Mario Praz. La casa della vita

Mario Praz nasce a Roma nel 1896 e vi muore nel 1982, è stato figura insigne di critico d’arte e della letteratura, traduttore e giornalista. I suoi studi hanno riguardato la cultura anglofona ma anche le letterature italiana, francese, spagnola, tedesca e russa.

Ha pubblicato importanti opere di letteratura ed è stato uno dei primi, nei lontani anni trenta del secolo scorso, ad aprirsi al metodo interdisciplinare mettendo a confronto la storia dell’arte con l’evoluzione della letteratura, della musica e del pensiero.

La casa che ha lasciato è un vero museo: tutti oggetti al centro del racconto autobiografico del suo libro “La casa della vita”. Acquistati dallo Stato italiano furono restaurati e catalogati dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, per poi essere riposti nell’appartamento al terzo piano di Palazzo Primoli che da allora ospita il museo Mario Praz.

Perché allora si parla così poco di Mario Praz?

Perché i visitatori della sua casa museo, sbagliandosi, lo confondono con Hugo Pratt il creatore di Corto Maltese?

Forse perché anche Mario Praz fa parte a pieno titolo della lista di Antonin Artaud, anche lui per motivi diversi o semplicemente per gli stessi motivi degli altri, è un suicidato della società.

Per una completa nota biografica rimandiamo a Wikipedia, per comprendere invece il caso Praz pubblichiamo questo delizioso scambio di impressioni tra Indro Montanelli e un suo lettore scovato per caso nell’archivio storico del Corriere della Sera.

Caro Montanelli, E’ incredibile quanto sia difficile per me, ventenne, provare a ricostruire la figura intellettuale e umana di un professore scomparso da meno di venti anni. Mi riferisco all’illustre anglista, come troppi continuano a chiamare per sciocche superstizioni, Mario Praz, sommo padre dello studio critico della letteratura inglese in Italia, straordinario erudito e raffinatissimo collezionista. Ora, le università tentano di ignorarlo escludendo dai programmi i suoi libri tuttora insuperati; sui quotidiani soltanto amici illuminati lo ricordano e raramente. Gradirei un suo ricordo di Mario Praz che collaborò  al suo giornale e un chiarimento forse anche politico su questo assurdo ostracismo. Matteo Canale, Roma 

Caro Matteo, Nel caso di Praz, credo che la politica, per una volta, non c’entri: Praz non era né di destra né di sinistra. Per questo, naturalmente, non trovò – in questo Paese fazioso – nessun “protettore” né complice, ma nemmeno nessun nemico e detrattore. Fu un uomo solo. Ma i motivi veri e profondi di questa sua solitudine erano altri due. Il primo era la sua appartenenza a una cultura che non aveva nulla a che fare con quella italiana, fatta di accademici, di accademismi e di beghe di cattedra. La prosa di Praz era tersa come un cristallo, ma tradotta dall’inglese, la lingua in cui la sua cultura si era formata, e che tuttora lo onora come uno dei suoi grandi maestri. Era una cultura senza confini geografici ne’ temporali che spaziava dall’Arte alla Letteratura, alla Storia e in un linguaggio semplice, essenziale, diretto. Varie volte mi sono trovato insieme a lui ospite in qualche casa della nobiltà romana che esponeva alle pareti, insieme a patacche di vario genere e provenienza, anche qualche opera d’arte autentica. L’occhio di Praz si fissava immediatamente su quella, ne individuava l’autore anche se non era firmata, e ne ricostruiva la genesi con una precisione di dati e di riferimenti, e con una ricchezza di particolari e di aneddoti da lasciare di stucco anche gli ascoltatori più esperti. E tutto questo senza mai salire in cattedra. Parlava come scriveva; e come scrivesse Praz tu devi certamente saperlo, visto che lo ami e lo rispetti come merita. Però mi affretto a darti un consiglio: non cercare d’imitarlo. Anzitutto perché imitare Praz sembra facilissimo, ma non lo è: la sua chiarezza e semplicità sono, per uno scrittore – di qualunque cosa scriva – un punto d’arrivo, non di partenza, e lo stesso Praz mi ha raccontato quanto anche per lui fosse stato difficile arrivarci; e poi perché, se ci riuscissi, questo ti renderebbe estraneo, come lo fu Praz, alla cultura del nostro Paese, tutta impiastricciata com’ é di vezzi e difficilismi accademici. L’altro motivo che rese a Praz la vita difficile, e di cui quasi mi ripugna parlare, fu la fama che gli avevano fatto, per via del suo piede caprino e per la sua predilezione per l’ humor nero – anche quello di marca inglese – di jettatore. Questa è una delle bassezze più ignobili a cui gli italiani ricorrono per screditare qualcuno che dà per qualche motivo fastidio. Pero’ posso dirti – se questo può consolarti, come consolava me – che, invece di soffrirne, Praz – sempre per quell’umorismo nero di cui ti ho detto – ne godeva. Una volta un grande imprenditore di lavori pubblici, Astaldi, amico mio e suo, ci invitò entrambi a un viaggio sul suo aereo privato in Arabia per visitare non ricordo se un faraonico ponte o diga che stava costruendo laggiù. Andammo. Mentre attraversavamo il deserto, fummo investiti da una tempesta di sabbia che, oltre a sbatterci di qua e di là , ci impediva di distinguere il cielo dalla terra. Confesso che in quel momento ebbi qualche dubbio sulla leggenda dei malefici di Praz. Il quale, intuendo i miei pensieri, mi mormorò all’orecchio: “Di che ti preoccupi? Sono qui anch’io. Il malocchio non tocca i propri agenti”.

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