Roland Barthes. L’impero dei segni

Anni fa, lasciando un sentiero appena segnato, ho avuto l’occasione di immergermi nella foresta equatoriale. Una breve escursione di cui però ho un ricordo vivissimo perché carica di suggestione e di emozioni. Il luogo era selvaggio e incontaminato, nessuna traccia di presenza umana, solo l’evidenza di una pura espressione naturale. Se qualcuno mi domandasse, a distanza di tempo, cosa mi avesse colpito maggiormente risponderei: la perfezione.

C’era infatti nel paesaggio che mi circondava un’impronta immanente, una sorta di inaspettato equilibrio della cosa in sé, la prova concreta e visibile del lavoro della natura nell’accezione di organismo vivente, di sistema cibernetico in grado di autoregolarsi perfettamente. Quelle immagini sono rimaste vive nella mia mente e con esse, oltre alla evidenza della grandiosità dell’ecosistema anche una sensazione sottile, e apparentemente inspiegabile, di vuoto.

“L’impero dei segni” è un taccuino di appunti di viaggio, riflessioni apparentemente disgiunte sul paese della scrittura, il Giappone, messo insieme da Roland Barthes allo scopo di perlustrare e provare a capire un mondo diverso dal nostro. Conoscere il mondo “laggiù” attraverso il suo simbolismo e le significanze superando i luoghi del comune pensare, quindi categorie come il capitalismo, la tecnologia, l’assimilazione al modello americano e via dicendo.

I modi di leggere questo libro sono diversi: dall’inizio alla fine, come banalmente ho fatto io; in modalità casuale, perché ogni capitolo ha una sua dimensione compiuta; oppure cominciando dai segni, noi diremmo dalle immagini, il libro è ricco di immagini, simboli, sguardi, il bianco e nero degli occhi, il seppia del giardino zen.

Iniziando dai segni è possibile cogliere con una certa immediatezza il senso di spaesamento che invece emerge progressivamente dalla lettura: l’impero dei segni è un mondo senza centro, appare ordinario, futile come l’haiku, è linguisticamente parsimonioso perché tende alla forma esatta. La pittura, la scrittura e anche il gioco si esplicano e si esauriscono nella precisione di un movimento, l’abilità è immediata e definitiva, senza correzioni possibili.

I segni alludono immediatamente al motivo del loro esistere, l’arte giapponese è intimamente legata alla natura e Roland Barthes così commenta l’immagine spoglia e essenziale del giardino zen: ” Nulle fleur, nul pas: Où est l’homme? Dans le trasport des rochers, dans le trace du ràteau, dans le travail de l’ecriture.”  Il segno dell’uomo è una essenza esteriore, anch’esso periferico rispetto alla dimensione pregnante della natura.

Anche la moglie del generale Nogi, vincitore dei russi a Port-Arthur, ha piena contezza di non essere al centro. La sua dimensione umana è consapevolmente periferica, infatti si fa fotografare subito dopo aver deciso, insieme al marito, di suicidarsi per onorare la morte dell’amato imperatore. “La moglie del generale Nogi ha deciso che la Morte era il senso, che l’uno e l’altro si devono congedare nello stesso tempo e che pertanto, neppure con il volto, bisogna parlarne”.

E’ l’imperatore stesso a evocare il vuoto e a rappresentare l’assenza del centro risiedendo invisibile in un luogo “interdetto e indifferente, dimora mascherata dalla vegetazione, difesa da fossati d’acqua”. Un imperatore che non si manifesta, un soggetto vuoto attorno al quale “l’immaginario si dispiega circolarmente”.

La natura ritorna con il cibo, insieme all’assenza di percorsi prestabiliti, senza un inizio e una fine. I vassoi colorati sui quali sono disposti piccoli frammenti di carne e pesce, piccole zuppe da sorbire quando si vuole, cibo che “collega in un’unica temporalità il tempo della sua preparazione e quello della sua consumazione”, completamente in linea con la dimensione organica del processo vitale.

E noi, curiosi, grazie ai bastoncini partecipiamo a questo banchetto colorato e minuzioso sentendoci  piccoli volatili imbeccati dalla madre. Un gesto, primitivo, materno “che accompagna instancabilmente il gesto dell’imbeccata, lasciando ai nostri costumi alimentari, armati di frecce e di coltelli, il gesto della predazione.”

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Pablo Picasso. Scritti

Pablo Picasso è stato uno dei più grandi artisti multimediali “ante litteram”, ha scoperto e traversato molteplici tecniche pittoriche, ha usato il mosaico, la scultura, la ceramica e, infine, la scrittura, come dimostra questa raccolta di scritti sull’arte, poesie e testi che vi propongo. La lettura del libro è stimolante e consente di comprendere meglio l’approccio di Picasso all’arte, le sorprese sono molte e procurate da un approccio davvero disincantato e moderno.

La prima sorpresa riguarda il suo modo di porsi nel percorso artistico e pittorico, potremmo anche dire, e sbaglieremmo: nell’ambito della sua ricerca. Tutta l’opera di Picasso, in realtà, sembra contraddistinta da una forte spinta verso il nuovo, una ricerca continua sia sul fronte dei soggetti che delle tecniche pittoriche. Dispiace apprendere che non sia così: Picasso infatti sostiene che lui non cerca, trova. Sono le cose, nella loro intrinseca semplicità e bellezza a venirgli incontro. Picasso le raccoglie, proprio come accade a una persona che passeggia su una spiaggia raccogliendo rami lavorati dall’acqua, sassi levigati anche bucati, vetri che somigliano a pietre preziose, conchiglie trasfigurate dal lavoro incessante delle onde.

Emblematiche a questo riguardo due digressioni: la prima contenuta nel passo “Il paesaggio dipinto con gli occhi” e l’altra a proposito del  Toro.

Nel paesaggio dipinto con gli occhi le parole compiono un piccolo miracolo, entriamo e facciamo parte, purtroppo s0lo per pochi istanti, dello sguardo indagatore di Picasso. Lo sguardo scruta e analizza il paesaggio, cattura immagini, colori, emozioni fino a cogliere una pesca appesa a una fronda d’albero. Gli occhi di Picasso dipingono la pesca, c’è solo la pesca adesso, e poi la perfezione del frutto nella sua semplicità.

Senza il paesaggio e l’incursione dello sguardo nel paesaggio, la pesca non sarebbe stata trovata, colta e dipinta.

Il Toro, invece, è un’opera molto nota composta da un sellino di bicicletta e da un manubrio, il sellino la testa del toro, il manubrio le corna. Picasso racconta lo stupore provato proprio nel momento in cui la sua mente ha compiuto l’abbinamento delle  parti. La metamorfosi di due oggetti, dall’iniziale valore d’uso a una riproposizione di senso acquisita con la costruzione di un’immagine nuova. Ma, al tempo stesso, Picasso ammette di non essere contrario a una seconda, non impossibile, metamorfosi. La metamorfosi provocata da un ragazzo,  che vedendo la scultura e desiderando un sellino o un manubrio,  finisca per smembrarla riportando i pezzi alla loro natura originaria e quindi anche al loro uso prevalente di cose (comunemente sensate).

L’opera di Picasso, a differenza di quelle di altri grandi sperimentatori, come ad esempio Kandinsky, non è improntata alla ricerca di un altro da sé, da una sorta di tensione metafisica, ma affonda le sue radici, la setola del pennello, la pressione delle mani, nella fisicità della natura. Sono l’essere e l’esistere, in quanto tali, che nutrono la pittura e così la pittura diventa realtà, al punto che le immagini reali paiono sovrapporsi, confondendosi, con le immagini prodotte dalla tavolozza e dal pennello.

Il libro si chiude con una commedia, una parodia grottesca scritta da Picasso nel 1941, quindi nel periodo iniziale della guerra, in cui gli attori principali sono le cose. Ne il “Desiderio preso per la coda” le nostre piccole cose quotidiane diventano protagoniste: Piedone, la Cipolla, la Torta, le Tende, l’Angoscia grassa, il Silenzio, perché è giusto che siano le cose a raccontare quanto possa cambiare la vita a causa della stupidità della guerra. A loro Picasso dedica la battuta finale della breve commedia: “Lanciamo con tutte le nostre forze i voli delle colombe contro le pallottole e chiudiamo a doppia mandata le case demolite dalle bombe.”

Una commedia che ebbe una prima di grande intensità, recitata e musicata in casa di Michel Leiris, con la partecipazione in veste di attori di Simone de BeauvoirJean-Paul SartreValentine HugoRaymond Queneau, Pablo Picasso e con la direzione di Albert Camus.

In fondo al libro una interessante e completa postfazione del curatore Mario De Micheli, che ha raccolto le poesie che Picasso è andato scrivendo, soprattutto intorno al 1935.

Stefano Carletti. Naumachos

Nel 1971 avevo quindici anni, ma la giovane età non mi impedì, l’anno successivo, di conseguire il brevetto di apneista al Club Sommozzatori Padova con maestri come Fabio Marchetti e Agostino Siviero, a tutti gli effetti veri pionieri della subacquea. Qualche anno fa andando a ritirare un premio per la mia attività letteraria nella storica sede del Museo della Marineria di Viareggio ho visto, esposto in una bacheca, un brevetto del tutto identico al mio: ineffabile evidenza del trascorrere del tempo.

Le formidabili avventure raccontate da Gianni Roghi in Dahlak e nel film Sesto continente di Vailati e Quilici erano appannaggio della generazione precedente, per intenderci quella uscita dalla guerra, sperimentazioni di nuove e rivoluzionarie attrezzature e primi record con il grande Raimondo Bucher protagonista indimenticabile.

Per noi ragazzi del baby boom, fine anni cinquanta e primi sessanta, quelle vicende appartenevano a una dimensione favolistica e leggendaria, una porzione di mondo intangibile, perché eravamo abituati a raggiungere in bicicletta o in autobus la piscina dove imparavamo a immergerci e, nel nostro piccolo, a lottare con la normalità delle intemperie, pioggia, vento, talvolta neve, figurarsi se pensavamo di partecipare a una spedizione in Mar Rosso o nei lontani mari tropicali.

Sognavamo, ma in modo pratico e minimalista, aiutandoci con la bellissima rivista “Mondo Sommerso” diretta da Antonio Soccol e traendo ispirazione dalle foto di immersioni e di caccia: i fondali dell’Isola d’Elba, dell’Isola del Giglio, le bocche di Bonifacio, Carloforte, Lipari e Egadi con qualche puntata esterofila sulle frastagliate coste della Corsica. Le modelle subacquee in pose plastiche e in topless, evidentemente consentito, all’epoca, solo sotto il livello dell’acqua, aggiungevano ai nostri sogni di ragazzi una tenue allure sessuale.

Dietro la barriera di gorgonie, prima vera scoperta delle immersioni in acqua libera, la libertà stava proprio nel poter andare finalmente a scoprire la verità del profondo, e dopo le uscite in macchina con i colleghi più grandi, avevamo bisogno di una spinta, una spinta creativa che ci portasse a vivere il mare autonomamente e come protagonisti.

Naumachos è stata la spinta, un libro divorato sul copriletto di ciniglia della casa paterna, sull’asciugamano in spiaggia, un compendio di energia in linea con le tensioni e le energie di quei momenti. Basta con la subacquea ufficiale, abbasso lo stato padrone e l’enfasi militaresca, sù andiamo a caccia di pesci e anfore e viviamo così, cogliendo l’attimo e l’occasione più propizia. Il nemico sott’acqua è il nemico fuori: la polizia, i baschi neri, la guardia costiera, servitori di una repubblica asfissiante e poco marinara che si oppongono alla libertà di iniziativa, alla nostra libertà.

La subacquea piratesca di Carletti è musica per le orecchie di ragazzi che hanno voglia di cambiare il mondo e che fanno della sfida al conformismo, della lotta contro le regole dei vecchi, la loro bandiera. Subacquea e pirateria, un mix imprevedibile e al tempo stesso seducente, come le acque calde di Cala Agadir, il letto di anfore del relitto, la statuetta venduta al mercante inglese, la mattanza di Favignana e la passeggiata dentro la pancia dell’Andrea Doria.

Poi, con il ricavato, la realizzazione del sogno più bello, una barca propria e navigare.

Non è un caso che Naumachos venga stampato ancora oggi, sono passati quarant’anni dalla prima edizione.

Forse è ancora lì che aspetta una generazione che abbia finalmente il coraggio e la forza di prendere per mano il destino e cambiare le cose, costi quel che costi.

Gianni Roghi. Dahlak

Un pomeriggio, molto piovoso, del giugno 2007 ho avuto l’onore di partecipare, come relatore, a una tavola rotonda organizzata in ricordo di Gianni Roghi presso l’acquario di Milano. Per me, un’occasione unica e, al tempo stesso, autentica perché, come altri, mi trovavo lì a parlare di una delle personalità più affascinanti del secolo appena trascorso.

Gianni Roghi è stato molto più del giornalista che alcuni ricordano, era un avventuriero, nel significato più schietto e puro del termine (uomo di avventura), uno degli ultimi grandi esploratori e sperimentatori che la storia recente abbia avuto il merito di accogliere e evidenziare.

Regista e ideatore della rassegna dedicata a Gianni Roghi era il mio caro e compianto amico Antonio Soccol e nel sito dedicato a Gianni, che ancora oggi è fruibile da parte degli appassionati, Antonio rammenta di avere avuto verso Gianni un “debito di riconoscenza esistenziale”, una ragione intima per partecipare al ricordo di un uomo che Giorgio Bocca aveva definito “troppo intelligente” e gli amici e gli estimatori ancora apprezzano per l’assoluto eclettismo e l’indissolubile energia creativa.

Dahlak è un libro pubblicato per la prima volta da Garzanti Editore nel 1954, il racconto della partecipazione di Gianni Roghi, come componente scientifico e capo ufficio stampa alla Spedizione Subacquea Italiana in Mar Rosso (28/12/1952 – 26/06/1953) alle isole Dahlak, organizzata e coordinata da Bruno Vailati.

Themadjack ha, recentemente, accolto alcune riflessioni sul film documentario “Sesto Continente”, video-cronaca degli eventi, prodotto da Bruno Vailati e Folco Quilici.

Perché le isole Dahlak?

Scrive Gianni Roghi: 
“Le ragioni sono poche ma buone. Anzitutto la spesa: volevamo condurre una spedizione in un mare tropicale corallino, e il Mar Rosso rispondeva perfettamente alle nostre esigenze essendo appunto un classico “mar di corallo”, e a distanza ragionevole dall’Italia. Per trovare costruzioni madreporiche egualmente imponenti, e la fauna relativa, sarebbe occorso traversare l’intero Oceano Indiano, o arrivare fino alle Indie Occidentali. Il finanziamento dell’impresa non l’avrebbe mai consentito.”

Completa il volume un testo d’appendice di  Francesco Baschieri sui risultati scientifici ottenuti dalla Spedizione Nazionale Subacquea Italiana in Mar Rosso. “Dahlak” ha avuto moltissime ristampe e riedizioni, oggi è disponibile presso l’editore Mursia, da sempre attento al mare.

Un brano tratto dal capitolo “La danza delle mante”:

L’Africa tropicale, l’Africa calda è un animale vivo che mangia, cresce, muore e si rigenera a scatti. È un corpo che subisce metamorfosi tanto rare quanto brutali, da un giorno all’altro, da un’ora all’altra. La crisalide che esplode in farfalla sotto i tuoi occhi; una natura che ignora i dolci passaggi delle latitudini temperate: va a balzi, a stroncature, a urli. All’Asmara, duemila metri sul mare, vidi un albero di pesco che mi fece pensare alle allegorie religiose del medioevo: alcuni rami erano secchi come d’inverno; altri avevano i boccioli; altri recavano le foglie, verdi ed espanse; altri i frutti piccoli e acerbi; altri ancora le pesche mature e ancora altri le pesche marce. Quell’albero non aveva stagioni, non sonni, non requie. Tutti gli alberi di Asmara e dell’Africa alta sono privi della misura del tempo, sono in divenire. Alberi hegeliani. Ma mentre quel pesco moriva e fioriva nei medesimi rami e con la medesima linfa, giù nell’Africa calda, giù a Dur Ghella la natura era morta bruciata da un anno. Se con il calcio del fucile battevi sui tronchi, ne udivi un suono secco di legno cavo: come bussare a una bara.

E una notte piovve, piovve sul serio, per la prima volta da un anno. Piovve tre ore continue dall’una alle quattro. Era acqua calda, a gocce grosse e pesanti. Piovve senza vento, con un fragore di cascata. La tenda s’allagò, i materassini di gomma galleggiarono, ogni cosa nostra divenne fradicia. Rimanemmo tre ore ad ascoltare la pioggia, seduti in due dita di acqua tiepida, al buio. Poi smise, l’acqua defluì lentamente, ci ricoricammo e dormimmo. Mi svegliai per primo, erano le nove. Non pioveva più e si sentiva l’aria pulita; faceva quasi fresco; ma non so, si sentiva un’aria nuova, diversa da quella solita. Mi pareva di accorgermi soltanto allora di aver respirato per tutte quelle settimane e quei mesi un’aria che aveva un sapore. O un odore, forse. Uscii dalla tenda, sbucai dalla mangrovia ancora grondante. Non c’era una nuvola. E mi misi le mani sugli occhi: quello che vedevo non poteva esser cosa della nostra terra, era magia, era stregoneria. L’isola, quell’isola grigia bruciata, era color di smeraldo.

Era scoppiata la primavera.

Ecco qui Gianni Roghi e, con lui, la meravigliosa essenza delle Isole Dahlak.

Grazie Antonio, amico mio.

Grazie  davvero di avermi fatto vivere queste emozioni.

Graham Sutherland. Estetica della sopravvivenza

Le immagini e i colori di Sutherland hanno sempre un grande effetto.

I verdi, in particolare, e le nuances del verde che, prendendo spunto dal nero, sfumano lentamente fino a esaurirsi dentro trasparenze acquatiche. Spesso il contesto è caratterizzato da piccole gallerie naturali, prospettive rubate a labirinti di rami contorti, canne di bamboo, cespugli spinosi. In fondo, in profondità, sotto una lama di luce, appaiono leggere figure umane, simulacri erranti che rammentano l’esistenza dell’uomo e affermano la necessità di resistere alla forza primigenia del naturale ma anche, e soprattutto, alle inclinazioni autodistruttive della nostra specie.

I quadri di Sutherland sono una sorta di punto centrale nel quale trovano raccordo pulsioni naturali e istinti di sopravvivenza, rappresentano infatti una situazione di equilibrio da cui però traspaiono ed emergono le angosce e la nostra paura di vivere.

Tra il 1940 e il 1945, Sutherland ha fatto parte di una speciale divisione dell’esercito inglese denominata “Artists Scheme” con l’incarico di documentare la guerra attraverso le opere d’arte. Per questa sua singolare attività bellica è stato insignito della decorazione Order of Merit.  Ha operato soprattutto sul fronte interno, raffigurando soggetti come le miniere  in Cornovaglia,  i danni dei bombardamenti su Londra e nel Galles meridionale e, poi, i danni procurati dalla RAF nella Francia occupata.

L’esperienza angosciosa della guerra, le distruzioni inflitte alle persone e all’ordine naturale delle cose, unitamente al forte interesse per l’opera pittorica e poetica di William Blake, sono alla base dell’impronta naturalistica che Sutherland è riuscito a dare al surrealismo.
La rappresentazione surreale di una natura contorta, spinosa, ove l’unico sintomo dell’ospitalità è il colore, è il prodotto di una costante ricerca tesa a illustrare lo stato della metamorfosi che confonde di continuo realtà e immagine, uomo e natura.
Anche il riferimento a Blake non è affatto casuale, William Blake il poeta romantico, l’uomo che scrive i seguenti versi: “Tigre! Tigre! Divampante fulgore nelle foreste della notte, quale fu l’immortale mano o l’occhio che ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria?”, l’artista che proclama l’assoluta compenetrazione tra esistenza e immaginazione, il liberatore della percezione dalla tirannide dei limiti imposti dalla società: aprite “the doors of perception”.
Tutto concorre alla costruzione di visioni oniriche, marcate dalla forza della fantasia, rappresentazioni di percorsi che mescolano spunti paradisiaci con il loro opposto, anche se in fondo al tunnel, non importa se verde, c’è sempre l’uomo, la dolorosa necessità di esistere e, quindi, l’obbligo di ricorrere alle più recondite energie per tentare di sopravvivere.

Ray Bradbury. Cronache marziane

Provate a immaginare di viaggiare, con la vostra astronave, verso un altro pianeta del sistema solare. Il pianeta in questione è Marte. Il viaggio procede bene e voi, come i vostri compagni, siete eccitati all’idea di posare i piedi su un suolo così lontano e diverso dalla madre terra.

Finalmente arrivate a destinazione, l’astronave ben pilotata compie le manovre di avvicinamento e atterra dolcemente.

Cercate di scorgere, con grande curiosità, cosa vi sia oltre gli oblò e i finestrini e cogliete con stupore i riflessi di una campagna molto simile a quella che circonda le vostre case. E’ proprio la vostra terra quella che appare sbirciando attraverso i vetri appannati anche se sembra più antica e selvaggia.

Lo stupore aumenta quando, uscendo, notate la stessa luce, i medesimi suoni, gli stessi odori.

E’ il vostro piccolo paese ma non quello che avete lasciato partendo, è il paese di prima, di una volta, il paese di quando eravate bambini e il cemento non aveva ancora fatto il suo orribile lavoro riempiendo i sobborghi di capannoni e brutte costruzioni.

Insieme, raccolti e guardinghi, lasciate l’astronave avventurandovi lungo la vecchia strada, per sentieri erbosi che costeggiano gli argini dei fossi, fino a raggiungere le prime case.

Anche le costruzioni sono le stesse di una volta, riconoscete la scala di legno, l’albero di mele e i rami sui cui andavate a nascondervi nelle assolate giornate estive.

Poi, quando i vostri parenti, uno a uno, escono dalle case e vi corrono incontro riconoscendovi, nonostante i cambiamenti del tempo, correte anche voi lasciando il gruppo e stringendo nonni, genitori, fratelli e sorelle, amici che credevate scomparsi, inghiottiti dal passato.

Forse avete viaggiato nel tempo, certo quel pianeta non è Marte piuttosto la Terra e provate, per qualche istante, a ragionare su cosa stia davvero succedendo ma la felicità è troppo grande e la forza degli affetti violenta.

La sera l’equipaggio si smembra, del resto, ognuno ha una casa che l’aspetta, una magnifica cena servita dalla nonna o dalla mamma e poi, per la notte, il letto accogliente della gioventù.

Prima di prendere sonno solo alcuni riusciranno a spezzare l’incanto e tornando improvvisamente in sé si chiederanno come ritrovare subito gli altri e riunire il gruppo.

Ma ormai è tardi, perché gli ineffabili ospiti, i marziani, avranno facilmente ragione di un equipaggio irrimediabilmente disperso e disarmato.

Ho provato, concedendomi tal volta qualche digressione letteraria, a rendere avvincente la sinossi di uno dei 28 racconti della raccolta “Cronache Marziane” di Ray Bradbury.

I marziani, riuscendo abilmente a penetrare nei recessi delle menti dell’equipaggio terrestre, danno vita a una rappresentazione della nostalgia degli affetti usando un formidabile cocktail di ipnosi e metarealtà. Presentando agli uomini proprio la somma dei prodotti del loro inconscio e del desiderio costruiscono una trappola mortale alla quale nessuno può sottrarsi.

Ray Bradbury, nato in Illinois nel 1920, californiano d’adozione, è stato uno dei più grandi scrittori di fantascienza e purtroppo, solo pochi giorni fa, ci ha lasciato.

Il racconto e il ricorso alle proiezioni dell’inconscio ricorda un famoso film degli anni cinquanta: “Il pianeta proibito”.  Anche nel film un equipaggio di astronauti raggiunge un pianeta lontano e deve fare i conti con mostri invisibili prodotti dalla mente di un professore che abita laggiù da anni: i mostri dell’id. Solo la morte del professore metterà fine allo scatenamento omicida delle angosce della sua mente. Bisogna ammettere che il film continua a mantenere intatta una carica drammatica e avvincente.

Tornando a Bradbury, non c’è alcun dubbio che sia stato un geniale costruttore di trame fantascientifiche e anche, in molti casi, un preveggente almeno sull’uso delle tecniche che traggono linfa dall’intelligenza umana e più genericamente dai meccanismi mentali.

Sarà un caso, ma non vi siete chiesti come mai quando intraprendiamo una ricerca su Google i primi items che escono sono sempre quelli che ci aspettiamo di trovare?

Arthur Conan Doyle. Storie di pirati

Ancora pirati, per essere più precisi Storie di pirati e la vera sorpresa riguarda chi le racconta: Arthur Conan Doyle, l’autore delle imprese del famoso investigatore Sherlock Holmes.

Donzelli Editore ci regala una inattesa rarità, racconti di pirati, arricchiti dalle illustrazioni di Howard Pyle, artista americano noto per essere il maggiore contribuente iconografico in materia piratesca.

Come ormai ben sapete i pirati mi piacciono, contravvenivano alle regole del loro tempo e anche questo mi piace, le regole sono fatte per essere rispettate dalla massa e per essere messe in discussione da pochi audaci estremisti (come si direbbe oggi), certo, comunque, non bisogna esagerare e i pirati, a dire il vero, esageravano parecchio.

A parte le battute, uno degli aspetti interessanti di questo libro, da leggere d’un fiato, è una sorta di rivelazione. Leggendo Storie di pirati, con spirito accorto, il lettore è costretto, talvolta suo malgrado, a constatare l’opera di pervicace saccheggio (vero), da parte dalle Major cinematografiche americane, di contenuti, trame, plot, persino nomi tacitamente (e subdolamente) evinti da questo pregevole e breve libro.

E’ divertente avanzare alcune suggestioni. Chi riuscisse a fare altre scoperte me lo faccia sapere…

Il principale attore, ovviamente pirata, di buona parte dei racconti è l’abominevole capitano Sharkey, comandante del brigantino Happy Delivery, un nome, una garanzia, capace di ogni astuzia e efferatezza.

Nel primo racconto, invece, uno dei protagonisti è il capitano John Scarrow, che puntualmente Sharkey riuscirà a beffare fingendosi governatore di Basseterre. Il nome del buon capitano non giunge nuovo, basti pensare che John e Jake in Inglese sono più o meno la stessa cosa e  che Scarrow, poi, suona proprio come Sparrow.

Jack Sparrow, per Wikipedia, è un personaggio e protagonista immaginario della saga cinematografica Pirati dei Caraibi, dove è interpretato dall’attore Johnny Depp.

Immaginario certamente, ma la forte assonanza con il nome di un personaggio dei racconti dell’illustre Sir Arthur non è per niente casuale.

L’astuzia di capitan Sharkey è proverbiale, leggendo Storie di pirati scoprirete come sia davvero abile a fingersi un altro o a rovesciare a suo favore situazioni che a prima vista parrebbero irrimediabilmente perdute.

Jack Sparrow non è crudele come Sharkey ma fa dello spiazzamento, del rovesciamento di fatti e contesti, il suo punto di forza. Casuale immaginazione delle fervide menti degli autori? Mah, può darsi!

Proseguendo nella lettura un’altra rivelazione.

Dobbiamo cambiare film. In “Master e commander” la nave corsara francese è ancorata in una baia delle isole Galapagos e viene casualmente scoperta dal medico entomologo e dal suo giovanissimo  aiutante.

Sarà un caso ma nel penultimo racconto c’è una scena molto simile. Un ennesimo frutto dell’immaginazione?

Gli scritti di cui parliamo sono ormai liberi da diritti, comunque, fa specie l’aggressività delle Major in tema di protezione di contenuti su Internet quando chiunque di noi può appurare, senza difficoltà, che, laddove è possibile, scopiazzano alla grande.

La cosa divertente è che si tratta di racconti di Pirati, forse una sorta di nemesi….

Tornando al libro, l’ultimo racconto è intitolato “Un pirata di terra”. E’ un racconto molto bello e  il titolo, alla luce delle scoperte che farete leggendo, fa un pochino sorridere.

Infatti siamo convinti che, nonostante tutto, i pirati veri, per intenderci quelli di mare, siano meglio.

Themadjack. A special family


E io ti ho amato, Oceano,
e la gioia dei miei svaghi giovanili,
era farmi trasportare dalle onde
come la tua schiuma;
fin da ragazzo mi sbizzarrivo con i tuoi flutti,
una vera delizia per me.
E se il mare freddo faceva paura agli altri,
a me dava gioia,
perché ero come un figlio suo,
e mi fidavo delle sue onde, lontane e vicine,
e giuravo sul suo nome, come ora.

E’ giunto il momento di svelare l’arcano.

Dopo alcuni post pubblicati e un non deprecabile successo di visite, penso di dover spiegare alle gentili lettrici e ai gentili lettori perché, a suo tempo, ho scelto di intitolare il blog “Themadjack”. Ovviamente una ragione c’è e la scoprirete se avrete la pazienza di scorrere le poche righe che seguono.

John Byron nasce in Inghilterra nel 1723 e nel 1731, giovanissimo come usava a quei tempi, entra a far parte della Royal Navy. Nel 1940 la HMS Wager, su cui presta servizio come guardiamarina, naufraga sulle coste della Patagonia. I sopravvissuti si dividono in due gruppi, uno cerca di raggiungere Rio de Janeiro, l’altro, di cui fa parte Byron, si dirige a nord verso i possedimenti spagnoli. Byron descrive l’avventura nel libro “The Narrative of the Honourable John Byron”. Questa vicenda e altre difficoltà, che incontra nella sua vita di ufficiale di marina, gli valgono il soprannome di “Foul Weather Jack”. (Jack meteo sbagliato).

Torna in Inghilterra nel 1745 e viene promosso capitano.

Nel 1760 al comando di una squadra navale attacca e distrugge e la fortificazione francese di Louisburg, nel luglio dello stesso anno sconfigge la flotta francese nella battaglia di Restingouche. Successivamente da capitano della HMS Dolphin compie un intero viaggio intorno al mondo che completa nel 1766. Durante il lungo viaggio scopre molte isole: Tuamotu, Tokelau, le Isole Gilbert, le Isole Marianne settentrionali.

L’anno dopo conquista le Isole Falkland in nome dell’impero di Sua Maestà Britannica, rischiando di scatenare una guerra totale tra il suo paese e la Spagna. Evento che, come ben sappiamo, si è ripetuto anche in tempi recenti con l’Argentina.

Viene nominato governatore di Terranova. Non è ricordato per particolari riforme, a parte alcuni interventi sulle interferenze tra Inglesi e Francesi riguardo alle attività di pesca. Nel 1775, è promosso Contrammiraglio del blu, e nel 1778, vice-ammiraglio del blu. Nominato vice-ammiraglio del bianco nel 1780 muore a Londra nel 1786.

Il figlio del vice-ammiraglio “Foul Weather Jack”, nato nel 1756, segue le tracce del padre di cui porta anche il nome, si chiama infatti John Byron. Frequenta la Westminster School. Consegue il grado di Capitano delle Guardie Coldstream.  Il Reggimento di fanteria Coldstream di Sua Maestà (Her Majesty’s Coldstream Regiment of Foot Guards), conosciuto ufficialmente anche come Coldstream Guards, è il più antico reggimento dell’esercito britannico (Guards Division).

John II Byron ha una vita sentimentale molto movimentata. Fugge con Amelia Osborne, marchesa di Carmarthen, si sposano il 1 giugno 1779 a Londra, Inghilterra. Amelia Osborne muore pochi anni dopo, nel 1784.

Byron allora, solo l’anno successivo, sposa Catherine Gordon, erede di Gight in Aberdeenshire, Scozia, figlia di George Gordon e Catherine Innes. Con Catherine ha un figlio: George Gordon Byron, più tardi il sesto barone di Byron. Il capitano Byron prende nel frattempo il cognome Gordon per acquisire i beni della moglie. Sperpera gran parte della sua fortuna al punto che la signora Byron lo abbandona portando con sé il bambino.

Queste vicessitudini e un comportamento sfrontato e dissoluto gli valgono il soprannome di “Mad Jack”.

Muore nel 1791 a soli 35 anni, a Valenciennes.

Nipote del vice ammiraglio John Byron “Foul Weather Jack” e  figlio del capitano John Byron “Mad Jack” è  George Gordon Byron, meglio conosciuto come  Lord Byron, uno dei più grandi e geniali poeti di sempre.

Suoi brevi versi, dedicati al mare che tanto ha amato, sono riportati nell’incipit di queste annotazioni.

Possiamo quindi perdonare Themadjack della vita sfrontata e dissoluta e di essersi abbandonato agli eccessi (pare sia morto di overdose)?

Credo proprio di sì, senza il suo significativo contributo non avremmo mai avuto l’immenso piacere di leggere le opere di Lord Byron e del resto, proprio Byron ci ha insegnato che il futuro (come il passato) è spesso ingannevole e non fanno eccezione il ricordo e il pensiero di noi stessi.

Il tempo risparmia solo le parole e le cose, poco importa siano frutto dell’ebbrezza, carichi di significato sono, soprattutto, il fascino e le emozioni che riescono ancora a effondere.

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