Marc Augé. Futuro

A Parigi, in Rue Madame 65, molto vicino ai giardini di Lussemburgo, c’è un piccolo e prezioso albergo denominato Hotel de l’avenir. Vi hanno soggiornato scrittori e artisti, ricordo in particolare Alex Munthe, scrittore e medico svedese, autore di una Storia di San Michele dedicata all’isola di Capri.

Marc Augé nel suo interessante libro “Futuro”, pubblicato in Italia nella collana Sampietrini di Bollati Boringhieri, ci spiega che il termine futuro è molto usato in italiano, mentre in francese si preferisce avenir, perché nella nostra lingua avvenire ha un’estensione più limitata.

Forse il sol dell’avvenire non è oscurato solo dalle innovazioni tecnologiche della società contemporanea, che contribuiscono a diffondere la sensazione di un avvenire già avvenuto e si sono sostituite ai miti di ieri, ma anche dalle dinamiche del consumo che trasformano automaticamente il nuovo in dejavu.

Augé segue un percorso dentro al senso e al significato di futuro, partendo da una concezione che considera il futuro una conseguenza del passato e, al contrario, considerando la posizione che lo concepisce come una nascita.

C’è, nel modo di rapportarsi al futuro, un approccio individuale, singolare e collettivo. Il singolo vede la proiezione di se stesso in avanti nel tempo condita da speranze e paure, le società hanno idee diverse sul loro destino e sullo sviluppo, l’uomo nella sua dimensione simbolica fatica a vivere senza speranze e utopie.

Non c’è futuro senza passato, perché se il passato dovesse scomparire, perderemmo la nozione di senso, saremmo dispersi in una dimensione senza soluzione di continuità. La narrazione dell’avvenire ha bisogno per esistere delle grandi narrazioni dell’origine ma è anche vero che, spesso, a valle dei drammatici iati che la storia ci riserva, è necessario ri-cominciare, vivere un nuovo inizio, rompere il continuum, come fa Don Giovanni quando concede se stesso all’inclinazione nascente dell’innamoramento.

Una rinascita che riapre il proscenio alla possibilità di esistere, fino a quando è umanamente possibile, cioè sino a quando il vecchio capitano Baudeleriano: la Morte, si occuperà di noi.

“Su andiamo Morte, vecchio capitano” scrive Baudelaire nei Fiori del male, congedandosi dall’Inferno e dal Cielo, come si conviene agli orpelli di una fantasia del passato.

“L’arte propone a tutti, e a ciascuno di noi singolarmente, l’occasione di vivere un inizio.”

Per l’artista il lavoro su un’opera nuova è un nuovo inizio, l’incipit della creazione, almeno fino a quando l’opera non è finita, compiuta e, parafrasando Benjamin, è ormai divenuta un altro da se, un oggetto disgiunto dal creatore. A quel punto tocca a noi, al pubblico, appropriarsene, attraverso un incontro che è al tempo stesso singolare e plurale e che apre a una imprevedibile sequenza di interpretazioni e sentimenti.

Flaubert ha dimostrato, creando il personaggio di Emma Bovary, di saper anticipare le illusioni e le alienazioni a venire e di poter declinare un futuro anteriore appartenendo pienamente alla sua epoca.

Come l’arte, l’innovazione, termine oggi molto usato (forse troppo), ha bisogno di un’espressione sociale per essere accettata. L’oggetto creato deve diventare un prodotto, dimostrare la sua compatibilità sotto il profilo giuridico e economico, quindi essere vendibile.

Al giorno d’oggi l’economia ha piegato alle sue leggi buona parte degli ambiti creativi, in nome di un interesse generale che spesso nasconde interessi particolari.

I processi creativi debbono invece ripartire dalle reali esigenze dell’individuo, forse soltanto in questo modo sarà possibile rifondare la società e aprire una finestra di ottimismo sul futuro della conoscenza.

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