore Luccini, era stato un circolo culturale molto attivo in città sul finire degli anni cinquanta. Innumerevoli artisti e musicisti avevano esposto e suonato all’interno dei suoi ambienti,  anche musicisti, all’epoca, poco conosciuti come John Cage.

Teresa Rampazzi, compositrice, pianista e ricercatrice musicale, una delle prime donne in assoluto a occuparsi di produzione e diffusione della musica elettronica e d’avanguardia in Italia, così ricorda quelle straordinarie serate al Pozzetto: “Io presi parte a due manifestazioni musicali date al Pozzetto. Nella prima, gli esecutori erano, oltre a me stessa, nientemeno che Metzger, Bussotti e Cage. Si creò un clima quasi dionisiaco: ognuno si era preparato una partitura sconosciuta all’altro e si suonò e si fece suonare di tutto, passeggiando per la sala, aggredendo tutto ciò che poteva rispondere con segnali fonici. Un’anarchia indescrivibile, seguita attentamente da un pubblico serissimo! Nella seconda occasione si trattò di un vero e proprio concerto a due pianoforti, posti alle estremità opposte della sala, in modo che i pianisti non potessero vedersi né comunicare con cenni. Ebbi l’onore e la gioia di suonare con Cage restando indipendente da lui, eppure raggiungendo un accordo miracoloso. Nessuno dei due conosceva la partitura dell’altro, eppure questa fu la prima e ultima volta che io conobbi l’esperienza così esaltante di un dialogo coerente, guidato solo da un legame musicale”.

Ricordo bene Teresa, una signora con due grandi occhiali. Venne nei locali della mostra con un registratore Revox e un gran numero di nastri che contenevano musiche di Berg, Webern, Schoenberg, Boulez, Maderna, Stockhausen, Nono, Berio e Cage. Mi raccontò della situazione di arretratezza culturale di quegli anni, il pubblico era ancora fermo al melodramma ottocentesco e non conosceva e apprezzava compositori come Mahler. John Cage a Padova nel 1959 era davvero una primizia assoluta.

Trascorsi ore insieme agli amici ad ascoltare il contenuto dei suoi nastri e quel poco che conosco e capisco di musica contemporanea lo devo sicuramente a quei momenti.

 “Music for Marcel Duchamp” è stato composto da John Cage nel 1947 per uno spicchio del film surrealista di Hans Richter: “Dreams that money can buy”. Il film contiene parti prodotte da artisti diversi e la musica di Cage riguarda il segmento disegnato da Marcel Duchamp. Il settore si intitola “dischi” e consiste principalmente di rotorilievi disegnati da Duchamp. Disegni su cerchi piatti di cartone da posizionare sul piatto di un giradischi fonografico. Il film è disponibile interamente su You tube.

Music for Marcel Duchamp è uno dei primi pezzi a esplorare sistematicamente l’idea del silenzio.

Giovanni Comisso. Gente di mare

Gli scrittori italiani del novecento che preferisco sono due, Romano Bilenchi e Giovanni Comisso, mi piace la loro poesia prosaica, uno scrittore deve essere anche poeta dice Bilenchi e non si può certo dargli torto, forse aggiungerei, un po’ anche pittore, perché il colore nella scrittura ha la sua importanza come la luce e le sfumature di rosa e di azzurro.

Qualche giorno fa percorrendo l’autostrada che da L’Aquila porta a Pescara improvvisamente, più o meno all’altezza di Santa Lucia, ho visto apparire la linea azzurra del mare Adriatico, un azzurro terso, pulito, per certi versi quasi bianco. Il colore del basso fondo aiutato dalla sabbia, così diverso dal blu scuro del Tirreno, il mare di Atri e di Adria, il golfo di Venezia che apre le porte alla luce d’oriente.

La copertina di questa vecchia edizione di Longanesi, le vele del bragozzo e dietro il colore del primo tramonto, mi fanno ricordare il ritorno da un’uscita in gommone, tempo prezioso, rubato molti anni fa al lavoro assieme a due amici. Tornavamo dalle acque antistanti Pellestrina e, intanto, il cielo cambiava colore, in cielo il rosa prendeva lentamente il posto dell’azzurro, poi, superata la foce del Brenta per raggiungere la darsena, ricordo un mondo dipinto di rosa, l’acqua, le canne, tutto, intorno a noi, anche le zanzare che, voraci, stavano per dare inizio alla loro battaglia.

Si arriva per prati d’acqua, dopo avere rasentato paesi costruiti come scene di teatro di altri tempi e panorami di alberi con terreni erbosi di un verde prepotente sul precipizio azzurro del mare.

Così inizia Comisso, proponendo un quadro che sbuca sul mare, questa edizione del 1966 contenente trentadue racconti, il doppio di quelli che costituivano la prima edizione del 1928. Il libro appare diviso in due parti, narrativa la prima, più diaristica la seconda, scandita dai tempi del viaggio e della navigazione.

Paesaggio, mare e terra, uomo e il lavoro, le opere, le avventure, queste le basi sulle quali Comisso lavora e costruisce con la scrittura. Il paesaggio è sempre presente nei racconti, “…io vivo di paesaggio, riconosco in esso la fonte del mio sangue. Penetra per i miei occhi e mi incrementa di forza. Forse la ragione dei miei viaggi per il mondo non è stata altro che una ricerca di paesaggi, i quali funzionavano come potenti richiami.

Poi ci sono il lavoro e le vite vissute dei pescatori, esistenze scandite dal tempo del mare e provate dai colori forti del giorno e della notte dentro una cornice di fatica e talvolta di amara dedizione. Universo di mare e campagna, spiagge e orti irrorati e guastati dal sale e in fondo al percorso il terminal di un destino dal sapore davvero ineluttabile.

Anche l’avventura ma non quella gioiosa e un poco incosciente de “Le mie stagioni”, piuttosto la coscienza collettiva del sacrificio per dovere paradossalmente più presente qui, dove il lavoro della pesca e della agricoltura ha un ruolo centrale, che nei diari di guerra e della memorabile e poetica impresa di Fiume.

E in mezzo, sopra, sotto, ancora colore, cromatismi tenui e accentuati, allegorie pittoriche che rafforzano le descrizioni rendendo memorabili i momenti.

Strano che di Giovanni Comisso rimanga questo autoritratto a carboncino, in bianco e nero. Forse per serietà professionale aveva scelto di imprigionare il colore nella scrittura liberandolo soltanto nella mente del lettore, o, come recita la didascalia, aveva in cuor suo sperato di essere pienamente  un “folle avventuriero”  lasciando ad altri la gioia e il dolore di usare il pennello.

Filippo De Pisis. Poesie

Filippo De Pisis, pseudonimo di Luigi Tibertelli, nato a Ferrara nel 1896, è stato pittore, poeta e scrittore, a dire il vero, aveva iniziato proprio come poeta e in questo volume è raccolta gran parte dei suoi versi.

L’immagine o, per meglio dire, la capacità di rappresentare attraverso la lirica il mondo esterno, gli stati d’animo, le sfumature del vivere è l’argomento centrale della sua scrittura, così come era avvenuto nel romanzo “Il signor Luigi B.” in cui descriveva il suo appartamento di Via Montebello, 3 a Ferrara: “Una camera da letto chiara e ariosa con il bagno annesso, due camere bianche da lavoro con un salottino neoclassico azzurro per ricevere le poche visite, una camera rossa, piena di oggetti rari, vecchi, archeologici.

Quando nel marzo del 1920 tenne a Roma la prima mostra i pareri furono contrastanti, pochi capirono, molti criticarono la galleria Bragaglia per averla organizzata, altri ancora inneggiarono al futurismo. Per De Pisis erano solo primi studi, allusioni alla pittura che sarebbe venuta, studi appunto mentre in seguito, nel momento del massimo splendore della sua produzione artistica, li avrebbe definiti cose.

Le cose. Filippo De Pisis è il pittore delle cose. Intese, trasfigurate dall’ispirazione. Pesci, fiori, oggetti. Gesti, apparenze, ombre. E scorrendo le sue poesie incappiamo in quella che forse più di altre appartiene al suo mondo. “Ombre. Non son farfalle, son ombre leggiere sui muri bianchi e grigi del ricordo. Ombra d’una mano levata a benedire, ombra di un fiore che non ebbe mai stelo (il cuore non fa ombra). Delicate parvenze profumi melodie che prendon palpito solo quando cala la sera. Ombre caste della nostra felicità apparente. Non son farfalle, son ombre leggiere.

Per meglio conoscere la vita e l’incredibile storia artistica di questo geniale autore multimediale (almeno per quanto lo consentivano i mezzi d’allora) consiglio la lettura di un libro a mio parere bellissimo, scritto da uno dei più grandi scrittori italiani del secolo scorso, Giovanni Comisso, oggi ovviamente poco ricordato dalle cosiddette elites intellettuali,:  “Mio sodalizio con De Pisis”.

Comisso con grande abilità trasforma un epistolario tra amici, De Pisis e lui, in un romanzo avvincente che attraversa due dopoguerra e in mezzo una guerra mondiale, la seconda, raccontando vite stravaganti, la splendida Parigi degli anni trenta, e soprattutto rendendo semplice e comprensibile la genialità di De Pisis.

Lo studio in rue Madame 18 nel magazzino di una lavanderia. Rue Madame proprio quella dell’Hotel de l’Avenir. Il quartiere latino, le stravaganze parigine e poi, il grande successo di pubblico e di critica. Anche un ricordo, una citazione che al tempo stesso è un triste presagio: “Un po’ malato io sono di certo e perciò, abbastanza ragionevole, vivo in una casa di salute costruitami a mio uso e consumo”. E poi gli aneddoti, i veri o presunti mal di testa che permettono al pittore di lasciare i salotti alla prima mal partita, i modelli dipinti e amati, le case e, ancora, le cose.

Bellissimo è il racconto della festa organizzata a Venezia subito dopo la liberazione, una festa pop, ante litteram, con gente vestita in modo eccentrico, la scultrice L.C. coperta soltanto da lunghe collane di rose di carta, De Pisis vestito sommariamente, dipinto sul corpo e truccato. I comunisti locali gridarono allo scandalo e la questura intervenne traducendo i malcapitati in guardiola e tenendoli dentro per due giorni, nonostante le proteste del pittore e la sua minaccia di ricorrere all’intercessione del Ministro Bottai. Per inciso Bottai non era più ministro dal 25 luglio del 1943. Del “Ballo della granceola”, questo il titolo della festa, parlarono i giornali inglesi e americani, con grande divertimento dei lettori oltre Oceano: “La sola divertente notizia giunta in America dall’Italia dopo la liberazione”.

Con l’aggravarsi delle condizioni fisiche di Filippo De Pisis e i suoi ricoveri a Villa Fiorita nei pressi di Brugherio la storia finisce, ma resta nel lettore il fascino di una vita dedicata al colore, alla leggerezza del pennello e alle parole e la convinzione che, come scrive Giovanni Comisso chiudendo il racconto, “siamo soltanto magnifiche onde in attesa sempre di disfarci nel crollo”.

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