David Hockney. Me draw on iPad

David Hockney, con grande sconcerto dei puristi, dei galleristi e ovviamente dei mercanti d’arte, si è recentemente dedicato anche al digital finger painting usando allo scopo i moderni device come iPad e le applicazioni  paint brush.

I lavori che nascono e che lui puntualmente posta agli amici danno l’idea di quanto questi strumenti possano contribuire allo sviluppo dell’arte contemporanea. Certo l’effetto può essere dirompente per il mercato dell’arte, come del resto lo è stato per la musica, ma un artista che è nato con la pop art e ha sempre cercato di essere all’avanguardia non può che amare e desiderare la discontinuità.

Artisticamente Hockney nasce giovanissimo, possiamo persino pensare che è sempre stato un artista sin da quando ha frequentato il Bradford College of Art e il Royal College of Art di Londra. Nato a Bradford in Inghilterra nel 1937,  segue da vicino la nascita della pop art  ma le sue prime opere mostrano anche elementi espressionisti e assomigliano molto a alcuni lavori di Francis Bacon.

Negli anni sessanta visita New York e conosce Andy Warhol. Poi va in California e decide di trasferirsi. In California, dove vive, viene ispirato dalle piscine che fanno da pendant alle case, così realizza una serie di quadri di piscine a Los Angeles, utilizzando l’acrilico e uno stile  realistico con colori vivaci.

David Hockney  lavora utilizzando anche la fotografia, più precisamente, il foto collage. Hockney ha creato questi fotomontaggi per lo più tra il 1970 e il 1986. Un numero variabile di scatti Polaroid di un unico soggetto che producono un patchwork. Le fotografie sono prese da prospettive differenti e in tempi leggermente diversi.  Il risultato è un lavoro che ha molta affinità con il Cubismo. Quando si osserva la composizione finale, emerge anche la trama del racconto, come se lo spettatore si muovesse dentro la composizione, dentro il quadro.

La Pop  Art inizia in Inghilterra con Richard Hamilton e David Hockney. Ma quando Hockney si trasferisce in California all’inizio degli anni sessanta, la natura, il mare, il sole, il cielo, l’acqua entrano prepotentemente nella sua proposta artistica accentuandone il connotato naturalistico.  A Bigger Splash è senza dubbio l’icona di questo modo di dipingere accentuando lo scarto anche visivo tra la razionalità architettonica e l’esplosione esuberante dello splash nell’acqua. L’uomo è assente, sono presenti solo i suoi oggetti, una sedia vuota;  il mondo è congelato.

Ma l’esplosione d’acqua è, anch’essa, il prodotto di un uomo, un uomo che improvvisamente decide di  rompere l’equilibrio. Il risultato sono impercettibili crepe che cominciano a mettere in discussione l’impianto razionale.

Ricordiamo che dai tempi più antichi il tuffo è  un’allegoria del rischio e quindi del cambiamento.

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1 Commento

  1. Matteo Menin » Blog Archive » Un tuffo più grande

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