Henry Jenkins. Cultura convergente

Un’edizione ricca e complessa sull’influenza che esercita l’uso delle nuove tecnologie sulla cultura contemporanea e al tempo stesso strana per come è costruita e appare.

La bellissima postfazione di Vincenzo Susca viene infatti alla fine, la prefazione di Wu Ming, a mio parere piuttosto didascalica, è una sintesi, per item rilevanti, degli aspetti principali.

Gli esempi dei prodotti multimediali di successo sono decisamente made in Usa e testimoniano quanto la fruizione dei media, laggiù, sia avanti e comunque, in larga parte, ancora differente rispetto a quella europea. Ma è proprio per questa ragione che il libro è di grande interesse soprattutto laddove esplora il contesto delle relazioni tra i molteplici device e le nuove forme di partecipazione e socializzazione.

Gli strumenti tecnologici non sono usi soltanto a risolvere problemi o a facilitare i collegamenti tra le persone, o tra le persone e le cose, ma anche a connettere gli individui alla dimensione emotiva e ludica dell’innovativo universo del piacere mutimediale.

Il computer, sia esso fisso, portatile, palmare o assomigli ancora a un telefono, consente di realizzare il magico link con un mondo incantato. E’, a tutti gli effetti, la porta che conduce in quel mondo, nel quale poi navigare e intrattenersi. La stazione iniziale di un vero e proprio processo di “tecnomagia”.

Le grandi case di produzione americane hanno ben compreso il senso di questa dinamica e la conseguente nascita di nuovi bisogni. Infatti le riflessioni dedicate da Henry Jenkins al film “Pirati dei caraibi. Ai confini del mondo“, nell’ambito della postilla all’edizione italiana, ne sono ampia e illuminante testimonianza.

Jenkins sottolinea come il film, e pochi critici a suo parere l’hanno notato, sia profondamente diverso dagli altri, non ruotando intorno al personaggio di Jack Sparrow, perché la trama è decisamente ipertestuale a partire da una moltitudine di personaggi, simboli, oggetti e icone.

Ognuno di essi, infatti, è una porta che apre differenti percorsi narrativi, intersezioni e interruzioni che ricordano molto la struttura dell’offerta dei contenuti di un portale web.

Viene un sospetto.

Che la “tecnomagia”, lentamente e senza darlo a intendere, stia modificando i linguaggi e le forme di rappresentazione della cultura contemporanea e di quella che verrà?

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