Lee Yong Baek. Angel Soldier, incanto e minaccia

L’artista coreano Lee Yong Baek, che esprime la propria arte attraverso un utilizzo accurato dei nuovi media, ha recentemente presentato alla 54 Biennale di Venezia alcuni suoi lavori ispirati al mimetismo e alle insidie dell’apparenza.

Nella sala principale del padiglione Coreano è stata esposta la serie Angel Soldier, un progetto iniziato nel 2005 che comprende un video, performance, fotografie e installazioni. In mezzo a una lussureggiante foresta di fiori artificiali  si possono intravedere sagome di soldati con uniformi mimetiche floreali.

Lo spazio fisico e virtuale in cui i soldati camminano è una ricostruzione della natura, non la natura impenetrabile e insidiosa di una jungla o del sottobosco di una foresta equatoriale, piuttosto una calda ambientazione floreale, innocente e sgargiante, che potrebbe tranquillamente essere riprodotta su una carta da parati, un copriletto o una moltitudine di altri accessori casalinghi.

E’ proprio lo sconcerto di trovare soldati armati di AK-47 nel giardino di casa il sentimento che affiora nella mente del visitatore, una volta scorte per intero le sagome di militari, una chiara sensazione di spaesamento dovuta al rapido trasferimento emotivo dal piano dell’incanto a quello della minaccia.

Le applicazioni video della serie Angel Soldier hanno il pregio di rappresentare con compiutezza questo processo cognitivo ed estetico.

Una non dissimile dimensione virtuale è rappresentata nel quadro iperrealista e dai colori vivaci Plastic Fish ove pesci reali catturano pesci-esca di plastica. Ovviamente i pesci veri finiranno a loro volta catturati dagli ami delle esche.

Le opere di Lee Yong Baek non parlano solo il linguaggio immediato delle emozioni ma evocano metaforicamente dimensioni più ampie.

Il mondo moderno, per chi può permetterselo, offre molte opportunità, pensiamo alla scienza, all’arte, l’economia, per non parlare della tecnologia e dei nuovi media, ma al tempo stesso nasconde grandi insidie.

Quindi, anche noi, possiamo correre il rischio, ogni giorno, di essere catturati dalle stesse esche che ci siamo divertiti a immaginare e a costruire.

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Ernesto Che Guevara. Oltre la rivoluzione

Nel dicembre 1964 Ernesto Guevara de la Serna, più noto come Che Guevara, raggiunse New York in veste di capo della delegazione cubana e tenne un discorso all’Assemblea Generale dell’ONU.

In quell’occasione, apparve nel programma domenicale d’informazione Face the Nation sulla CBS e incontrò diverse personalità ed esponenti di gruppi politici. Tra loro, il senatore statunitense Eugene McCarthy, componenti del gruppo guidato da Malcom X e dalla radicale canadese Michelle Duclos.

Il 17 dicembre volò a Parigi, dando inizio a un viaggio di tre mesi, in cui visitò la Repubblica Popolare Cinese, l’Egitto, l’Algeria, il Ghana, la Guinea, il Mali, il Dahomey, Il Congo e la Tanzania recandosi anche in Irlanda,a Parigi e a Praga.

Ad Algeri, il 24 febbraio 1965, fece l’ultima apparizione pubblica sul palcoscenico internazionale, intervenendo al “Secondo seminario economico sulla solidarietà afro-asiatica”. Nel suo discorso dichiarò: “In questa lotta fino alla morte non ci sono frontiere. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a quanto accade in ogni parte del mondo. Una vittoria di qualsiasi nazione contro l’imperialismo è una nostra vittoria, come una sconfitta di qualsiasi nazione è una nostra sconfitta”.

Sorprese quindi il suo uditorio proclamando “I paesi socialisti hanno il dovere morale di liquidare la loro tacita complicità con i paesi sfruttatori del mondo occidentale”. Delineò anche una serie di misure che, secondo lui, i paesi del blocco comunista avrebbero dovuto prendere per raggiungere questo scopo.

Ritornò a Cuba il 14 marzo, ricevuto solennemente all’aeroporto di L’Avana da Fidel e Raúl Castro, Osvaldo Dorticós e Carlos Rafael Rodríguez. Due settimane dopo, Guevara si ritirò dalla vita pubblica e scomparve.

Dove fosse andato restò il grande mistero cubano per tutto il 1965, anche se era sempre genericamente considerato il numero due dopo Castro.

La sua latitanza fu variamente attribuita al relativo insuccesso del piano d’industrializzazione che aveva portato avanti da ministro dell’Industria, alle pressioni esercitate su Castro dai Sovietici, allarmati dalle tendenze filo cinesi di Guevara, in un momento in cui la frattura tra Mosca e Pechino si approfondiva, oppure a gravi divergenze tra Guevara ed il resto della dirigenza cubana sullo sviluppo economico dell’isola e sulla sua linea politica.

È anche possibile che Castro fosse stato reso diffidente dalla popolarità di Guevara, che poteva farlo diventare una minaccia. I critici di Fidel affermano che le sue spiegazioni sulla scomparsa di Guevara sono sempre sembrate sospette e molti trovano sorprendente che Guevara non dichiarasse mai le sue intenzioni in pubblico, ma solo con una lettera priva di data a Castro.

Curiosando su Internet e in particolare tra i video di You Tube è possibile vedere e ascoltare (primi quattro minuti) il famoso discorso tenuto dal Che ad Algeri, l’ultimo pubblico e se si presta attenzione alle parole si capisce molto del perché della sua successiva uscita di scena.

La critica al colonialismo e all’imperialismo è forte ma altrettanto violenta e radicale è l’accusa di burocratismo retrogrado ai paesi del cosiddetto socialismo reale e quindi direttamente all’URSS.

L’immagine che ne esce è quella di un Guevara che non accetta supinamente le condizioni politiche della post rivoluzione e avverte con chiarezza il portato negativo della dittatura e dell’imperialismo sovietici.

L’ordine che segue al disordine rivoluzionario corre il forte rischio di non essere, e di non rivelarsi, migliore dell’ordine che è stato rovesciato: un ordine sicuramente diverso dal precedente ma non necessariamente migliore.

Questa constatazione, o riflessioni molto simili,  hanno portato il rivoluzionario di professione a scegliere di perdersi nel disordine, prima in Congo e poi in Bolivia e quindi a combattere nuove battaglie alla ricerca di un nuovo ordine di cui poter essere, felicemente e definitivamente, orgoglioso.

E’ anche il motivo per cui  Ernesto Guevara, nell’immaginario collettivo, è  vivo ancora oggi mentre, invece, i suoi compagni di un tempo sono  ridotti a meste icone dell’ ancient regime.

Mario Praz. La casa della vita

Mario Praz nasce a Roma nel 1896 e vi muore nel 1982, è stato figura insigne di critico d’arte e della letteratura, traduttore e giornalista. I suoi studi hanno riguardato la cultura anglofona ma anche le letterature italiana, francese, spagnola, tedesca e russa.

Ha pubblicato importanti opere di letteratura ed è stato uno dei primi, nei lontani anni trenta del secolo scorso, ad aprirsi al metodo interdisciplinare mettendo a confronto la storia dell’arte con l’evoluzione della letteratura, della musica e del pensiero.

La casa che ha lasciato è un vero museo: tutti oggetti al centro del racconto autobiografico del suo libro “La casa della vita”. Acquistati dallo Stato italiano furono restaurati e catalogati dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, per poi essere riposti nell’appartamento al terzo piano di Palazzo Primoli che da allora ospita il museo Mario Praz.

Perché allora si parla così poco di Mario Praz?

Perché i visitatori della sua casa museo, sbagliandosi, lo confondono con Hugo Pratt il creatore di Corto Maltese?

Forse perché anche Mario Praz fa parte a pieno titolo della lista di Antonin Artaud, anche lui per motivi diversi o semplicemente per gli stessi motivi degli altri, è un suicidato della società.

Per una completa nota biografica rimandiamo a Wikipedia, per comprendere invece il caso Praz pubblichiamo questo delizioso scambio di impressioni tra Indro Montanelli e un suo lettore scovato per caso nell’archivio storico del Corriere della Sera.

Caro Montanelli, E’ incredibile quanto sia difficile per me, ventenne, provare a ricostruire la figura intellettuale e umana di un professore scomparso da meno di venti anni. Mi riferisco all’illustre anglista, come troppi continuano a chiamare per sciocche superstizioni, Mario Praz, sommo padre dello studio critico della letteratura inglese in Italia, straordinario erudito e raffinatissimo collezionista. Ora, le università tentano di ignorarlo escludendo dai programmi i suoi libri tuttora insuperati; sui quotidiani soltanto amici illuminati lo ricordano e raramente. Gradirei un suo ricordo di Mario Praz che collaborò  al suo giornale e un chiarimento forse anche politico su questo assurdo ostracismo. Matteo Canale, Roma 

Caro Matteo, Nel caso di Praz, credo che la politica, per una volta, non c’entri: Praz non era né di destra né di sinistra. Per questo, naturalmente, non trovò – in questo Paese fazioso – nessun “protettore” né complice, ma nemmeno nessun nemico e detrattore. Fu un uomo solo. Ma i motivi veri e profondi di questa sua solitudine erano altri due. Il primo era la sua appartenenza a una cultura che non aveva nulla a che fare con quella italiana, fatta di accademici, di accademismi e di beghe di cattedra. La prosa di Praz era tersa come un cristallo, ma tradotta dall’inglese, la lingua in cui la sua cultura si era formata, e che tuttora lo onora come uno dei suoi grandi maestri. Era una cultura senza confini geografici ne’ temporali che spaziava dall’Arte alla Letteratura, alla Storia e in un linguaggio semplice, essenziale, diretto. Varie volte mi sono trovato insieme a lui ospite in qualche casa della nobiltà romana che esponeva alle pareti, insieme a patacche di vario genere e provenienza, anche qualche opera d’arte autentica. L’occhio di Praz si fissava immediatamente su quella, ne individuava l’autore anche se non era firmata, e ne ricostruiva la genesi con una precisione di dati e di riferimenti, e con una ricchezza di particolari e di aneddoti da lasciare di stucco anche gli ascoltatori più esperti. E tutto questo senza mai salire in cattedra. Parlava come scriveva; e come scrivesse Praz tu devi certamente saperlo, visto che lo ami e lo rispetti come merita. Però mi affretto a darti un consiglio: non cercare d’imitarlo. Anzitutto perché imitare Praz sembra facilissimo, ma non lo è: la sua chiarezza e semplicità sono, per uno scrittore – di qualunque cosa scriva – un punto d’arrivo, non di partenza, e lo stesso Praz mi ha raccontato quanto anche per lui fosse stato difficile arrivarci; e poi perché, se ci riuscissi, questo ti renderebbe estraneo, come lo fu Praz, alla cultura del nostro Paese, tutta impiastricciata com’ é di vezzi e difficilismi accademici. L’altro motivo che rese a Praz la vita difficile, e di cui quasi mi ripugna parlare, fu la fama che gli avevano fatto, per via del suo piede caprino e per la sua predilezione per l’ humor nero – anche quello di marca inglese – di jettatore. Questa è una delle bassezze più ignobili a cui gli italiani ricorrono per screditare qualcuno che dà per qualche motivo fastidio. Pero’ posso dirti – se questo può consolarti, come consolava me – che, invece di soffrirne, Praz – sempre per quell’umorismo nero di cui ti ho detto – ne godeva. Una volta un grande imprenditore di lavori pubblici, Astaldi, amico mio e suo, ci invitò entrambi a un viaggio sul suo aereo privato in Arabia per visitare non ricordo se un faraonico ponte o diga che stava costruendo laggiù. Andammo. Mentre attraversavamo il deserto, fummo investiti da una tempesta di sabbia che, oltre a sbatterci di qua e di là , ci impediva di distinguere il cielo dalla terra. Confesso che in quel momento ebbi qualche dubbio sulla leggenda dei malefici di Praz. Il quale, intuendo i miei pensieri, mi mormorò all’orecchio: “Di che ti preoccupi? Sono qui anch’io. Il malocchio non tocca i propri agenti”.

Piero Ciampi. La musica, il vino e l’ebbrezza

Piero Ciampi, usando una metafora cara ad Artaud, può essere inserito a pieno titolo nella lista dei suicidati della società.

Suicidato della società perché artista decisamente fuori dai canoni del suo tempo, amico di lavoratori del porto e persone umili, avversato dai colleghi, ignorato dalle case discografiche, da radio e televisioni.  Un vero poeta della canzone, drammaticamente consapevole della propria scelta di vita e della emarginazione che ne poteva venire.

Nasce a Livorno il 28 settembre del 1934. Città portuale, tirrenica, proprio in faccia alla luce limpida d’occidente.  A Livorno trascorre gli anni della prima gioventù, la lascia per iscriversi a Ingegneria a Pisa. Non è la sua strada, abbandona dopo pochi esami e torna a casa.

Crea con i fratelli un trio e comincia a esprimere il suo  stile di canto, assomiglia di più a  Yves Montand e a Boris Vian che ai cantanti italiani.

Per vivere vende olio industriale nel porto.

L’Italia gli va stretta e allora decide di raggiungere Parigi, la capitale europea dell’arte, della filosofia, dell’esistenzialismo.

Senza un soldo in tasca è difficile a Parigi, ma Piero ha idee chiare, forse anche un poco oscure, così inizia a frequentare Céline , incontra Brassens, vive di espedienti e comincia a farsi un nome, diventa Piero L’italiano, perché viene dall’Italia.

All’inizio degli anni sessanta torna in Italia, momenti difficili che preludono ai grandi cambiamenti, soffia un vento nuovo. E nuovi musicisti prendono la scena. Prima Gino Paoli, Bindi poi Tenco e Endrigo.

Piero Ciampi L’italiano è un caso a parte, è molto francese e poco italiano, nonostante il nome. Pubblica il suo primo album nel 1961, non ha successo e viene ignorato dalla critica, fa eccezione un commento positivo di Natalia Aspesi “nei suoi versi troviamo qualcosa di poetico che riesce incomprensibile all’abituale consumatore di canzonette”.

Allora Piero prova a comporre testi e musiche più orecchiabili e firma per altri interpreti: “Lungo treno del sud” nel 1962 per Tony del Monaco, “Nessuno mai mi ha mandato dei fior” nello stesso anno per Katyna Ranieri, “Nato in settembre” e “Ballata per un amore perduto” nel 1963 entrambe per Georgia Moll, “Autunno a Milano” nel 1964 per Milly e soprattutto “Ho bisogno di vederti” che, cantata da Gigliola Cinquetti arriva quarta al  Festival di Sanremo.

“Il cantante di domani lo lanceranno come un detersivo, l’industria della canzone si aggiorna. Ormai si creano successi prefabbricati. Questo giovanotto si chiama Piero Litaliano e il suo nome, fra qualche mese, sarà sulla bocca di tutti: sono già pronti i dischi, i manifesti e gli slogan pubblicitari. Fra sei mesi, un anno al massimo, Piero Litaliano sarà popolare come Mina. E’ il cantante nuovo costruito scientificamente per il 1962.”.

Scrive così la  “Domenica del Corriere”  anticipando le moderne tecniche di marketing.

Ma non succede niente.

Perché il prodotto Piero Ciampi è in totale anticipo sui tempi, è fuori mercato per precocità e innovazione, è un prodotto di un domani troppo lontano. Infatti per trovare un suo album nei negozi di musica bisognerà attendere il 1990.

I ritorni commerciali sono disastrosi, al punto tale che la Ariel, piccola etichetta discografica di cui ha la direzione artistica, chiude.

Intanto la sua vita è un’odissea, alcool, vino e viaggi nei posti più disparati e improbabili: Irlanda, Svezia, Spagna, persino Giappone. I matrimoni durano poco e si spengono, anche con le due donne veramente amate.

Continua la sua battaglia che non “combatte con le armi ma col cuore”. E persiste a incidere e pubblicare, lavorando anche come autore.

Tra il 1970 e il 1971 collabora con Dalida, che, in occasione di una celebre puntata di Senza rete, interpreta  il brano “La colpa è tua” (orchestrazione di Gianni Marchetti). Il testo, in realtà, è la rielaborazione di un brano di Piero Ciampi, “Cara”,  pieno di forte inquietudine esistenziale.

Finalmente nel 1974 la sua carriera potrebbe avere una svolta. Ornella Vanoni vuole incidere un intero album con le canzoni di Ciampi, ma Piero è irraggiungibile, non si trova e quando riappare il lavoro è realizzato da Nada, sua compaesana, con l’album “Ho scoperto che esisto anch’io”.

Piero Ciampi passa da un club all’altro, senza concludere i concerti e  spesso insultando organizzatori, baristi e ascoltatori.

Muore a Roma il 19 gennaio 1980 per un cancro alla gola.

Antonin Artaud. Van Gogh, il suicidato della società

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Il libro di Antonin Artaud Van Gogh, il suicidato della società consente di affrontare due temi: lo stato della personalità creativa (sarebbe meglio scrivere gli stati) e la sua posizione nell’ambiente sociale.

Il lavoro di Artaud è contraddistinto da una scrittura sincopata, conati linguistici che si susseguono insistendo con violenza intorno alla relazione complice e istintiva tra l’autore, il grande pittore e tutti quelli, che a suo parere, sono come loro.

“La società ha al suo attivo le celebri morti infami di Villon, Baudelaire, Nerval, Nietzsche, Poe, Lautreamont e Van Gogh, di cui nessuno fino ad oggi ha mai seriamente pensato di renderle conto.”

Ma Van Gogh è un caso a parte. Il rapporto diretto, per certi versi immediato, con la natura e le sue forze, lo pone automaticamente in contrasto con il pensiero comune della sua epoca e la dominante credenza nell’evoluzione scientifica e industriale.

Molto nei quadri di Van Gogh è arcaico, contadino, natura viva impastata nel colore, più vicino allo spirito dei riti dionisiaci ed eleusini che al conformismo della società parigina del suo tempo. Un’energia talmente forte da restare viva nell’impasto e, al tempo stesso, capace di venir fuori, uscire dalla tela e stordire, proprio come il sapore acre dei campi di grano prima della mietitura.

“Van Gogh cercò il suo per tutta la vita con una energia e una determinazione strane, e non si è suicidato in un momento di pazzia, nel panico di non farcela, ma invece ce l’aveva appena fatta e aveva scoperto cos’era e chi era, quando la coscienza generale della società, per punirlo di essersi strappato ad essa, lo suicidò.”

Semplicemente Van Gogh è uscito dal contesto annullando qualsiasi forma di comunicazione sociale, almeno pensando ai canoni di allora.

Segnalo due film che affrontano il tema seguendo, il primo, un percorso psicopatologico e, il secondo, un meraviglioso approccio onirico.

La Notte dei generali di Anatole Litvak, con grandi attori come Donald Pleasence, Charles Gray, Philippe Noiret e soprattutto Peter O’Toole e Sogni di Akira Kurosawa.

Ne la Notte dei generali Peter O’Tool è il generale Tanz, comandante della divisione Nibelunghen (divisione realmente esistita), pazzo  omicida e assassino di prostitute, che incontra casualmente nei luoghi di guerra ove si reca. A Parigi va anche a visitare l’Orangerie e resta paralizzato davanti all’autoritratto di Vincent Van Gogh, la sua psiche contorta viene sopraffatta, quasi annichilita, dalla forza e dalla potenza della natura, dalle volute di colore, dallo sguardo fisso e penetrante del ritratto.

“Sotto la rappresentazione, ha fatto scaturire un’aria, e ha rinchiuso in essa un nerbo, che non sono nella natura, che sono di una natura e di un’aria più vere dell’aria e del nerbo della natura vera.”

Nel film Sogni Kurosawa ci mostra il percorso, forse l’unica strada possibile, entrare nei suoi quadri, attraversarli, diventandone parte, attori invisibili e occasionali, semplicemente alla ricerca dello stupore e del piacere.

Raggiungere infine la strada sterrata in mezzo al campo di grano e attendere in silenzio il volo dei corvi.

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Terrore dal mare. William Langewiesche

Un’indimenticabile sequenza del film di Federico FelliniAmarcord” è dedicata al passaggio del transatlantico REX. Tutto il paese è sul mare la notte, la Gradisca e gli altri, ad attendere il passaggio della grande nave. Il transatlantico, appunto, una grande nave capace di attraversare i mari e  gli oceani e di rendere concreti anche i sogni più insperati. Un paradiso galleggiante, un’esplosione di luce rubata da quella gente a forza di braccia, spingendo su remi di piccole barche di legno. Perché solo l’immaginazione poteva consentire a tutti di salire a bordo e confondersi con il bel mondo viaggiante.

Il libro “Terrore dal mare” di William Langewiesche ci strappa dai sogni trasportandoci in quella che è la realtà di oggi. Carrette del mare rubate e denominate altrimenti durante la navigazione, trasporti di materiali tossici o comunque pericolosi.

Pirati in azione, dal Corno d’Africa al golfo di Malacca, e una nave, l’Alondra Rainbow, carica di preziose lastre di alluminio che sparisce, inghiottita dal nulla, equipaggio compreso.

Il traghetto Estonia, moderna imbarcazione appena revisionata, che affonda inspiegabilmente nel gelido mare del nord portando con sé centinaia di persone e di auto.

Una petroliera, l’Erika che inonda di petrolio le coste della Francia.

Il cimitero delle navi sulla spiaggia indiana di Alang, dove migliaia di disperati lavorano notte e giorno a smontare le carcasse dei giganti del mare.

Un libro che è fredda ricostruzione giornalistica di fatti, situazioni, eventi e fornisce una rappresentazione oggettiva di cosa è diventato il mare nell’era dei consumi: un ambiente infido senza regole, spesso pericoloso e spietato.

Una lettura che forse consente, anche, di capire meglio gli accadimenti di questi giorni, ad esempio: come e perché l’inchino di una grande nave da crociera, la Costa Concordia, a una piccola isola, si è potuto trasformare in una tragedia.

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