Yasunari Kawabata. Il paese delle nevi

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In un breve e felice periodo della mia giovinezza ho vissuto in una villetta in una zona semicentrale della città di origine. Il principale motivo della mia soddisfazione veniva dalla presenza di un piccolo giardino al quale si accedeva dall’ingresso principale e direttamente dalla cucina. Il giardino d’estate era pieno di rose d’un rosso porpora, il mattino grondanti di rugiada notturna, la sera profumate come sete orientali ma era l’inverno che il piccolo giardino assumeva un aspetto suggestivo perché proprio al centro c’era un piccolo albero di kaki.

Ricordo una volta la neve, era venuta la notte in dicembre e aveva coperto di bianco la ghiaia e i cespugli, come sempre accompagnata dal silenzio della città addormentata, e il mattino era grigio di nubi basse e fumo delle caldaie. Il piccolo albero con i suoi frutti d’un colore tra il rosso cupo e l’arancio era l’unica cosa che sembrava viva in mezzo al giardino; il tronco scuro e nervoso, i rami e i frutti venivano avanti come un altorilievo colorato in mezzo al nulla.

Questa immagine mi è tornata alla mente leggendo il bellissimo racconto di Yasunari Kawabata, Il paese delle nevi. Kawabata ha scritto questo breve romanzo prima della seconda guerra mondiale pubblicando l’edizione definitiva nel 1948 ed è stato il primo scrittore giapponese a ricevere il Premio Nobel per la letteratura nel 1968.

Racconta l’incontro e le successive relazioni, in un paesino di montagna nell’ovest del Giappone, tra un signore di città: Shimamura, ricco, sposato e con famiglia, e una geisha delle terme: Komako. Shimamura è uno studioso di tradizioni giapponesi, in particolare di danza di cui conosce anche i modi occidentali, Komako è una giovane geisha Onsen. Gli Onsen sono specie di resort termali e esistono dall’età feudale, e le geishe delle terme, che intrattengono i clienti in questi luoghi lontani dai centri residenziali, non sono considerate dai giapponesi alla stregua di quelle di città e un poco disprezzate.

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Gli effetti principali del racconto sul lettore sono a mio parere il risultato di un gioco, spesso difficile da interpretare, composto da continue, diverse e talvolta inestricabili combinazioni delle seguenti parole e concetti:  vuoto, segni e desideri.

Il non detto ha più importanza di quanto è detto e quindi descritto, come avviene quando l’autore commenta: “Spettava alla geisha decidere se restare o no la notte” e è una decisione improvvisa nata dalla profondità del dialogo, oppure nell’occasione in cui Shimamura coglie sul finestrino del treno il riflesso del viso di Komako, subito confuso con quello di un’altra protagonista del racconto Yoko, e nota l’effetto del colore delle montagne innevate, o quando Komako suona lo shamisen a tre corde producendo un suono forte e avvincente che seduce.

Il vuoto, l’assenza, del resto anche le improvvise partenze del protagonista, scandiscono le fasi di una relazione che non segue un principio di continuità e forse neanche di discontinuità ma un andamento vorticoso, a spirale, nel quale il desiderio inappagato si alterna con un ben celato senso di colpa attenuato dal tempo e nello spazio.

L’amore e il desiderio di Shimamura somigliano molto al desiderio di ascoltare musica o di assistere a una danza, in essi non c’è nulla di sessuale perché la sessualità è una dimensione limitatamente strumentale, piuttosto una inconfondibile predisposizione cerebrale al susseguirsi di episodi e visioni, dove la natura ha sempre un posto centrale.

Il vuoto sulla terra è dietro ogni cosa, soprattutto dietro agli esseri temporaneamente viventi e il suo frequente apparire rammenta quanto la vita sia effimera e spesso insensata e così avviene fino a quando la chiusa del racconto riposiziona lo stato dell’essere in un ambito più consono e universale.

“Barcollò per ritrovare il suo equilibrio, il capo riverso, e la Via Lattea si precipitò dentro di lui con un ruggito.”

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Elias Canetti. Dialogo con il terribile partner

Elias Canetti è stato uno degli autori più importanti del secolo scorso, nel 1981 insignito del premio Nobel, ma non tutti conoscono il motivo per cui negli ultimi anni di vita era tormentato dalla singolare convinzione di essere “un poeta senza vera opera”. Illuminante al riguardo è il ritratto che ne traccia Franz Haas in un breve saggio contenuto nel numero di novembre del 2010 della rivista Belfagor.

Il guaio, si fa per dire, di Canetti è stato aver pubblicato in giovane età, a soli venticinque anni, Auto da fè, uno dei più importanti romanzi del novecento e di avere progettato successivamente la continuazione di questo lavoro, in otto parti, una sorta di Commedia umana dei folli sulla falsariga della Commedia umana di Honoré de Balzac.

Per chi non lo sapesse Balzac ebbe l’idea di legare opere diverse sotto un denominatore comune a seguito della pubblicazione di Eugenia Grandet (1833), La ricerca dell’assoluto (1834) e Papà Goriot (1834), i suoi libri più belli. Balzac partorì in totale duemilacinquecento personaggi in novantuno romanzi e parecchi racconti, scritti autonomi ma appartenenti a un unico grande progetto: La Commédie humaine.

Canetti, che come sottolinea Haas è “famoso per molti motivi, ma certamente non per la sua modestia” aveva preso a modello la Comédie humaine, del resto Balzac è unanimemente considerato il più importante scrittore dell’ottocento.

Ma il piano ambizioso di Elias Canetti di emulare Balzac non ebbe fortuna, con nessuna delle opere successive Canetti riuscì a replicare il successo di Auto da fè.

Per tre decenni fu impegnato a scrivere un’opera saggistica come “Massa e potere” e molto più tardi riuscirà a tornare al successo con la sua autobiografia in tre volumi, non paragonabile comunque al suo primo libro.

Gran parte della produzione letteraria di Elias Canetti è costituita dagli Appunti, apparsi in diverse pubblicazioni, raggiungono le mille pagine, mentre il corpo principale, immenso, dell’opera, sembra dieci volte tanto, è custodito nella biblioteca Centrale di Zurigo.

Ne “La tortura delle mosche” Canetti scrive: “Mi riempie di disgusto che altri andranno a frugare nella mia vita” e sembra che altre note, dedicate ai suoi tormenti d’autore e all’impossibilità di dar vita al suo progetto letterario, siano raccolte tra gli innumerevoli fogli inediti ancora indisponibili a occhi estranei.

Ma c’è, comunque, un capitolo dei suoi lavori editi in “Potere e sopravvivenza” che rappresenta in maniera esplicita il rapporto con la scrittura e anche la complicata relazione con una parte di sé, non a caso si intitola Dialogo con il terribile partner, e appare subito chiaro al lettore che il terribile partner a cui si allude, altri non sia che lo stesso Elias Canetti.

Gli appunti, le annotazioni, i diari sono lo sfogo e il ritiro dalla contesa impossibile con il proprio colpo di genio, quello che aveva prodotto Auto da fè, uno scarto vitale irripetibile e inimitabile, e se è vero che non è possibile lasciare che il terribile si perda tra le ombre del passato diventa invece possibile annegare lentamente la sua potenza nel vasto ambito della collezione degli scritti. Una collezione illimitata che apre ogni giorno a una nuova prospettiva e alla speranza inconfessabile, condita con il desiderio, di poter ritrovare come per magia il pezzo unico, il capolavoro.

“In tutto c’è una tale ricchezza di attesa che una conclusione di qualsiasi specie è per me inimmaginabile. Non c’è mai fine, perché tutto diventa sempre di più. L’uomo vero è quello che per me non riconosce mai una fine: non ci deve essere ed è pericoloso inventarne una” scrive Canetti ne “La provincia dell’uomo” e i suoi appunti sono la prova di questo cammino infinito, un percorso della scrittura che si auto alimenta, ormai fuori controllo anche dalla guida disciplinata dell’autore.

Quando nel 1977 Canetti pubblica “La lingua salvata” torna al successo di vendite e alla fama mondiale e prosegue con altri due volumi della sua autobiografia, ma non è soddisfatto, perché quei libri non sono l’opera che aveva sempre cercato di scrivere, non sono altri Auto da fé, non sono parte di quella Comédie humaine dei folli che aveva progettato di costruire.

Forse la Comédie humaine dei folli è nascosta tra le innumerevoli righe dei suoi appunti ancora rinchiusi negli scatoloni, semplicemente è il racconto sincopato e frammentario dell’eterna contesa tra un autore e il suo terribile partner.

V.S. Naipaul. Leggere e scrivere

E’ sempre interessante conoscere le storie degli altri, misurarsi con pensieri e desideri, illusioni e disillusioni, perché così possiamo arricchire le nostre esperienze e, talvolta, anche riuscire a vedere cose che al nostro sguardo sembrano precluse.

La lettura, senza alcun dubbio, una delle strade principali della conoscenza, aggiunge contenuti e suggestioni alla nostra esperienza e consente, attraverso la singolare fusione del linguaggio con l’immaginario, la creazione di una sorta di esperienza aumentata che portiamo con noi, un archivio di memorie, immagini, sentimenti che ci accompagna nel corso della vita.

Se poi a scrivere di sé è un grande autore come Vidiadhar Surajprasad Naipaul, meglio conosciuto con le iniziali V.S. Naipaul, la possibilità di arricchire il serbatoio di conoscenza è un fatto scontato.

Naipaul, sicuramente, uno dei più importanti autori in attività, è nato nel villaggio di Chaguanas a Trinidad nel 1932, da genitori indiani di casta braminica. Il nonno proveniva dall’India nord-orientale ed era emigrato nell’isola caraibica per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. Il padre era un giornalista del Trinidad Guardian e autore di racconti che amava leggere al figlio.

Nel 1950 Naipaul si trasferisce in Inghilterra e frequenta la Oxford University. Collabora con diverse testate giornalistiche e poi, a partire dal 1954, pubblica i primi romanzi.

Nel 2001 è insignito del Premio Nobel per la letteratura.

Il breve saggio “Leggere e scrivere”, che comprende anche il discorso che lo scrittore fece in occasione della consegna del Premio Nobel, è una dichiarazione di affetti verso la lettura e la scrittura e nel contempo un efficace diario delle proprie sensazioni e dei propositi a partire dalla giovane età.

Fin da piccolo Naipaul sapeva che sarebbe diventato uno scrittore e come tutti gli scrittori non ancora compiuti (e anche compiuti) il problema nasceva soprattutto dalla assenza di conoscenza dell’oggetto dello scrivere, dal fatto di non sapere, ancora, da dove avrebbe estratto la linfa vitale del racconto.

Credo che questo sia un motivo comune a tutti gli autori, escludendo chi ovviamente si lascia incantare e imprigionare dai fatui richiami del mercato, e per tale ragione la digressione di Naipaul è importante e ricca di significati.

La rivelazione viene dal viaggio, richiesta nata dal giornale per cui lavorava,  nel suo caso viaggio che è al tempo stesso occasione di conoscenza e metafora della vita, pulsione che lo porta a riflettere sul presente e sul passato, motore che induce a indagare oltre i confini del’‘esistenza, dentro le zone d’ombra che avevano lambito la sua giovinezza.

La lettura e di conseguenza la scrittura gli consentono di addentrarsi ad esplorare, consapevole, luoghi oscuri, portando alla ribalta immagini sbiadite, storie prive della dignità di poter essere tali, icone tratte direttamente dai postumi delle ferite e delle fratture dentro vite costrette all’immigrazione e alla marginalità.

Dare parola e voce al silenzio sembra essere diventata la missione di Naipaul e lui serenamente, in questo breve e denso libro, ci racconta come è riuscito nell’intento e come potrebbe (e dovrebbe) fare chiunque di noi volesse intraprendere un serio lavoro di scrittura.

J.M.G. Le Clézio. Il posto delle balene

Jean-Marie Gustave Le Clézio, nato a Nizza nel 1940, meglio conosciuto come J.M.G. Le Clézio, è un importante scrittore francese contemporaneo che ha vinto il Premio Nobel per la letteratura nel 2008.

Romanziere, narratore, saggista, Le Clézio si è formato nel periodo del noveau roman francese,  seguendo però un percorso molto personale. A 23 anni, pubblica con Gallimard la sua opera prima: Le procès verbal, (Il verbale) con il quale giunge al successo internazionale, vincendo il prestigioso Prix Renaudot (1963).

Autore colto, di grande vitalità, nella cui opera si ritrovano spesso citazioni filosofiche (ama in particolar modo i presocratici), Le Clézio è passato dal racconto dell’alienazione dell’uomo nella società contemporanea alla narrazione di una ritrovata armonia tra l’uomo e il mondo, “l’unione tra l’individuale e il collettivo”.

La sua scrittura è caratterizzata da un grande amore per la natura, in particolare per il mare e per molti versi può dirsi vicino a Camus. Dal 1964 in poi Le Clézio ha continuato a pubblicare libri di successo. Le sue opere più significative sono: Terra Amata (1967), I giganti (1973) e Deserto (1980). I titoli più recenti sono: Onitsha (1992), Diego e Frida (1997), Le due vite di Laila (1999) e Stella errante (2000), Révolutions (2003).

“Il posto delle balene” è un piccolo libro impreziosito dai disegni dell’artista brasiliano Eloar Guazzelli in cui si racconta la storia di un’insenatura magica tra le terre della Bassa California nella quale le grandi balene erano solite andare a procreare. La ricerca di questo luogo leggendario animava le fantasie e disturbava le notti dei cacciatori di Balene che, dal New England, si spingevano sin nei mari caldi alla ricerca di un bottino di cetacei che potesse cambiare il corso delle loro vite.

Questo breve bellissimo e intenso libro, le storie intrecciate di Melville Scammon, capitano del Léonore, di un piccolo mozzo e della giovane sfortunata prostituta Aracoeli, insieme alla carneficina di balene e balenotteri neonati che produce la scoperta della leggendaria insenatura, costringono il lettore a riflettere sul destino degli uomini e anche sulla instabilità del lavoro e conseguentemente delle nostre vite.

Leggendo “Il posto delle balene” mi è venuto spontaneo pensare subito a un altro libro, comprato qualche anno fa nel book shop del Mit a Boston, l’autore è Mark Kurlansky e si intitola “The last fish tale“, traduzione letterale: Il racconto dell’ultimo pesce. Questo libro purtroppo non è tradotto in italiano e segue di qualche anno il lavoro di maggior successo, Cod (Merluzzo).

“The last fish tale” racconta come in pochi decenni un’intera società fondata sulla pesca a Gloucester, a Cape Cod, a Nantucket sia completamente scomparsa, a parte intensive coltivazioni di Astici, e siano conseguentemente scomparsi i porti, le navi, i vecchi pescatori, tutto insomma e persino i vecchi rigattieri e i negozi di antiquariato di cose marinare. Un colpo di spugna che ha dissolto migliaia di storie vissute e forse anche il molo ove era ormeggiato il Pequod di Acab prima dell’ultima caccia.

La spiaggia della Bassa California oggi è completamente abbandonata e non si possono più scorgere gli scheletri delle grandi balene e dei velieri, tutto è ridotto in polvere come le povere ossa di Aracoeli che giace sepolta da qualche parte sotto un cumulo di sassi.

Ma il destino ha voluto che anche le basi di partenza delle baleniere assassine, le città che brulicavano di marinai affamati di barili di olio e di grasso siano diventate piccoli e colorati centri residenziali ove solo piccole targhe, in ceramica, sui muri, ricordano gli uomini di mare.

Del resto oggi a Gloucester  c’è un vecchio proverbio che va ancora per la maggiore: “if you give a man a fish, you feed him, if you teach a man to fish, he will starve” che tradotto significa: “se dai un pesce a un uomo lo nutrirai, se gli insegni a pescare morirà di fame”….

Una perfida vendetta delle balene?

E’ possibile. Comunque, a pensarci bene, la cosa peggiore, la vera vendetta, è il pesce che mangiamo, ormai un rito di massa a scapito delle tempeste e delle stagioni, pesci “di plastica” tutti uguali allevati come polli di batteria.

Non sanno nemmeno più di mare.

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