Henri Rousseau il Doganiere. La jungla dello stupore

Henri Rousseau nasce il 21 maggio del 1844 a Laval, piccola città del nordovest della Francia.

Abbandonati gli studi, si arruola in fanteria, anche per evitare la detenzione in seguito al furto di una piccola somma di franchi nello studio di un avvocato. Successivamente si trasferisce a Parigi e lavora come segretario presso un ufficiale giudiziario. Nel 1870 si sposa con Clémence Boitard.

Dopo un’ulteriore breve parentesi militare, a causa della guerra di Prussia, entra a lavorare, come gabelliere, nell’ufficio comunale del dazio di Parigi. Un lavoro che lo accompagnerà per lunga parte della vita e che, oltre a spingerlo alla ricerca della pittura fantastica, diventerà parte rilevante della sua identità artistica.

Nascono in questi anni le prime opere: “Paesaggio invernale con episodio bellico“ e “Paesaggio con mulino e carretto” (opere che nascono dalla osservazione di illustrazioni giornalistiche), ma è qualche anno dopo che comincia a produrre opere contraddistinte da un forte stile esotico.

Sono quadri meravigliosi, fantastici che, pur sembrando apparentemente ingenui e naif,  rivelano uno stile raffinato e un grande anticipo sui tempi, contrapponendo agli esercizi del realismo e del futurismo  percorsi contraddistinti dallo stupore e dalle emozioni.

I critici del suo tempo non comprendono il fascino e il messaggio delle sue ambientazioni, e non poteva essere altrimenti in un secolo nascente traboccante di modernismo e di utopia sociale, deridendo sue presunte debolezze tecniche e l’irrealtà dei contesti.

Solo dopo la morte viene considerato un precursore delle avanguardie.

Pablo Picasso lo definisce un “grande maestro”.  Sognava paesaggi esotici e giungle rigogliose, ambientandole a Parigi e ricorrendo alla fantasia, quindi senza aver bisogno di vivere in luoghi lontani come invece avevano fatto altri, ad esempio Gauguin.

Il Doganiere vedeva lontano, anticipando di un secolo l’affermazione del pensiero emotivo e le sue forme di rappresentazione e, nel contempo,  influenzando profondamente lo sviluppo dell’arte moderna, dal Cubismo al Surrealismo, fino all’Espressionismo.

Purtroppo Henri Rousseau, detto il Doganiere, muore nel 1910 senza poter assaporare il successo che meritava.

Barbarians. L’orda d’oro del rugby

Barbarians, i barbari, forse la squadra più prestigiosa e, al tempo stesso, più forte al mondo, a conferma di quanto il rugby sia uno sport strano, perché nel rugby l’elite è fatta di barbari e non di sudditi di un impero.

Barbarians è un esclusivo club a inviti. Viene creato una sera del 1890 in un ristorante di Bradford quando William Percy Carpmael, del Blackheath, uno dei più vecchi club londinesi,  buttò lì l’idea di far giocare insieme i più forti giocatori britannici dell’epoca.

Il Barbarian Football Club doveva essere una squadra assolutamente cosmopolita, ove vigessero forti principi ispirati allo spirito d’amicizia che lega i giocatori di rugby.  La partecipazione dei giocatori era a invito, principalmente in base a due regole: giocatore sufficientemente bravo e comportamento irreprensibile dentro e fuori dal campo.

Nel 1948 le Home Unions chiesero ai Barbarians di selezionare un squadra che incontrasse i Wallabies (Australia) alla fine della loro tournée europea. L’incontro ebbe un grande successo per lo straordinario livello di gioco che mise in mostra. Da allora, i Barbarians,  hanno il privilegio di incontrare le varie nazionali al termine dei loro tour in Europa.

Fino all’avvento del professionismo, quelle dei Barbarians sono state le più belle partite che si potessero vedere. La meta più bella della storia del rugby è proprio in una partita dei Barbarians, contro gli All Blacks nel 1973.

I Barbarians non hanno un proprio campo d’allenamento, una sede, una quota di tesseramento e le squadre che li ospitano pagano la maggior parte delle loro spese.

Le ragioni della scelta del nome Barbarian Football Club sono oscure: secondo alcuni si riferisce alla vittoria di Arminio e delle sue tribù barbare contro l’esercito romano di Lucio Quintilio Varo.

La maglia è bianca e nera, indossata su pantaloncini neri e con i calzettoni del club di appartenenza. In un primo tempo rappresentava un teschio che sormontava due ossa incrociate e, sotto, le iniziali B.FC. Il teschio lasciò il posto a un monogramma formato dalle iniziali.

Nel mondo moderno, quello in cui gli imperi stanno perdendo pezzi a favore delle tribù e di nuovi barbari e l’auto convocazione sembra essere destinata a diventare una pratica di successo, i Barbarians sono a testimoniare che le più grandi realizzazioni e le emozioni spesso vengono proprio dalla consapevolezza di essere liberi.

Louis Brauquier. Il poeta di Marsiglia

“Il mare

A metà addormentato, mi prendeva tra le sue braccia

Come se raccogliesse un pesce perduto…”

(tratto da Louis Brauquier di Francesca Mazzucato)

Louis Brauquier nasce a Marsiglia nel 1900 e vi muore nel 1976. Lavora come agente delle Messaggerie Marittime. E’ anche pittore ma soprattutto poeta e come tale autore di una decina di raccolte.

Collabora con vari periodici e riviste letterarie fra cui: Les Chaiers du Sud, Le Courrier des Messageries Maritimes, La Nouvelle Revue française, Ophrys e altre.

Uomo e poeta timido e nomade, riesce comunque a  influenzare con la sua opera molti narratori francesi. Le sue poesie sono un costante omaggio al primo porto di Francia: Marsiglia.

Marsiglia è il locus vivo e, al tempo stesso, ideale di Louis Brauquier. Le sue poesie mettono in luce i colori della città ma anche gli odori, i rumori e la nostalgia del marinaio che parte e dei marinai che giungono da terre lontane.

Il mare è la grande fabbrica di emozioni e il fulcro della sua poetica. Una sorta di enorme plastico blu che consente a tutti i porti e ai mari del mondo, attraverso linee leggere di rotte tracciate a matita sulle carte nautiche, di connettersi a Marsiglia.

Il viaggio ideale di Louis Brauquier non può che compiersi per mare e iniziare o finire nella sua città. E la città è sempre porto, un sistema integrato di scambi attraverso il quale passano merci, ferraglie contorte,  balle di cotone ; beni destinati semplicemente al carico e allo scarico.

Marsiglia è anche l’ osservatorio privilegiato per  notare i movimenti dei nuovi nomadi e ragionare sulla dimensione cosmopolita dei rapporti umani e sulla formidabile miscela di relazioni prodotta dalle attività commerciali.

Per questa ragione Brauquier è poeta originale. Scrive ma nel contempo lavora e fa un mestiere che lo tiene attaccato ai flussi concreti della vita dando profondità e  forza al racconto.

A Luois Brauquier, infatti, interessa soprattutto cogliere l’attimo in cui la linfa dell’esperienza e delle vite vissute si mescola con il ferro delle navi e poi, da ultimo, con le pietre della sua Marsiglia.

Haroldo Conti. Lo scrittore del grande Delta

Haroldo Pedro Conti nasce  il 25 maggio 1925 a Chacabuco, piccola citta’ in provincia di Buenos Aires. Durante la vita fa molti lavori: maestro nelle campagne rurali, attore, regista, seminarista, trasportatore, pilota e professore di filosofia.

Ha rapporti con il mondo del cinema come sceneggiatore e lavora a parecchi film tra cui il film di Nicolas Sarquis: La morte di Sebastiano Arache.

Nel 1955 si sposa con Dora Campos e successivamente ha due figli: Alessandra e Marcello.

La sua attività principale è quella di romanziere e novellista.

Ha una capacità rara di raccontare la natura facendo sentire il lettore dentro e in mezzo ai suoni e ai profumi. Il grande Delta del fiume Paranà è l’ambiente che più ama raccontare e descrivere, indugiando sul suo lento e maestoso percorso, sugli uomini che vivono le sue sponde e anche sui pesci che lo abitano.

La narrazione ha una rara forza descrittiva e, a volte, diventa lirica.

Colpisce la capacità insolita con cui viene gestito il mondo semplice delle emozioni evitando però di cadere in banale sentimentalismo.

Haroldo non è nato sul Delta ma riesce a parlare del Delta come se fosse il paesaggio della sua infanzia e lo trasforma in uno spazio mitico. La passione per il fiume nasce presto nel 1949 quando Haroldo affitta una casetta e una barca e percorre il fiume in lungo e in  largo.

Da questa esperienza viene il romanzo più significativo di Conti: Sudeste. Il racconto di una vita d’avventura, vagabondaggio in un’ambiente marginale, in parte dimenticato, a un’ora di automobile dalla moderna metropoli di Baires.

Con il libro Mascarò, il cacciatore americano, vince il premio della rivista Life.

Il 5 maggio del 1976, durante la dittatura militare argentina, viene sequestrato e da quel giorno scompare per sempre come migliaia di suoi connazionali.

Ezio Vendrame. Un artista in piedi sul pallone

Ezio Vendrame nasce a Casarsa, il paese dell’infanzia di Pier Paolo Pasolini, nel novembre del 1947.

Ha una giovinezza difficile e cresce in un orfanotrofio, esperienza che avrà influenza rilevante nel proseguo della sua vita.

Fin da giovane gioca a calcio e si distingue in ruoli di ala o mezzala. E’ un funambolo con la palla e matura in fretta nelle squadre giovanili dell’Udinese.

Nell’estate del 1971 esordisce in serie A con il Lanerossi Vicenza e diventa subito l’idolo dei tifosi biancorossi. Viene presto considerato il George Best italiano, genio e sregolatezza. Ha un modo di fare che lo pone in una dimensione alternativa rispetto ai modelli che vanno per la maggiore: pare un hippie, ha capelli e barba incolti e un comportamento molto anticonformista.

In campo, quando è in giornata, mostra grandi doti, dimostrando di poter ammaliare pallone e pubblico con un paio di piedi magici. Ad acuti di genialità calcistica contrappone esibizioni grigie o di totale inconsistenza. Interrogato sulle ragioni della sua incostanza dichiara che gioca a calcio solo per i soldi e che il gioco del calcio, in fondo, gli interessa poco.

E’ protagonista di episodi singolari, vere e proprie performances.

Una volta, a centrocampo, sale con entrambi i piedi sul pallone e scruta il terreno davanti, lasciato improvvidamente vuoto dai suoi compagni di squadra, portando le mani sulla fronte, come un esploratore disturbato dal sole.

L’episodio più clamoroso avviene a Padova, in serie C.

Nel bel mezzo di una partita che sembrava dovesse finire per forza in parità scarta tutti i suoi compagni di squadra giungendo sin davanti al proprio portiere, supera anche l’estremo difensore e si ferma sulla linea di porta. Poi sorridendo torna indietro verso la regolarità.

“Ho salvato l’emozione” ebbe a dire più tardi, ma un tifoso biancoscudato quel giorno, sugli spalti, morì d’infarto.

Un’altra volta contro l’Udinese gli furono promessi dei soldi per una prestazione scadente. Il pubblico di Udine fece l’errore di fischiarlo. Il Padova vinse 3 a 2 con due suoi fantastici goal.

Dopo la partita disse: “avevo giocato male molte altre volte e gratis, ho soltanto voluto punire quel pubblico di ingrati e fanculo i soldi”.

Finita la carriera di giocatore si è ritirato a vivere in Friuli dedicandosi alla musica, alla poesia e alla scrittura.

Tra i suoi numerosi libri pubblicati ricordiamo “Se mi mandi in tribuna godo” in cui racconta le sue imprese calcistiche.

Ezio Vendrame, un artista, finito per caso in mezzo a un campo di calcio.

Capitain Beefheart. La musica ribelle

Don Van Vliet, californiano musicista e pittore americano, più conosciuto con lo pseudonimo di Captain Beefheart, è stato uno dei maggiori esponenti del rock sperimentale.

La sua affermazione: “non voglio vendere la mia musica. Vorrei regalarla, perché da dove l’ho presa non bisogna pagare per averla” colpisce al cuore, oggi più che mai, perché questa è l’epoca in cui i giovani scaricano musica gratis da internet e considerano il diritto d’autore una sorta di misteriosa anticaglia.

Il suo gruppo “The Magic Band” comincia l’attività nel bel mezzo degli anni sessanta e prosegue fino ai primi  anni ottanta. Van Vliet è autore delle canzoni, cantante, compositore, mostrando da subito un forte orientamento a mescolare la musica rock con il free jazz.

Le sue composizioni sono contraddistinte da una notevole attrazione verso il surreale.

Fin da piccolo Don aveva mostrato una forte attitudine per l’arte, era bravo a dipingere e a scolpire, sebbene nessuno nella sua famiglia avesse rivelato quelle qualità.  Contemporaneamente si dedica alla musica e l’incontro con Frank Zappa, dopo una breve parentesi professionale di venditore di aspirapolvere, lo porta a farlo di mestiere.

L’album più conosciuto e apprezzato è Trout Mask Replica che viene pubblicato nel 1969, considerato ancora oggi un disco di rottura dei canoni classici del rock e un capolavoro che ha profondamente influenzato le generazioni successive.

Capitain Beefheart ha annunciato il suo ritiro dai concerti nel 1982. Da quel momento ha evitato di presentarsi in pubblico dedicandosi completamente alla sua attività di pittore nella contea di Northern Humbolt. Le sue opere di pittura e scultura  sono ispirate ai concetti dell’astrattismo neo-primitivo e espressionistico.

Van Vliet ha sofferto di sclerosi multipla e negli ultimi anni della sua vita la malattia è divenuta più aggressiva riducendo progressivamente le sue capacità espressive.

Il molto originale musicista, pittore e scultore, cuore di manzo, se n’è andato per sempre una mattina, precisamente il 17 settembre 2010, all’età di 69 anni.

Hundertwasser. Il pittore dalle cinque pelli

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L’arte ha sempre cercato di resistere ai tentativi di mistificazione.

Il novecento ha visto affermarsi le ideologie totalitarie e non è stato facile per i contemporanei opporsi agli impliciti processi di omologazione culturale, neppure per gli artisti. Alcuni grandi autori, però, hanno avuto la forza e il coraggio di uscire dal coro proponendo visioni della vita e del sociale originali e controcorrente.

Persone eccezionali, in contrasto con l’uniformità ideologica che li contornava, hanno disegnato percorsi d’arte contrastanti: l’altra faccia della moda dominante.

Il loro esempio ha rivelato, da subito, un’intrinseca natura irriverente verso la cultura locale e globale, insieme alla capacità di sviluppare proposte alternative anche al conformismo ideologico delle vecchie opposizioni.

Mettendo in luce, talvolta senza volerlo, un forte carattere sovversivo.

Marcel Duchamp occupa, di diritto, un posto da capofila in questo movimento, avendo provato a ribaltare il rapporto tra arte e industria a esclusivo vantaggio dell’utilizzatore, cioè di noi tutti.

Hundertwasser è, a suo modo, decisamente, omogeneo alla stessa scia di corrente.

Pittore e poeta innamorato della bellezza della vita e della natura, medico dell’ecosistema e nemico di qualsiasi forma di omologazione che è rappresentata, a suo dire, in maniera esemplare, dalla linea retta.

“La linea retta è senza Dio” ha sostenuto in più occasioni. Un modo di opporre la sua posizione naturista al razionalismo disumanizzante dell’epoca. Se si fosse accontentato di fare esclusivamente il pittore avrebbero parlato le opere, la loro forza decorativa, le suggestioni oniriche che procurano, invece Hundertwasser ha voluto personalmente testimoniare i distinti passi e i momenti topici del suo percorso artistico, venendo spesso frainteso e male interpretato.

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Le sue performance avevano un carattere istintivo, quasi animalesco, contraddistinte da un fervore religioso contrario a ogni forma esogena di condizionamento umano, sermoni, anatemi rivolti verso ogni innaturale costrizione che potesse impedire all’uomo di vivere e esprimersi liberamente.

Perché la natura è il fondamento di ogni cosa, è l’inizio e la fine, non esiste altro, la natura è bellezza assoluta e obiettivo dell’arte è inseguire la bellezza.

L’artista, immergendo le mani e il pennello nel proprio intimo universo creativo, deve essere in grado di aggiungere bellezza alla bellezza.

Un profeta pittorico del bello che mette in moto un processo di comunicazione articolato partendo dall’uomo, le sue forme, la pelle per estendere il messaggio alle cose che l’uomo rende vive e lo circondano: gli abiti, la casa, l’ambiente e identità sociale, l’ecologia.

L’opera artistica di Huntertwasser invade queste distinte posizioni iniziando dalla membrana più vicina a noi, la pelle. E poi si dilata occupando, con l’estensione, la vita e la sua rappresentazione. Termina con l’ecologia, un’ode alla natura e al posto dell’uomo dentro la natura stessa.

La natura è la realtà suprema, la fonte della vita e, come tale, bisognosa di protezione.

“Quando lasceremo  che la natura stessa ridipinga le pareti delle nostre abitazioni queste diventeranno umane e saremo in grado di vivere di nuovo”.

Hundertwasser è soprattutto cantore della felicità infinita che possiamo ritrovare nella bellezza e uno dei più accaniti ricercatori della sua origine naturale.

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Salvatore Toma. Canzoniere della morte

Maria Corti nel 1999 dovette inventarsi il suicidio di Salvatore per convincere l’editore Einaudi a pubblicare questa raccolta di poesie.

Salvatore Toma nasce a Maglie nel Salento nel 1951, da una famiglia di fiorai, e insieme a Antonio Verri e Claudia Ruggeri fa parte dei cosiddetti “poeti maledetti salentini”.

Frequenta il liceo classico, ma non prosegue gli studi, anche se coltiva da autodidatta le materie che più gli interessano: letteratura e ovviamente poesia.

Vive nella tenuta dei genitori occupandosi della campagna e trascorrendo ore in un bosco di querce, “le Ciàncole”, appostato comodamente sui rami di un grande albero.

Pubblica (dal 1979 al 1983) sei raccolte di poesie, rispettivamente: Poesie, Ad esempio una vacanza, Poesie scelte, Un anno in sospeso, Ancora un anno e Forse ci siamo.

La sua morte prematura,  avvenuta quando aveva appena trentacinque anni viene, da alcuni, attribuita al suicidio, in realtà sembra sia sopraggiunta per un uso eccessivo di alcolici.

La sua notorietà a livello nazionale deriva dalla pubblicazione della raccolta di poesie Canzoniere della Morte (Einaudi 1999), a cura della filologa Maria Corti.

Le tematiche più ricorrenti della poesia di Toma sono la morte, il suicidio e l’amore per la natura e gli animali. Mette a confronto la solitudine dell’uomo con la vita silente della natura.

E’ anarchico e anticonformista, appassionato di poesia border line, quindi autore e poeta laterale e assolutamente fuori dagli schemi.

Amante dell’eccesso fu travolto dalla passione per l’alcool, per questo motivo si ammalò incurabilmente di cirrosi epatica.

Dopo la scomparsa della Corti avvenuta nel 2002, la poesia di Toma rischiava di essere definitivamente dimenticata. Un folto gruppo di intellettuali meridionali promosse una raccolta di firme per chiedere la ristampa del volume al tempo esaurito, tentando anche di rilevare i diritti di autore per pubblicare il libro altrove.

L’iniziativa provocò una vasta eco in tutta Italia e la casa editrice decise, di conseguenza, di ristampare il Canzoniere.

Elio Scarciglia ha realizzato nel 2005 un documentario su Salvatore Toma, ricco di testimonianze e intitolato “Il bosco delle parole”.

“Quando sarò morto

che non vi venga in mente

di mettere manifesti:

morto serenamente

o dopo lunga sofferenza

o peggio ancora in grazia di dio.

Io sono morto

per la vostra presenza.”

Salvatore Toma. Canzoniere della morte

Jean-Michel Basquiat e Syd Barrett. Talento, luce e tenebra

Leggendo la vita e le storie di Jean-Michel Basquiat e  Syd Barrett emergono alcune forti analogie che fanno davvero riflettere sulle caratteristiche delle loro personalità creative.

L’amore per l’arte è trasmesso a Basquiat dalla madre Matilde, statunitense di origini portoricane, fin da piccolo lo accompagnava a visitare gallerie e musei (il Metropolitan Museum o il  Museum of modern art di New York).

L’interesse per la musica di Syd Barrett nasce dal fatto che il padre Max suonava nella Cambridge Philharmonic Society.

Nel 1968 il giovane Basquiat viene investito da un’auto, l’incidente provoca lesioni interne che gli costano l’asportazione della milza. Jean-Michel  rimane a lungo in ospedale, la madre gli regala un libro di anatomia: Gray’s Anatomy, che avrà una notevole influenza sulla sua tecnica pittorica.

Il padre di Syd Barrett, Max era di professione anatomo patologo, certamente un aspetto che non sarà stato di secondaria importanza per il giovane Barrett.

Quando Jean-Michel ha sette anni i genitori divorziano.

Basquiat, insieme agli amici Vincent Gallo, Michael Holman, Wayne Clifford, Nick Taylor e Shannon Dowson, costituisce una band musicale denominata, appunto, Gray.

Il giovane Barrett  fino all’età di 14 anni non mostrava un interesse prioritario per la musica, piuttosto per il disegno. Il suo personaggio preferito era Edward Lear, che, come lui, amava dipingere.

“Poor dad died today” scrive Barrett nel diario nel 1961, quando muore il padre.

Nel 1963 dagli USA iniziò a diffondersi l’LSD, molti studenti di Cambridge ne fecero uso e Barrett era uno di loro.

Sul finire degli anni 70 Basquiat comincia a disegnare graffiti (firmandosi SAMO) per le strade di Manhattan, insieme all’amico Al Diaz, e inizia a fare uso di LSD.

Nel 1967 Syd Barrett dichiarò, tra lo stupore degli astanti, che voleva essere il Jackson Pollock della musica.

La carriera artistica di Basquiat raggiunge il culmine nel periodo compreso tra il 1983  e il 1988, cinque anni nei quali diventa un pittore famoso, nel 1983 aveva incontrato Andy Warhol.

Il culmine della carriera artistica di Syd Barrett fu raggiunto tra il 1965 e il 1970, cinque anni durante i quali lanciò i Pink Floyd, abbandonò la band e produsse alcuni album da solista.

Jean-Michel Basquiat muore nel 1988 per un’overdose di eroina dopo un periodo di profonda depressione a causa della recente scomparsa di Warhol.

Nel 1975 i Pink Floyd pubblicarono l’album Wish You Were Here contenente numerosi riferimenti a Barrett. Durante la produzione, negli studi di registrazione, apparve un personaggio singolare, completamente calvo, con in mano una busta della spesa. Era Barrett, molto trasandato e decisamente grasso. Gli ex compagni del gruppo gli chiesero come avesse fatto a ingrassare tanto. Barrett rispose che a casa aveva un grande frigorifero, zeppo di carne di maiale.

Dopo, non lo videro mai più.

Roger Syd Barrett. The dark side of the life

Syd Barrett è stato fondatore dei Pink Floyd e primo leader del gruppo dal 1965 al 1968, la sua è una storia che ha dell’incredibile.
Nasce nel 1946 quarto di cinque figli. Suo padre Max era anatomo patologo, amante della pittura, appassionato coltivatore di funghi e musicista.
Roger non si dedicò da subito alla musica, privilegiando la pittura, e si iscrisse alla scuola d’arte. All’Art School ebbe la possibilità di dipingere e anche di suonare, così creò un gruppo musicale insieme agli amici Waters e Klose. Il gruppo divenne noto come Spectrum Five.
Barrett suonava la chitarra ritmica, per l’occasione comprò una Fender Esquire ornata da una moltitudine di piccoli specchi circolari.
Nel 1965 Syd diede al gruppo il nome di Pink Floyd, mettendo insieme i nomi di Pink Anderson e Floyd Council, i suoi due bluesmen preferiti, ma disse ai giornalisti che il nome gli era stato suggerito da esseri sconosciuti venuti dallo spazio.
Inizialmente i Pink Floyd  si esibirono in locali underground, poi nel 1967, dopo alcuni fortunati concerti nei college del Regno Unito, trovarono fissa dimora nel locale più in voga di Londra: l’UFO Club.
Cominciò così la lunga serie di successi che avrebbe fatto dei Pink Floyd uno dei gruppi più importanti e conosciuti della nuova musica.
Syd, però, aveva iniziato a frequentare uno spacciatore di droghe pesanti LSD soprannominato Capitano Bob e all’uso dell’ LSD aggiungeva cannabis e pillole di Mandrax, un farmaco che produce effetti simili alla morfina se viene assunto con alcol.
Successivamente iniziò a comportarsi in modo molto strano, non riusciva a lavorare con costanza e cambiava in continuazione musica e parole delle canzoni.
«Syd aumentava e diminuiva il volume di tutte le tracce, apparentemente senza alcuna regola. Non faceva nulla se non era fatto in maniera artistica. Diceva che voleva essere una sorta di Jackson Pollock della musica».
Le esibizioni stravaganti di Syd erano abituali e quando i Pink Floyd entrarono ufficialmente nella Top of the Pops inglese divennero impossibili da gestire.
Syd un giorno si presentò in pigiama nello studio di registrazione e annunciò di non voler più partecipare a trasmissioni televisive. Questo atteggiamento folle iniziò a caratterizzare anche le esibizioni dal vivo. Mentre la band suonava, sedeva vicino a un amplificatore, scordava la chitarra rendendo devastante il suono e restava in silenzio.
Roger Syd Barrett decise di lasciare i Pink Floyd nel 1968, dando vita a una  carriera di solista.
Negli ultimi anni, l’ex leader dei Pink Floyd, si faceva chiamare semplicemente Roger. Viveva a Cambridge, solo e lontano da tutto ciò che avrebbe potuto ricordargli il passato.
Dipingeva quadri astratti e praticava il giardinaggio.
Nel 2005, durante il Live 8 che ha visto i Pink Floyd riunirsi eccezionalmente, Roger Waters ha ricordato Barrett, dedicandogli l’esecuzione di Wish You Were Here: « Anyway, we’re doing this for everyone who’s not here, particularly, of course for Syd. »
Roger Syd Barrett è morto a Cambridge il 7 luglio 2006, a 60 anni, per un tumore al pancreas.

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