Machiko Kusahara. Presenza, assenza e conoscenza nella Telerobotics Art

9780262571548

Il breve saggio di Machiko Kusahara contenuto nel volume edito da Ken Goldberg “The robot in the garden”, telerobotica e telepistemologia nell’età di Internet, suggerisce due percorsi di riflessione, il primo rammenta che tale genere di contributi va affrontato con incursioni mirate nel testo a prescindere dalla apparente linearità, la seconda che nella vita contemporanea una delle questioni principali concerne la realtà e la sua posizione nel tempo e dello spazio.

La moderna tecnologia consente di osservare e manipolare oggetti che sono distanti dal soggetto, comprese le persone, a questo riguardo come non citare una delle migliori serie televisive attuali “Person of interest”, trasmessa dalla CBS e prodotta da Bad Robot Production e Warner Bros, in cui Harold Finch e John Reese usando la Macchina, sofisticato sistema di video sorveglianza, entrano nelle vite degli altri condizionandole.

Machiko Kusahara spiega come le recenti applicazioni di arte telerobotica affrontino il problema della manipolazione degli oggetti e delle persone soffermandosi ad analizzare alcuni temi relativi, in modo diverso, alla conoscenza, l’esperienza, la presenza e l’assenza.

C’è un notevole cambio di scenario rispetto alle riflessioni di Walter Benjamin sulla riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, così come, citando un altro autore a noi caro, c’è differenza con le modalità artistiche di Richard Long, in ambedue i casi la fotografia concorre a decostruire i fondamenti sui quali vive e si manifesta il concetto di aura, l’hic et nunc, il valore insito nella riproposizione materica dell’opera d’arte pittorica.

La fotografia incarna il significato della lontananza documentando però una realtà racchiusa in una dimensione spaziale certa, quindi annulla il tempo salvando nel contempo lo spazio che rappresenta.

La fotografia infatti prova che l’oggetto o la persona fotografati erano veramente là, racchiusi in un contesto ben definito.

La televisione, invece, con le sue dirette e le differite trasforma la dimensione del “qui e ora” in un “laggiù e ora”, proponendo un nuovo paradigma, quello della lontananza contemporanea.

Un frammento di porzione di spazio, che esiste realmente da qualche parte, viene trasportato in tempo reale davanti agli occhi degli spettatori.

4162047723_5198687b76

Internet completa il processo di disaccoppiamento degli oggetti e delle persone da una dimensione spaziale definita e definibile, infatti oggi non è per niente sicuro che ciò che si sta vedendo in rete stia accadendo, o sia accaduto, da qualche parte. Quindi, senza che ce ne accorgiamo distintamente, il nostro orizzonte culturale impone nuove categorie di interpretazione che hanno a che vedere con le nostre relazioni fisiche e psicologiche con lo spazio, il tempo, gli oggetti e i corpi.

La telerobotica rende possibile la rappresentazione di qualcuno in un posto lontano attraverso la rete, ma siamo sicuri che siano effettivamente visioni reali considerando il fatto che la moderna tecnologia digitale consente, attraverso la computer grafica e la realtà virtuale, di proporre corporeità fittizie o presenze disincarnate?

Non possiamo ammettere con sicurezza che ciò che stiamo vedendo e sentendo sia reale,  un po’, suggerisce Machiko Kusahara, come accade quando siamo condotti a visitare un giardino giapponese, nel quale realtà e immaginazione si confondono a causa dei richiami metaforici che le pietre e la disposizione delle piante concorrono a produrre.

Ogni roccia, ruscello, albero, arbusto infatti richiama una precisa scena poetica o un evento mitologico.

Vi sono in questi giardini due ambiti che si compenetrano e si confondono: lo spazio reale e la dimensione della immaginazione e della fantasia.

L’arte contemporanea che impiega la telerobotica prova a riproporre in modo sintetico la dialettica tra la realtà e la fantasia del giardino giapponese costringendoci a prendere in considerazione le relazioni tra lo spazio prossimo, distante e virtuale.

Questo genere di esperienze, come ad esempio le performance di Stelarc, ci possono far riflettere sulla reale natura della società dei media e sui suoi profondi impatti sui meccanismi della conoscenza umana.

HUMAN+stelarc

Steward Brand. Come le costruzioni imparano e cosa succede dopo che sono state costruite

images

Un libro che è disponibile purtroppo solo in lingua inglese e propone un modo originale di considerare il rapporto tra architettura e reali bisogni umani attraverso una disamina di molti esempi e storie di costruzioni nel vecchio e nuovo continente.

Al fondamento della ricerca c’è l’obiettivo di preservare e restaurare le antiche costruzioni evitando che l’intossicazione del tempo comporti uno stravolgimento completo del loro assetto fino alla definitiva demolizione e scomparsa.

Steward Brand, a tale scopo, propone un modello di interpretazione che definisce delle 6 S.

Sito: la posizione geografica, la collocazione urbana, lo specifico lotto occupato, i suoi confini e il contesto in cui è inserito. Il sito è di per sé eterno.

Struttura: le fondamenta e gli elementi portanti sono difficili e costosi da cambiare, così le persone non li toccano. Le strutture infatti hanno un arco di vita che va dai 30 ai 300 anni.

Skin, la pelle: la superficie esterna viene trasformata più o meno ogni vent’anni, per stare al passo con la moda, la tecnologia o per riparazioni provvisorie. La recente attenzione ai costi di energia ha portato a rivedere le superfici che ora sono a tenuta d’aria e meglio isolate.

Servizi: sono le interiora operanti di una costruzione. I sistemi di comunicazione, i cavi elettrici, le tubazioni, i sistemi di distribuzione, ventilazione e aria condizionata e le parti semoventi, come gli ascensori. In questo caso l’obsolescenza varia dai 7 ai 15 anni. Molti palazzi vengono demoliti prima quando il loro sistema di servizi risulta troppo antiquato e profondamente incorporato nella struttura.

Space Plan, la planimetria: il layout interno, i muri, i soffitti, i pavimenti e le porte. In presenza di una eccessiva attenzione alle dinamiche commerciali possono essere modificati ogni tre anni, case più quiete possono attendere anche 30 anni.

Stuff, materiali vari: sedie, tavoli, telefoni e citofoni, cucine, lampade ecc, cose che hanno un ciclo di vita molto ridotto e volatile.

how_buildings_learn

I cicli di vita delle distinte componenti però non sono coerenti tra loro e chiunque abbia anche una vaga nozione di pianificazione reticolare sa che l’individuazione del percorso critico, cioè l’attività che comporta la durata maggiore, è essenziale per determinare la durata complessiva dell’intero processo/progetto.

Una costruzione non può essere considerata in modo diverso da un sistema complesso che comprende diversi strati che interagiscono tra loro e intervalli di tempo nei quali tendono a essere rinnovati, per cui sono gli edifici che ci governano tramite queste stratificazioni almeno più di quanto crediamo di governarli.

L’aspetto più sorprendente e sul quale riflettere viene da una suggestione contenuta in “Concetto gerarchico di ecosistema” di Robert V. O’Neill, in questo saggio gli autori sottolineano che un ecosistema può essere meglio compreso osservando i tassi di cambiamento dei differenti componenti.

In  natura, indiscutibilmente, colibrì e fiori hanno ritmi veloci, mentre i grandi alberi ritmi lenti e anche l’intero tasso di sviluppo della foresta è lento. Molte iterazioni avvengono in ambiti ristretti, i colibrì e i fiori prestano attenzione al loro contesto dimenticando i grandi alberi e i grandi alberi non si curano affatto di loro. Nel frattempo la foresta è attenta ai cambiamenti del clima ma non al destino dei singoli alberi.

L’intuizione che ne consegue è che “la dinamica del sistema viene dominata dalle sue componenti lente, le componenti rapide invece sono soggette al contesto”.

La lentezza vincola e controlla la rapidità.

La stessa cosa avviene negli edifici, sono le parti lente a determinare l’eventuale sviluppo e il cambiamento, non quelle soggette a un tasso veloce di mutamento.

I processi lenti di una costruzione assorbono gradualmente i fenomeni in rapido cambiamento. Le componenti veloci propongono, quelle lente dispongono.

“La lentezza è salutare. Molte delle più salutari evoluzioni di città possono essere spiegate partendo dalla constatazione di una risoluta conservazione del loro Sito”.

Una lettura da consigliare a tutti ma soprattutto a quel genere, purtroppo diffuso, di architetti che si accanisce a snaturare l’ambiente urbano demolendo splendidi e antichi edifici per lasciar posto a moderne effimere brutture.

Stewart-Brand-for-lecture

La seduzione delle immagini

john-lennon1

John_Lennon_002

“Imagine there’s no heaven

It’s easy if you try

No hell below us

Above us only sky

Imagine all the people

living for today…..”

“Imagine” è un brano musicale di John Lennon pubblicato, nell’album omonimo, per la prima volta nel 1971, e può essere non a torto considerato l’inno nazionale del paese dell’immaginazione, quando l’uso della mente e delle sue proprietà erano prerogative individuali e la voglia di immaginare un mondo diverso e migliore poteva ancora diffondersi nella forma di un’immaginazione collettiva, libera dai vincoli e dai modelli standardizzati della società dello spettacolo.

La vita artistica di John Lennon è un percorso che si è svolto attraverso la ricerca costante del rovesciamento dei paradigmi, non trasgressione fine a se stessa ma piuttosto tensione continua alla scoperta del nuovo e alla sua rappresentazione. Non è solo la proposta musicale che cambia, progressivamente, andando a esplorare sonorità diverse ma muta anche il corpo e l’immagine di sé.

La galleria di foto che nel tempo fissano il volto e le fattezze del musicista inglese è un’evidente apologia della differenza, Lennon non è mai lo stesso, come se la mutazione fisica sia automatica conseguenza dell’evoluzione del suo itinerario artistico.

L’immaginazione non è quindi limitata al processo mentale ma pervade la materia e la fisicità, la mente, infatti, può cambiare il mondo, quello esterno e quello intimo.

Le immagini fissano su uno schermo o sulla carta un istante di tempo sottraendolo al divenire, trasformano il tempo in spazio, il soggetto in oggetto.

Le immagini sono, però, divenute i mattoni su cui poggia la moderna società dello spettacolo, ove la qualità umana viene rappresentata solo se è funzionale al progetto di comunicazione, degna o indegna l’importante è che sia fruibile e quindi vendibile. Non c’è spazio in questo progetto per l’irrazionalità che non può essere pianificata, per lo sfrido intellettuale che viene considerato uno scarto del prodotto, per le qualità spirituali che non siano rigidamente funzionali allo scopo e quindi alla vendita.

Così facendo viene a prodursi un processo articolato di scomposizione ove alle immagini viventi è sottratto prima il colore, poi il suono e il profumo, quindi la musica e la poesia. Le immagini sono strappate dalla trama della storia e rimane solamente il ricordo dell’ordito, quand’esso non si confonda e  si perda nella memoria.

“Lo spettacolo, come organizzazione sociale presente della paralisi della storia e della memoria, dell’abbandono della storia eretto sulla base del tempo storico, è la falsa coscienza del tempo” scrive Guy Debord, e pensando al processo di diffusione capillare di uno spettacolo fatto di immagini della realtà che in molti casi anticipano, travalicano e superano la realtà stessa è difficile non convenire.

guy_debord1

Non c’è dubbio che John Lennon sia diventato merce e anche Che Guevara, per fare un’altro esempio, sia diventato merce e molti altri simboli e simulacri del nostro tempo abbiano oggi più ragione di essere come forme (significanti) che come soggetti reali in stretta relazione con un contenuto effettivo.

E a noi rimane solo la possibilità di ricordare, per questo è importante la memoria sottratta “alla falsa coscienza del tempo” e sono importanti le collezioni di immagini che comunque ci aiutano, agitano le memorie incise nella mente in un istante di tempo passato.

Internet da questo punto di vista ha prodotto una sostanziale novità, ridisegnando i confini spazio temporali. In tal modo possono essere messi in discussione anche i concetti di tempo di fruizione e di lavoro creativo.

Il prodotto non può essere più sottratto alla creatività del produttore e rigidamente compresso in una dimensione spaziale definita, perché in Internet non sono dati limiti di spazio e tempo alla produzione come alla fruizione e, quindi, in prospettiva, nemmeno alla memoria e al ricordo.

Probabilmente l’immagine più famosa della nuova epoca, dell’intelligenza artificiale, viene dalla mente e dalla penna di Susan Kare, è il cestino, che in basso a destra sullo schermo, ha accompagnato dal primo inizio la storia della Apple e del suo Mac.

La madre di tutte le icone, innumerevole teoria di piccole immagini che popolano gli store delle applicazioni per smartphone e tablet, ma al tempo stesso il simbolo di un mondo nel quale ciò che appare non sempre è.

Infatti il cestino di Susan è un cestino strano che non cancella in modo definitivo file, immagini e tanto meno i ricordi.

susan-kare-trash

Marcel Proust e Jan Vermeer. Un piccolo lembo di muro giallo

Vermeer_Johannes_View_Of_Delft

“Morì nelle seguenti circostanze: in seguito a una crisi, abbastanza leggera di uremia, gli era stato prescritto il riposo. Ma poiché un critico aveva scritto che nella Veduta di Delft di Vermeer (prestata al museo dell’Aja per una mostra di pittura olandese), quadro che egli adorava e credeva di conoscere alla perfezione, un piccolo lembo di muro giallo (di cui non ricordava) era dipinto così bene da far pensare, se lo si guardava isolatamente, a una preziosa opera d’arte cinese, d’una bellezza che poteva bastare a se stessa, Bergotte mangiò un po’ di patate, uscì di casa e andò alla mostra”.

Così Marcel Proust racconta nel libro “La prigioniera”, libro capitolo della sua grande opera “Alla ricerca del tempo perduto” le ultime ore di vita di Bergotte, il grande scrittore, la trasposizione letteraria di Anatole France.

Qui Proust è, a mio parere, immenso e suggestivamente contemporaneo, perché riesce a mescolare la pittura seicentesca con il fantastico insinuante (Baudrillard), cogliendo nel percorso dell’umana contemplazione, apparentemente statica (puntuale e analitica), la dinamica del passaggio verso una via di fuga (ultima e definitiva), rimanendo comunque ancorato al quadro dell’illusione utopica della resurrezione, anche se messa in dubbio a tratti dalla luce dell’improbabile oltre l’umano, senza però correre il rischio di una dichiarazione evidente di impossibilità.

Vermeer per Proust è solo uno strumento, perché maestro del dettaglio. Come molti contemporanei usava la camera oscura per rendere evidenti i particolari.

Nel suo libro “Il segreto svelato, tecniche e capolavori dei maestri antichi” David Hockney, noto pittore inglese, rifacendosi ai numerosi studi sull’utilizzo di strumenti ottici nella pittura  del cinque seicento, sostiene che Vermeer, come molti altri pittori della sua epoca, usasse la camera oscura per definire l’esatta fisionomia dei personaggi raffigurati e la precisa posizione degli oggetti nella composizione dei dipinti.

Quindi lasciamo Vermeer e torniamo a Proust.

Marcel Proust

Bergotte sta poco bene, è preso dalle vertigini ma vuole vedere il “piccolo lembo di muro giallo” che altre volte gli era sfuggito e finalmente lo vede, l’osserva attentamente nonostante l’aumentare delle vertigini.

“E’ così che avrei dovuto scrivere, pensava. I miei ultimi libri sono troppo secchi, avrei dovuto stendere più strati di colore, rendere la mia frase preziosa in sé, come quel piccolo lembo di muro giallo”.

Vermeer usava una tecnica particolare nota come pointillé, da non confondere con il pointillisme, in grado di ottenere colori trasparenti applicando sulle tele il colore a punti piccoli e ravvicinati. Ecco la preziosa arte cinese, non più strati di colore ma punti mescolando il colore con il blu oltremare e i lapislazzuli.

Guardando il quadro notiamo che i muri gialli sono a sinistra, alla sinistra del quadro come direbbe Kandinsky, non alla nostra ma alla sinistra propria dell’immagine, i muri gialli impreziositi da una luce passante che trascura gli altri colori evidenziando i gialli.

“Un nuovo colpo l’abbatté, dal divano rotolò per terra, facendo accorrere tutti i visitatori e i guardiani. Era morto. Morto per sempre? Chi può dirlo?”

Scrive Proust documentando la morte del suo maestro Bergotte. A sinistra del quadro il muro giallo pareva a Bergotte proprio come una farfalla, del medesimo colore del muro, che stendeva le ali prima di muoverle verso quell’apertura libera suggerita da Kandinsky. Non possiamo dimenticare che Bergotte era un clandestino della società, uno che non amava mescolarsi con gli altri e tanto meno con la mondanità dei suoi tempi. Per comprendere il significato vero del suo passage non occorre avventurarsi in considerazioni pseudo scientifiche o neo strutturaliste ma semplicemente riflettere sui concetti di universale e particolare.

Lo spazio della pittura e le vie di fuga che esso sottende aprono punti ciechi che vanno al di là dell’immagine, Bergotte si è voluto porre nel bel mezzo di questo percorso, e incompreso, in quanto volontariamente escluso, ha trovato nell’esclusione di un particolare, fino allora non considerato, il pretesto per accedere all’inconoscibile universale.

“Lo seppellirono, ma per tutta la notte, prima dei funerali, nelle vetrine illuminate, i suoi libri, disposti a tre per tre, vegliarono come angeli dalle ali spiegate, sembrando, per colui che non era più, un simbolo di resurrezione”.

la prigioniera

Kurt Vonnegut. Etica e libera scelta

vonnegut

L’ultimo libro de La Repubblica di Platone racconta il mito di Er.

Er è un soldato che muore in battaglia e, come usava a quei tempi, viene composto per essere arso sulla pira. Mentre sta per essere bruciato si sveglia e racconta ciò che ha visto nell’al di là.

Ha visto un araldo parlare alle anime effimere a nome di Lachesi, una delle tre Moire.  Lachesi, figlia di Ananke: la Necessità. Un ciclo di esistenze si è concluso e si prospetta una nuova possibilità di vita, le anime vengono chiamate in adunata. L’araldo lancia in aria i numeri e assegna l’ordine.

Sarete voi, dice, a scegliere il genere di vita a cui sarete congiunti.  “La virtù è senza padrone e ciascuno ne avrà di più o di meno a seconda che la onori o la spregi. La responsabilità è di chi sceglie”. Quindi ognuno è libero di scegliere il proprio “demone”, intendendosi per demone una combinazione tra la raffigurazione del modello etico di riferimento e il tipo di vita dopo la reincarnazione.

Il condizionamento del caso è centrale nella vita di ognuno, ma si può scegliere liberamente tra diverse opportunità. Se nella vita di un uomo il caso è il primo elemento influenzante, la libertà di scelta è il secondo. Una volta scelto non sarà possibile tornare indietro.

La vita umana è condizionata dalla ineluttabilità delle scelte e dall’etica che le governa.

L’opera di Kurt Vonnegut è fortemente correlata con questi temi, in particolare nel romanzo Ghiaccio 9, traduzione italiana dell’originale Cat’s Cradle. Sulla copertina dell’edizione originale è illustrato il significato del titolo. Dalle nostre parti il gioco si chiama, se non sbaglio, “gioco della matassa” e consiste nel manipolare con le mani una matassa di filo creando varie forme e passando poi, senza danni, la composizione a un’altra persona. Le figure hanno un nome, abitualmente si inizia dalla culla. Cradle, appunto. La cesta del gatto.

Catscradle Image

L’idea del Ghiaccio 9 viene a Felix Hoenikker, scienziato, uno dei “padri” della bomba atomica e premio Nobel, dopo aver ricevuto, da parte della marina americana, la richiesta di inventare una sostanza, che solidificando il fango, permettesse ai Marines di evitare di combattere nella melma. Gli viene proprio nel momento in cui sganciano la bomba su Hiroshima e lo scienziato sta componendo una cesta di gatto con la matassa di filo.

Anche le tre Moire lavoravano il filo. Cloto (la nascita) filava lo stame della vita, Lachesi (il destino) avvolgeva, Atropo (l’inevitabilità della morte) tagliava. E la trama di Ghiaccio 9 segue un percorso a tratti lineare a tratti discontinuo che manifesta congruenze e  incongruenze tipiche della vita. La microparticella scoperta da Hoenikker è in grado di cristallizzare e congelare istantaneamente l’acqua e provocare una reazione a catena in grado di congelare tutta l’acqua del pianeta, con conseguenze catastrofiche. Gli eventi che si susseguono nel racconto, gli incroci, le combinazioni tra caso e necessità conducono inevitabilmente all’accadimento finale, il disastro generale.

Vonnegut scherzava, buttando la cosa in commedia, quando veniva definito uno scrittore di fantascienza, segnalando anche come fosse naturale per i critici letterari, laureati in letteratura, nutrire un malcelato disprezzo per questo settore. “Non lo sapevo mica. Pensavo di aver scritto un romanzo sulla vita, sulle cose che mi tocca vedere e ascoltare a Schenectady, una città più che reale, un’inquietante presenza nel nostro quotidiano già tanto spaventoso” scrive commentando l’attribuzione del suo romanzo Punto Meccanico al campo fantascientifico.

Perché Vonnegut era uno scrittore spiazzante che combinava la commedia con lo humor nero, la scienza con le relazioni umane osservando il nostro mondo e le sue cosiddette sorti progressive con lo sguardo disincantato di un extraterrestre, un alieno che certo possedeva molta più umanità dell’umanità stessa.

E sempre attento al costante richiamo dell’etica, pur nella libera scelta.
LE MOIRE

Mario Perniola. L’estetica contemporanea

2157

Ho conosciuto, la prima volta da lontano, Mario Perniola negli ultimi anni settanta grazie al suo “Georges Bataille e il negativo”, di cui conservo gelosamente una copia per i tipi di Feltrinelli,  largamente usata e consultata nella stesura della mia tesi di laurea. Un autore importante, Bataille, e davvero visionario per le sue intuizioni originali in materia di desiderio, eccesso, dépense e marginalità sociale.

L’estetica contemporanea è un lavoro che si svolge assecondando percorsi ispirati dalle tensioni della vita, superando e di fatto contravvenendo la costruzione ragionevole di una dimensione unitaria. Un pensiero disorganico che segue il fluire delle pulsioni vitali: vita, forma, conoscenza, azione, sentire, cultura.  In questi ambiti apparentemente distinti, ma in realtà intimamente connessi quasi fossero capillari venosi, Mario Perniola individua i principali movimenti dell’estetica illustrandoli e spiegandoli con precisione e chiarezza: da Dilthey a Foucault (estetica della vita), da Wölfflin a McLuhan e Lyotard (estetica della forma), da Croce a Goodman (estetica e conoscenza), da Dewey a Bloom (estetica e azione). Trattando il tema del sentire emerge la passione dell’Autore per i territori impervi della sensibilità e della affettività (Bataille, Blanchot, Klossowski).

Ma vi sono anche riflessioni che ben si coniugano con i contenuti della nostra ricerca, come quella sul filosofo italiano, poco conosciuto al grande pubblico, Luigi Pareyson per il quale le “anime belle” sono di nichilisti riconciliati con la vita, atei lontani dalla filosofia che evoca i territori del rischio e delle sfide impossibili. La realtà è per Pareyson un’entità separata dal pensiero e l’uomo moderno la guarda con uno stupore ragionevole.  Lo stesso stupore che nutre di fronte alla sofferenza e all’altalenante susseguirsi delle dinamiche di umiliazione e rinascita.

368711_O

Anche il discorso e la scrittura, come forme di espressione, debbono essere considerate in modo diverso e l’opera di Jacques Derrida “Della grammatologia” spiega quanto il processo di asservimento del segno alla voce sia legato all’antica considerazione del logos, il discorso, inteso come origine della verità. La scrittura, il “tessuto dei segni”, proiezione esterna e tangibile del linguaggio rivendica la precedenza, costruita attraverso l’intreccio con le forme d’arte primordiale e le descrizioni naturali.

La scrittura, prodotto del disaccoppiamento del segno dal linguaggio è anche metafora di estraniamento, è vero è separata dalla persona, di cui è espressione periferica, ma non per questo è limitata, anzi ripropone in forma originale il tema dell’identità attraverso la differenza, la ripetizione e la duplicazione.

L’arte contemporanea invece ha perso identità, è arte ciò che viene presentato e rappresentato nel campo dell’arte, a prescindere da ogni considerazione estetica, comprese le categorie del bello e del brutto. E’ il mercato a definire l’effettivo status di opera d’arte. Sono i campi e gli scompartimenti a dare l’imprimatur d’arte e cultura agli oggetti e agli uomini che contengono. Almeno per il pubblico.

L’estetica occidentale, trasfigurata dalle logiche di mercato, sfiorisce di fronte alle acute pagine orientali di Li Zehou che descrive il passaggio da un mondo mitico popolato di creature fantastiche al mondo moderno e che prevede nel percorso di un futuro, riconoscente del passato, la possibile riscoperta della bellezza e dell’educazione estetica.

taotieh

Graziano Graziani. Stati d’eccezione

Questo libro racconta una moltitudine di storie che hanno per oggetto gli Stati d’eccezione, cioè micro nazioni sorte per volontà di singoli, di piccoli gruppi, oppure frutto di scherzi della storia, prodotto delle amnesie di grandi potenze trascurando l’annessione di lembi di territorio, isole sperdute e piattaforme costruite per scopi militari o anche opere della fantasia.

L’autore, nell’introduzione, spiega che la sua ricerca è stata svolta in gran parte sul web, del resto la rete è una miniera d’oro in materia d’informazioni e suggestioni che in modi diversi è praticamente impossibile reperire.

Un lavoro importante, perché certifica l’uso del web come strumento creativo, Internet è ambito nel quale è possibile navigare in libertà, fare scoperte, a dispetto della sua apparente dimensione irreale, entrare in relazione con entità sociali e culturali, cercare e trovare forme di contaminazione artistica e letteraria.

Le micro nazioni comunque non sono tutte eguali.

Graziani le distingue utilizzando alcune categorie di riferimento che diventano, infine, utili items per comporre l’indice. Vi sono isole felici come Sealand, la Repubblica di Minerva e l’Isola delle rose;  anomalie storiche, il principato di Seborga, Redonda, Tavolara dei re pastori; opere d’arte, fisiche e virtuali, Ladonia, Kugelmugel, Likbekistan; i quartieri liberati, i piccoli territori, le azioni di protesta, le rivolte contro l’autorità e per finire le Distopie, cioè quelle realizzazioni utopiche negative a tutti gli effetti, micro stati canaglia o virtualità truffaldine.

Un quadro vasto e completo, dal quale forse sfuggono alcuni esemplari minori, che offre la possibilità di scoprire autentiche curiosità, entrare in grandi leggende, una per tutte quella dei templari di Seborga, e soprattutto sognare mondi alternativi, liberi dalle oppressioni burocratiche degli stati, piccole comunità autogestite.

Il tutto raccontato usando uno stile lieve e preciso, per nulla ridondante, anche nei casi in cui la singolarità dei fatti o le stranezze riscontrate condurrebbero inevitabilmente nel campo dell’ironia.

In un mondo nel quale imperano le leggi dell’economia globale e dove le agenzie di rating influenzano profondamente la stabilità economica e socio politica degli stati sovrani sembra impossibile possano esistere luoghi diversi, fisici e virtuali, in cui vigono leggi particolari, la moneta si chiama “capezzolo” o l’inno nazionale si esegue semplicemente gettando un sasso nell’acqua.

Come non approvare, del resto, fino in fondo, il dettato dei sedici articoli della costituzione del Regno di Elgaland-Vargaland e soprattutto l’ultimo, il sedicesimo, cha sancisce il “diritto alla vita eterna”?

Territori reali o fantastici, luoghi un tempo approdo di baleniere e pirati, spicchi di volontà e immaginazione, sono ancora oggi lì, con le loro bandiere, a raccontarci che la voglia di libertà dell’uomo è davvero un sentimento inestirpabile e ancorato strettamente nei gangli della sua intima essenza.

Steven Johnson. Tutto quello che fa male ti fa bene

“Questo libro è un lavoro di persuasione vecchio stile, che in ultima istanza mira a convincervi di una cosa: la cultura di massa negli ultimi trent’anni è diventata, in media, più complessa e intellettualmente impegnativa”.

Steven Johnson studioso di neuro scienza, giornalista e scrittore, dopo il successo del suo libro “La nuova scienza dei sistemi emergenti” si è dato il difficile compito di spiegarci e, conseguentemente, convincerci del fatto che la dimensione multimediale non solo non ottunde le nostre capacità mentali ma al contrario le potenzia e le sviluppa.

Per sostenere, anche empiricamente, la sua tesi fa riferimento a una ricerca avviata negli anni settanta dal filosofo americano James Flynn allo scopo di confutare una ricerca precedente che aveva indicato una presunta diversità tra i QI (quozienti di intelligenza) di campioni di popolazione bianca rispetto ad altri di popolazione nera, quello che Flynn scopre è che il QI di tutta la popolazione americana è aumentato con un tasso di crescita accentuato soprattutto negli ultimi decenni.

Questo incremento, l’effetto Flynn, non sembra derivare né dall’indubbio miglioramento dell’alimentazione né dall’istruzione. Ma se i cambiamenti cognitivi non sono generati da questi fattori, da dove hanno origine? Dalla complessità ambientale, come sostiene la psicologa sociale Carmi Schooler, dagli stimoli che l’ambiente moderno offre,  dalle decisioni che dobbiamo prendere, dalla incertezza delle conseguenze,  tutti elementi che aumentano notevolmente il nostro sforzo cognitivo.

Johnson compie un accurato percorso di analisi dei principali media, dai video giochi a Internet, allo scopo di dimostrare quanto sia aumentata negli ultimi anni la complessità di gestione di strumenti interattivi come i videogiochi,  come siano diventate più complicate le strutture narrative delle serie di maggior ascolto e come sia pro attivo l’approccio ai personal computer collegati in rete.

Le istruzioni di un videogioco sono parte del gioco, nel senso che è praticamente impossibile farle proprie senza una sperimentazione attiva del gioco stesso consistente in serie reiterate di tentativi atti a risolvere altrettanti enigmi. Questo significa che durante il gioco gli obiettivi, i target, da raggiungere sono molteplici, dando luogo a un lavoro mentale che non è paragonabile al “multitasking” (capacità di svolgere più compiti contemporaneamente), perché il multitasking significa poter gestire attività diverse tra loro, indipendenti, che cerchiamo di rendere temporalmente interdipendenti.

In questo caso invece dobbiamo ordinare, mettere insieme e costruire una gerarchia tra attività che sono parte dello stesso processo, quindi costruire sequenze esatte, disegnare relazioni e individuare effettive priorità. Johnson definisce questa capacità “telescoping”, capacità di creare legami telescopici, gestire obiettivi che si nascondono l’uno dentro l’altro. Un processo cognitivo che ritroviamo pari pari anche nel modus operandi dell’indagine e della ricerca scientifica.

Anche la struttura narrativa delle serie Tv è diventata più complessa con il passare degli anni, alle strutture narrative lineari sono succedute strutture narrative caratterizzate da elementi stocastici, molte storie nella storia principale, e solo alcune si concludono effettivamente nel corso della puntata, oppure eventi che accadono indipendentemente dalle cause e con cause che accompagnano gli eventi. La struttura narrativa di “Hill steet giorno e notte” è certamente più ricca e articolata di “Starsky e Hutch”, per non parlare dei “Sopranos”, l’attuale serie di successo in cui talvolta è persino difficile capire perché Tony Soprano ha dovuto prendere questa o quella decisione.

Steve Jobs usava sottolineare la differenza tra Televisione e Internet sostenendo che se la prima ci fa inclinare indietro, rilassare, l’uso di Internet ci fa inclinare in avanti, concentrare, impegnare. A questa modalità di approccio, che rovescia il concetto Adorniano di fruizione passiva dei media (relax and take it easy), vanno aggiunti l’esplosione della possibilità di ricerca tramite i motori, Google in primis, e l’allargamento della dimensione sociale, il rapporto con gli altri, fattori che incrementano le nostre capacità personali di knowledge, problem solving e relationship. “Dopo cinquant’anni di isolamento sociale stiamo imparando nuovi modi di comunicare”.

La tendenza a lungo termine della cultura di massa spinge verso forme di complessità maggiore e il nostro cervello agisce di conseguenza. Sono quindi da confutare le teorie diffuse e fatte proprie dal senso comune che  l’uso dei videogiochi, la fruizione delle serie televisive, l’uso di Facebook e You Tube portino a una atrofizzazione delle capacità mentali, al contrario l’uso e la fruizione dei media stanno aumentando il livello delle nostre capacità cognitive.

Una cosa è certa, la cultura tradizionale, lo studio, la lettura e anche il lavoro erano indissolubilmente connessi alla solida concezione del dovere, una visione del mondo in cui dovere e utilità sono sempre stati considerati capisaldi al servizio dello sviluppo della condizione umana.

Oggi questo pregiudizio consolidato è insediato dalla dirompente ricerca del piacere, piacere e gratificazione individuale/collettiva stanno diventando la molla del fare, anche a prescindere dall’utilità implicita.

E l’obiettivo del piacere è certamente una delle più potenti fonti di energia.

Su questo piano è davvero difficile non essere d’accordo con le tesi di Steven Johnson.

Paul Krugman. Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008

Le calde giornate di agosto incoraggiano alla quiete e quindi anche alla lettura. Possono essere racconti, come quelli che amo segnalare, poesie di artisti, semplici raccolte di pensieri, ma non per questo poco profonde e accurate, oppure saggi e nel caso specifico stiamo per avventurarci sugli impervi percorsi dell’economia.

Paul Krugman, economista statunitense, vincitore del premio Nobel nel 2008, è definito da più parti un neo keynesiano, ma questa non è la ragione per cui ho deciso di scriverne, piuttosto perché appare da subito, nella scelta degli argomenti e nel tratto divulgativo, un autore che preferisce andare contro corrente.

La corrente è quella delle teorie consolidate, ma soprattutto delle pratiche, che anche in economia (come in altri campi) sono spesso appannaggio di tecnocrati, o menti assai ristrette, poco avvezze quindi a leggere il contesto in modo innovativo o a ricercare nuove soluzioni che consentano, ad esempio, di superare crisi e gravi difficoltà.

“Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008” è un libro da leggere proprio per capire i tempi che stiamo vivendo e soprattutto per potersi fare, in modo sensato, una opinione che non sia dettata esclusivamente da spinte emotive ma, invece, corroborata da un percorso analitico, saggiamente assistito.

“Permettetemi di dichiarare che questo libro è, in fondo, un trattato analitico. Non si occupa tanto di quello che è successo quanto del perché” sottolinea Krugman nell’introduzione, certo, è un trattato di economia, ma costruito usando un linguaggio chiaro, sempre comprensibile, evitando anche di ricorrere all’uso eccessivo di diagrammi o grafici che potrebbero affaticare un lettore non specializzato, riuscendo invece a tener viva l’attenzione nella disanima delle principali crisi dell’economia moderna e traendo infine conclusioni accessibili a tutti.

Un esempio originale, a cui l’autore ricorre spesso, è quello della Cooperativa di baby sitter di Capitol Hill, tratto da un articolo scritto da Joan e Richard Sweeney nel 1978. Il funzionamento della cooperativa, la stampa di buoni che consentono ai soci di usufruire di servizi di baby sitter dopo averli prestati, consente di simulare quanto accade nel quadro più ampio delle politiche economiche e monetarie, di capire come nascono le recessioni e come talvolta è possibile gestirle.

Dopo la grande crisi del 1929 sembrava che il mercato economico e finanziario avesse trovato l’antidoto e che situazioni simili non dovessero più riprodursi, ma negli ultimi decenni le crisi dell’America Latina, in special modo Argentina e Messico, del Giappone, che era considerato il principale attore dell’economia mondiale, e dell’intero comparto asiatico, le cosiddette economie emergenti, oltre ad apparire come pericolosi prodromi di quanto poi è accaduto sul piano globale, secondo Krugman, non sono state gestite nello stesso modo, quindi sono state gestite senza far ricorso allo stesso genere di antidoti.

“La seconda guerra mondiale offrì l’occasione che Keynes stava aspettando da anni, non solo perché si riuscì a uscire dalla depressione, ma anche perché ci si convinse che le politiche macroeconomiche – tagliare i tassi o aumentare il deficit statale per combattere le recessioni – potevano tenere più o meno stabile un’economia di libero mercato in presenza di un tasso di quasi completa occupazione.”

Questo tacito accordo tra capitalismo, economisti e opinione pubblica, che avrebbe dovuto e potuto evitare ulteriori Grandi Depressioni, fu definito negli anni cinquanta da Paul Samuelson “sintesi neoclassica”, Krugman invece preferisce chiamarla “sintesi keynesiana” e, subito dopo, si chiede come persone intelligenti abbiano potuto consigliare a economie di mercato emergenti politiche del tutto perverse alla luce della dottrina economica acquisita e perché la “sintesi keynesiana” non sia stata considerata e fatta propria allo scopo di risolvere i problemi di quelle economie?

Forse tutto questo è avvenuto perché: “oggi, in effetti, la politica economica internazionale ha poco a che fare con l’economia. E’ diventata più che altro un esercizio di psicologia dilettantesca, con il quale il Fondo Monetario Internazionale e il segretario al Tesoro hanno cercato di convincere i Paesi a fare cose che speravano sarebbero state percepite dal mercato come rassicuranti.”

Quello che bisogna fare è, al contrario, cercare di sviluppare la capacità di comprensione, affrontare lucidamente i problemi, usare gli strumenti che abbiamo senza farci costringere dentro logiche precostituite o abbattere da presunti limiti strutturali.

“Credo che gli unici veri ostacoli strutturali al benessere del mondo siano le dottrine obsolete che annebbiano la mente degli uomini.”

Un libro da leggere nelle calde giornate d’agosto, in primo luogo per imparare e poi per valutare, con uno sguardo davvero nuovo e disincantato, quanto sta succedendo anche dalle nostre parti, a cominciare dalle ricette economiche del governo tecnico.

Stefano Carletti. Naumachos

Nel 1971 avevo quindici anni, ma la giovane età non mi impedì, l’anno successivo, di conseguire il brevetto di apneista al Club Sommozzatori Padova con maestri come Fabio Marchetti e Agostino Siviero, a tutti gli effetti veri pionieri della subacquea. Qualche anno fa andando a ritirare un premio per la mia attività letteraria nella storica sede del Museo della Marineria di Viareggio ho visto, esposto in una bacheca, un brevetto del tutto identico al mio: ineffabile evidenza del trascorrere del tempo.

Le formidabili avventure raccontate da Gianni Roghi in Dahlak e nel film Sesto continente di Vailati e Quilici erano appannaggio della generazione precedente, per intenderci quella uscita dalla guerra, sperimentazioni di nuove e rivoluzionarie attrezzature e primi record con il grande Raimondo Bucher protagonista indimenticabile.

Per noi ragazzi del baby boom, fine anni cinquanta e primi sessanta, quelle vicende appartenevano a una dimensione favolistica e leggendaria, una porzione di mondo intangibile, perché eravamo abituati a raggiungere in bicicletta o in autobus la piscina dove imparavamo a immergerci e, nel nostro piccolo, a lottare con la normalità delle intemperie, pioggia, vento, talvolta neve, figurarsi se pensavamo di partecipare a una spedizione in Mar Rosso o nei lontani mari tropicali.

Sognavamo, ma in modo pratico e minimalista, aiutandoci con la bellissima rivista “Mondo Sommerso” diretta da Antonio Soccol e traendo ispirazione dalle foto di immersioni e di caccia: i fondali dell’Isola d’Elba, dell’Isola del Giglio, le bocche di Bonifacio, Carloforte, Lipari e Egadi con qualche puntata esterofila sulle frastagliate coste della Corsica. Le modelle subacquee in pose plastiche e in topless, evidentemente consentito, all’epoca, solo sotto il livello dell’acqua, aggiungevano ai nostri sogni di ragazzi una tenue allure sessuale.

Dietro la barriera di gorgonie, prima vera scoperta delle immersioni in acqua libera, la libertà stava proprio nel poter andare finalmente a scoprire la verità del profondo, e dopo le uscite in macchina con i colleghi più grandi, avevamo bisogno di una spinta, una spinta creativa che ci portasse a vivere il mare autonomamente e come protagonisti.

Naumachos è stata la spinta, un libro divorato sul copriletto di ciniglia della casa paterna, sull’asciugamano in spiaggia, un compendio di energia in linea con le tensioni e le energie di quei momenti. Basta con la subacquea ufficiale, abbasso lo stato padrone e l’enfasi militaresca, sù andiamo a caccia di pesci e anfore e viviamo così, cogliendo l’attimo e l’occasione più propizia. Il nemico sott’acqua è il nemico fuori: la polizia, i baschi neri, la guardia costiera, servitori di una repubblica asfissiante e poco marinara che si oppongono alla libertà di iniziativa, alla nostra libertà.

La subacquea piratesca di Carletti è musica per le orecchie di ragazzi che hanno voglia di cambiare il mondo e che fanno della sfida al conformismo, della lotta contro le regole dei vecchi, la loro bandiera. Subacquea e pirateria, un mix imprevedibile e al tempo stesso seducente, come le acque calde di Cala Agadir, il letto di anfore del relitto, la statuetta venduta al mercante inglese, la mattanza di Favignana e la passeggiata dentro la pancia dell’Andrea Doria.

Poi, con il ricavato, la realizzazione del sogno più bello, una barca propria e navigare.

Non è un caso che Naumachos venga stampato ancora oggi, sono passati quarant’anni dalla prima edizione.

Forse è ancora lì che aspetta una generazione che abbia finalmente il coraggio e la forza di prendere per mano il destino e cambiare le cose, costi quel che costi.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 486 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: