Yoko Ono. La bambina dell’oceano

Yoko Ono incontra per la prima volta John Lennon all’anteprima di una sua esibizione all’Indica Gallery di Londra, nel novembre del 1966.

John resta molto colpito dall’ironia e dall’interattività delle opere esposte, ad esempio l’installazione che prevede una scala davanti ad una tela nera e che per mezzo di specchietti consente di leggere la parola Yes. O  di una mela vera (almeno pare vera) esposta con la targhetta Mela. Quando viene a sapere che il prezzo della mela è di 200 sterline pensa a uno scherzo divertente.

Un’altra opera consiste semplicemente in un muro sul quale i visitatori sono invitati a battere un chiodo con il martello. Yoko però, in considerazione del fatto che l’esibizione deve iniziare il giorno successivo, non permette a Lennon di apporre il primo chiodo. Dopo le insistenze e una discussione con il proprietario della galleria,  Yoko Ono cede e consente a John di mettere il primo chiodo, ma solo al prezzo di 5 scellini.

Lennon allora dice: “Ti darò 5 scellini immaginari se mi lasci mettere un chiodo immaginario”.

Cominciano così a frequentarsi, dando origine a uno dei rapporti sentimentali più speciali e stravaganti del mondo dell’arte.

Yoko era nata in Giappone a Tokyo nel 1933 in ambiente altolocato e ben abbiente. E’ la figlia maggiore di Isoko Isuda, membro di una delle più ricche famiglie di banchieri giapponesi, e di Eisuke Ono, una pianista classica che aveva lasciato la carriera per lavorare in banca.

Il suo carattere viene temprato dalla tragedia della guerra e poi dalle vicende del dopoguerra con il padre prigioniero in Cina e la famiglia sfollata e impoverita.

Successivamente la famiglia Ono si trasferisce in America a Scarsdale, New York. Yoko frequenta il Sarah Lawrence College. Già dai tempi del college Yoko ama circondarsi di artisti, poeti e personalità dalla vita bohemienne, in continua ricerca di libertà espressiva. Visita le gallerie d’arte e partecipa a eventi artistici in città, spinta dal desiderio di poter esporre, prima o poi, i suoi lavori.

La bambina dell’oceano, coerentemente al significato del suo nome, ha una personalità forte e spumeggiante.

Yoko Ono è tra i primi artisti ad esplorare l’arte concettuale e le performance. In Cut Piece è seduta su un palco e invita il pubblico a tagliare con le forbici i suoi vestiti fino a restare nuda. Un altro esempio di arte concettuale è il libro Grapefruit (Pompelmo) edito per la prima volta nel 1964, che comprende strane istruzioni Zen da completare nella mente del lettore.  Il libro, distribuito da Simon and Schuster, ha numerose riedizioni e ristampe.

Yoko Ono ha diretto film sperimentali, ottiene successo con  Four del 1966,  anche conosciuto con il titolo Bottoms. Il film consiste in molte inquadrature di natiche di persone che camminano su una pedana mobile. Lo schermo è suddiviso in quattro parti in modo similare alla fessura e alla piega orizzontale dei glutei. La colonna sonora consiste in interviste alle persone filmate o a coloro che hanno collaborato al progetto. Nel 1996, la Swatch ha prodotto un orologio in edizione limitata per commemorare il film.

Yoko ha molta influenza su John ma al contrario, di quanto possano pensare i fan più integralisti del quartetto di Liverpool, un’influsso utile, positivo e molto gradito da Lennon stesso.

John Lennon ricorda Yoko in molte canzoni. Quando era ancora nei Beatles scrive The Ballad of John and Yoko, poi la ricorda in Oh Yoko, Dear Yoko e Julia, una canzone dedicata alla madre, dove un verso recita “Ocean child calls me, so I sing a song of love”.

“La bambina dell’oceano mi chiama e io canto una canzone d’amore”.

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David Hockney. Me draw on iPad

David Hockney, con grande sconcerto dei puristi, dei galleristi e ovviamente dei mercanti d’arte, si è recentemente dedicato anche al digital finger painting usando allo scopo i moderni device come iPad e le applicazioni  paint brush.

I lavori che nascono e che lui puntualmente posta agli amici danno l’idea di quanto questi strumenti possano contribuire allo sviluppo dell’arte contemporanea. Certo l’effetto può essere dirompente per il mercato dell’arte, come del resto lo è stato per la musica, ma un artista che è nato con la pop art e ha sempre cercato di essere all’avanguardia non può che amare e desiderare la discontinuità.

Artisticamente Hockney nasce giovanissimo, possiamo persino pensare che è sempre stato un artista sin da quando ha frequentato il Bradford College of Art e il Royal College of Art di Londra. Nato a Bradford in Inghilterra nel 1937,  segue da vicino la nascita della pop art  ma le sue prime opere mostrano anche elementi espressionisti e assomigliano molto a alcuni lavori di Francis Bacon.

Negli anni sessanta visita New York e conosce Andy Warhol. Poi va in California e decide di trasferirsi. In California, dove vive, viene ispirato dalle piscine che fanno da pendant alle case, così realizza una serie di quadri di piscine a Los Angeles, utilizzando l’acrilico e uno stile  realistico con colori vivaci.

David Hockney  lavora utilizzando anche la fotografia, più precisamente, il foto collage. Hockney ha creato questi fotomontaggi per lo più tra il 1970 e il 1986. Un numero variabile di scatti Polaroid di un unico soggetto che producono un patchwork. Le fotografie sono prese da prospettive differenti e in tempi leggermente diversi.  Il risultato è un lavoro che ha molta affinità con il Cubismo. Quando si osserva la composizione finale, emerge anche la trama del racconto, come se lo spettatore si muovesse dentro la composizione, dentro il quadro.

La Pop  Art inizia in Inghilterra con Richard Hamilton e David Hockney. Ma quando Hockney si trasferisce in California all’inizio degli anni sessanta, la natura, il mare, il sole, il cielo, l’acqua entrano prepotentemente nella sua proposta artistica accentuandone il connotato naturalistico.  A Bigger Splash è senza dubbio l’icona di questo modo di dipingere accentuando lo scarto anche visivo tra la razionalità architettonica e l’esplosione esuberante dello splash nell’acqua. L’uomo è assente, sono presenti solo i suoi oggetti, una sedia vuota;  il mondo è congelato.

Ma l’esplosione d’acqua è, anch’essa, il prodotto di un uomo, un uomo che improvvisamente decide di  rompere l’equilibrio. Il risultato sono impercettibili crepe che cominciano a mettere in discussione l’impianto razionale.

Ricordiamo che dai tempi più antichi il tuffo è  un’allegoria del rischio e quindi del cambiamento.

Henry David Thoureau. Walden o La vita nei boschi

La ricerca dell’autentico è una tentazione comune a molte donne e a molti uomini.

Certo non è facile assecondarla, neppure se si è disposti, come dice James Hillman, a una “regressione peculiarmente greca”.

E’ vero comunque che i greci, e in generale i popoli antichi, coltivavano una grande attenzione per l’equilibrio e la bellezza. Le opere dell’uomo riuscivano a fondersi con il contesto, traendo linfa e energia dai luoghi, senza creare, almeno in apparenza, momenti di discontinuità visiva. La conseguenza di un amore per le immagini e l’estetica e quindi per la natura.

Quante volte è capitato di visitare un antico sito archeologico e constatare la purezza dell’aria, la migliore esposizione al sole, accompagnate da una generale sensazione di benessere.

A chi apprezza questa ricerca piacerà senz’altro rileggere il libro di Thoreau, Walden o La vita nei boschi.

Il diario dell’avventura dell’autore, che impegnò due anni, due mesi e due giorni della sua vita, dal 4 luglio 1845 al 6 settembre 1847, a vivere uno stretto rapporto con la natura alla ricerca dell’originario, partendo dal presupposto che la società del suo tempo fosse priva di valori che non coincidessero con l’utile mercantile.

L’esperimento di Thoreau è volto a riscoprire l’uomo naturale che è sepolto dentro di noi, a rimetterlo in gioco attraverso un movimento che lo porti a essere ancora artefice del suo destino e a ritrovarsi in relazione con i sentimenti e le emozioni.

Usando un’ascia presa in prestito abbatte i pini per ricavarne materiale con cui costruire una capanna sulle sponde del lago Walden vicino alla cittadina di Concord in Massachusetts. Durante i due anni di permanenza sul lago racconta la sua vita, le sensazioni, le emozioni a contatto con la natura, descrivendo quel territorio e le zone circostanti. Un libro incredibile e appassionante, che ha segnato profondamente la cultura del suo tempo e quella successiva.

Henry David Thoreau nasce a Concord, nel Massachusetts, nel 1817.

Nel 1837 ottiene la laurea a Harvard, coltivando studi letterari, dai classici latini e greci a quelli inglesi e alla cultura tedesca. Maestro di scuola, prima di diventare naturalista, collabora alla rivista The Dial. Segue gli insegnamenti di Ralph Waldo Emerson, poeta e filosofo e in seguito ai suoi studi sviluppa un forte interesse nei confronti della poesie greca e romana, della filosofia orientale e della botanica.

Nutre interesse e amore verso la natura dedicando giornate a esplorare i boschi e a raccogliere informazioni su piante e animali.

E’ il primo pensatore a sottolineare il contrasto tra la realizzazione dell’individuo e la società moderna. Precursore di tutti gli americani che prima e dopo l’era hippy hanno fatto ritorno alla natura opponendo l’economia della frugalità agli sprechi del consumismo.

Thoureau, mezzo secolo prima di Jack London, avverte il richiamo della foresta e un secolo prima di Martin Heidegger riflette sul fascino che un sentiero interrotto può accendere nell’animo umano rovesciando la nozione di tempo.

James Hillman. Saggio su Pan

James Hillman, nato ad Atlantic City nel 1926,  consegue nel 1948 il master all’Università di Zurigo, facendo training psicoanalitico al Carl Gustav Jung Institute. Dal 1952 al 1953 vive in India, poi a Zurigo, divenendo allievo di Jung. L’attività pubblica abbraccia un periodo di trentacinque anni, dal 1960 al 1995, muore nel 2011.

Autore non riducibile a profili accademici nonostante la ricca bibliografia, scrittore, filosofo e psicologo, evidenzia l’opportunità, per l’uomo di oggi, di coltivare ambiti psicologici che lo mettano in connessione con le sue radici culturali antiche, per certi versi arcaiche.

Queste radici ataviche, perse nel corso della storia dei secoli sono gli archetipi.

La parola archetipo deriva dal greco antico ὰρχέτῦπος che significa immagine originale, forma preesistente e primitiva di un pensiero.

L’archetipo, a dire il vero, non è una intuizione di Hillman, deriva direttamente dalla psicoanalisi junghiana, Jung infatti aveva individuato negli archetipi le forme primarie della esperienza vissuta dall’umanità nello sviluppo della coscienza. Forme condivise dall’umanità e sedimentate nell’inconscio collettivo.

La novità introdotta da Hillman, davvero rivoluzionaria per la psicologia, è stata liberare l’analisi dalla coercizione del rapporto chiuso psicanalista paziente e scegliere di spostare l’attenzione psicoanalitica su due nuovi elementi: l’archetipo e l’anima.

Gli archetipi sono alla radice del mito. E i miti sono le figure nelle quali si esprime l’energia dell’anima, delle singole anime viventi.

Chi è Pan? Chi sono gli dei della Grecia?

La filosofia moderna ha nell’opera di Hegel un punto di riferimento centrale. Hegel inizia la sue Lezioni di storia della filosofia con un preciso richiamo alla cultura greca: “Dobbiamo tutto ai Greci”. In seguito anche autori come Hölderlin e Nietzsche hanno enfatizzato la necessità di un ritorno alla Grecia.

Hillman è in sintonia con questa linea di ricerca anche perché gli studi sull’antichità classica mettono seriamente in discussione il modello monocentrico di cultura trasmesso dalla tradizione giudeo-cristiana.

La riscoperta della Grecia è anche il recupero del modello policentrico, dove i poli sono gli dei.  Gli dei non sono morti, nonostante il vacuo tentativo di affondarli sotto le immagini dei santi, al contrario, sono vivi e si agitano dentro di noi.

Hillman racconta come Pan continui a manifestarsi nella nostra esperienza individuale, dietro i fantasmi della psicopatologia.

Il panico, la masturbazione, gli incubi, gli incantesimi delle ninfe, la sincronicità sono pulsioni dominate da Pan, e se comprendiamo questo aspetto possiamo riuscire a governarle, invece di continuare a subirle.

Ma perché Pan ci aiuti a guarire la nostra follia, bisogna ritrovare quella posizione che ci consenta di tradurre e fare proprie le immagini che la storia ha cancellato rendendole apparentemente inaccessibili.

“Una regressione peculiarmente greca”.

Un repentino ritorno alla natura, vicino alla madre terra e a noi stessi, evitando mediazioni ideologiche e riscoprendo il valore immediato dell’immagine.

Forse non è un caso che la forma di comunicazione più archetipale sia quella ideografica, i marinai di tutto il mondo la utilizzano ancora oggi per parlarsi sul mare.

E il mare è antico, per molti versi, terribilmente originale.

Enki Bilal. Battuta di caccia

Enki Bilal è autore di fumetti, scrittore e regista.

Nasce a Belgrado, nella ex Jugoslavia, da madre slovacca e padre bosniaco, e si trasferisce a Parigi all’età di nove anni. Ancora adolescente incontra René Goscinny, editore della rivista Pilote, con il suo incoraggiamento comincia a  lavorare sui fumetti e nel 1972 pubblica il suo primo racconto, Le Bal Maudit.

Nel 1975, Bilal inizia la fortunata collaborazione con lo sceneggiatore Pierre Christin producendo una serie di storie oscure e surreali dal titolo Legendes d’Aujourd’hui.

E’ conosciuto per la trilogia Nikopol (La Foire aux Immortels, La Femme piège e Froid Équateur), che ha avuto bisogno di più di un decennio per essere completata.  Bilal ha scritto la sceneggiatura e ha disegnato le tavole. Il capitolo finale, Froid Équateur, è stato il libro dell’anno per la rivista Lire.

La pubblicazione più recente di Bilal è Quatre? (2007), l’ultimo libro della tetralogia Hatzfeld, che si occupa della disgregazione della Jugoslavia.

Ha diretto anche alcuni film in parte tratti dalle sue tavole: Bunker Palace Hotel (1989), Tykho Moon (1996), Immortel (Ad Vitam) (2004), CineMonster (2007).

Bunker Palace Hotel è un film paradigmatico nell’ambito della produzione di Bilal. Racconta di un mondo post-nucleare in cui masse di sopravvissuti vivono in una condizione di estrema miseria, mentre la classe dirigente è rifugiata all’interno del Bunker Palace Hotel, fortezza sotterranea imprendibile. I privilegiati, indifferenti alle sorti di chi sta all’esterno, trascorrono i giorni tra gli agi che ancora possono procurarsi, assistiti da robot. Enki Bilal trasferisce sullo schermo le situazioni surreali dei suoi fumetti denunciando nel contempo la violenza del potere. I potenti sono decadenti simulacri di un’epoca che è sopravvissuta a se stessa.

Per quanto riguarda, invece le storie a fumetti, ne segnalo due recentemente raccolte nell’album The Chaos Effect (2005): La Brigata dell’ordine nero, tradotta in italiano con il titolo Le falangi dell’ordine nero e Battuta di caccia.

Nelle falangi due gruppi di combattenti dei due fronti della guerra di Spagna si scontrano di nuovo negli anni settanta in un isolato paesino del nord della Francia, vecchi e trasandati, muoiono in parte di vari accidenti dovuti all’età, prima della battaglia finale che non risparmia nessuno, fatta eccezione per il giornalista che racconta la storia.

Nella Battuta di caccia è invece descritta la vicenda di un gruppo di politici del blocco orientale durante la Guerra Fredda riuniti a partecipare a una battuta di caccia ricreativa. Tutti hanno una cosa in comune, loschi affari con il loro leader, Vassili Alexandrovich Chevchenko. Anche qui le immagini del presente e del passato si sovrappongono, mettendo in luce le miserie del potere sovietico, l’evanescente confine tra il bene e il male, l’illusione del cambiamento materializzatasi in un sistema di potere decrepito e in mano a persone di pochi scrupoli.

Bilal è un raffinato lettore del nostro tempo e il suo tratto realista racconta di mondi sorpassati o di realtà che si stanno disfacendo proprio come vanno a pezzi i corpi vecchi e stanchi dei protagonisti di un’epica senza futuro.

Jitish Kallat. Metamorfosi contemporanee

“La mia arte è più simile a un progetto di un ricercatore che usa citazioni piuttosto che a un saggio, ogni quadro richiede una bibliografia”.

In questo modo sorprendente Jitish Kallat definisce la sua arte. Kallat è un artista indiano che realizza le sue opere utilizzando diversi strumenti e tecniche di comunicazione come la pittura, le installazioni su larga scala, la scultura, la fotografia e la video art.

Nato nel 1974 a Mumbai (Bombay) ha conseguito il Bachelor of Fine Arts in pittura alla Scuola Sir Jamsetjee Jeejebhoy of Art di Mumbai nel 1996. Le sue modalità di espressione fanno riferimento alle tendenze innovative dell’arte asiatica e europea e ricorso alle immagini pubblicitarie e alle icone del consumismo urbano.

Kallat rielabora resti e relitti, immagini e materiali recuperati per caso intorno alla metropoli. Il risultato del suo lavoro è restituire un’anima artigianale a oggetti standardizzati prodotti su scala industriale. In questa metamorfosi consiste realmente il progetto. Un progetto di ricerca e ricostruzione, articolato in una sommatoria di fasi documentate e passaggi descritti, che modificano profondamente l’essenza dell’oggetto trasfigurando il suo valore d’uso originario.

La centralità dell’individuo e delle individualità è accentuata dall’uso ripetitivo, per certi versi ossessivo, della immagine dell’artista nei propri quadri. Un modo per mettere in evidenza l’importanza delle relazioni personali attraverso una specie di puzzle che il pubblico è costretto a navigare e ricomporre, partecipando in tal modo a una sorta di ricomposizione di sé.

L’oggetto, infatti, al termine del processo/progetto, assume valore estetico solo per l’individuo perdendo definitivamente i connotati  che lo rendevano riconoscibile, accettato e desiderato dalla massa.

“E’ come un’opera d’arte protetta da copyright che viene fatta propria da tante storie, persone, collaborazioni..” Ecco, l’arte contemporanea ha fatto proprie le ragioni della cultura web dei download e del mash up.

Kallat ha esposto le sue opere in numerose sedi museali tra cui la Tate Modern di Londra, il Museo ZKM a Karlsruhe, e il Mori Art Museum di Tokyo.

Saffo. Un essere meraviglioso

Tramontata è la luna 
e le Pleiadi a mezzo della notte; 
anche giovinezza già dilegua, 
e ora nel mio letto resto sola. 

Scuote l’anima mia Eros
come vento sul monte 
che irrompe entro le querce; 
e scioglie le membra e le agita, 
dolce amara indomabile belva. 

Ma a me non ape, non miele; 
e soffro e desidero. 

Oggi è l’8 marzo e mi piace ricordare una grande poetessa, la prima di cui si hanno notizie, anche se, a dire il vero, molto frammentarie.

Pensate che gli studiosi della famosa biblioteca di Alessandria, quella andata distrutta da un incendio nell’antichità che pare contenesse circa cinquecento mila volumi o rotoli di pergamena, suddivisero la sua opera in otto o nove libri, organizzati secondo criteri metrici. Il primo libro comprendeva i carmi ed era composto da circa 1320 versi.

Di questa grande produzione rimangono solo alcuni frammenti. L’unico componimento poetico giunto integro è il cosiddetto “Inno ad Afrodite”, con cui si apriva il primo libro dell’edizione alessandrina della poetessa. In questo testo Saffo si rivolge alla dea Afrodite chiedendole di esserle alleata in un amore non corrisposto.

La grande poetessa greca nasce tra la fine del sec. VII e gli inizi del VI a.C. a Lesbo, un’isola del Mare Egeo nord-orientale, vicina alla costa dell’Asia Minore, dove era la Troade, allora territorio frigio, confinante con la Lidia.

Fu contemporanea di Alceo e di Stesicoro, ebbe tre fratelli, Larico, Carasso ed Eurigio, fu sposata con Cercila, un uomo ricchissimo, originario dell’isola di Andro, dal quale ebbe un’unica figlia, chiamata Cleide.

A quell’epoca questo regno era al massimo dello splendore grazie anche al forte influsso della cultura ellenica che influenzava lo stile di vita delle famiglie aristocratiche residenti nelle colonie ioniche ed eoliche situate sulla zona costiera.

Questi antichi insediamenti greci costituivano la prima espansione coloniale al di fuori del continente ellenico e i coloni consideravano legittimo il loro possesso perché si consideravano eredi degli eroi che avevano conquistato Troia.

Saffo trascorse a Lesbo la maggior parte della sua vita.

La sua esistenza fu però, per un certo periodo, sconvolta da sanguinose guerre civili, omicidi politici e colpi di stato e così la poetessa e i suoi familiari furono costretti all’esilio in Sicilia.

Scrisse canti lirici, compose epigrammi, elegie, giambi e monodie, avrebbe inventato il plettro e la phktiv, una specie di arpa.

Ebbe come compagne e amiche Attide, Telesippa e Megara, con le quali fu accusata di intrattenere relazioni. Sue allieve furono anche  Anagora di Mileto, Gongila di Colofone ed Eunica di Salamina.

Quest’ultima informazione è confermata da un papiro del II sec. d.C., in cui un anonimo commentatore afferma che Saffo trascorse la sua vita educando in serenità non solo le ragazze più nobili del luogo, ma anche quelle provenienti dalla Ionia, e che fu tenuta in altissima considerazione dai concittadini, i quali le avrebbero concesso a Mitilene la proedria della festa in onore di Afrodite. L’attuale tribuna riservata alle autorità.

Il poeta Anacreonte, vissuto un secolo dopo, diffuse la tesi che la poetessa avesse per le fanciulle, che educava alla musica, alla danza e alla poesia un amore omosessuale. Strabone, molto dopo, la definì un essere meraviglioso.

Comunque, nel mondo greco di allora l’erotismo era parte integrante del sistema di trasmissione della cultura e dell’etica, sostanzialmente una forma di espressione della personalità tanto più in un contesto ristretto qual era il tiaso femminile. Il tiaso (θίασος, thíasos), infatti, era un’associazione religiosa che celebrava il culto di un dio, specialmente quello di Dioniso con processioni, canti e danze.

Il peccato e il diavolo, a quel tempo, non erano ancora stati inventati.

Un esercito di cavalieri, dicono alcuni,
altri di fanti, altri di navi,
sia sulla terra nera la cosa più bella:
io dico, ciò che si ama.

Lucio Dalla. Come è profondo il mare

I giornali, le televisioni, le radio e web celebrano Lucio Dalla scomparso a Montreux, per un infarto, appena pochi giorni prima del suo compleanno.

Montreux è una bellissima cittadina svizzera sul lago di Ginevra e in piazza c’è una grande statua di Freddie Mercury. Il leader dei Queen ha trascorso in quei luoghi l’ultimo periodo della sua vita dopo essere venuto a conoscenza di aver contratto l’AIDS. La canzone dei Queen A Winter’s tale, dall’album Made in Heaven, è ispirata a Montreux. E’ un posto molto bello, sono stato da quelle parti alcuni anni fa, il lago ha un aspetto solare, sembra un pezzo di mare incastonato per un capriccio in mezzo a dolci montagne verdi smeraldo.

Lucio Dalla ha accompagnato la mia vita, come del resto quelle di altri.

Nel 1969 avevo quattordici anni. Guardavo ancora i cartoni alla Tivù dei ragazzi. Lucio suonava e cantava Fumetto, che poi era la sigla del programma: “Gli eroi di cartone”.

Ricordo quando cominciò a esibirsi con regolarità alla televisione, erano i primi anni settanta e suonava il clarinetto nell’orchestra di Lino Patruno. Indossava strane camicie, nere, comunque scure (la Tivù era in bianco e nero) con arabeschi o disegni optical e suonava divinamente. Conquistava la scena, perché riusciva a trasmettere la grande energia che aveva dentro e quando partiva con imprevedibili gorgheggi in stile scat, una sua caratteristica vocale, diventava davvero irresistibile (Una delle sue prime incisioni scat fu inserita in un album dei Flippers, intitolato “At Full Tilt”, nella canzone Hey you).

Negli anni settanta, in mezzo all’esplosione politico psichedelica della musica pop e dei cantautori nostrani, le sue canzoni affioravano come boe colorate, per esempio quelle contenute nell’album Anidride solforosa e scoprivamo, in Mela di scarto, cosa fosse il Ferrante Aporti e che davvero Tu parlavi una lingua meravigliosa.

Venne il 1977 e nel bel mezzo dell’assalto al cielo, della rivoluzione mancata, il 1977 non il 1968, Lucio Dalla pubblica Come è profondo il mare. Ricordo le polemiche, perché la canzone è considerata da molti una sorta di prodromo del riflusso non essendo intonata ai tempi. Come al solito non capivano niente. Una grande canzone, finemente poetica, totalmente umana. Il mare, del resto, è una costante nelle canzoni di Dalla, dal mare arriva sempre qualcosa e sotto il mare c’è tutto, il mistero della vita, prima ancora dei buoni e dei cattivi pensieri.

Alla fine dei settanta, d’estate, mi trovavo in ospedale e leggendo i giornali vedo che Banana Republic è diventato un successo mediatico. La canzone e il titolo dell’album, tratto da un brano del cantante country Steve Goodman, e tutte le altre, in particolare, Ma come fanno i marinai. Lucio Dalla, insieme a Francesco De Gregori, si era ripreso d’un balzo la ribalta delle giovani emozioni riempiendo gli stadi in tutta Italia.

Nei primi anni ottanta ho cominciato a lavorare, però ricordo di aver assistito, a Padova in un Appiani gremito, a un bellissimo concerto di Dalla accompagnato dal gruppo degli Stadio.

Più recentemente l’ho incontrato di persona, di sfuggita a Roma, in uno studio televisivo, ma non importa.

Lucio, a modo suo, è stato sempre presente, con le sue canzoni e con la capacità che aveva di raccontare storie che ciascuno di noi riusciva a sentire vere e spesso anche proprie.

La più bella di queste storie, è senz’altro la sua, cominciata il 4 marzo del 1943.

Antonio Soccol. Il sorriso del mare

Domenica 26 febbraio alle ore 16.55 ricevo una mail dal mio amico Antonio. Una mail senza oggetto, nell’intestazione è semplicemente scritto “nessun oggetto”. Leggo il testo: “Antonio è partito per il suo lungo viaggio senza ritorno. Lo salutiamo lunedì 27 alle ore 15.15 presso il crematorio del Cimitero di Lambrate (Milano)”. Non ho potuto andare a Milano. Mi è dispiaciuto ma ho pensato che avrebbe detto, con il suo solito tono sbrigativo, “Cosa vieni a fare? Rimani a Roma è meglio, ci vediamo un’altra volta” e Antonio non amava Roma.

Adesso è lunedì 27, sono le 15.15 e racconto di lui. Un post che non avrei mai voluto scrivere.

Antonio Soccol, veneziano, uno dei più grandi giornalisti di mare e di nautica, nella sua vita ha collaborato con 131 riviste e ne ha dirette 20 tra cui Mondo Sommerso, No Limits World e tante altre. E’ stato, per più di dieci anni, copilota di imbarcazioni d’altura campioni d’Italia e d’Europa e è contitolare con Giorgio Tognelli di un record mondiale di velocità offshore. La Scuba Schools International gli ha rilasciato una carta platino che attesta più di 5.000 ore di immersione con ARA. Per la sua competenza in campo nautico è stato insignito del titolo di “Pioniere della Nautica”.

Amico e conoscente di grandi personalità della cultura, della letteratura, dell’industria e del giornalismo: J.Y.Cousteau, Gerard d’Aboville, Alex Carozzo, Gianni Agnelli, Renato “Sonny” Levi, Peter Du Cane, GB Frare, Pietro e Giampiero Baglietto, Giorgio Barilani, Franco Harrauer, Massimo Gregori, Sergio Abrami, Carlo Riva, Don Aronow, Merrik Lewis, Giorgio Tognelli, Salvatore Gagliotta, Nino Petrone, Guido Buriassi, Dick Bertram, Alberto Korda, Gianni Roghi, Carlo Marincovich, Fernanda Pivano, Gabriel Garcìa Màrques, Jorge Amado, Folco Quilici, Marian Skubin, per citarne alcuni… Gente che il mare l’ha scritto, fotografato, studiato, cantato, dipinto, raccontato, tradotto, analizzato, corso, navigato, difeso, lavorato e vissuto.

La sua, una scrittura pulita, cristallina per certi versi acquatica con la quale ha raccontato tante storie di mare, di barche, di avventura e anche di cattive abitudini, di umana debolezza e incomprensione.

Ho conosciuto Antonio più di dieci anni fa quando è uscito il mio primo romanzo “Apnea”, il libro gli piaceva e scrisse una bella recensione. Da quel giorno ci siamo sentiti spesso, per e mail e visti, le volte che salivo a Milano.  Ricordo il suo entusiasmo nell’operazione Gianni Roghi. Voleva ricordare Gianni nel migliore dei modi e far conoscere al pubblico i suoi lavori e le sue opere. Per l’occasione organizzò una vera e propria offerta multimediale: un portale internet, una mostra e alcuni convegni.

Antonio era un uomo intelligente e generoso. Un pioniere sempre, nella motonautica, nella vela (exocetus volans, la sua barca ibrida, è l’esempio più tangibile), nell’editoria, nella scrittura, nella subacquea e sul web. Uno che aveva l’avventura nel sangue e che amava sentire, come diceva spesso, le farfalle nello stomaco, piuttosto che languire e poltrire in un porto sicuro. Diamine, era il co pilota di Arcidiavolo!

Da non perdere la serie di interviste su Rai.tv, nell’ambito dei servizi “uno su mille” dedicati a Raimondo Bucher.

Quando gli comunicai che avevo deciso di farne il protagonista di un romanzo rise di gusto. Nel Sorriso del vento è Anton e il Capitano John. La stessa persona, anzi una persona con due personalità. Così, per un pezzo, divertendosi, firmò le sue mail capt John. Antonio non amava Roma e non aveva torto perché proprio da Roma era partita la discutibile iniziativa che l’aveva privato della direzione di Mondo Sommerso, la sua rivista, (mai bella come quando la dirigeva) ma ciononostante me lo trovai davanti alla presentazione del Sorriso del vento.

Come se il Capitano John fosse uscito dalle pagine del libro e materializzato, all’insaputa di tutti, davanti all’autore sbigottito e incredulo. Quella è stata una grande emozione, più di tutto il resto: del libro, degli ospiti, dei giornalisti. Sapevo, infatti, che Antonio era venuto solo per me.

L’ultima volta che l’ho sentito è stato circa due mesi fa. Al telefono. Era stanco di combattere la sua guerra marziana ma aveva ancora molta voglia di vivere.

Ciao Antonio, ciao amico caro.

“Sosta quanto puoi, lontano dai rumori del mondo. Completamente immerso nel meraviglioso nulla saziante”.

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