Bruno Maderna. Melodie contemporanee

Bruno Maderna è stato un precocissimo musicista e poi compositore e direttore d’orchestra italiano. Ha insegnato composizione al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia diretto da Gian Francesco Malipiero avendo fra i suoi studenti Luigi Nono. Nel 1955 insieme a Luciano Berio ha fondato lo Studio di fonologia musicale della RAI a Milano allo scopo di svolgere esperimenti di musica concreta e di musica elettronica. La musica di Maderna mantiene comunque viva una costante attenzione alla lirica e alla melodica.

Il catalogo teatrale di Maderna include solo due titoli destinati alle scene: Hyperion e Satyricon. Hyperion è un’opera aperta che è stata rappresentata in modalità sempre diverse. Un’opera che potremmo definire mobile perché sfugge a ogni possibilità di classificazione. L’impianto drammatico infatti è diverso nelle rappresentazioni che si sono via via succedute come, del resto, la struttura stessa dell’opera, esistono anche quattro differenti versioni da concerto, tutte successive alla prima rappresentazione teatrale.

Hyperion è una metafora della condizione umana schiacciata e costretta dalla onnipresenza delle macchine, l’uomo lotta contro l’aggressione macchinica favorita dall’industrializzazione. Il suono del flautista è interrotto e distorto dai rumori prodotti da elettricisti e macchinisti presenti sulla scena.  Il seguito è caratterizzato da un confronto, scontro crescenti tra il flautista solitario e un universo di uomini, macchine e mezzi. Le macchine hanno la meglio e il flaustista viene inglobato nelle loro strutture metalliche. Solo l’arrivo di una donna, che fuoriesce da un contenitore di metallo, e il suo canto dei versi dell’Hyperion di Hölderlin ridà libertà al suono del flauto. Infine il flautista se ne va abbandonandosi a un ultimo liberatorio assolo.

Maderna prende spunto dal romanzo epistolare Hyperion di Friedrich Hölderlin. L’unica opera completa del poeta tedesco ambientata in Grecia al tempo della insurrezione nazionale contro la dominazione dei turchi ottomani. Hyperion è un poeta che sogna il ritorno del mondo greco antico, il tempo degli dei, Zeus e Pallade, e un uomo innamorato di Diotima che riassume in sé i caratteri della bellezza classica. L’insurrezione sembra a Hyperion il solo modo per tornare al mondo antico e nonostante Diotima lo metta in guardia avvertendolo che soltanto la ricerca della bellezza può richiamare i fasti del passato, Hyperion si consegna alla causa rivoluzionaria. La realtà che si manifesta non ha nulla in comune con i suoi limpidi ideali. I rivoluzionari si macchiano di orrendi delitti replicando le atrocità dei dominatori ottomani, Diotima muore rendendo impossibile il sogno di una loro vita in un mondo ritrovato e ideale. Hyperion prova altre strade, raggiunge la Germania, ma viene respinto da un universo schizofrenico e dominato dalle macchine.

La natura, da vivere in uno stato d’estasi eremitica, è il rifugio terminale di Hyperion, solo la natura consente un rapporto puro e immediato, scevro di quelle mediazioni e contaminazioni sociali che inevitabilmente alimentano le deviazioni umane.

“Hyperion – dice Maderna – è la rappresentazione del Poeta, dell’artista, di un uomo solo che cerca di convincere gli altri, di portarli verso le sue idee, i suoi ideali. Ma i suoi ideali sono così alti, buoni e tolleranti che la gente non è in grado di capirli”.

Nella composizione di Maderna, o meglio nelle composizioni, tocca alla donna rappresentare l’ultimo rifugio dell’uomo contemporaneo, il canto poetico della donna rammenta all’uomo la nascita, l’origine e la donna è l’essere vivente che meglio esprime il mistero della natura.

Ralph Waldo Emerson. Essere poeta

Ricordo molto bene quando un signore poco brillante apostrofò un collega, che stava spiegando un progetto ambizioso, dandogli del poeta. Evidentemente il termine poeta aveva per quella persona un connotato negativo, nella migliore delle ipotesi: sognatore, nella peggiore non saprei.

Certo non aveva letto Ralph Waldo Emerson…..

“Il linguaggio è poesia fossile. Come le rocce calcaree del continente sono composte da masse infinite di conchiglie così il linguaggio è fatto di immagini o tropi che, nel loro uso secondario, da tempo hanno cessato di ricordarci la loro origine poetica.”

Ecco, le immagini, i tropi della poesia: la metafora, la metonimia, la sineddoche, come del resto pensava anche Giovan Battista Vico, non sono semplicemente strumenti estetici volti a impreziosire il linguaggio, ma necessari modi di spiegarsi, perché la poesia è  forma espressiva naturale e originaria. In questo cogliamo una forte relazione con James Hillman, i tropi di Emerson somigliano molto agli archetipi di Hillman.

Il comune denominatore è la ricerca appassionata dell’origine.

Emerson è in questa ricerca Presocratico, perché spezza il velo della caverna platonica, che ha ridotto la poesia a imitazione di illusioni, dando al poeta patente di autenticità nella sua essenza di dicitore originario. Come non pensare a Omero e alle grandi opere che sono alla base della cultura occidentale.

Essendo autentica la poesia ha un rapporto diretto con la verità “è la parola dell’uomo sul reale e non sull’apparente”.  Il poeta è l’uomo dell’inizio, il seminatore, la primigenia fonte di energia del progresso.

Questa posizione non nasce casualmente ma ha radici profonde già nel primo libro di Emerson “Natura”. E’ in un rapporto nuovo con la natura che l’uomo deve ritrovare il suo posto ripristinando un equilibrio che può darsi soltanto nella corrispondenza con il mondo naturale. Gli uomini travolti dalle illusioni dell’attualità hanno dimenticato la voce della natura, perciò devono recuperare quella connessione intima, tornare a leggerla dentro di sé, tornare a guardare «Dio e la natura faccia a faccia».

La poesia, semplicemente, è il vettore che può aiutarci a recuperare lo stato dell’essere.

Questo piccolo volume che comprende tre saggi, due dei quali inediti è uno strumento importante per comprendere la modernità di Emerson e, in fondo, anche, per riflettere sulle nostre amnesie.

Oggi, in un mondo disperatamente cinico e imprigionato nell’utilitarismo, la filosofia poetica di Emerson, così come il Pan di Hillman, ridanno valore alle emozioni umane, allo stupore, alla magia, ai sentimenti profondi che sono alle fondamenta del piacere di vivere.

Michel Maffesoli. Matrimonium, breve trattato di ecosofia

Il recente sottile, ma denso, saggio di Michel Maffesoli naviga a pieno titolo nella lama di corrente di queste pagine, si intitola “Matrimonium” con un sottotitolo: breve trattato di ecosofia.

Ecosofia è un neologismo ideato a suo tempo dal filosofo norvegese Arne Naess e nasce dalla congiunzione dei due termini Eco e Sofia, dal greco οίκος casa + σοφία  sapienza, potremmo dire quindi conoscenza dell’ambiente.

La cultura occidentale ha posto l’uomo alla sommità della catena biologica riducendo quanto resta, quindi il tutto naturale, alla condizione subordinata di strumento, materia d’uso e consumo.

Questa concezione antropocentrica ha generato la spinta verso il moderno e il disprezzo delle nostre origini naturali. La cementificazione, la distruzione delle foreste, la devastazione del mondo sono anche il risultato tangibile di un abito mentale che ha, nel contempo, anteposto alla salvaguardia del paradiso terrestre l’utopia del paradiso celeste.

In contrasto con il razionalismo classico Michel Maffesoli propone la ragione sensibile; contro il contratto sociale, un patto emotivo.

Ecosofia significa, in primo luogo, riproporre la centralità dell’ambiente, una sorta di rivoluzione copernicana che va a recuperare il valore primario della natura vivente nella sua dimensione creativa femminile.

E’ indubbio che l’esistenza contemporanea abbia bisogno di nuovi paradigmi a cui ispirarsi, proprio come il disegno necessita del colore per diventare pittura, e nell’ambito di questo percorso innovativo la ri-conoscenza della natura madre svolge un ruolo fondamentale.

“In alternativa al razionalismo paranoico appoggiato al progressismo moderno, le cui influenze sono innegabili e da cui conviene trarre il meglio, è forse utile varare un pensiero progressivo che tenga conto dell’essere nella sua interezza” scrive Maffesoli.

Ma se è vero come sottolinea Friedrich Hölderlin che “dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva”, è anche vero che l’anomalia, la deficienza, l’irrealtà possono generare un rapporto nuovo con la nostra natura intermediato  da un riconoscimento di percorsi della memoria.

Le nuove tecnologie possono essere utili in questo contesto, sono strumenti che consentono la trasmissione del sapere a partire dalla conservazione dei ricordi, archivi portatili che catturano le emozioni, inaspettati fattori costituivi di un’estetica dell’esistenza di cui  oggi e domani abbiamo e avremo molto bisogno.

Interessante e da non perdere l’intervista di Rai.tv  a Maffesoli.

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