Jim Croce. Le vene d’america

Eugenio Bollini, il ciclista protagonista di “Gobbi come i Pirenei”, è un ammiratore e fan di un cantautore, come diremmo dalle nostre parti, di nome Jim Croce.

Di Jim non abbiamo scritto nell’ambito della recensione del libro di Marcacci, adesso però abbiamo finalmente l’occasione di raccontare chi fosse.

Anche perché le storie e i racconti di Jim Croce ben si coniugano con una motivazione, ufficialmente inespressa,  di questo blog: la costante ricerca di “human traces”, tracce che in modalità anche inconsapevole, abbiamo lasciato e  lasciamo impresse sulle superfici fisiche e/o liquide del nostro vecchio mondo.

Osservando le tracce non vale la pena cercare una ratio, spesso le tracce risultano incomprensibili alla lettura e in qualche caso persino inconsulte, ma sono comunque lì a testimoniare i  nostri movimenti, siano stati o siano dettati da ragione o da pulsioni incontrollabili.

Jim Croce, americano,  classe 1943, nasce a Filadelfia e all’età di 18 anni suona la chitarra. Svolge molti lavori e nel 1967 comincia a esibirsi nei bar di New York. Nello stesso anno esce il suo primo disco che passa del tutto inosservato.

Invece, il secondo disco, uscito nel 1972  e prodotto insieme all’amico Tommy West e al chitarrista Maury Muehleisen, riscuote grande successo anche grazie a melodie come Operator e Photographs and Memories.

Il vero grande successo arriva nel 1973 con l’album Life & Times che contiene il  pezzo più famoso: Bad bad Leroy Brown. La storia di un giovane bullo di quartiere. Probabilmente uno dei tanti personaggi incontrati da Jim in giro per l’America, quando era camionista.

La canzone raggiunge la vetta delle classifiche.

Purtroppo il 20 settembre dello stesso anno Jim, insieme all’amico chitarrista Maury, muore in un incidente aereo.

La musica e le parole delle canzoni di Jim raccontano vere storie di vita americane, parafrasando Galeano, potremmo anche dire che quelle storie sono cantate e scritte nelle vene aperte dell’America.

E’ l’America che amiamo e ci piace di più l’America che canta con Jim.

Proprio per questo motivo, ancora oggi, facciamo molta fatica a distogliere lo sguardo dal finestrino del suo vecchio camion.

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Michel Leiris. Biffures

La scrittura che ha un senso nasce, molto spesso, da un processo di riappropriazione selettiva di appunti, impressioni, immagini, quindi da un programma che riesca a scavare nel disordine degli antefatti, assumendo frammenti, concatenandoli e producendo forme articolate e compiute.

C’è quindi una profonda differenza tra il quaderno di appunti e il libro.

Il quaderno, il vecchio notes, è intimamente anche l’autore, trattandosi di una versione per iscritto della sua memoria e talora anche dei suoi sentimenti momentanei, il libro invece è il risultato, un prodotto, un oggetto pubblico destinato a diventare, in taluni casi, persino estraneo.

Nel libro sono scomparse l’evanescenza, la gratuità, l’immediatezza della scrittura che animavano, con andamento stocastico, il quaderno di appunti, perché esse sono state  sostituite dall’enfasi solida e composta del discorso compiuto e sensato.

Biffures pubblicato nel 1948 a Parigi è un libro che, evocando il desiderio di libertà della scrittura, anticipa con impressionante precisione i processi di frammentazione dei contenuti e di esplosione dei linguaggi che stanno avvenendo oggi grazie all’avvento del Web.

“Riferendomi al termine bifur intendevo porre l’accento sull’atto stesso di biforcare, deviare, come fa il treno che modifica la sua direzione (…) come fa talora il pensiero lanciato sulle rotaie del linguaggio in un vortice vertiginoso e accecante.”

Leiris nega il progetto e il programma: la scrittura segue solo se stessa evitando di riferirsi a un modello e a uno schema. La contraddizione tra l’intento progettuale e la volontà di non privare di autenticità la scrittura viene lasciata irrisolta, il testo deve rimanere frammento o somma di frammenti.

Così nella scrittura liberata di Biffures si riproduce all’infinito anche il meraviglioso espediente di cui parla Marcel Proust ne Il tempo ritrovato: “che permette all’essere di cogliere, isolare, fermare per la durata di un lampo ciò che di solito  esso non cattura mai: un frammento di tempo allo stato puro”.

Un libro da leggere per capire: You Tube, le Play list web video, le rivoluzioni culturali e linguistiche che stanno avvenendo e inevitabilmente ancora verranno.

Deep water, la folle regata. Louise Osmond e Jerry Rothwell.

Domenica sera su Rai 5 è andato in onda, e mai come in questo caso onda è termine appropriato,  il film documentario “Deep water” diretto da Loiuse Osmond e Jery Rothwell.

Nel film si racconta la tragica vicenda di Donald Crowhurst, imprenditore di materiali elettrici per la nautica, che allettato dal premio di 5000 sterline del Sunday Times, nel 1968 decise di partecipare alla Golden Globe Race,  la regata in solitario intorno al mondo.

Donald, dapprima, diede, via radio, indicazioni deliberatamente errate sulla sua effettiva posizione rispetto alla rotta e poi scomparve nell’Oceano Atlantico abbandonando la sua barca, il trimarano Teignmouth Electron, e lasciando un diario di bordo in cui era descritto il percorso effettuato e annotate considerazioni di ordine etico e filosofico.

La stampa inglese in un primo momento impietosa con Crowhurst attenuò la presa in seguito alla pubblicazione del diario nel quale il navigatore affermava la sua profonda volontà di confondersi con l’universo liquido.

Singolare è il fatto che alla stessa regata abbia partecipato anche Bernard Moitessier, famoso navigatore e autore di libri di grande successo (tra i quali: Un vagabondo dei mari del sud e La lunga rotta). Moitessier  dopo aver doppiato tre capi e superato Knox,  partito un mese prima, improvvisamente decise di non tagliare il traguardo europeo, abbandonando la gara e le 5000 sterline del premio, nel più attonito stupore del vasto pubblico che seguiva la competizione.

Bernard percorse un altro mezzo giro del mondo e raggiunse la Polinesia Francese lasciandosi alle spalle premi, ricordi e legami familiari. Quando gli chiesero perché rispose: “……sono felice in mare, e forse anche per salvare la mia anima”.

Due storie diverse, la prima che mette in luce aspetti concretamente tragici dell’esperienza umana attraverso la scelta disperata del non ritorno, la seconda che richiama la voglia di fuggire alla vita, e di non tornare, mantenendosi comunque vivi.

Se è vero che il mare è la metafora più adatta per rappresentare la dimensione liquida del modo di vivere attuale, è altrettanto vero che,  nel contesto liquido, le individualità tendono a cercare, e a trovare, una forte ragion d’essere, definendosi e anche organizzandosi in gruppi associati dal comune bisogno o interesse.

Crowhurst e Moitessier, allora, sono due facce della stessa medaglia.

Rappresentano il desiderio intimo dell’uomo di perdersi e al tempo stesso di ritrovarsi.


Henry Jenkins. Cultura convergente

Un’edizione ricca e complessa sull’influenza che esercita l’uso delle nuove tecnologie sulla cultura contemporanea e al tempo stesso strana per come è costruita e appare.

La bellissima postfazione di Vincenzo Susca viene infatti alla fine, la prefazione di Wu Ming, a mio parere piuttosto didascalica, è una sintesi, per item rilevanti, degli aspetti principali.

Gli esempi dei prodotti multimediali di successo sono decisamente made in Usa e testimoniano quanto la fruizione dei media, laggiù, sia avanti e comunque, in larga parte, ancora differente rispetto a quella europea. Ma è proprio per questa ragione che il libro è di grande interesse soprattutto laddove esplora il contesto delle relazioni tra i molteplici device e le nuove forme di partecipazione e socializzazione.

Gli strumenti tecnologici non sono usi soltanto a risolvere problemi o a facilitare i collegamenti tra le persone, o tra le persone e le cose, ma anche a connettere gli individui alla dimensione emotiva e ludica dell’innovativo universo del piacere mutimediale.

Il computer, sia esso fisso, portatile, palmare o assomigli ancora a un telefono, consente di realizzare il magico link con un mondo incantato. E’, a tutti gli effetti, la porta che conduce in quel mondo, nel quale poi navigare e intrattenersi. La stazione iniziale di un vero e proprio processo di “tecnomagia”.

Le grandi case di produzione americane hanno ben compreso il senso di questa dinamica e la conseguente nascita di nuovi bisogni. Infatti le riflessioni dedicate da Henry Jenkins al film “Pirati dei caraibi. Ai confini del mondo“, nell’ambito della postilla all’edizione italiana, ne sono ampia e illuminante testimonianza.

Jenkins sottolinea come il film, e pochi critici a suo parere l’hanno notato, sia profondamente diverso dagli altri, non ruotando intorno al personaggio di Jack Sparrow, perché la trama è decisamente ipertestuale a partire da una moltitudine di personaggi, simboli, oggetti e icone.

Ognuno di essi, infatti, è una porta che apre differenti percorsi narrativi, intersezioni e interruzioni che ricordano molto la struttura dell’offerta dei contenuti di un portale web.

Viene un sospetto.

Che la “tecnomagia”, lentamente e senza darlo a intendere, stia modificando i linguaggi e le forme di rappresentazione della cultura contemporanea e di quella che verrà?

James LeBron, creatività esplosiva.

Proseguiamo sul terreno della complessità, variando i toni e trovando similitudini e assonanze che possano interessare e al tempo stesso divertire.

James LeBron giocatore di basket professionista NBA,  attualmente milita nei Miami Heat dopo sette stagioni ai Cleveland Cavaliers, un’ala “piccola”, altezza 203 cm peso 113 kg, soprannomi più diffusi: King James,  Il Prescelto  e LBJ.

Ultimamente, dopo la sconfitta ai play off contro i Dallas Mavericks, è diventato anche “the flop“. Come è possibile che l’erede di Air Michael Jordan possa essere passato così in fretta dalle stelle alle stalle?

James è un vero creativo perché riesce a trasformare movimenti estremamente complessi, per i più impossibili, in  atti formali che paradossalmente appaiono al pubblico semplici. Il piacere del gesto acquista così un valore preponderante anche rispetto al risultato, un valore assoluto che non si stempera in alcun modo nella relatività del momento e dell’evento.

La decisione di James di lasciare i Cleveland Cavaliers per la squadra di Miami è stata accolta dai sostenitori di Cleveland in modo tragico e per certi versi luttuoso: maglie bruciate e  via dicendo. Forse la creatività di James era alla ricerca di un contesto altrettanto creativo che ancora non è riuscita a trovare. Perché se è indubbio che un talento deve massimizzare l’ espressione del lavoro di squadra è altrettanto vero che la squadra deve essere in grado di sostenere il talento consentendogli di esprimersi ai livelli più elevati.

Se ciò non avviene può anche accadere che il “Prescelto” possa diventare un flop.

Insomma, un brutto anatroccolo anche se in realtà è un meraviglioso cigno nero.

Vivere con la complessità. Donald A.Norman

I saggi e gli studi migliori sono quelli in cui il lettore può addentrarsi a prescindere dalla gabbia dei capitoli sancita dall’indice, scegliendo un percorso personale o casuale e, sempre, con il risultato di trovare un senso compiuto e un messaggio confacente alle proprie aspettative.

“Vivere la complessità” di Donald A.Norman appartiene con certezza a questa categoria.

L’autore di un classico, come la “Caffettiera del masochista” affronta ancora, in modo creativo e innovativo, il tema della complessità connesso allo sviluppo dei nuovi prodotti e delle tecnologie ricordando che la semplicità dipende soprattutto dalla bontà dei modelli concettuali che abbiamo nella mente.

Cercare di tradurre tout-court cose complesse in funzioni semplici senza riuscire a renderle comprensibili può divenire, al contrario, causa di grande confusione. La complessità può essere ridotta attraverso l’introduzione di funzioni obbliganti nei prodotti e nei servizi.

Queste funzioni sono una sorta di indicatori e di facilitatori. Norman le definisce “significanti” e distingue tra intenzionali, creati e collocati deliberatamente, incidentali, sottoprodotti di attività o eventi, e  sociali, che derivano dal comportamento degli altri.

Nell’universo liquido in cui viviamo, le metafore dei rapporti sociali, tracce e percorsi di altri, acquistano un peso importante  finendo col coincidere con le nostre “linee del desiderio” guidando i nostri comportamenti e riducendo la complessità.

Le suggestioni di origine “social” entrano quindi a pieno titolo anche nel mondo della progettazione e del design, perché la creazione di un prodotto, di uno spazio o di una tecnologia

non può prescindere dal contesto di esperienze e di emozioni dentro il quale,  il prodotto, una volta realizzato e quale esso sia, svolgerà la sua funzione.

Salvatore Sciarrino. Studi per l’intonazione del mare

La composizione “Studi per l’intonazione del mare” è andata in scena in anteprima mondiale al festival delle nazioni di Città di Castello nel 2000.

Due orchestre: l’una di 100 flauti, l’altra di 100 sassofoni, danno vita a un percorso musicale caratterizzato da una profondità ermetica che è costante nella produzione artistica di Salvatore Sciarrino.

Parliamo, quindi, ancora di complessità, perché nell’ermetismo è implicito un percorso sovrarazionale che mette in comunicazione diretta l’individuo con la divinità attraendolo in una dimensione ascetica.

Da questa posizione, per certi versi privilegiata, è possibile afferrare la varietà e la verità delle cose anche se agli umani sensi esse possono apparire confuse e persino trasfigurate.

Studi per l’intonazione del mare, attraverso un fenomenale mash-up e la conseguente distorsione percettiva dell’universo dei suoni, conduce, chi l’ascolta, a cogliere il flusso del vento, lo streaming dell’onda e persino l’incedere dei piccoli animali sulla spiaggia e sulla battigia.

Un’esperienza di fruizione musicale che, oltre la complessità, apre alla prospettiva della conoscenza e al piacere che se ne ricava.

Edgar Allan Poe. Lo scarabeo d’oro

Delle varie edizioni dello Scarabeo d’oro di Edgar Allan Poe presenti sul mercato ho preferito questa copia severa di Mursia, perché le altre si presentano tutte con la dicitura: edizioni per ragazzi. Questo racconto, parafrasando al contrario il grande Cormac McCarthy e il suo “Non è un paese per vecchi”  non è un libro per ragazzi, è piuttosto un libro per tutti e consiglio vivamente di leggerlo.

Lo Scarabeo d’oro è una metafora della complessità e di come, se si usano gli strumenti giusti, ossia i metodi quantitativi e la statistica, è possibile individuare un cammino critico che porti direttamente alla scoperta di un tesoro, esagerando può anche essere il tesoro della conoscenza.

Lo scarabeo, il servo Jupiter e, per certi versi, il protagonista Legrand  sono maschere, che hanno il compito precipuo di trasfigurare, confondendo,  il senso e il destino di una trama acuta e perfetta che porta alla scoperta di quanto è nascosto.

La geometria dei punti cospicui e dei topos porta laddove capitan Kidd voleva e desiderava assolutamente per sé.

Un libro modernissimo, declinabile anche sulle nuove applicazioni e nuove tecnologie: google maps, geo localizzazioni, tags, clouds. Potrebbe persino dare vita a un formidabile video game nel quale il formalismo piratesco finisce per assumere carattere di  diversivo complicando il cammino che si deve percorrere per raggiungere il vero obiettivo: il tesoro di capitan Kidd.

E’ incredibile che questo racconto sia uscito, ad uso dei lettori, per la prima volta nel 1843, più di un secolo e mezzo fa, esso contiene stimoli e suggestioni che tutt’ora confondono e ammaliano.

Mario Monti. I Pirati


In questo periodo si parla tanto di pirati, per lo più impropriamente, confondendo l’utilizzo assolutamente proprio dei margini di libertà concessi da Internet e dalle nuove tecnologie con la difesa, del tutto discutibile, di vecchie rendite di posizione da parte di persone, enti e istituzioni che non hanno alcuna voglia di rinnovarsi e al contrario provano solo a mantenere lo status quo.

“Why join the navy if you can be a pirate?” è la provocatoria invocazione di Steve Jobs, alla sua gente, nel bel mezzo dell’avventura di Apple. Nel suo caso i pirati dovevano essere coloro che avevano davvero voglia di rovesciare l’approccio tradizionale, uscire dallo schema, convertire il paradigma. Trovare la posizione innovativa dalla quale creare. L’innovazione non accetta compromessi, supera l’esistente, è “statu nascenti”, un pugno in faccia ai tenutari della staticità, rovesciando lo stato delle cose. Le nuove regole verranno dopo e saranno decisamente contaminate dal nuovo. Una specie di isola di Tortuga nel trafficato e confuso mare del Caraibi.

Istruttiva in tal senso può essere la lettura di questo libro, introvabile, a meno che l’appassionato lettore non scateni una vera e propria caccia alla rarità, frequentando notte e giorno Librerie dell’usato e Remainders. Un libro che andrebbe rieditato, sperando che Longanesi accetti l’invito. All’epoca, come si evince dalla prima di copertina, costava 350 lire, adesso chissà quale potrebbe essere il suo giusto prezzo.

I pirati erano gente democratica che eleggevano i loro capi, il famoso romanzo “L’isola del tesoro”, forse il libro di pirati più letto, ne è testimonianza eccellente. I pirati avevano anche un loro stato: l’isola di Tortuga, una specie di isola Cayman, molto più divertente dell’attuale, perché, oggi, laggiù possiamo trovare soprattutto vecchi pensionati, ovviamente ricchi, in fuga dal fisco e banche off shore. I pirati invece seppellivano qua e là i loro tesori con un nutrito corredo di mappe, scheletri e accessori di feroce fantasia.

Leggendo il libro di Monti sapremo finalmente chi erano i Fratelli della Costa: Henry Morgan, che dopo aver espugnato Panama e Portobello è stato nominato governatore della corona inglese, Barbanera, il feroce Olonese, Annie delle Indie, una donna pirata, Capitan Kidd, corsaro sfortunato divenuto pirata solo perché all’epoca mancavano i mezzi di comunicazione e nessuno l’aveva potuto informare che, nel frattempo, i nemici erano diventati amici e via dicendo, fino alla prima guerra mondiale, al veliero Seedler e al suo capitano Von Luckner.

Scopriremo che quella del pirata era, e forse è tutt’ora, una scelta di vita, sempre coraggiosa perché rischiosa, e volta a occupare spazi residuali di libertà, spazi che anche al giorno d’oggi sono preclusi dagli steccati e dai confini costruiti ad arte e tenuti in piedi dai gruppi dominanti.

Le aure della conoscenza, un atlante delle forme sociali. Federico Casalegno e Marco Susani

Questo innovativo libro-atlante scritto da Federico Casalegno e Marco Susani ci regala il disegno di una nuova prospettiva: la rappresentazione dell’intangibile. Aure: tracce delicate di percorsi apparentemente invisibili, paiono acquerelli, ma in realtà tangibili, perché frutto delle relazioni sociali che si sviluppano usando nuovi strumenti di comunicazione.

Intanto ricordiamo chi è Federico Casalegno, direttore del laboratorio “mobile” del Mit, uno dei più prestigiosi istituti universitari del mondo.

“Questo Atlante si propone di “visualizzare l’invisibile” per comprendere come le tecnologie in rete cambino le dinamiche sociali e il carattere dei “luoghi” dove socializziamo” sottolineano gli autori nel primo capitolo.

Il rapporto tra intangibile e luoghi, localizzazione delle relazioni, è il punto centrale perché le nuove tecnologie contribuiscono a determinare una nuova dimensione della realtà, una “networked reality”, un luogo, anzi uno spazio, nel quale le vecchie modalità d’uso e fruizione della comunicazione uno a molti sono ormai in discussione.

Un radicale cambio di paradigma generato dall’uso di strumenti innovativi (come quello che ancora ci ostiniamo, forse impropriamente, a definire telefono, in realtà sintesi di molteplici applicazioni e terminale sempre connesso alla rete) che coniugano e legano gli ambiti relazionali con  il territorio che percorriamo e frequentiamo.

La scelta di descrivere le relazioni e i loro flussi utilizzando aure non è certo il modo più esaustivo di rappresentazione ma ha il pregio di non essere condizionato a priori dai limiti degli spazi fisici e dai vincoli delle infrastrutture di rete.

Il risultato che ne viene: innumerevoli aure che descrivono altrettante iterazioni, testimonia che la metarealtà esiste ed è una nuova dimensione dello spazio e del tempo in cui resta traccia delle storie e della vita di ognuno di noi.

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