Mario Rigoni Stern. Arboreto salvatico

Un giorno di molti anni fa, era la metà degli anni settanta, Mario Rigoni Stern venne a fare una lezione, oggi si direbbe una testimonianza, nella mia classe del liceo. L’avevo invitato io, con il permesso della docente, perché lo conoscevo in quanto era amico di famiglia. Mario entrò nell’aula piccola e lunga e dopo aver salutato, come se conoscesse tutti da tempo, prese posto dietro la cattedra. Non era un periodo facile, anche all’interno della scuola c’erano forti tensioni e contrapposizioni politiche. Alcuni miei compagni avevano accolto la notizia dell’arrivo di Mario con perplessità perché erano di destra e era nota la sua simpatia per la sinistra.

Mario raccontò della guerra di Russia, del gelo, della ritirata e di come gli alpini italiani erano riusciti ad aprirsi un varco nell’accerchiamento russo per tornare a casa. Ricordo le immagini, non le parole. Il freddo, il gelo che conquistava i vestiti e la pelle sotto. La ricerca spasmodica del cibo e del calore nelle isbe russe. Non era il racconto di una guerra ma di una immane tragedia in cui uomini di entrambi gli schieramenti lottavano per sopravvivere e per mantenere viva, nonostante tutto, la loro dignità di persone. Dopo un po’ nessuno di noi pensava più alle sterili contrapposizioni e alle baruffe di quartiere, eravamo stupiti e ammirati dalla serenità e dalla calma di un uomo che aveva vissuto quell’esperienza terribile e ne parlava senza rancore.

Ho incontrato Mario Rigoni Stern altre volte, l’ultima al salone del libro di Torino nel 2004, ma il ricordo della sua lezione rimane vivo nella mia mente come il sentimento di fratellanza e amicizia che lasciò tra noi, compagni di classe, il suo passaggio.

Nella sua intensa vita di scrittore ha pubblicato tanti bei libri a cominciare da “Il sergente nella neve”, proseguendo con “Il bosco degli urogalli”, con “Storia di Tönle” e molti altri. Il libro che vorrei segnalare è forse il più dichiaratamente naturalista e si intitola “Arboreto salvatico”.

Nell’introduzione Mario Rigoni Stern cita Anton Čechov: “Chi conosce la scienza sente che un pezzo di musica e un albero hanno qualcosa in comune, che l’uno e l’altro sono creati da leggi egualmente logiche e semplici” e racconta che lo scrittore russo possedeva in Crimea un appezzamento di terra sul quale aveva piantato alberi e cespugli, trasformandolo così da luogo sassoso e inospitale in un luogo bello e civile. Le piante e gli alberi fanno parte della nostra vita, gli antichi proteggevano i boschi e le foreste e alcuni boschi erano definiti sacri.

Ogni capitolo di Arboreto salvatico è intitolato a un diverso tipo di pianta: il larice, l’abete, il pino, la quercia, la sequoia e, in fondo alla lunga lista, il ciliegio. Brevi racconti nei quali i rami e le radici delle piante si intrecciano con la vita degli uomini e con vicende della storia o della letteratura. Una relazione che acquista forza e sostanza proseguendo nella lettura, insieme alla convinzione crescente che le piante siano una parte di noi e noi parte di loro, così come in effetti siamo per la natura.

Quando una pianta viene abbattuta per fare largo ai frutti insipidi dell’interesse economico (un parcheggio per auto, un condominio di villeggianti..) se ne va un pezzo di storia (quanti fatti ha visto accadere quella pianta, quanta gente ha visto nascere e morire?) e della nostra giovinezza.

Mario ricorda, a questo proposito, l’ultima scena del “Giardino dei ciliegi” e il pianto di Ljubov Andreevna, costretta a vendere il terreno alla speculazione, prima di abbandonarlo per sempre.

“Mio caro, dolce, meraviglioso giardino….Vita mia, giovinezza mia, felicità mia. Addio!…Addio!” E il vecchio maggiordomo Firs “rinchiuso e dimenticato dentro la casa sente in lontananza la scure che si abbatte sugli alberi.”

Jean Clair. Marcel Duchamp, il grande illusionista

A partire dal 1912 Duchamp lavorò a La Sposa messa a nudo dai suoi scapoli, (traduzione di La Mariée mise à nu par ses célibataires, même), chiamato anche Grande Vetro: questo “quadro” è formato da due enormi lastre di vetro che racchiudono lamine di metallo dipinto, polvere, e fili di piombo.

Nel 1923 lasciò l’opera definitivamente incompiuta.

Il Grande Vetro contiene e sviluppa tutta l’attività passata e futura di Duchamp, e ha dato origine a una notevole quantità di interpretazioni da farlo ritenere una delle opere più complesse e affascinanti di tutta la storia dell’arte occidentale.

Durante un trasporto, subì danni consistenti, ma l’artista decise di non riparare l’opera proprio per dimostrare di accettare, complice del caso, la completa riassunzione-integrazione nell’opera del suo carattere inerziale di “cosa”.

Dal 1954, è conservato al Philadelphia Museum of Art.

Tutta la complessa attività del Grande Vetro è descritta in dettaglio dallo stesso Duchamp, (anche se in forma frammentaria, ermetica e allusiva) nelle due raccolte di appunti, Scatola verdeScatola bianca.

Duchamp prescrive di non chiamarlo quadro, ma “macchina agricola”, “mondo in giallo” o “ritardo in vetro”. Se la seconda denominazione ha dato adito alle più disparate interpretazioni, la “macchina agricola” è un attributo facilmente riconoscibile, dalla “fioritura arborea” della Sposa ai complessi meccanismi di trebbiatura dell’”apparecchio scapolo”.

La parte inferiore del Grande Vetro è composta da un complesso meccanismo costituito dal mulino ad acqua, dalle forbici, dai setacci, dalla macinatrice di cioccolato e dai testimoni oculisti. Sopra il mulino è situato il cimitero delle livree e delle uniformi, dove i nove stampi maschi rappresentano le diverse identità dello scapolo.

Jean Clair prova a mettere in fila gran parte delle interpretazioni che hanno avuto come oggetto il Grande Vetro, da Breton sino a Deleuze e Guattari nelle  pagine dell’Antiedipo.

Una ridda infinita di intuizioni e pensieri rivolti nel tempo a capire il senso e a penetrare l’enigma, organizzati secondo tre chiavi di lettura.

La chiave esoterica (Breton, Burnham e Lebel), la chiave religiosa (Carrouges, Janis) e la chiave psicanalitica (Arturo Schwarz e René Held).

Ne viene un percorso interpretativo affascinante che se un lato sottolinea l’importanza dell’opera di Duchamp nel quadro della modernità e postmodernità dall’altro mette in luce l’aspetto enigmatico e illusorio dell’opera d’arte.

Un contesto nel quale la rappresentazione è anche, e soprattutto, finzione.

“…Se quest’opera non fosse là dove ci si ostina a vederla? Se Duchamp fosse altrove? Se la sua importanza non fosse là dove la si ripone?” prova a chiedersi Jean Clair.

E se fosse, invece, solo una magica, divertente e concreta raffigurazione di quanto, talvolta, possa essere forte la seduzione di un gesto ingannevole?

Sherwood Anderson. Winesburg, Ohio

Williams Carlos Williams ha scritto che un buon racconto è quello che trascina il lettore dentro la storia e finisce quando uno meno se l’ aspetta.

I racconti di Sherwood Anderson non hanno proprio questa struttura ma l’effetto è simile, perché quando iniziano siamo trasportati immediatamente nelle antiche atmosfere della cittadina di Winesburg, Ohio e quando finiscono ci lasciano pensierosi e incantati come in una notte d’estate profumata di erbe aromatiche, timo e liquirizia.

Il mondo di Anderson è racchiuso nella parentesi che separa l’America contadina dall’America moderna: una vita semplice, in cui i lavori sono quelli di una volta, le classi sociali ben definite e le ragazze vanno corteggiate e portate a spasso in calesse.

Le piccole comunità e i paesi raccontati hanno ancora un’anima, non sono periferie anonime o dormitori, sono centri vivi di vita.

Il pensiero dello scrittore, amico di Lee Masters e Gertrude Stein, é descritto e spiegato in particolare nel primo racconto (non saprei se è il più bello, certo il più filosofico e autobiografico): il libro delle caricature.

E’ la storia di un vecchio scrittore e di un falegname.

Le finestre della casa sono alte e lo scrittore, quando si sveglia la mattina, non riesce a scorgere la campagna, fuori, allora chiama il falegname per alzare il letto.

I due si incontrano, parlano del passato, il falegname racconta la guerra civile che ha combattuto e piange.

La sera lo scrittore per andare a letto deve aiutarsi con una sedia.

La notte sogna.  Vede le persone della sua vita in una processione di caricature, così si sveglia e scrive il libro che da il titolo al racconto.

“In principio, quando il mondo era giovane c’erano molti pensieri ma non esisteva nulla di simile a una verità. Le verità le fabbricò l’uomo e ogni verità fu composta da un grande numero di pensieri imprecisi. Così in tutto il mondo ci furono verità. Ed erano meravigliose”.

Il vecchio scrittore immagina, poi, che la gente si gettasse sulle verità impadronendosene, i più forti facendone persino incetta. Sono le verità a trasformare le persone in caricature, in falsi simulacri di se stesse, perché la sintesi tra persone e verità è impossibile.

Non a caso la caricatura più piacevole del libro delle caricature è quella del falegname, senza dubbio la più vera e anche la più amata.

Ecco, il pensiero di Anderson e i suoi racconti sono dedicati alle civiltà autentiche e di conseguenza anche ai lavori e agli uomini e alle donne autentici e noi, per quanto ci riguarda, pensiamo che è bello leggere storie di un mondo autentico riportandolo in vita a partire dalla lettura e dai nostri pensieri.

Friedrich Dürrenmatt. Il minotauro

La domanda che viene spontanea, dopo la lettura de Il Minotauro di Friedrich Dürrenmatt, è la seguente: qual è veramente il mostro, il Minotauro, lo sfortunato figlio di Minosse e Pasifae, oppure il Labirinto, l’incredibile opera di Dedalo?

Ambedue sono prodotti umani.

Il Minotauro, forse generato da Pasifae dopo l’incontro con il toro bianco di Poseidone, lo stesso che in seguito fu catturato da Ercole e prese il nome di Toro di Maratona, o soltanto figlio sfortunato e deforme di Minosse e Pasifae.

Il Labirinto, costruzione enorme e complessa, di cui nessuno conosceva davvero i percorsi che Dürrenmatt immagina rivestito di specchi.

Il labirinto custodisce il segreto del Minotauro, ma al tempo stesso racchiude il segreto della propria percorribilità, è il luogo delle biforcazioni, delle scelte e dell’andare senza la certezza del ritorno; metafora inquietante dell’impossibilità di percorrere appieno il sentiero della vita, paradigma della certezza di perdersi.

In un punto qualsiasi di questo monstrum architettonico abita il Minotauro e, grazie agli specchi che rivestono le pareti, egli è convinto di non essere solo ma accompagnato da una moltitudine di simili, così come sembra, guardando i riflessi sulle pareti che lo circondano.

Il Minotauro danza e gli specchi replicano danza e movimenti, in un’esplosione frenetica di gesti e colori.

In questa rappresentazione Dürrenmatt è di un platonismo interiore, le ombre, nella caverna degli specchi, non vengono dall’esterno ma direttamente dalla dimensione emozionale del povero Minotauro.  Sono ombre e luci interiori che manifestano una forma primitiva di espressione, ombre ripetute e replicate.

E’ anche per questa ragione che il Minotauro confuso, per certi versi affascinato dalla ripetizione, non coglie la differenza e quando se ne accorge è troppo tardi.

L’ombra diversa che avanza con fare amichevole altro non è che Teseo, il suo assassino.

C’è comunque nella storia un altro finale, forse più probabile.

Il mostro non è il Minotauro che non esiste, è invece il labirinto. Percorrendo i corridoi intricati e sconvolti viene da chiedersi perché esista una costruzione del genere, o meglio degenere, e perché per costruirla qualcuno abbia avuto il bisogno di inventare il Minotauro.

Ogni tentativo di rispondere a questa domanda, o di risolvere l’enigma con il solo aiuto del nostro pensiero, viene impedito dalla vista della nostra immagine riflessa e replicata all’infinito sulle pareti.

Viene un dubbio legittimo.

E se il nemico che stiamo cercando fossimo proprio noi stessi?

Friedrich Dürrenmatt nasce a Konolfingen nel 1921, muore a Neuchâtel nel dicembre del 1990 è uno scrittore, drammaturgo e pittore svizzero. Il Minotauro, pubblicato in Italia per i tipi di Marcos y Marcos, contiene anche una serie di disegni dell’Autore.

Il grande nord. Nicolas Vanier

Il grande Nord (Le dernier trappeur) è un film documentario del 2003, diretto e sceneggiato da Nicolas Vanier, che racconta la vita solitaria di un uomo e una donna nelle regioni dello Yukon in Canada al confine con l’Alaska.

Norman, il protagonista, vive con la sua compagna nelle foreste. L’ attività di trappeur è alla base del suo intenso rapporto con la natura.

Un trappeur è un cacciatore professionista che pratica la caccia con trappole (trapping), non per provvista di carne (fatte salve le esigenze di sopravvivenza), ma per vendere le pelli non danneggiate da colpi di fucile o da frecce.

Norman si procura da solo la maggior parte delle cose di cui ha bisogno, costruisce da sé la propria casa, la slitta, la canoa e esplora il territorio intorno per capire dove e cosa cacciare.

Ogni tanto va a Dawson City, il centro abitato più vicino, per vendere le pelli e comprare gli strumenti che servono. Ne approfitta per salutare i vecchi amici e bere qualcosa con loro. Non ama vivere in città e vorrebbe continuare a fare il cacciatore, se si riuscisse a preservare l’ambiente naturale dagli interessi speculativi delle Compagnie del legno.

Norman ha imparato a capire gli equilibri della natura e a rispettarli. È convinto che si possa vivere in armonia con la natura e considera la caccia un mezzo con il quale l’uomo contribuisce all’equilibrio dell’ecosistema, senza distruggerlo.

Lunedì sera questo bellissimo film è andato in onda su Rai 5. Grazie al servizio Rai Replay di Rai.tv è possibile rivederlo per alcuni giorni.

I luoghi dove Norman vive sono inabitati. Gli altri uomini, invece, per vivere, hanno scelto le grandi metropoli o, al massimo i paesi, un tempo avamposti della civiltà, oggi in buona parte periferie della metropoli. Ma, come recita la dicitura in testa al manifesto del film, la storia d’amore tra l’uomo e la natura deve ricominciare, soprattutto per preservare l’ambiente e rilanciare la sua integrità.

Le pagine di James Hillman, di Henry Thoureau, di Ralph Waldo Emerson e le attuali e raffinate considerazioni di Michel Maffesoli ci indicano una strada che va perseguita a tutti i costi. Una moderna Ecosofia può sostituire la malata sottocultura della società consumistica rimettendo al centro natura, ambiente e  uomo e scoprendo una nuova dimensione di vita eco compatibile e sostenibile.

Ralph Waldo Emerson. Essere poeta

Ricordo molto bene quando un signore poco brillante apostrofò un collega, che stava spiegando un progetto ambizioso, dandogli del poeta. Evidentemente il termine poeta aveva per quella persona un connotato negativo, nella migliore delle ipotesi: sognatore, nella peggiore non saprei.

Certo non aveva letto Ralph Waldo Emerson…..

“Il linguaggio è poesia fossile. Come le rocce calcaree del continente sono composte da masse infinite di conchiglie così il linguaggio è fatto di immagini o tropi che, nel loro uso secondario, da tempo hanno cessato di ricordarci la loro origine poetica.”

Ecco, le immagini, i tropi della poesia: la metafora, la metonimia, la sineddoche, come del resto pensava anche Giovan Battista Vico, non sono semplicemente strumenti estetici volti a impreziosire il linguaggio, ma necessari modi di spiegarsi, perché la poesia è  forma espressiva naturale e originaria. In questo cogliamo una forte relazione con James Hillman, i tropi di Emerson somigliano molto agli archetipi di Hillman.

Il comune denominatore è la ricerca appassionata dell’origine.

Emerson è in questa ricerca Presocratico, perché spezza il velo della caverna platonica, che ha ridotto la poesia a imitazione di illusioni, dando al poeta patente di autenticità nella sua essenza di dicitore originario. Come non pensare a Omero e alle grandi opere che sono alla base della cultura occidentale.

Essendo autentica la poesia ha un rapporto diretto con la verità “è la parola dell’uomo sul reale e non sull’apparente”.  Il poeta è l’uomo dell’inizio, il seminatore, la primigenia fonte di energia del progresso.

Questa posizione non nasce casualmente ma ha radici profonde già nel primo libro di Emerson “Natura”. E’ in un rapporto nuovo con la natura che l’uomo deve ritrovare il suo posto ripristinando un equilibrio che può darsi soltanto nella corrispondenza con il mondo naturale. Gli uomini travolti dalle illusioni dell’attualità hanno dimenticato la voce della natura, perciò devono recuperare quella connessione intima, tornare a leggerla dentro di sé, tornare a guardare «Dio e la natura faccia a faccia».

La poesia, semplicemente, è il vettore che può aiutarci a recuperare lo stato dell’essere.

Questo piccolo volume che comprende tre saggi, due dei quali inediti è uno strumento importante per comprendere la modernità di Emerson e, in fondo, anche, per riflettere sulle nostre amnesie.

Oggi, in un mondo disperatamente cinico e imprigionato nell’utilitarismo, la filosofia poetica di Emerson, così come il Pan di Hillman, ridanno valore alle emozioni umane, allo stupore, alla magia, ai sentimenti profondi che sono alle fondamenta del piacere di vivere.

Michel Maffesoli. Matrimonium, breve trattato di ecosofia

Il recente sottile, ma denso, saggio di Michel Maffesoli naviga a pieno titolo nella lama di corrente di queste pagine, si intitola “Matrimonium” con un sottotitolo: breve trattato di ecosofia.

Ecosofia è un neologismo ideato a suo tempo dal filosofo norvegese Arne Naess e nasce dalla congiunzione dei due termini Eco e Sofia, dal greco οίκος casa + σοφία  sapienza, potremmo dire quindi conoscenza dell’ambiente.

La cultura occidentale ha posto l’uomo alla sommità della catena biologica riducendo quanto resta, quindi il tutto naturale, alla condizione subordinata di strumento, materia d’uso e consumo.

Questa concezione antropocentrica ha generato la spinta verso il moderno e il disprezzo delle nostre origini naturali. La cementificazione, la distruzione delle foreste, la devastazione del mondo sono anche il risultato tangibile di un abito mentale che ha, nel contempo, anteposto alla salvaguardia del paradiso terrestre l’utopia del paradiso celeste.

In contrasto con il razionalismo classico Michel Maffesoli propone la ragione sensibile; contro il contratto sociale, un patto emotivo.

Ecosofia significa, in primo luogo, riproporre la centralità dell’ambiente, una sorta di rivoluzione copernicana che va a recuperare il valore primario della natura vivente nella sua dimensione creativa femminile.

E’ indubbio che l’esistenza contemporanea abbia bisogno di nuovi paradigmi a cui ispirarsi, proprio come il disegno necessita del colore per diventare pittura, e nell’ambito di questo percorso innovativo la ri-conoscenza della natura madre svolge un ruolo fondamentale.

“In alternativa al razionalismo paranoico appoggiato al progressismo moderno, le cui influenze sono innegabili e da cui conviene trarre il meglio, è forse utile varare un pensiero progressivo che tenga conto dell’essere nella sua interezza” scrive Maffesoli.

Ma se è vero come sottolinea Friedrich Hölderlin che “dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva”, è anche vero che l’anomalia, la deficienza, l’irrealtà possono generare un rapporto nuovo con la nostra natura intermediato  da un riconoscimento di percorsi della memoria.

Le nuove tecnologie possono essere utili in questo contesto, sono strumenti che consentono la trasmissione del sapere a partire dalla conservazione dei ricordi, archivi portatili che catturano le emozioni, inaspettati fattori costituivi di un’estetica dell’esistenza di cui  oggi e domani abbiamo e avremo molto bisogno.

Interessante e da non perdere l’intervista di Rai.tv  a Maffesoli.

Corto Maltese. Hugo Pratt

Corto Maltese è un personaggio dei fumetti creato da Hugo Pratt, la sua serie di avventure inizia con l’album “Una ballata del mare salato” (1967), storia di pirati ambientata nelle isole del Pacifico tra il 1913 e il 1915.

Corto (in argot spagnolo corto significa rapido) è marinaio e avventuriero.

Il padre è un marinaio inglese nipote di una strega dell’Isola di Man, la madre una gitana di Siviglia, la Niña di Gibraltar, modella del pittore Ingres.

Trascorre la prima infanzia a Gibilterra, poi a Cordova e studia alla Valletta alla scuola ebraica del rabbino Ezra Toledano che lo inizia ai testi dello Zohar e della Cabala. Quando Amalia, la cartomante, si accorge che il ragazzo non possiede la linea della fortuna sulla mano sinistra, Corto, con un rasoio del padre, ne incide una molto verosimile.

Porta l’orecchino all’orecchio sinistro, secondo la tradizione della marina mercantile inglese e non all’orecchio destro in uso nella marina da guerra.

Per capire Corto bisogna aver conosciuto Venezia e il suo Lido, aver, almeno una volta, perduto l’orientamento camminando per le calli umide e solitarie che affacciano sulla laguna Nord,  essersi addentrati, al Lido, tra i rovi lungo la barriera che separa i murazzi dalla sottile striscia della campagna e essere riusciti a fare queste cose in un tempo che fu, perché oggi tutto è inevitabilmente diverso.

Venezia e le sue terre sono state per secoli porte aperte verso l’oriente, spalancate su visioni magiche, diamanti e spezie ma anche sulla disponibilità a condividere culture diverse in contrapposizione con l’oscurantismo cattolico e l’odierno provincialismo.

Malamocco è un piccolo agglomerato di case posto in prossimità della punta sud del Lido. Anche a Malamocco vi sono canali ma l’aria che si respira è l’aria di un avamposto, un punto di vedetta proprio in faccia al sole che sorge a oriente. E’ da questa postazione avanzata che ha inizio la storia di Corto. In mezzo al sapore acre delle alghe lagunari scoperte dalla bassa marea  e al profumo dello sfogio (sogliola) cotto su una griglia improvvisata.

Corto Maltese è però anche la trasposizione iconografica del pensiero di Hugo Pratt  in materia di fanatismi nazionalistici, ideologici e religiosi. Un pirata di barena cosmopolita, che non accetta compromessi e quando la situazione, intorno, diventa davvero insopportabile trova sempre una porta nascosta che lo conduce improvvisamente in un’altra dimensione oppure in un posto lontano qualsiasi. Quante volte da bambini abbiamo sognato di poter fare come lui e anche oggi, oppressi da asini raglianti, talvolta in cuor nostro pensiamo che sarebbe bello accedere a quel segreto passaggio.

Corto Maltese non si pone limiti, fa amicizia con persone di ogni genere: il criminale russo Rasputin, il giovane ereditiero inglese Tristan Bantham, la strega vudù Bocca Dorata, lo sciamano Shamael e il professore universitario ceco Jeremiah Steiner. Incontra molti personaggi illustri: Jack London, Ernest Hemingway, Gabriele D’Annunzio, Herman Hesse, Butch Cassidy, il generale russo Roman von Ungern-Sternberg ed il turco Enver Pasha. Tutti lo trattano con grande rispetto perché prima di ogni altra cosa è un uomo libero.

Questo è il messaggio che Hugo Pratt affida nelle mani del suo uomo di avventura, la libertà è un sogno ma è alla nostra portata, basta avere la fantasia sufficiente e trovare una porta “sconta” (nascosta) da qualche parte nei percorsi strani della vita di ognuno di noi e volare via.

Yoko Ono. La bambina dell’oceano

Yoko Ono incontra per la prima volta John Lennon all’anteprima di una sua esibizione all’Indica Gallery di Londra, nel novembre del 1966.

John resta molto colpito dall’ironia e dall’interattività delle opere esposte, ad esempio l’installazione che prevede una scala davanti ad una tela nera e che per mezzo di specchietti consente di leggere la parola Yes. O  di una mela vera (almeno pare vera) esposta con la targhetta Mela. Quando viene a sapere che il prezzo della mela è di 200 sterline pensa a uno scherzo divertente.

Un’altra opera consiste semplicemente in un muro sul quale i visitatori sono invitati a battere un chiodo con il martello. Yoko però, in considerazione del fatto che l’esibizione deve iniziare il giorno successivo, non permette a Lennon di apporre il primo chiodo. Dopo le insistenze e una discussione con il proprietario della galleria,  Yoko Ono cede e consente a John di mettere il primo chiodo, ma solo al prezzo di 5 scellini.

Lennon allora dice: “Ti darò 5 scellini immaginari se mi lasci mettere un chiodo immaginario”.

Cominciano così a frequentarsi, dando origine a uno dei rapporti sentimentali più speciali e stravaganti del mondo dell’arte.

Yoko era nata in Giappone a Tokyo nel 1933 in ambiente altolocato e ben abbiente. E’ la figlia maggiore di Isoko Isuda, membro di una delle più ricche famiglie di banchieri giapponesi, e di Eisuke Ono, una pianista classica che aveva lasciato la carriera per lavorare in banca.

Il suo carattere viene temprato dalla tragedia della guerra e poi dalle vicende del dopoguerra con il padre prigioniero in Cina e la famiglia sfollata e impoverita.

Successivamente la famiglia Ono si trasferisce in America a Scarsdale, New York. Yoko frequenta il Sarah Lawrence College. Già dai tempi del college Yoko ama circondarsi di artisti, poeti e personalità dalla vita bohemienne, in continua ricerca di libertà espressiva. Visita le gallerie d’arte e partecipa a eventi artistici in città, spinta dal desiderio di poter esporre, prima o poi, i suoi lavori.

La bambina dell’oceano, coerentemente al significato del suo nome, ha una personalità forte e spumeggiante.

Yoko Ono è tra i primi artisti ad esplorare l’arte concettuale e le performance. In Cut Piece è seduta su un palco e invita il pubblico a tagliare con le forbici i suoi vestiti fino a restare nuda. Un altro esempio di arte concettuale è il libro Grapefruit (Pompelmo) edito per la prima volta nel 1964, che comprende strane istruzioni Zen da completare nella mente del lettore.  Il libro, distribuito da Simon and Schuster, ha numerose riedizioni e ristampe.

Yoko Ono ha diretto film sperimentali, ottiene successo con  Four del 1966,  anche conosciuto con il titolo Bottoms. Il film consiste in molte inquadrature di natiche di persone che camminano su una pedana mobile. Lo schermo è suddiviso in quattro parti in modo similare alla fessura e alla piega orizzontale dei glutei. La colonna sonora consiste in interviste alle persone filmate o a coloro che hanno collaborato al progetto. Nel 1996, la Swatch ha prodotto un orologio in edizione limitata per commemorare il film.

Yoko ha molta influenza su John ma al contrario, di quanto possano pensare i fan più integralisti del quartetto di Liverpool, un’influsso utile, positivo e molto gradito da Lennon stesso.

John Lennon ricorda Yoko in molte canzoni. Quando era ancora nei Beatles scrive The Ballad of John and Yoko, poi la ricorda in Oh Yoko, Dear Yoko e Julia, una canzone dedicata alla madre, dove un verso recita “Ocean child calls me, so I sing a song of love”.

“La bambina dell’oceano mi chiama e io canto una canzone d’amore”.

David Hockney. Me draw on iPad

David Hockney, con grande sconcerto dei puristi, dei galleristi e ovviamente dei mercanti d’arte, si è recentemente dedicato anche al digital finger painting usando allo scopo i moderni device come iPad e le applicazioni  paint brush.

I lavori che nascono e che lui puntualmente posta agli amici danno l’idea di quanto questi strumenti possano contribuire allo sviluppo dell’arte contemporanea. Certo l’effetto può essere dirompente per il mercato dell’arte, come del resto lo è stato per la musica, ma un artista che è nato con la pop art e ha sempre cercato di essere all’avanguardia non può che amare e desiderare la discontinuità.

Artisticamente Hockney nasce giovanissimo, possiamo persino pensare che è sempre stato un artista sin da quando ha frequentato il Bradford College of Art e il Royal College of Art di Londra. Nato a Bradford in Inghilterra nel 1937,  segue da vicino la nascita della pop art  ma le sue prime opere mostrano anche elementi espressionisti e assomigliano molto a alcuni lavori di Francis Bacon.

Negli anni sessanta visita New York e conosce Andy Warhol. Poi va in California e decide di trasferirsi. In California, dove vive, viene ispirato dalle piscine che fanno da pendant alle case, così realizza una serie di quadri di piscine a Los Angeles, utilizzando l’acrilico e uno stile  realistico con colori vivaci.

David Hockney  lavora utilizzando anche la fotografia, più precisamente, il foto collage. Hockney ha creato questi fotomontaggi per lo più tra il 1970 e il 1986. Un numero variabile di scatti Polaroid di un unico soggetto che producono un patchwork. Le fotografie sono prese da prospettive differenti e in tempi leggermente diversi.  Il risultato è un lavoro che ha molta affinità con il Cubismo. Quando si osserva la composizione finale, emerge anche la trama del racconto, come se lo spettatore si muovesse dentro la composizione, dentro il quadro.

La Pop  Art inizia in Inghilterra con Richard Hamilton e David Hockney. Ma quando Hockney si trasferisce in California all’inizio degli anni sessanta, la natura, il mare, il sole, il cielo, l’acqua entrano prepotentemente nella sua proposta artistica accentuandone il connotato naturalistico.  A Bigger Splash è senza dubbio l’icona di questo modo di dipingere accentuando lo scarto anche visivo tra la razionalità architettonica e l’esplosione esuberante dello splash nell’acqua. L’uomo è assente, sono presenti solo i suoi oggetti, una sedia vuota;  il mondo è congelato.

Ma l’esplosione d’acqua è, anch’essa, il prodotto di un uomo, un uomo che improvvisamente decide di  rompere l’equilibrio. Il risultato sono impercettibili crepe che cominciano a mettere in discussione l’impianto razionale.

Ricordiamo che dai tempi più antichi il tuffo è  un’allegoria del rischio e quindi del cambiamento.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 296 other followers