Liu Bolin. L’artista invisibile

La Cina contemporanea è un grande paese in forte e rapido sviluppo e trasformazione, processi che avvengono in tempi brevi, anche a discapito della natura.

Liu Bolin artista cinese nato nel 1973 nella provincia di Shandong, consegue il Bachelor of Fine Arts presso il Collegio delle Arti di Shandong nel 1995, il Master of Fine Arts alla Accademia d’Arte di Pechino nel 2001.

I suoi lavori sono esposti in numerosi musei e gallerie in tutto il mondo.

E’ anche conosciuto come “L’uomo invisibile”, i lavori più noti fanno parte della serie “Hiding in the City” (Nascosto in città). La raccolta prende spunto dalla reazione emozionale dell’artista alla distruzione, da parte del governo della repubblica popolare cinese, del villaggio degli artisti

di Suo Jia Cun nel Novembre 2005 a Pechino. Al tempo della distruzione Liu stava lavorando proprio in quel quartiere, ritenuto uno dei più grandi ritrovi di artisti di tutta l’Asia.  Liu decide di usare la sua arte come forma di protesta silenziosa richiamando l’attenzione del pubblico sulla mancanza di tutela da parte del governo cinese verso gli artisti.  Attraverso l’uso del suo corpo e dipingendo se stesso sui muri e sulle strade di Pechino, Liu crea uno spazio per l’artista cinese, preservando il suo status sociale e evidenziando il problematico rapporto con l’ambiente fisico.

Anche gli slogan della vecchia propaganda comunista diventano un’occasione per svelare quanto possa essere annichilito e standardizzato il pensiero comune. Entrando con il suo corpo negli slogan, dipingendosi dentro gli slogan, Liu costringe lo spettatore a riflettere, a mettere in discussione i messaggi e a meditare sulle circostanze della propria vita.

La serie di opere “Hiding in the City” ispira la serie successiva denominata “Shadow” e  ancorata al concetto di impotenza dell’individuo e al rapporto con l’ambiente naturale. Il corpo viene steso o appoggiato sulle superfici quando piove, lasciando un’evidente traccia asciutta: un’ombra. Un’ombra che scompare rapidamente quando l’artista abbandona la posizione e la pioggia ricopre la sagoma asciutta. Una metafora della transitorietà e della debolezza dell’uomo nei confronti dell’ambiente e dei fenomeni naturali.

Liu Bolin sviluppa “Hiding in the City” anche in due serie di performance a Venezia e New York.

Venezia scelta per quello che significa questa città nella tradizione dell’arte occidentale e New York per enfatizzare i conflitti che esistono tra gli esseri umani e gli oggetti che creano.

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Victor Vasarely. L’occhio in movimento

“La fine di un’arte personale per una elite sofisticata è vicina, ci dirigiamo in linea retta verso una civiltà globale, governata dalle scienze e dalla tecnica. Dobbiamo integrare la sensibilità plastica in un mondo concreto…..L’arte del domani sarà un tesoro comune collettivo o non sarà affatto arte”.

“L’arte astratta del futuro tende all’universalità totale dello spirito, la sua tecnica è destinata a svilupparsi in direzione di un generale progresso tecnologico, la sua fattura sarà impersonale se non addirittura codificabile. Sin dalla sua nascita l’arte è di possesso di tutti.”

Sono parole del pittore ungherese Victor Vasarely uno dei più importanti esponenti della Optical art comunemente nota come Op Art.

Vasarely inizia gli studi di medicina che poi abbandona per dedicarsi alla Accademia d’Arte e alla pittura. Nel 1929 frequenta il Műhely, “la Bauhaus ungherese”, fondato da Sandor Bortnyik.  La forte propensione alla forma geometrica prende sostanza proprio frequentando questo istituto.

Fino al 1939 lavora in campo pubblicitario dedicandosi nel contempo allo studio degli effetti ottici nella grafica.

Infatti, dopo la seconda guerra mondiale cambia stile di pittura, iniziando con l’analisi degli astrattismi geometrici  “forme nelle forme”: sassi, cerchi, quadrati e entra a far parte del nuovo movimento della Op Art.

Vasarely acquista una casa a Gordes. I quadri e le opere di questo periodo sono definiti i Gordes-Cristal, contraddistinti da forme semplificate e pochi colori, soprattutto giallo, verde e nero. Un linguaggio figurativo comunque svincolato dalla realtà naturale.

Nel 1955 l’esposizione alla galleria Denise René di autori e quadri ispirati al cinetismo (oltre a Vasarely, Marcel Duchamp, Alexander Calder, Jesùs Rafael Soto e altri) sancisce ufficialmente l’esordio della Op Art, detta anche: “Le Mouvement” (“Il Movimento”).  I quadri di Vasarely  esposti in quel contesto sono caratterizzati da un forte senso del movimento, costringono  lo sguardo a entrare nelle dinamiche dell’opera, impastandosi con essa e diventandone parte.

Le suggestioni e riflessioni sulla relazione spettatore e opera d’arte sono contenute ne “Il Manifesto Giallo”, scritto per l’occasione.

“La posta in gioco non è più il cuore, ma la retina, e l’anima bella ormai è divenuta un oggetto di studio della psicologia sperimentale. I bruschi contrasti in bianco e nero, l’insostenibile vibrazione dei colori complementari, il baluginante intreccio di linee e le strutture permutate sono tutti elementi della mia opera il cui compito non è più quello di immergere l’osservatore in una dolce melanconia, ma di stimolarlo, e il suo occhio con lui.”

Negli anni sessanta e settanta Vasarely è considerato artista engagè.

Le sue opere sono esposte nelle più importanti gallerie del mondo.

Romano Bilenchi. Il Gelo

Ho incontrato Romano Bilenchi nel 1983. Avevo appena iniziato a scrivere racconti sulla rivista Linea d’ombra diretta da Goffredo Fofi. Ricordo bene il nostro incontro. Prima di me era passato il medico, un giovane atletico e ben vestito con la barba curata d’alpino. Romano già non stava bene, la malattia che qualche anno dopo l’avrebbe ucciso, aveva cominciato a lavorare. Il salotto di casa era luminoso, alle pareti i quadri del suo amico Ottone Rosai, filari di peschi in fiore. Anni dopo ho avuto l’occasione di incontrare quelle fioriture nelle campagne tra Emilia e Toscana. Era contento di vedermi, gli piacevano i giovani e avevo avuto l’idea di regalargli un piccolo disegno del comune amico pittore Tono Zancanaro, una sorpresa che gradì molto. Non ricordo cosa disse e nemmeno cosa dissi io, nel corso della nostra conversazione, ricordo il suo volto stanco, l’atmosfera pacata e la luce tersa, come quella dei suoi racconti.

In quegli anni gli scrittori che andavano per la maggiore erano altri: Moravia, Calvino, pochi, al di fuori degli addetti ai lavori conoscevano Bilenchi, anche perché la sua opera aveva vissuto un lungo periodo di latitanza dal dopoguerra fino alla pubblicazione di Amici nel 1976 e poi con Il Gelo (1982) a conclusione della trilogia iniziata con i racconti La Siccità e La Miseria entrambi del 1941. 

Avevo scoperto i racconti di Romano Bilenchi all’Università, grazie alle lezioni dell’ottimo Professor Lorenzo Polato, leggendo i testi pubblicati sulle riviste Prospettive e Primato e avevo compreso quanto fosse stato importante il lavoro di ricerca di Bottai durante gli ultimi anni del periodo fascista, oggi si direbbe un’opera di talent scouting.

La scrittura di Bilenchi mi aveva subito colpito per la sua concisa limpidezza, c’era nello scrivere una ricerca della parola e anche l’attenzione a quanto le parole potessero evocare.

Romano Bilenchi, come scrive Geno Pampaloni nella sua bella prefazione a Il Gelo, è un narratore puro, una purezza che nasce e si sviluppa nell’interiorità diventando poi una sorta di pulizia, di ordine spirituale. 

Intervistato da una giornalista su cosa poteva distinguere il romanzo da altri generi letterari Bilenchi rispondeva “il ritmo anche di una sola pagina” e poi alla domanda “Da cosa si riconosce uno scrittore?” aggiungeva “Dalla poesia che riesce a raccogliere in quello che scrive e dalle emozioni che dà. Un narratore o è un poeta che scrive in prosa o è meglio che smetta.”

La scrittura di Bilenchi è poesia in prosa e prosa che dalla poesia afferra e ripropone “una compattezza stilistica” e una non comune densità emotiva.

Il Gelo è l’ultimo suo lavoro, in esso l’espressione poetica della prosa si confonde con un viaggio di ritorno al tempo dell’infanzia e dell’adolescenza. 

“Il Gelo del sospetto e dell’incomprensione si levò fra me e gli uomini quando avevo sedici anni,al tempo della licenza ginnasiale” così inizia il racconto tornando alla stagione di passaggio, la giovinezza, il momento topico nel quale tutti noi siamo, o siamo stati, costretti a misurarci con il mondo in un’alternanza di stupori e di delusioni, di speranze e rancori. 

I fatti che si susseguono, le descrizioni dei personaggi sono in una prosa concreta e al tempo stesso evocativa, la fantasia del lettore ne approfitta aprendo nuovi scenari, oppure portando il lettore stesso a ripensare e rivivere proprie esperienze e accadimenti.

Anche trovarsi improvvisamente: “in una stanza che non apparteneva a nessuna casa, che non era posta in nessuna parte della terra” o a camminare lungo una strada che dà “un giusto slancio verso il tempo”.

Romano Bilenchi nato a Colle Val d’Elsa nel 1909 muore a Firenze nel 1989. 

Le sue opere più importanti sono Conservatorio di Santa Teresa, Il bottone di Stalingrado e la trilogia(La Siccità, La Miseria, Il Gelo). 

E’ uno degli scrittori più rilevanti del secolo scorso.

Georges Bataille. La letteratura e il male

Georges Bataille, forse il più importante pensatore (filosofo, scrittore, antropologo, economista) francese del secolo scorso, nasce nel 1897 a Billon, Puy-de-Dome. La madre ha problemi psichici e il padre è affetto da sifilide.

Nel 1900 la famiglia Bataille si trasferisce a Reims. Quando inizia la prima guerra mondiale madre e figlio lasciano il padre cieco e paralizzato al suo destino. Episodio che rimarrà indelebile nella coscienza di Georges.

Negli anni venti Bataille diventa bibliotecario alla Biblioteca Nazionale.

E’autore di opere importanti tra cui: Histoire de l’oeil (Storia dell’occhio), Documents, L’azzurro del cielo, L’esperienza interiore, Su Nietzsche, La parte maledetta, L’erotismo, Le lacrime d’eros e ovviamente La letteratura e il male.  Le opere di Bataille sono comprese nei dodici volumi G. Bataille, Opere complete, pubblicati dall’editore Gallimard.

Nel 1936 fonda la rivista Acéphale  frequentata da autori di grande livello tra i quali Pierre Klossovski, Jean Paul Sartre, Claude   Levy Strauss, Walter Benjamin, Theodor Adorno, la copertina è firmata da André Masson.

Verso la fine degli anni quaranta Bataille diviene di fatto il punto di riferimento della nuova cultura francese. E’ anche grazie a lui e che prendono avvio i lavori e le opere di autori come Roland Barthes, Jacques Derrida, Maurice Blanchot e Michel Foucault. Muore l’8 luglio 1962.

La letteratura e il male affronta, raccontando le vicissitudini creative di grandi autori, il tema del confine tra il bene e il male e il travaglio del suo superamento. E’ forte in Bataille l’influsso di Nietzsche, riletto sviscerando il significato estremo e intimo di dionisiaco e immergendosi per intero nel campo dell’emotività e dell’eccesso.

Gli scrittori e la scrittrice (Emily Brontë, Charles Baudelaire, Jules Michelet, William Blake, DAF de Sade, Marcel Proust, Franz Kafka e Jean Genet) sono tutti  inevitabilmente di matrice borghese e affondano le proprie radici nella cultura cattolica e protestante, comunque cristiana, o ebraica quindi prigionieri del rigido assioma etico che distingue e allo stesso tempo confonde il bene e il male.

Nella visione di Bataille l’assioma viene rovesciato: avvicinarsi al Male e mettere il discussione il Bene è  innanzitutto condizione di libertà. Queste categorie sono artefatte e costruite a partire dalla negazione dell’essenza stessa di Dioniso. Il Male allora diventa opposizione, antitesi formale di tutto ciò che è accettato convenzionalmente e storicamente come  Bene.

Lo scrittore deve necessariamente superare questa dicotomia, lambire e penetrare terreni oscuri, in primis perché il racconto deve essere vero e poi perché attraverso la scrittura lo scrittore si mette in gioco.

C’è nella gestualità dello scrivere, travalicando, un accenno alla dimensione infantile, al sorriso puro e ancora inconsapevole dei divieti e delle proibizioni sociali, c’è il senso profondo e primitivo del coraggio e dell’autenticità. La letteratura autentica è sempre “prometeica”, perché mette in discussione le norme delle convenzioni e i princìpi della prudenza.

Il vero scrittore trasgredisce le leggi della società, per questo è colpevole, di una colpa che non porta al pentimento ma a forme estreme di soddisfazione e realizzazione.

Da non perdere l’intervista originale a Georges Bataille su You Tube e il rilevante saggio di Mario Perniola (il filosofo italiano che per primo ha “scoperto” e studiato l’opera di Bataille), Bataille e il negativo.


Gilbert & George. Le sculture viventi

Gilbert & George, per la cronaca Gilbert Prousch (San Martino in Badia, 1943) e George Passmore (Plymouth, 1942), sono due originali e eccentrici artisti contemporanei.

Gilbert studia in Italia, alla Scuola d’Arte, poi in Austria e infine in Germania all’Accademia di Belle Arti di Monaco. George, invece, frequenta il Dartington Hall College of Art e l’Oxford School of Art.

Gilbert & George si incontrano nel 1967 al St. Martin’s School of Art di Londra. Dal 1968 vivono e lavorano insieme a Londra. 

L’obiettivo principale del loro lavoro è produrre un’arte di grande impatto comunicativo, superando le tradizionali barriere tra arte e vita, e analizzare in profondità la condizione umana. 

Per raggiungere tale scopo si trasferiscono nel quartiere dei lavoratori di Spitalfields (negli anni ’70 il bassofondo dell’East End di Londra, oggi ritrovo di artisti e intellettuali, a partire dai loro seguaci come Tracey Emin o i Chapman Brothers) e in contrasto con l’arte d’élite chiamano la loro casa “Art for all” (Arte per tutti) e si auto definiscono “sculture viventi”.

Attraverso la loro proposta artistica indagano ed esplorano la realtà sociale e politica in cui sono inseriti con un distacco estetico assimilabile a quello del dandy. 

L’aspetto originale della loro scelta è aver trasferito il senso di una “way of life” tipicamente aristocratica a quello del quotidiano piccolo borghese con frequentazioni proletarie. Così scelgono come uniforme un abbigliamento da impiegati della city e si comportano in maniera ineccepibile prendendo le distanze dai modelli alti e scontrandosi anche formalmente con la cultura della contestazione radicale del ’68, la stessa del gruppo dei giovani artisti della St.Martin School di Londra, di cui facevano parte. 

Il successo arriva con la ormai famosa Singing Sculpture (1969), una performance durante la quale i due artisti, in piedi su un tavolo, cantano e si muovono come automi, seguendo la musica di Underneath the Arches (Sotto gli archi), canzone tradizionale che richiama la libertà dei vagabondi.

Nonostante la tensione trasgressiva emerge, nella loro opera, un forte richiamo alla figura del flâneur Baudeleriano proprio nell’accezione che volle dare ad essa Walter Benjamin

Il flâneur, persona che passeggia, in stato di apparente oziosità, per le strade della contemporaneità è il simbolo di chi fa proprie le caratteristiche del suo tempo, compenetrandole.  Questo percorso di immersione sociale ed estetica è sempre ricco di distrazioni scaturite dal particolare, dall’accidentale, dall’hic et nunc, quindi da tutti quei fatti apparentemente trascurabili che il ritmo assordante dell’oggi tende a cancellare.

In linea con questa posizione Gilbert & George interpretano le più diverse esperienze umane e le paure, le ossessioni, le emozioni che provano gli individui davanti a temi forti quali sesso, razza, religione e politica. E per primi si sottopongono a un minuzioso esame, alla ricerca dell’ebbrezza del dettaglio, inaugurando una dimensione in cui artista e opera d’arte sono una cosa sola. 

“Essere sculture viventi è la nostra linfa, il nostro destino, la nostra avventura, il nostro disastro, nostra vita e nostra luce”.

Il loro lavoro è da tempo conosciuto e apprezzato in tutto il mondo.

Pierre Klossowski. La parola e lo sguardo

Pierre Klossowski nasce a Parigi nell’agosto del 1905 e vi muore nel 2001. E’ considerato uno dei più interessanti scrittori francesi contemporanei ma, in verità, è anche filosofo, disegnatore, pittore, fotografo e cineasta.  Cresce in una famiglia polacca a dir poco eccentrica e particolare. Il padre Erich Klossowski è storico d’arte e pittore, la madre Elisabeth Dorothea Spiro, nata a Breslavia, in Prussia (attualmente Wroclaw, Polonia) una nota pittrice. Elisabeth a Parigi ha due figli Pierre, appunto nel 1905 e Balthasar nel 1908, il famoso pittore Balthus. Elisabeth Spiro Klossowski dipinge con il nome di Klossowska Baladine. I Klossowski lasciano la Francia nel 1914, all’inizio della prima guerra mondiale, a causa della loro nazionalità tedesca. Nel 1917 la coppia si separa. Klossowska porta i figli prima in Svizzera e poi, spinta da difficoltà finanziarie, a Berlino. Tornano a Parigi nel 1924, dove vivono in condizioni di estrema indigenza aiutati da amici e parenti. La Klossowska, lasciato il marito, intrattiene una lunga relazione con il poeta Rainer Maria Rilke. Rilke, nella corrispondenza che fu pubblicata dopo la sua morte, la chiamava col nomignolo “Merline”. Un’altro grande scrittore che frequenta la casa è André Gide al quale Pierre fa da segretario. La famiglia, le frequentazioni della madre hanno grande influenza sui due figli trasportandoli d’incanto sulle vie della letteratura e dell’arte. Pierre insieme al filosofo Georges Bataille è uno dei protagonisti della rilettura francese dell’opera di Nietzsche facendo emergere gli argomenti dell’emozione e della differenza. Tuttavia  il centro della riflessione di Klossowski è sul linguaggio contemporaneo e sul fatto che il linguaggio si costituisca come stereotipo occultando le forze emozionali che contraddistinguono l’esperienza individuale. La presunta verità del linguaggio stereotipato nega l’esperienza umana e di conseguenza anche il campo dell’immaginario. Il campo delle emozioni e dell’immaginario è soprattutto il contesto delle arti figurative e visive e l’ambito della loro libera rappresentazione. “La parola separata dall’esperienza diventa stereotipo” in questa consapevolezza c’è la tutta la voglia di Pierre di lasciare le opere del linguaggio e dedicarsi all’arte e alla pittura. Questo percorso di riflessione e conoscenza è caratterizzato dalla critica e rilettura delle opere di Søren Kierkegaard e Friedrich Nietzsche, il recupero del dionisiaco come espressione musicale di impulsi ineffabili e teoria degli affetti. Allo stesso modo viene ripercorsa l’opera di Sade interessandosi non tanto agli aspetti della perversione ma piuttosto alla lenta e progressiva distruzione del paradigma linguistico. La scelleratezza del filosofo è compresa nella ricerca dello sfondo impulsionale. Tra i suoi romanzi spicca la trilogia: “Le Leggi dell’ospitalità” composta da: “La revoca dell’editto di Nantes”, “Roberta stasera” e “Il suggeritore”. Altre opere significative sono “Il Baffometto” e “Il bagno di Diana”. Pierre Klossowski ha anche successo come traduttore, la sua traduzione dell’Eneide  di Virgilio viene accolta con entusiasmo. Importante rammentare l’incontro, avvenuto negli anni settanta, con Carmelo Bene dal quale nascono due saggi sul modo di recitare dell’attore italiano (“Cosa mi suggerisce il gioco ludico di Carmelo Bene” e “Généreux jusqu’au vice”) e che avrebbe dovuto consacrarsi nell’ambito della Biennale di Venezia del ’90 (diretta da Bene, che poi diede le dimissioni) con una messa in scena de “Il baffometto”, che purtroppo non ebbe luogo. Rilevante è l’opera pittorica, orientata a una riproposizione della figurazione, attraverso la rappresentazione del fantasma e del concetto di simulacro. La sua intera produzione andrebbe riletta in questa chiave anche alla luce del lavoro svolto da suo fratello Balthus.

André Masson. La leggenda dell’istinto

La pittura di André Masson consente di inoltrarsi in profondità nei territori dell’emozione e delle pulsioni istintuali.

La terribile esperienza della prima guerra mondiale, la ferita e la convalescenza hanno un forte influsso sulla sua produzione artistica come, del resto, la sua adesione al movimento surrealista di cui è esponente di punta. In questo contesto prende avvio la sperimentazione di tecniche di pittura automatica, modo di dipingere apparentemente svincolato da un approccio razionale, al contrario molto istintivo e per certi versi casuale.

La conoscenza di Georges Bataille, il filosofo francese noto al grande pubblico (erroneamente e limitatamente) come il filosofo dell’erotismo, lo porta ad approfondire e a riprodurre su tela anche i temi della violenza e della sessualità. Masson firmerà per anni le copertine della famosa rivista di Bataille “Acéphale”. La seconda guerra mondiale e l’occupazione nazista lo convincono della necessità della fuga: raggiunge gli Stati Uniti con un cargo. Al suo arrivo buona parte dei disegni erotici contenuti nel bagaglio vengono distrutti dai funzionari della dogana, evidentemente l’arte di Masson non è considerata degenerata solo dai nazisti ma anche dai democratici e bigotti statunitensi.

In America, comunque, Masson influenza decisamente la produzione artistica degli espressionisti astratti, primo fra tutti Jackson Pollock. E’ un esilio ricco di suggestioni e scoperte come la conoscenza dell’arte orientale e cinese al museo di Boston. “E’ inutile voler entrare in un’arte del genere se non si comprende in primo luogo che l’essenziale, per un pittore Zen, è tutt’altra cosa (…). Per il cinese si tratta di un modo di esistere, in senso profondo, e non, come per noi, di un modo di fare. Per loro è un modo di fondersi nella vita universale, e per noi un modo di riassumere.” André Masson. La pittura dell’essenziale.

Lo studio dell’arte orientale rafforza il convincimento di Masson che l’arte è espressione vitale, non semplicemente un lavoro ma piuttosto libera trasposizione, oltre i limiti del possibile, di sentimenti e emozioni sulla tela, immediata riproduzione della visione. Michel Leiris scrive che Masson crea: “…immagini ognuna delle quali è una cattura, cioè la risposta immediata a un’emozione….il suo mondo si rivela tuttavia intimamente legato all’ambiente fisico che fornisce stupori improvvisi”.

Uno stupore che nasce dalla consapevolezza delle forze dell’esistenza e della natura primordiale e si traduce, col tempo e con l’esperienza, nella possibilità di rappresentarle serenamente. Dopo la guerra Masson torna in Francia si trasferisce in Provenza.

E’ considerato il grande maestro del colore surrealista.

Jerzy Kosinski. L’uccello dipinto


SUICIDA  A NEW YORK LO SCRITTORE KOSINSKI

04 maggio 1991 – CRONACA

NEW YORK. Lo scrittore americano di origine polacca Jerzy Kosinski, 57 anni, autore del best seller L’ Uccello dipinto, terribile odissea di un bambino in fuga nell’Europa orientale occupata dai nazisti, e di Presenze, da cui fu tratto il film Oltre il giardino con Peter Sellers, è stato trovato morto ieri nella vasca da bagno del suo appartamento a Manhattan. Aveva il capo chiuso in un sacchetto di plastica serrato al collo. Pare accertato che si tratti di suicidio, anche se manca la conferma ufficiale. Subito dopo aver rinvenuto il cadavere, la moglie ha dichiarato che il marito era depresso a causa di alcuni problemi cardiaci che gli impedivano di lavorare come prima. Kosinski aveva visto tramontare il successo nel 1982 dopo che la rivista Village Voice l’ aveva accusato di servirsi di assistenti per definire la trama su cui poi lavorare. Ebreo nato a Lodz, in Polonia, Kosinski ebbe una infanzia difficile durante la guerra (L’ Uccello dipinto è parzialmente autobiografico). Dopo la laurea in Scienze Politiche, nel 1957 giunse avventurosamente a New York dove fece vari mestieri, dal taxista al giardiniere, prima di ottenere una borsa di studio alla Columbia UniversityL’ Uccello dipinto, il capolavoro che lo rese famoso in tutto il mondo, risale al 1965. Kosinski ebbe anche una piccola parte come attore nel film Reds di Warren Beatty, nei panni di Zinoviev.

Questa cruda notizia di cronaca mette la parola fine alla vita di uno scrittore, che più di molti altri, è riuscito a penetrare nei territori difficili della notte della ragione.

Così come Horkeimer e Adorno, in “Dialettica dell’ Illuminismo“, percorrendo un cammino apparentemente illogico, erano riusciti a spiegare la fabbrica dello sterminio, a suo modo Kosinski riesce a rappresentare, in un quadro grottesco e raccapricciante, la passione (sofferenza) dovuta alla diversità.

Il protagonista è un piccolo bambino che i genitori, probabilmente ebrei, cercano di salvare dalla macchina infernale dello sterminio trovandogli un rifugio nella accogliente campagna polacca.

Il paesaggio velocemente assume toni cupi, colori pesanti. Appaiono figure erranti che evocano i dipinti di Bosch e Goya, la vita viene messa in gioco per difendere una cometa, una piccola custodia di legno nella quale si custodisce un tizzone ardente.

Il bambino, presumibilmente di famiglia borghese, si trova abbandonato a se stesso in un mondo di abominevoli crudeltà, omicidi, stupri, brutalità senza limiti, condannato dal  colore biondo dominante a causa della sua carnagione e dei capelli scuri.

L’orrore, l’aberrazione e il disordine sono tali che persino l’ufficiale dell’SS, di fatto il rappresentante della fine, appare al protagonista come un’angelo, terribile forse, ma un angelo del male che almeno riporta la calma.

Al termine del racconto, dopo incredibili traversie e visioni terribili,  il bambino ritrova i genitori, un incontro duro, freddo quale può essere solo quello tra adulti atrocemente consapevoli.

Non è facile una sintesi, perché potrebbe essere inevitabilmente riduttiva, ma l’Uccello dipinto è una metafora del nostro mondo.

Mette tutti noi in guardia contro le infinite crudeltà che sono pronte a manifestarsi e a scatenarsi ogni qual volta abbiamo bisogno di aiuto o crediamo di essere pronti a godere della bellezza.


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