Piero Ciampi. La musica, il vino e l’ebbrezza

Piero Ciampi, usando una metafora cara ad Artaud, può essere inserito a pieno titolo nella lista dei suicidati della società.

Suicidato della società perché artista decisamente fuori dai canoni del suo tempo, amico di lavoratori del porto e persone umili, avversato dai colleghi, ignorato dalle case discografiche, da radio e televisioni.  Un vero poeta della canzone, drammaticamente consapevole della propria scelta di vita e della emarginazione che ne poteva venire.

Nasce a Livorno il 28 settembre del 1934. Città portuale, tirrenica, proprio in faccia alla luce limpida d’occidente.  A Livorno trascorre gli anni della prima gioventù, la lascia per iscriversi a Ingegneria a Pisa. Non è la sua strada, abbandona dopo pochi esami e torna a casa.

Crea con i fratelli un trio e comincia a esprimere il suo  stile di canto, assomiglia di più a  Yves Montand e a Boris Vian che ai cantanti italiani.

Per vivere vende olio industriale nel porto.

L’Italia gli va stretta e allora decide di raggiungere Parigi, la capitale europea dell’arte, della filosofia, dell’esistenzialismo.

Senza un soldo in tasca è difficile a Parigi, ma Piero ha idee chiare, forse anche un poco oscure, così inizia a frequentare Céline , incontra Brassens, vive di espedienti e comincia a farsi un nome, diventa Piero L’italiano, perché viene dall’Italia.

All’inizio degli anni sessanta torna in Italia, momenti difficili che preludono ai grandi cambiamenti, soffia un vento nuovo. E nuovi musicisti prendono la scena. Prima Gino Paoli, Bindi poi Tenco e Endrigo.

Piero Ciampi L’italiano è un caso a parte, è molto francese e poco italiano, nonostante il nome. Pubblica il suo primo album nel 1961, non ha successo e viene ignorato dalla critica, fa eccezione un commento positivo di Natalia Aspesi “nei suoi versi troviamo qualcosa di poetico che riesce incomprensibile all’abituale consumatore di canzonette”.

Allora Piero prova a comporre testi e musiche più orecchiabili e firma per altri interpreti: “Lungo treno del sud” nel 1962 per Tony del Monaco, “Nessuno mai mi ha mandato dei fior” nello stesso anno per Katyna Ranieri, “Nato in settembre” e “Ballata per un amore perduto” nel 1963 entrambe per Georgia Moll, “Autunno a Milano” nel 1964 per Milly e soprattutto “Ho bisogno di vederti” che, cantata da Gigliola Cinquetti arriva quarta al  Festival di Sanremo.

“Il cantante di domani lo lanceranno come un detersivo, l’industria della canzone si aggiorna. Ormai si creano successi prefabbricati. Questo giovanotto si chiama Piero Litaliano e il suo nome, fra qualche mese, sarà sulla bocca di tutti: sono già pronti i dischi, i manifesti e gli slogan pubblicitari. Fra sei mesi, un anno al massimo, Piero Litaliano sarà popolare come Mina. E’ il cantante nuovo costruito scientificamente per il 1962.”.

Scrive così la  “Domenica del Corriere”  anticipando le moderne tecniche di marketing.

Ma non succede niente.

Perché il prodotto Piero Ciampi è in totale anticipo sui tempi, è fuori mercato per precocità e innovazione, è un prodotto di un domani troppo lontano. Infatti per trovare un suo album nei negozi di musica bisognerà attendere il 1990.

I ritorni commerciali sono disastrosi, al punto tale che la Ariel, piccola etichetta discografica di cui ha la direzione artistica, chiude.

Intanto la sua vita è un’odissea, alcool, vino e viaggi nei posti più disparati e improbabili: Irlanda, Svezia, Spagna, persino Giappone. I matrimoni durano poco e si spengono, anche con le due donne veramente amate.

Continua la sua battaglia che non “combatte con le armi ma col cuore”. E persiste a incidere e pubblicare, lavorando anche come autore.

Tra il 1970 e il 1971 collabora con Dalida, che, in occasione di una celebre puntata di Senza rete, interpreta  il brano “La colpa è tua” (orchestrazione di Gianni Marchetti). Il testo, in realtà, è la rielaborazione di un brano di Piero Ciampi, “Cara”,  pieno di forte inquietudine esistenziale.

Finalmente nel 1974 la sua carriera potrebbe avere una svolta. Ornella Vanoni vuole incidere un intero album con le canzoni di Ciampi, ma Piero è irraggiungibile, non si trova e quando riappare il lavoro è realizzato da Nada, sua compaesana, con l’album “Ho scoperto che esisto anch’io”.

Piero Ciampi passa da un club all’altro, senza concludere i concerti e  spesso insultando organizzatori, baristi e ascoltatori.

Muore a Roma il 19 gennaio 1980 per un cancro alla gola.

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