Marino Magliani. La spiaggia dei cani romantici

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Negli anni ottanta eravamo tutti un po’ reduci, il decennio precedente si era chiuso con il piombo e il sangue e nessuno aveva più voglia di pensare e credere al mito di ottobre, tanto meno quelli che avevano scelto la strada più facile, la socialdemocratica applicazione delle magnifiche sorti carrieristiche dei padri sessantottini.

In Italia avevamo appena avuto gli anni di piombo, alcuni ragazzi erano morti, altri avrebbero trascorso lunghi periodi nelle patrie galere; in Argentina era successo di peggio, una generazione bruciata e buttata ai pesci e chi si era borghesemente distinto, massacrato dai Gurkha della Regina nelle trincee di Port Stanley Falkland islands o Puerto Argentino Malvinas. Laggiù alla sporca guerra dei desaparecidos era succeduta la guerra stupida delle Falkland.

A proposito. Ricordo a Milano una manifestazione, di ciò che rimaneva della cosiddetta sinistra rivoluzionaria, a favore delle Malvinas Argentinas. Mi ero chiesto, ma non l’ha decisa la giunta militare questa guerra? I Videla, i Viola, i Galtieri gli stessi che hanno ucciso ventimila persone come voi? La risposta, direbbe Bob Dylan, si è persa nel vento, il fumo del passato.

Torniamo agli anni ottanta insieme a Marino Magliani e al suo bel libro La spiaggia dei cani romantici. C’è Italia nel libro, terrazze liguri di confine con l’Appennino alle spalle, profumi di macchia mediterranea, anche Argentina, una terra da lasciare e poi ritrovare forse famosi, c’è la Costa Brava e quindi la Spagna, precisamente Lloret de Mar, comune della provincia di Girona, Catalogna e infine l’Olanda, dove Marino vive.

I protagonisti sono i Chicos piola, splendidi ragazzi che animano la vita notturna della località balneare, sono i promoter delle discoteche, gli animatori turistici, in generale tutti componenti del mondo votato al divertimento e all’eccesso che proprio in quegli anni finisce di essere semplice svago e diventa industria.

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Improvvisamente e senza far rumore, il pensiero e le idee utopiche lasciano spazio ai corpi, è il corpo il grande protagonista degli anni ottanta, e chi, come noi, a quel tempo, era giovane prova ancora l’ebbrezza della liberazione, un viaggio senza limiti, attraverso se stessi, alla scoperta di chi eravamo davvero.

Così i movimenti inconsulti delle notti, il sonno complice negli anfratti delle rocce, la sabbia tra le dita dei piedi e sulle mani diventano colla che si attacca alla vita e alla vita finisce per dare più significato del rumore, in buona parte subito, del decennio precedente. Accade, che in quella presunta follia collettiva, giovani uomini e donne si amino e ciò, che al momento, pare come un fatto episodico e passeggero rimanga invece profondamente scolpito nella intimità plurale, inciso per sempre.

La televisione olandese trent’anni dopo riscopre un’epoca che la cultura europea aveva sbeffeggiato e sottovalutato, qualcuno infatti l’aveva battezzata usando l’epiteto di edonismo reaganiano, e al di fuori dello spettacolo scopra ancora donne e uomini veri, gente che riesce a vivere in modo autentico, alcuni persino contro, godendo in silenzio della loro personale rivolta.

Ricordo negli anni ottanta le discoteche di Iesolo, Sliema, Taormina e gli sguardi sicuri dei Chicos piola che vivevano laggiù, le loro camice di seta, la pelle ambrata e decine di donne intorno. Purtroppo ero fuori tempo perché mi svegliavo all’alba e andavo a caccia di pesci argentati. Hemingway era morto da decenni ma per una strana ragione viveva ancora dentro di me e non potevo farci niente.

Comunque ho visto abbastanza per ritrovare nelle pagine di Marino Magliani la stessa musica e l’energia chiara del tempo, una cosa è certa: eravamo tutti diventati romantici, cani forse lo siamo sempre stati.

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Stephen Crane. La scialuppa


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Ernest Hemingway inserì “La scialuppa” di Stephen Crane nel gruppo dei sedici racconti da leggere per diventare uno scrittore e di racconti Hemingway se ne intendeva molto, perché oltre a scriverne, indimenticabile la raccolta I quarantanove racconti, viene da molte parti ritenuto l’autore del racconto più bello e significativo di un’epoca: “Il grande lottatore”.

Il bagliore di un fuoco sotto il terrapieno della ferrovia attira un pesto Nick Adams, accanto al fuoco Nick trova Ad Francis segnato dai combattimenti di pugilato completamente suonato e senza un orecchio, ad accudirlo un uomo di colore incontrato in carcere: Pidocchi. Il dialogo tra Nick e Ad è surreale, un passaggio repentino tra una normalità abnorme consumata dalla miseria e la follia bella e buona. Improvvisamente Ad cambia atteggiamento e si prepara ad aggredire Nick, Pidocchi lo stende con un colpo alla nuca e solo così ritorna la calma.

Anche Joseph Conrad è un estimatore di Crane, lo definisce uno scrittore impressionista in grado di rappresentare in modo evidente e senza censure le illusioni della vita.

La scialuppa (The Open Boat) è un racconto scritto e pubblicato nel 1897 e ispirato a una disavventura in mare occorsa proprio allo scrittore, quando nel gennaio dello stesso anno, mentre era diretto a Cuba come inviato per documentare l’insurrezione cubana contro la Spagna, rimase in balia del mare per trenta ore dopo che la Commodore, la nave su cui viaggiava, affondò al largo della Florida.

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Crane e altri tre uomini dell’equipaggio cercarono di raggiungere la terraferma a bordo di una piccola scialuppa di salvataggio e alla fine vi riuscirono, ma uno dei quattro naufraghi, il macchinista Billy Higgins, annegò tra i frangenti mentre tentava di guadagnare la riva a nuoto.

Crane scrisse questo racconto subito dopo essersi salvato, infatti il sottotitolo del racconto dice: “A tale intended to be after the Fact”, la narrazione comincia dove il fatto di cronaca si era concluso.

La scialuppa racconta la terribile esperienza di una lotta per la sopravvivenza e ciò che colpisce maggiormente il lettore sono proprio le impressioni relative agli stati d’animo dei quattro uomini, un misto di disperata determinazione e fatalismo immanente. Come se vi fosse uno iato insondabile nella mente e anche nei movimenti dei marinai che lottano per la vita, una scissione ontologica profonda che a tratti riesce a separare ciò che è in sé da ciò che è per sé impedendo che le singole energie possano coniugarsi in un’azione comune e creare la migliore condizione per raggiungere la salvezza. La singolarità, davanti all’immagine di una possibile fine della vita, resta come ipnotizzata, interroga il destino e fissa attonita i giochi del mare e del vento, solo con grande fatica diventa plurale e prova a lottare veramente per sé e per gli altri.

«La spiaggia (…) era molto vicina eppure gli sembrava di contemplare un paesaggio bretone o algerino nelle sale di un museo. Pensava: “E’ possibile che io stia per annegare? E’ possibile? E’ possibile? E’ possibile?” Probabilmente ogni uomo percepisce la sua morte come l’atto finale della natura».

Abbandonarsi (e perdersi) è la grande tentazione dell’uomo, un desiderio latente che prende forma, spesso in modi e tempi inattesi, mettendo in crisi lo stato dell’essere, il continuum vitae e ogni proiezione futura della sorte individuale.

L’allusione a questi temi è presente anche in altri racconti che compongono questa felice raccolta, per esempio in Fuga a cavallo, Flanagan e la sua breve avventura di filibustiere o L’arrivo della sposa a Yellow Sky.

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Haroldo Conti. Cuentos completos

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Mi scrive dall’Olanda l’amico Marino Magliani, traduttore e scrittore italiano, chiedendomi qualche informazione su Haroldo Conti.

E’ strano perché stavo proprio pensando di tornare sull’argomento proponendo questo libro.

Il ventuno di aprile del 1981 Gabriel Garcia Marquez scrive un articolo per il giornale El Pais dal titolo: “L’ultima e brutta notizia su Haroldo Conti”, il testo, oltre a essere riportato nel suo Taccuino di cinque anni (1980-84), diventa anche la prefazione al volume di Haroldo “Cuentos completos“, inediti in italiano, pubblicati all’estero in lingua spagnola dall’editore Bartleby.

Provo, anche per i miei lettori che già conoscono e amano Haroldo, a farne una rapida sintesi.

“A Haroldo Conti, che era uno scrittore argentino dei più grandi, giunse, nell’ottobre 1975 la notizia che le forze armate l’avevano iscritto in una lista di agenti sovversivi, le stesse indiscrezioni arrivarono anche da altri canali e nei primi mesi del 1976 la notizia era di dominio pubblico a Buenos Aires.

In quei giorni mi inviò una lettera a Bogotà nella quale era evidente il suo stato di tensione.

Marta e io viviamo praticamente come fuorilegge – diceva – nascondendo i nostri movimenti, i nostri domicili e parlando in codice e terminava: sotto c’è il mio indirizzo, se sono ancora vivo.

Viveva in una casa in affitto al 1205 di via Fitz Roy a Villa Crespo dove continuò a risiedere senza nessuna precauzione fino a quando, nove mesi dopo il primo avviso, a mezzanotte, una squadra di sei uomini armati lo aggredì e lo portò via bendato e legato mani e piedi, facendolo sparire per sempre”.

Haroldo Conti allora aveva cinquantun anni, aveva pubblicato sette libri eccellenti e non si vergognava del suo grande amore per la vita. La sua casa di città assomigliava a un ambiente rurale, un allevamento di gatti, colombe, cani, bambini e coltivazioni di verdure e fiori. Come tanti scrittori della nostra generazione era un lettore appassionato di Hemingway, le sue opinioni politiche erano note a tutti, la sua identificazione con la rivoluzione cubana  anche.

Quando Haroldo riceve il primo avvertimento viene invitato in Ecuador, ma non vuole lasciare la casa perché la moglie Marta sta per partorire. Nel febbraio del 1976 infatti nasce un maschio, gli danno nome Ernesto e Haroldo dice della sua casa: “Questo è il mio posto di combattimento, da qui non me ne vado”.

Una nota sfuggita ai suoi sequestratori perché scritta in latino.

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Il 4 maggio del 1976 Haroldo Conti lavora tutta la mattina nel suo studio terminando un racconto che aveva iniziato il giorno precedente: “Alla destra”, l’ultimo dei Cuentos completos. Poi mette giacca e cravatta  e si reca a scuola a insegnare. La sera, dopo molto tempo che non accadeva, Marta e Haroldo  decidono di andare al cinema a vedere il Padrino 2, lasciando a casa i figli in compagnia di un amico venuto da Cordova.

Quando rincasano, poco dopo la mezzanotte, apre loro la porta un uomo in abiti civili con una mitraglietta da guerra, dentro ci sono altri cinque uomini armati che li aggrediscono prendendoli a pugni e calci fino a stordirli. L’amico è incosciente a terra con il volto sfigurato dalle botte, i bambini nelle loro stanze addormentati con il cloroformio.

Haroldo e Marta vengono condotti in due stanze diverse, mentre il commando saccheggia tutti gli oggetti di valore, e sottoposti a un interrogatorio barbaro.

Marta, che ha un ricordo preciso di quella notte spaventosa, ricorda le domande che facevano a suo marito nella stanza vicina. Si riferivano a due viaggi che Haroldo aveva fatto all’Avana nel 1971 e nel 1974, in ambedue le occasioni come membro della giuria del Premio letterario La casa de las Américas, e gli imputavano, per quello, di essere una spia cubana.

Alle quattro della mattina uno degli aggressori ha un gesto umano e porta Marta nella stanza ove è trattenuto il marito, in modo che si congedi da lui. Ha il volto tumefatto e le mancano alcuni denti, l’uomo la conduce reggendola per un braccio perché ha gli occhi bendati. Un altro la prende in giro: “Porti la signora a ballare?”.  Haroldo si congeda con un bacio e Marta capisce che non è bendato. Una rivelazione terribile perché solo ai condannati è dato di poter guardare negli occhi i loro sequestratori. Quello è il loro ultimo incontro. Sei mesi dopo il sequestro, passando da un nascondiglio all’altro, Marta chiede asilo politico all’ambasciata cubana.

Garcia Marquez racconta ancora: “Dopo il sequestro quattro importanti scrittori argentini inviarono a Videla una petizione, erano Jorge Luis Borges, Ernesto Sabato, Alberto Ratti, presidente dell’associazione degli scrittori, e padre Leonardo Castellani. Padre Castellani all’epoca aveva ottant’anni, era stato il maestro di Haroldo e pregò Videla di consentirgli di incontrare il suo allievo in carcere. Anche se non vi sono notizie certe su quest’incontro pare che padre Castellani abbia visto Haroldo l’otto luglio del 1976 nel carcere di Villa Devoto, trovandolo in uno stato di prostrazione tale da non poter nemmeno conversare con lui”.

Un testimone sfuggito ai garages e alle caserme, che aveva condiviso con Haroldo la prigione presso il campo clandestino della Brigata Goemez nei pressi di Baires, disse che “Haroldo Conti era rinchiuso in una cella di due metri per uno con il pavimento di cemento e la porta di metallo. (…) e prima di scomparire stava molto male”.

Haroldo, sappiamo, non è più tornato. Molti anni più tardi il Generale Videla fu costretto a ammettere il suo omicidio, probabilmente Conti è stato gettato in mare come molti suoi connazionali.

Restano la sua bella storia, i racconti di questa raccolta. Speriamo davvero che un editore italiano voglia pubblicarli ridando vita a un grande scrittore del 900.

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La solitudine dell’autore

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La domanda che ogni tanto affiora è perché scriviamo? E poi, scriviamo per noi o per gli altri?

Sono interrogativi che mettono in diretta relazione lo spazio dell’esperienza individuale con la dimensione della trasmissione dell’esperienza, la diffusione del sapere.

Non sempre il rapporto è positivo, talvolta il trasferimento è impedito dalla mancanza di predisposizione dell’autore o semplicemente perché ci troviamo davanti a uno di quei casi diffusi ove la scrittura è espressione fine a se stessa. Un’inclinazione patologica orientata a promuovere il ricordo della figura dell’autore e non la memoria dei contenuti.

Credo che la scrittura, come rammenta Hemingway, abbia poco senso se non proviene dall’esperienza e non tenta almeno di trasmetterla.

Il rapporto tra le persone e il racconto non è a circuito chiuso, la natura propria del racconto sta nell’essere narrazione e quindi ricerca della più ampia diffusione, entrando a pieno titolo nel processo di scambio delle conoscenze e delle esperienze.

Il libro non è uno specchio nel quale il lettore possa ritrovarsi automaticamente, il condensato di un sapere generale nel quale il singolare affoghi, annullandosi. Il fascino della scrittura, che si fa racconto, si realizza quando essa riesce a connettere l’universale con il particolare: il lettore con la generalità delle storie, la singolarità del racconto con la generalità dei pubblici.

E’ nella dinamica di questo rapporto, basato contemporaneamente sull’equilibrio e lo squilibrio, che trae nutrimento la relazione tra autore e pubblico, scrittore e lettore.

Altrimenti rischieremmo di emulare le avventure bibliofile di Bouvard e Pécuchet per i quali non poteva esistere nulla che non trovasse immediata corrispondenza nell’universalità del sapere, generando così un rapporto speculare, manualistico con la cultura con esiti devastanti sotto il profilo dell’esperienza. Infatti, i due, cercando ossessivamente la sicurezza nel sapere, coltivavano senza saperlo le ragioni della più profonda insicurezza.

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Anche l’autore lotta contro le insicurezze della solitudine, non c’è dubbio che il lavoro della scrittura sia solitario, una solitudine popolata di persone vere e immaginate, di eventi reali o fantastici, e quando scrive, non solo alla fine dell’opera, una parte della sua mente è spesso rivolta alla ricerca, e alla speranza, di quel miracolo che riesca trasformare il prodotto della solitudine in un bene amato e fatto proprio da una moltitudine.

L’affermazione di Internet ha modificato radicalmente i paradigmi della comunicazione e anche le modalità con cui vengono trasmesse l’esperienza e la conoscenza, questo cambiamento nasce principalmente dal fatto che Internet è una rete, e la rete ha due specificità: connettere direttamente un’infinità di soggetti e, al tempo stesso, mettere in discussione (o cancellare) il ruolo degli intermediari.

Oggi tramite la rete, i blog, l’autore ha un rapporto immediato con i pubblici e un altrettanto immediato riscontro attraverso i commenti e i ”like” ed è in grado di verificare in tempo reale l’ampiezza delle visite e il numero dei lettori.

Geert Lovink ricorda che blog è un termine che viene da web-log, la riproposizione attuale del “logbook”, il diario di bordo della antica marineria su cui venivano annotati gli eventi più significativi della navigazione.

“Questo era il blog all’origine: un racconto del viaggio che si iniziava a fare all’interno del cyberspazio”, la cronaca di una nuova esperienza che poteva diventare, da subito, esperienza condivisa e partecipata.

L’autore nel suo viaggio è libero, perché non è costretto ad accettare le condizioni degli intermediari (editori) per pubblicare, e non è più solo, in quanto costantemente in connessione con i suoi lettori.

Questa nuova dimensione apre notevoli prospettive nel campo della trasmissione delle esperienze e dei saperi, ancora in larga parte inesplorato, ma non risolve, almeno per il momento, definitivamente il tema dell’insicurezza e della solitudine dell’autore.

Un dubbio resta e riguarda la qualità dei contenuti che vengono postati in rete.

Forse è un dubbio che nasce da un luogo comune d’origine conservativa, non sfugge che negli ultimi anni anche le pubblicazioni edite nelle modalità tradizionali non sembrano affatto, nel complesso, rispettare i canoni qualitativi che erano imprescindibili nel recente passato.

Allora è preferibile la rete, libera e in cui è possibile trovare ciò che si cerca e offrire i contenuti che si desiderano proporre.

Probabilmente questa insicurezza residuale viene dall’incompletezza del feed-back, ha ragione Lovink a sostenere la necessità di aggiungere il tasto ”dislike” accanto al già presente tasto “like”, perché per un autore è sempre meglio una critica piuttosto che il silenzio.

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William Carlos Williams. La tecnica dell’immaginario

Vi sono autori che hanno il dono incredibile della contemporaneità, una virtù che ha senz’altro molto a che vedere con la nozione di futuro rappresentata in modo esauriente da Marc Augé ma anche con le loro doti intrinseche relative all’immediatezza e alla freschezza narrativa, a scapito del tempo.

Purtroppo nell’attuale contesto dell’editoria italiana, prevalentemente occupata, a parte rari casi, a promuovere frutti di lobby sorpassate o, peggio, a valorizzare scambi di favori, i grandi contributi faticano a imporsi o a riemergere.

William Carlos Williams è stato uno dei maggiori poeti americani del secolo scorso ma da noi è quasi sconosciuto. Laureatosi nel 1906 in medicina all’Università di Pennsylvania ha svolto per tutta la vita la professione di medico pediatra facendo nascere più di duemila bambini. La pratica medica non gli ha impedito di dedicarsi alla letteratura scrivendo prevalentemente la notte. Amico di Ezra Pound e James Joyce, ma anche d’artisti d’avanguardia come Marcel Duchamp e Francis Picabia, fece parte del movimento imagista. I poeti della Beat generation, in particolare Allen Ginsberg, lo considerarono un maestro e un punto di riferimento.

Qualche mese dopo la morte (marzo 1963) gli fu assegnato postumo il Premio Pulitzer grazie a quella che possiamo considerare la sua opera di maggior successo, insieme a “Nelle vene dell’America”, : “Pictures from Brueghel and Other Poems“.

La raccolta di saggi tratti da “Selected Essays of William Carlos Williams” e pubblicata in Italia nel 1981 da SugarCo con il titolo “La tecnica dell’immaginario” è presso ché introvabile a meno di non raschiare i negozi di libri usati o le provvidenziali bancarelle.

L’immaginazione di William Carlos Williams è una energia libera che si sposa con la tensione emotiva tipica delle esplorazioni selvagge, il percorso creativo non conosce limiti, le leggi sono provvisorie e gli incroci, per dirla alla Michel Leiris, le intersezioni, sono occasioni di conoscenza, passaggi obbligatori nella dinamica delle opportunità.

Sono lo spirito della frontiera, la pulsione a spostare i confini del possibile, il coraggio di mettersi in gioco le energie che William Carlos Williams mette al servizio dell’immaginazione, tutto molto diverso dall’approccio culturale europeo, a suo dire, prigioniero di uno stilismo retrospettivo, rivolto al passato e alla conservazione dei confini esistenti.

L’obiettivo della scrittura non è l’insegnamento, la pubblicità, la vendita e nemmeno la comunicazione, piuttosto lo svelamento. Lo svelamento di cosa? Dell’interiorità dell’uomo, dischiudendo il nascosto. “La differenza fra colui che svela e gli altri è che egli svela se stesso, non voi”. Anche la nascita di un bambino è uno svelamento ma quando il bambino viene inserito in un gruppo attraverso una qualsiasi pratica religiosa lo svelamento ha fine.

La promessa di una profusione illimitata viene smentita dalla prigione della distinzione. Così nasce la forma della prevaricazione e la conseguenza è la sopravvivenza, non una vita nella sua pienezza. Una vita, a suo modo, deforme. E’ forse questa la ragione per cui Marcel Proust ha scavato nella propria mente alla ricerca del tempo perduto:  a causa delle coercizioni e dei vuoti inespressi e quindi pensando a quello che avrebbe potuto essere e non è stato.

La poesia è l’occasione di dare voce agli stimoli della composizione e di espandere la forza del linguaggio e del testo oltre le gabbie formali e descrittive, oltre la tirannia del sonetto. Un modo nuovo di impiegare il linguaggio tenendo conto delle bocche dei viventi, dei dialetti, delle reali forme di espressione, della lingua in movimento.

Il racconto, in virtù della sua brevità, è il miglior modo per valorizzare una singola idea. I grandi racconti, per esempio quelli di Hemingway e di Poe hanno tutti una cornice, come i quadri. Conta la vita che c’è dentro, la vita che si anima nell’espressione.

Per William Carlos Williams quel brandello di vita deve balzare fuori dalla cornice come un pugno. Il racconto è lo schema da cui parte un pugno. Può essere un pugno filosofico come nella Repubblica di Platone, o il pugno dello Scarabeo d’oro, comunque un pugno.

Il pugno dell’arte.

Hugo Pratt. Corto Maltese

Corto Maltese è un personaggio dei fumetti creato da Hugo Pratt, la sua serie di avventure inizia con l’album “Una ballata del mare salato” (1967), storia di pirati ambientata nelle isole del Pacifico tra il 1913 e il 1915.

Corto (in argot spagnolo corto significa rapido) è marinaio e avventuriero.

Il padre è un marinaio inglese nipote di una strega dell’Isola di Man, la madre una gitana di Siviglia, la Niña di Gibraltar, modella del pittore Ingres.

Trascorre la prima infanzia a Gibilterra, poi a Cordova e studia alla Valletta alla scuola ebraica del rabbino Ezra Toledano che lo inizia ai testi dello Zohar e della Cabala. Quando Amalia, la cartomante, si accorge che il ragazzo non possiede la linea della fortuna sulla mano sinistra, Corto, con un rasoio del padre, ne incide una molto verosimile.

Porta l’orecchino all’orecchio sinistro, secondo la tradizione della marina mercantile inglese e non all’orecchio destro in uso nella marina da guerra.

Per capire Corto bisogna aver conosciuto Venezia e il suo Lido, aver, almeno una volta, perduto l’orientamento camminando per le calli umide e solitarie che affacciano sulla laguna Nord,  essersi addentrati, al Lido, tra i rovi lungo la barriera che separa i murazzi dalla sottile striscia della campagna e essere riusciti a fare queste cose in un tempo che fu, perché oggi tutto è inevitabilmente diverso.

Venezia e le sue terre sono state per secoli porte aperte verso l’oriente, spalancate su visioni magiche, diamanti e spezie ma anche sulla disponibilità a condividere culture diverse in contrapposizione con l’oscurantismo cattolico e l’odierno provincialismo.

Malamocco è un piccolo agglomerato di case posto in prossimità della punta sud del Lido. Anche a Malamocco vi sono canali ma l’aria che si respira è l’aria di un avamposto, un punto di vedetta proprio in faccia al sole che sorge a oriente. E’ da questa postazione avanzata che ha inizio la storia di Corto. In mezzo al sapore acre delle alghe lagunari scoperte dalla bassa marea  e al profumo dello sfogio (sogliola) cotto su una griglia improvvisata.

Corto Maltese è però anche la trasposizione iconografica del pensiero di Hugo Pratt  in materia di fanatismi nazionalistici, ideologici e religiosi. Un pirata di barena cosmopolita, che non accetta compromessi e quando la situazione, intorno, diventa davvero insopportabile trova sempre una porta nascosta che lo conduce improvvisamente in un’altra dimensione oppure in un posto lontano qualsiasi. Quante volte da bambini abbiamo sognato di poter fare come lui e anche oggi, oppressi da asini raglianti, talvolta in cuor nostro pensiamo che sarebbe bello accedere a quel segreto passaggio.

Corto Maltese non si pone limiti, fa amicizia con persone di ogni genere: il criminale russo Rasputin, il giovane ereditiero inglese Tristan Bantham, la strega vudù Bocca Dorata, lo sciamano Shamael e il professore universitario ceco Jeremiah Steiner. Incontra molti personaggi illustri: Jack London, Ernest Hemingway, Gabriele D’Annunzio, Herman Hesse, Butch Cassidy, il generale russo Roman von Ungern-Sternberg ed il turco Enver Pasha. Tutti lo trattano con grande rispetto perché prima di ogni altra cosa è un uomo libero.

Questo è il messaggio che Hugo Pratt affida nelle mani del suo uomo di avventura, la libertà è un sogno ma è alla nostra portata, basta avere la fantasia sufficiente e trovare una porta “sconta” (nascosta) da qualche parte nei percorsi strani della vita di ognuno di noi e volare via.

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