Henri Matisse e James Joyce. Ulisse

Questa è la singolare storia di una collaborazione tra un grande pittore e uno scrittore altrettanto famoso, Henri Matisse e James Joyce, ma anche la prova di come le vie dell’arte, dell’emozione e dell’immaginazione possano sfiorarsi senza incontrarsi davvero.

George Macy, l’editore che in seguito avrebbe pubblicato l’edizione speciale dell’Ulisse di Joyce illustrata da disegni di Matisse, ricorda che il pittore, letta l’edizione francese, e “avendo constatato che l’Ulisse di Joyce era diviso in episodi corrispondenti all’Odissea di Omero gli aveva chiesto se era d’accordo che preparasse alcune incisioni, ispirate appunto all’Odissea, da pubblicare nel volume di Joyce”.

Joyce, dal canto suo, era convinto che Matisse conoscesse molto bene l’edizione francese della sua opera.

Per chi si fosse arreso all’idea di intraprenderne la lettura, alcune edizioni sfiorano e altre superano le mille pagine, Ulisse è la storia di una giornata di un pugno di abitanti di Dublino che intercettando casualmente vite altrui ne influenzano il decorso.

Leopold Bloom è un piccolo borghese, che tradisce la moglie Molly dalla quale è ricambiato allo stesso modo. I suoi orizzonti sono limitati, ha brevi slanci, recita la parte di marito tradito e, negli affari, accetta ogni compromesso in cambio di un vantaggio (incluso vendere foto della moglie nuda). Stephen Dedalus, invece, è un giovane uomo colto, un esteta spirituale. Il romanzo si conclude con un lungo resoconto del pensiero di Molly Bloom sulle deviazioni sessuali del marito e le ossessioni intellettuali di Stephen.

L’unico evidente collegamento con l’opera di Omero è nella struttura del testo, organizzato in parti ed episodi dai titoli inequivocabili: Telemachia, Odissea, Nostoi e poi i capitoli Telemaco, Nestore, Proteo, Calypso e via dicendo.

Volendo è possibile, come hanno provato alcuni critici, ipotizzare corrispondenze tra i personaggi dell’Odissea e dell’Ulisse: Ulisse potrebbe essere Leopold Bloom, colui che viaggia e incontra, Penelope Molly Bloom, attende  e pensa, e Telemaco Stephen Dedalus.

Comunque Matisse, che non conosceva il romanzo, allo scopo di capirne di più e prima di iniziare i disegni, andò a trovare lo scrittore e giornalista americano Eugene Jolas, bilingue dalla nascita (francese e inglese) nella sua residenza estiva. La conversazione con Jolas non sortì risultati particolari al punto che Matisse decise di continuare a seguire la sua strada e cioè di ispirarsi all’Odissea di Omero.

Quando l’edizione speciale uscì Matisse firmò millecinquecento copie, Joyce solo duecentocinquanta, si dice, perché infastidito dall’avere appreso quale fosse la reale fonte d’ispirazione del pittore francese.

E’ proprio difficile costringere un pittore a rappresentare un oggetto così com’è e poi il guaio di un libro è quello di essere oggetto prima ancora di diventare racconto, essere cosa e solo successivamente, in qualche caso, storia che coinvolge e emoziona. Se si deve dipingere un racconto si può anche essere tentati dall’apparenza, facendosi cullare nelle spire accoglienti dei suoi inganni: l’immediato, ciò che colpisce e affascina lo sguardo.

Matisse ha provato a entrare nel libro, poi, evidentemente per ragioni sue, ha desistito fermandosi all’indice.

A chi gli chiese come mai i suoi disegni avessero così poco in comune con l’Ulisse di Joyce rispose semplicemente: “Je ne l’ai pas lu”. Non l’ho letto.

Man Ray. L’etoile de mer

L’etoile de Mer (“La stella di mare”) è un cortometraggio nato dalla collaborazione tra Man Ray e il poeta surrealista Robert Desnos. Gli attori sono Kiki de Montparnasse (Alice Prin) e André de la Rivière. Le immagini e la messa a fuoco appiano distorte a causa dell’uso di specchi e un filtro bagnato.

Ne viene un film introspettivo, per molti versi sensuale, visibile peraltro tramite il link sottostante.

Un percorso velato, apparentemente subacqueo, nel quale le parole si mescolano alle immagini e ogni immagine è un’opera d’arte. Un uomo incontra una donna, lei si spoglia per lui, ma lui se ne va. E’ più interessato al suo fermacarte. Un vaso di vetro contenente una stella marina. La stella si muove lentamente, un movimento primordiale e affascinante. Le figure umane, al confronto, sono ombre e segni sottratti a una tela espressionista. Forse perché sono forme perdute nel deserto dell’eterna oscurità. Gli oggetti invece sembrano ingranaggi di un meccanismo dotato di energia immanente, una rivelazione cibernetica. Se i fiori fossero di vetro probabilmente andrebbero a rompersi come un amore finito o mai cominciato. L’amore di una donna sincera, bella, bella come un fiore.

Man Ray (1890 – 1976) è stato un importante artista americano, vicino ai movimenti Dada e Surrealista. Autore e regista di cortometraggi di avanguardia, come Le Retour à la Raison (2 min, 1923), Emak-Bakia (16 min, 1926), L’Étoile de Mer (15 min, 1928); e Les Mystères du Château du Dé (20 min, 1929). In realtà si chiamava Emmanuel Radnitzky, era nato a Philadelphia in Pennsylvania, e cresciuto a Brooklyn, New York, figlio di ebrei russi. Sin da giovanissimo aveva mostrato una forte inclinazione per l’arte. Nel 1911, la sua famiglia aveva cambiato il cognome in Ray a causa del diffuso antisemitismo. Emmanuel,  “Manny” per nickname, diventa Man Ray.

Nel 1915, espone alla prima personale dipinti e disegni. La sua prima opera proto-Dada, un assemblaggio dal titolo “Self-Portrait”, viene esposta l’anno seguente. A partire dal 1918 produce le prime fotografie importanti.

Durante il soggiorno a New York City, fonda, con l’amico Marcel Duchamp, il gruppo americano del movimento Dada, nato in Europa in contrapposizione con i canoni dell’arte tradizionale. Ma l’America e New York non mostrano molto interesse per l’avanguardia dadaista, “Dada non può vivere a New York”, così Man Ray si trasferisce in Francia, a Parigi, nel quartiere di Montparnasse, a quei tempi culla della creatività artistica.

A Parigi si innamora della cantante francese Kiki (Alice Prin), “Kiki de Montparnasse”, che diventa uno dei suoi modelli fotografici preferiti. Nei vent’anni che seguono Man Ray rivoluziona l’arte della fotografia. James Joyce, Gertrude Stein, Jean Cocteau posano nel suo studio fotografico. Con Jean Arp, Max Ernst, André Masson, Joan Miró e Pablo Picasso, partecipa alla prima esposizione surrealista alla Galleria Pierre di Parigi nel 1925.

Nel 1934, l’artista surrealista Meret Oppenheim, nota per la sua tazza da tè coperta di pelliccia, posa per Man Ray che la ritrae nuda, in piedi e in altre posture. Insieme alla fotografa surrealista Lee Miller, sua amante e assistente, Man Ray sperimenta innovative tecniche fotografiche come la “solarizzazione” e i “rayographs”.

Nel 1946 si sposa con Juliet Browner, affascinante modella, soggetto di molte sue foto. Dopo alcuni anni trascorsi negli Stati Uniti, a Los Angeles, in California fa il definitivo ritorno a Montparnasse.

E’ sepolto nel locale cimitero.

Il suo epitaffio recita: “unconcerred but not indifferent”, incurante ma non indifferente.

William Carlos Williams. La tecnica dell’immaginario

Vi sono autori che hanno il dono incredibile della contemporaneità, una virtù che ha senz’altro molto a che vedere con la nozione di futuro rappresentata in modo esauriente da Marc Augé ma anche con le loro doti intrinseche relative all’immediatezza e alla freschezza narrativa, a scapito del tempo.

Purtroppo nell’attuale contesto dell’editoria italiana, prevalentemente occupata, a parte rari casi, a promuovere frutti di lobby sorpassate o, peggio, a valorizzare scambi di favori, i grandi contributi faticano a imporsi o a riemergere.

William Carlos Williams è stato uno dei maggiori poeti americani del secolo scorso ma da noi è quasi sconosciuto. Laureatosi nel 1906 in medicina all’Università di Pennsylvania ha svolto per tutta la vita la professione di medico pediatra facendo nascere più di duemila bambini. La pratica medica non gli ha impedito di dedicarsi alla letteratura scrivendo prevalentemente la notte. Amico di Ezra Pound e James Joyce, ma anche d’artisti d’avanguardia come Marcel Duchamp e Francis Picabia, fece parte del movimento imagista. I poeti della Beat generation, in particolare Allen Ginsberg, lo considerarono un maestro e un punto di riferimento.

Qualche mese dopo la morte (marzo 1963) gli fu assegnato postumo il Premio Pulitzer grazie a quella che possiamo considerare la sua opera di maggior successo, insieme a “Nelle vene dell’America”, : “Pictures from Brueghel and Other Poems“.

La raccolta di saggi tratti da “Selected Essays of William Carlos Williams” e pubblicata in Italia nel 1981 da SugarCo con il titolo “La tecnica dell’immaginario” è presso ché introvabile a meno di non raschiare i negozi di libri usati o le provvidenziali bancarelle.

L’immaginazione di William Carlos Williams è una energia libera che si sposa con la tensione emotiva tipica delle esplorazioni selvagge, il percorso creativo non conosce limiti, le leggi sono provvisorie e gli incroci, per dirla alla Michel Leiris, le intersezioni, sono occasioni di conoscenza, passaggi obbligatori nella dinamica delle opportunità.

Sono lo spirito della frontiera, la pulsione a spostare i confini del possibile, il coraggio di mettersi in gioco le energie che William Carlos Williams mette al servizio dell’immaginazione, tutto molto diverso dall’approccio culturale europeo, a suo dire, prigioniero di uno stilismo retrospettivo, rivolto al passato e alla conservazione dei confini esistenti.

L’obiettivo della scrittura non è l’insegnamento, la pubblicità, la vendita e nemmeno la comunicazione, piuttosto lo svelamento. Lo svelamento di cosa? Dell’interiorità dell’uomo, dischiudendo il nascosto. “La differenza fra colui che svela e gli altri è che egli svela se stesso, non voi”. Anche la nascita di un bambino è uno svelamento ma quando il bambino viene inserito in un gruppo attraverso una qualsiasi pratica religiosa lo svelamento ha fine.

La promessa di una profusione illimitata viene smentita dalla prigione della distinzione. Così nasce la forma della prevaricazione e la conseguenza è la sopravvivenza, non una vita nella sua pienezza. Una vita, a suo modo, deforme. E’ forse questa la ragione per cui Marcel Proust ha scavato nella propria mente alla ricerca del tempo perduto:  a causa delle coercizioni e dei vuoti inespressi e quindi pensando a quello che avrebbe potuto essere e non è stato.

La poesia è l’occasione di dare voce agli stimoli della composizione e di espandere la forza del linguaggio e del testo oltre le gabbie formali e descrittive, oltre la tirannia del sonetto. Un modo nuovo di impiegare il linguaggio tenendo conto delle bocche dei viventi, dei dialetti, delle reali forme di espressione, della lingua in movimento.

Il racconto, in virtù della sua brevità, è il miglior modo per valorizzare una singola idea. I grandi racconti, per esempio quelli di Hemingway e di Poe hanno tutti una cornice, come i quadri. Conta la vita che c’è dentro, la vita che si anima nell’espressione.

Per William Carlos Williams quel brandello di vita deve balzare fuori dalla cornice come un pugno. Il racconto è lo schema da cui parte un pugno. Può essere un pugno filosofico come nella Repubblica di Platone, o il pugno dello Scarabeo d’oro, comunque un pugno.

Il pugno dell’arte.

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