Pasquale Bottone. Non rompete i castelli di sabbia

Uscite dalla caverna e andate per il mondo si potrebbe scrivere, parafrasando Hans Blumenberg, dopo aver terminato di leggere il libro di Paco Bottone. (Tornato alla pubblicazione dopo il fortunato esordio con “Disoccupati disorganizzati senza sussidio”).

Ma ciò che abbiamo trovato fuori dalla caverna non è una nuova “paideiutica”, un innovativo modello educativo, piuttosto l’inizio di una drammatica escalation dell’assurdo, come entrare vivendo in una fitta e dinamica sequenza di scale di Escher accompagnati dalle note di una composizione di Stockhausen.

Il contesto nel quale si immergono i due istruttori di Sirtaki e il panorama che noi lettori conseguentemente attraversiamo è un angosciante quadro postmoderno nel quale senso e contro senso si accavallano, eludendosi a vicenda, schernendosi e prendendo talvolta l’uno gioco dellʼaltro, oppure lʼuno le fattezze dell’altro, come in un congresso internazionale di vampiri, quadro in cui non esistono più le dimensioni del tempo e dello spazio a noi note ma si rappresenta un torrenziale turbinio di eventi il più delle volte inconoscibile e dall’avanzare imprevedibile e stocastico.

La casualità è il motore primario del racconto e i due protagonisti vengono trascinati nel loro percorso insensato da un’energia sconosciuta che trasfigura i personaggi e le scene, come un frullato dentro una sorta di mytube, e poi, dʼun tratto, una potenza misurabile in tera byte sconvolge la scansione stessa delle sequenze sovrapponendo contenuti che parlano di cucina, ad altri che descrivono la cura delle galline e ad altri ancora che narrano avventurosi viaggi alla ricerca del sacro Graal.

In fondo, i protagonisti, nelle loro iniziali fattezze, apparentemente composte, non sembravano diversi da un normale Candide Volteriano, prevalendo nellʼanticipo del viaggio un ottuso ottimismo di partenza, e nemmeno dai due Floubertiani Bouvard e Pechucet, che ritiratosi in campagna esplodono di stupore davanti alle primizie dell’orto, ma non appena parte il racconto l’ottimismo e lo stupore di Villoso e Guardaspada diventano attonita contemplazione della liquidità del contesto e in questo mash-up liquido e vischioso le loro distinte individualità invece di rafforzarsi si perdono, affogano nella contemplazione e nellʼaccettazione stupita del proprio reciproco ineluttabile inabissarsi.

Il libro di Paco Bottone è una metafora dellʼassurdo ma trasfigurando la realtà la incide vivisezionandola, andando a toccare i nervi scoperti della banalità delquotidiano e del vivere consumistico e sconsiderato della gente di oggi.

Sotto pelle e sotto traccia, dietro le peripezie dei due protagonisti possiamo cogliere lʼafrore scomposto di comitive raccogliticce lanciate in gruppo verso mete improbabili propagandate da agenzie di viaggi, la nostalgia dello spaghetto sui moli di San Francisco, la stolida arroganza del padroncino italiota di fronte alla povertà africana, la squallida ricerca del souvenir sempre e comunque made in china, le foto con il telefonino da caricare sul pc, la fuga da alberghi inesistenti prenotati a due euro sulla carta e via dicendo.

Non è comunque un libro facile perché in esso come nella vita attuale tutto viene sconvolto, la trama, il senso, il valore delle cose, lʼetica e lʼestetica e da ultimo il linguaggio. Anche il linguaggio si adegua alla corrente anzi è la corrente stessa e talvolta capita, incoscientemente spinti dalla ragione alla ricerca di senso, di imbattersi in repentine anse e cambiamenti di rotta, avvolgenti e capovolgenti, altre volte invece ci si perde come nel labirinto e si finisce in un corridoio cieco e allora si torna indietro, altre volte ancora si procede lasciando dietro rottami, pezzi disarticolati di discorso, frasi, parole.

Un linguaggio nomade, errabondo, liquido apparentemente insensato ma conforme alle moderne forme di vita e di esperienza.

Eʼ vero allora che la caverna, il castello di sabbia della stanzialità, è meglio del mondo e non bisogna distruggerlo, perché nella caverna le ombre della fiction sono rassicuranti e convincono noi stessi che lʼassurdo sia altrove, non oramai profondamente radicato nella nostra vita, nelle nostre coscienze e persino nella nostra lingua.

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