Mario Rigoni Stern. Arboreto salvatico

Un giorno di molti anni fa, era la metà degli anni settanta, Mario Rigoni Stern venne a fare una lezione, oggi si direbbe una testimonianza, nella mia classe del liceo. L’avevo invitato io, con il permesso della docente, perché lo conoscevo in quanto era amico di famiglia. Mario entrò nell’aula piccola e lunga e dopo aver salutato, come se conoscesse tutti da tempo, prese posto dietro la cattedra. Non era un periodo facile, anche all’interno della scuola c’erano forti tensioni e contrapposizioni politiche. Alcuni miei compagni avevano accolto la notizia dell’arrivo di Mario con perplessità perché erano di destra e era nota la sua simpatia per la sinistra.

Mario raccontò della guerra di Russia, del gelo, della ritirata e di come gli alpini italiani erano riusciti ad aprirsi un varco nell’accerchiamento russo per tornare a casa. Ricordo le immagini, non le parole. Il freddo, il gelo che conquistava i vestiti e la pelle sotto. La ricerca spasmodica del cibo e del calore nelle isbe russe. Non era il racconto di una guerra ma di una immane tragedia in cui uomini di entrambi gli schieramenti lottavano per sopravvivere e per mantenere viva, nonostante tutto, la loro dignità di persone. Dopo un po’ nessuno di noi pensava più alle sterili contrapposizioni e alle baruffe di quartiere, eravamo stupiti e ammirati dalla serenità e dalla calma di un uomo che aveva vissuto quell’esperienza terribile e ne parlava senza rancore.

Ho incontrato Mario Rigoni Stern altre volte, l’ultima al salone del libro di Torino nel 2004, ma il ricordo della sua lezione rimane vivo nella mia mente come il sentimento di fratellanza e amicizia che lasciò tra noi, compagni di classe, il suo passaggio.

Nella sua intensa vita di scrittore ha pubblicato tanti bei libri a cominciare da “Il sergente nella neve”, proseguendo con “Il bosco degli urogalli”, con “Storia di Tönle” e molti altri. Il libro che vorrei segnalare è forse il più dichiaratamente naturalista e si intitola “Arboreto salvatico”.

Nell’introduzione Mario Rigoni Stern cita Anton Čechov: “Chi conosce la scienza sente che un pezzo di musica e un albero hanno qualcosa in comune, che l’uno e l’altro sono creati da leggi egualmente logiche e semplici” e racconta che lo scrittore russo possedeva in Crimea un appezzamento di terra sul quale aveva piantato alberi e cespugli, trasformandolo così da luogo sassoso e inospitale in un luogo bello e civile. Le piante e gli alberi fanno parte della nostra vita, gli antichi proteggevano i boschi e le foreste e alcuni boschi erano definiti sacri.

Ogni capitolo di Arboreto salvatico è intitolato a un diverso tipo di pianta: il larice, l’abete, il pino, la quercia, la sequoia e, in fondo alla lunga lista, il ciliegio. Brevi racconti nei quali i rami e le radici delle piante si intrecciano con la vita degli uomini e con vicende della storia o della letteratura. Una relazione che acquista forza e sostanza proseguendo nella lettura, insieme alla convinzione crescente che le piante siano una parte di noi e noi parte di loro, così come in effetti siamo per la natura.

Quando una pianta viene abbattuta per fare largo ai frutti insipidi dell’interesse economico (un parcheggio per auto, un condominio di villeggianti..) se ne va un pezzo di storia (quanti fatti ha visto accadere quella pianta, quanta gente ha visto nascere e morire?) e della nostra giovinezza.

Mario ricorda, a questo proposito, l’ultima scena del “Giardino dei ciliegi” e il pianto di Ljubov Andreevna, costretta a vendere il terreno alla speculazione, prima di abbandonarlo per sempre.

“Mio caro, dolce, meraviglioso giardino….Vita mia, giovinezza mia, felicità mia. Addio!…Addio!” E il vecchio maggiordomo Firs “rinchiuso e dimenticato dentro la casa sente in lontananza la scure che si abbatte sugli alberi.”

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