Passato presente futuro

Esiodo

“Prima una stirpe aurea di uomini mortali fecero gli immortali che hanno le olimpie dimore” iniziano così “Le opere e i giorni” di Esiodo e seguitano raccontando le virtù e i vizi delle stirpi successive, fino a giungere alla sua, la quinta, una delle peggiori: “avessi potuto io non vivere con la quinta stirpe di uomini, e fossi morto già prima oppure nato dopo, perché ora la stirpe è di ferro; né mai di giorno cesseranno da fatiche e affanni, né mai di notte, annichiliti: e aspre pene manderanno a loro gli dei”.

Un’apertura che spinge a riflettere sui rapporti tra passato e presente e sulla funzione della memoria e del ricordo.

Friedrich Nietzsche, nella seconda delle sue Considerazioni Inattuali: “Sull’utilità e il danno della storia per la vita” divide la storia in tre categorie: la storia monumentale, la storia antiquaria e la storia critica.

L’uomo che aspira alla grandezza ha bisogno di ritornare ai fasti del passato e se ne impossessa attraverso la storia monumentale; chi ama la tradizione, le piccole cose, gli album di famiglia, coltiva il passato proprio come un antiquario che cerca e raccoglie cimeli; chi invece soffre nel presente ha bisogno di un approccio critico alla storia e ricorre al giudizio e alla condanna.

Tutte e tre queste posizioni, come quella di Esiodo, evidenziano il sentimento di insofferenza che spesso nutriamo verso il presente, la nostra contemporaneità, e Nietzsche, infatti, chiarisce che anche la storia monumentale “è l’ambito mascherato in cui l’odio verso i potenti e i grandi” del nostro tempo “si spaccia per sazia ammirazione dei grandi e dei potenti dei tempi passati”.

La sofferenza e le difficoltà del presente talvolta consigliano di aprire le porte del passato, lo si può fare in modo eclatante, monumentale appunto, o in modo minimalista, antiquario ma in ambedue i casi si scava in un passato chiuso, sigillato, totalmente inanimato e proprio per questo rassicurante come quello che ci si para innanzi osservando, stupiti e tranquilli, una mummia nella teca di vetro di un museo egizio.

Allora, almeno per Nietzsche, meglio l’oblio: “chi non sa fissarsi sulla soglia dell’attimo dimenticando tutto il passato (…) non saprà mai cosa sia la felicità” noi, invece, sappiamo quanto la conoscenza del passato e l’esercizio della memoria possano essere utili alla vita e propedeutici a un percorso che riesca a eludere e a superare condizioni di sofferenza.

Soprattutto se è accompagnato dalla forza dell’immaginazione.

Il passato non è un ambito chiuso e cristallizzato ma un patrimonio mobile della nostra memoria, le sue tracce possono diventare sentieri aperti da percorrere oltre i limiti apparenti della loro finitezza.

Viene spontaneo pensare, come scrive giustamente Pascal Mathiot, a una modalità che promuova “un’alleanza tenace con il passato senza ipotecare il nostro avvenire” e senza per questo condizionare il presente. Questa forma esiste ed “è modulabile da parte di ciascuno, arricchita da ciascuno dei suoi usi, non screditata o svalutata come una falsa moneta; questa forma è la parola”.

La parola e la scrittura sono gli strumenti che mettono in immediata relazione il passato con il presente e possono legare il presente al futuro, perché oltre a essere lo specchio delle sofferenze e delle pene, producono profonda consapevolezza e sono anche motore del desiderio e della passione.

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Il ricorso al ricordo non è una rinuncia alla vita e alla sua immediatezza ma l’inizio di un passaggio che, attraverso l’uso della parola e della scrittura del passato, rende la nostra vita più consapevole nel presente e talvolta apre anche uno spazio alla più felice immaginazione.

Viene, a questo riguardo, quasi immediato ricordare le parole di Marcel Proust: “E tutt’a un tratto il ricordo è apparso davanti a me. Il sapore era quello del pezzetto di madeleine che la domenica mattina a Combray (perché nei giorni di festa non uscivo di casa prima dell’ora della messa), quando andavo a dirle buongiorno nella sua camera da letto, zia Léonie mi offriva dopo averlo intinto nel suo infuso di tè o di tiglio”.

La memoria involontaria di Proust coglie appieno la dimensione del passato presente: le immagini, le frasi, le tracce del passato sono dentro e fuori, esse non sono oggetti imprigionati in un universo recondito ma frammenti in divenire e la dinamica inattesa del loro ritorno è il  frutto della coltivazione delle nostre capacità immaginative.

La memoria del passato e del presente, come del resto è sempre avvenuto, si proietta nel futuro attraverso l’arte e la letteratura.

Le arti sono la manifestazione tangibile della tendenza degli uomini a ricominciare, iniziando da ciò che li aveva preceduti, ripartenze che non possono essere considerate innovative o trasgressive se non quando vengono comparate con le partenze e gli arrivi che le hanno anticipate. Non è possibile deragliare senza percorrere una strada predefinita e preesistente.

“L’arte propone a tutti, e a ciascuno di noi singolarmente, di vivere un inizio. Ciò che sta al principio di ogni creazione si trova anche al principio di ogni percezione o ricezione (…): leggere un libro, ascoltare musica o guardare un dipinto significa appropriarsene e, dunque ricrearli” sottolinea Marc Augé proiettando, in tal modo, la produzione artistica del passato e del presente verso le modalità percettive del presente e del futuro.

La forza trasmissiva della scrittura riesce a far diventare anche uno scrittore come Flaubert, contemporaneo della sua epoca, creatore di Emma Bovary, anticipatore delle “illusioni, alienazioni e delle tragedie a venire”, un autore del presente e del domani.

Grazie alla scrittura le parole del passato e del presente continueranno a mescolarsi con le parole del futuro, dimostrazione che la memoria è un campo aperto e dinamico quando viene evocata da un’immaginazione libera da limiti prestabiliti.

In ogni caso basta una tazza di tè per creare giochi di luci e colori che riescano a trovare infinite forme e composizioni come in un caleidoscopio o “come in quel gioco, che piace ai giapponesi, di buttare in una ciotola di porcellana piena d’acqua dei pezzettini di carta a tutta prima indefinibili che, non appena immersi, si stirano, assumono contorni e colori, si differenziano diventando fiori, case, figure consistenti e riconoscibili (…)” Marcel Proust.

MADAME BOVARY (1949)

La seduzione delle immagini

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“Imagine there’s no heaven

It’s easy if you try

No hell below us

Above us only sky

Imagine all the people

living for today…..”

“Imagine” è un brano musicale di John Lennon pubblicato, nell’album omonimo, per la prima volta nel 1971, e può essere non a torto considerato l’inno nazionale del paese dell’immaginazione, quando l’uso della mente e delle sue proprietà erano prerogative individuali e la voglia di immaginare un mondo diverso e migliore poteva ancora diffondersi nella forma di un’immaginazione collettiva, libera dai vincoli e dai modelli standardizzati della società dello spettacolo.

La vita artistica di John Lennon è un percorso che si è svolto attraverso la ricerca costante del rovesciamento dei paradigmi, non trasgressione fine a se stessa ma piuttosto tensione continua alla scoperta del nuovo e alla sua rappresentazione. Non è solo la proposta musicale che cambia, progressivamente, andando a esplorare sonorità diverse ma muta anche il corpo e l’immagine di sé.

La galleria di foto che nel tempo fissano il volto e le fattezze del musicista inglese è un’evidente apologia della differenza, Lennon non è mai lo stesso, come se la mutazione fisica sia automatica conseguenza dell’evoluzione del suo itinerario artistico.

L’immaginazione non è quindi limitata al processo mentale ma pervade la materia e la fisicità, la mente, infatti, può cambiare il mondo, quello esterno e quello intimo.

Le immagini fissano su uno schermo o sulla carta un istante di tempo sottraendolo al divenire, trasformano il tempo in spazio, il soggetto in oggetto.

Le immagini sono, però, divenute i mattoni su cui poggia la moderna società dello spettacolo, ove la qualità umana viene rappresentata solo se è funzionale al progetto di comunicazione, degna o indegna l’importante è che sia fruibile e quindi vendibile. Non c’è spazio in questo progetto per l’irrazionalità che non può essere pianificata, per lo sfrido intellettuale che viene considerato uno scarto del prodotto, per le qualità spirituali che non siano rigidamente funzionali allo scopo e quindi alla vendita.

Così facendo viene a prodursi un processo articolato di scomposizione ove alle immagini viventi è sottratto prima il colore, poi il suono e il profumo, quindi la musica e la poesia. Le immagini sono strappate dalla trama della storia e rimane solamente il ricordo dell’ordito, quand’esso non si confonda e  si perda nella memoria.

“Lo spettacolo, come organizzazione sociale presente della paralisi della storia e della memoria, dell’abbandono della storia eretto sulla base del tempo storico, è la falsa coscienza del tempo” scrive Guy Debord, e pensando al processo di diffusione capillare di uno spettacolo fatto di immagini della realtà che in molti casi anticipano, travalicano e superano la realtà stessa è difficile non convenire.

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Non c’è dubbio che John Lennon sia diventato merce e anche Che Guevara, per fare un’altro esempio, sia diventato merce e molti altri simboli e simulacri del nostro tempo abbiano oggi più ragione di essere come forme (significanti) che come soggetti reali in stretta relazione con un contenuto effettivo.

E a noi rimane solo la possibilità di ricordare, per questo è importante la memoria sottratta “alla falsa coscienza del tempo” e sono importanti le collezioni di immagini che comunque ci aiutano, agitano le memorie incise nella mente in un istante di tempo passato.

Internet da questo punto di vista ha prodotto una sostanziale novità, ridisegnando i confini spazio temporali. In tal modo possono essere messi in discussione anche i concetti di tempo di fruizione e di lavoro creativo.

Il prodotto non può essere più sottratto alla creatività del produttore e rigidamente compresso in una dimensione spaziale definita, perché in Internet non sono dati limiti di spazio e tempo alla produzione come alla fruizione e, quindi, in prospettiva, nemmeno alla memoria e al ricordo.

Probabilmente l’immagine più famosa della nuova epoca, dell’intelligenza artificiale, viene dalla mente e dalla penna di Susan Kare, è il cestino, che in basso a destra sullo schermo, ha accompagnato dal primo inizio la storia della Apple e del suo Mac.

La madre di tutte le icone, innumerevole teoria di piccole immagini che popolano gli store delle applicazioni per smartphone e tablet, ma al tempo stesso il simbolo di un mondo nel quale ciò che appare non sempre è.

Infatti il cestino di Susan è un cestino strano che non cancella in modo definitivo file, immagini e tanto meno i ricordi.

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La ragione delle onde

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Il comportamento delle onde segue principi che appaiono coerenti e incoerenti a un approccio logico rigidamente razionale, infatti non è dato sapere, sempre, se le onde nascano per la spinta del vento, se siano generate dalle correnti, o se, come talvolta accade, il moto ondoso abbia un carattere residuo e cioè sia generato da movimenti delle acque in zone marine lontane, per non parlare dei maremoti o delle cosiddette onde anomale, delle quali, non si conosce ancora la causa e l’origine.

Anche per questa ragione le onde, più di ogni altro fenomeno, rappresentano in modo evidente il carattere liquido e incerto che contraddistingue il mare e le grandi distese acquatiche.

Il rapporto tra uomo e mare è mediato dall’instabilità liquida. L’uomo, quando è in mare, smarrisce la sicurezza terrestre e deve necessariamente appropriarsi degli elementi di una nuova dimensione spazio temporale.

In mare lo spazio muta radicalmente perché vengono a mancare o a modificarsi i punti di riferimento, chi si fosse trovato in navigazione in mare aperto sa che bisogna orientarsi con il sole e le stelle (GPS a parte), in mare il tempo è un concetto relativo, allo stato atmosferico, alla potenza e all’efficienza del motore o alla intensità del vento.

Ho già scritto dell’analogia tra Internet e il mare e del fatto che anche in rete navighiamo, incontriamo porti, isole felici e infelici, sperimentando una navigazione che ha aspetti mitologici più simili all’antico che al moderno.

Oggi gran parte del mondo reale è conosciuto ed esplorato, non vi sono più, se non in casi eccezionali, terre vergini e incontaminate, al contrario la scoperta nel mondo virtuale è continua e alla portata di mano, anche se spesso ingannevole e mistificante come nel racconto di Ulisse.

La navigazione virtuale è un viaggio dello sguardo e della mente con i pregi e difetti di questa condizione ma con la possibilità di tenere sempre in vita lo spirito di ricerca e di sperimentare, viaggiando, forme innovative di socialità.

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Il mare e le sue onde sono, a questo riguardo, formidabili banchi di prova, perché le imprese e le scoperte del recente passato alludono fortemente alle forme possibili delle scoperte presenti e future.

Ricordo una volta quando, con un gruppo di colleghi, prendemmo a nolo una barca a vela per una breve navigazione attraverso l’Adriatico. Era appena iniziata l’estate e il tempo appariva ancora incerto. La sera della partenza pioveva ma decidemmo comunque di partire e raggiungere la costa dell’Istria. Lo skipper non era molto esperto e appena lasciata la laguna e usciti in mare capimmo che non sarebbe stata una traversata divertente. I miei amici, uno dopo l’altro vennero sopraffatti dal mal di mare, e così ci trovammo soli, lo skipper ed io, a condurre l’imbarcazione. Ancora vedevamo le luci della terra, dietro a un velo di pioggia e nebbia, quando decidemmo di tornare indietro. Ormeggiammo alle quattro di mattina alla darsena dell’isola di San Giorgio con un equipaggio stremato e semi svenuto. Non riuscimmo a raggiungere la nostra meta ma impiegammo il sabato e la domenica a navigare tra le isole della laguna e a visitarle.

La navigazione è avventura, rischio, scoperta e ricerca ma non deve prescindere dal valore e dal rispetto della socialità, il gruppo che partecipa all’impresa è parte dell’impresa, noi siamo parte di un gruppo.

Anche la navigazione in rete ha implicazioni sul gruppo di cui facciamo parte, non è mai un evento solitario, la scoperta è tale solo se viene diffusa, per questo è necessaria la partecipazione.

Vi sono molte ragioni per cui ricordo con piacere il film di Folco Quilici Sesto Continente, la prima perché lo vidi una prima volta, da bambino, la sera, all’aperto al Festival del Cinema di Venezia, la seconda, che ritengo più importante, perché della spedizione facevano parte esploratori (cacciatori subacquei), scienziati e comunicatori (Gianni Roghi e Folco Quilici).

Il mare vissuto come esplorazione e ricerca, esperienza da comunicare e condividere con un pubblico di specialisti ma anche con un pubblico possibilmente più vasto.

L’acqua non è un elemento facilmente omologabile come la terra ferma, l’acqua è movimento, arresta e spesso demolisce costruzioni, dighe e contrafforti, è anche per questa ragione che le isole, nell’acqua, hanno potuto preservare un carattere di paese.

“Il paese è un insediamento umano, generalmente di piccole dimensioni, che è caratterizzato principalmente da un’economia agricola” riporta una felice definizione di Wikipedia. L’isola non è divenuta periferia della città perché il mare l’ha impedito, isolandola, così come il mare virtuale impedisce oggi di ribaltare tout-court nella rete le regole e i meccanismi della tecnocrazia economica e finanziaria.

Per questa ragione le isole-paese sono luoghi veri ancora in condizione di mettere in evidenza diffuse capacità di espressione sociale, proposta civile e partecipazione.

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La solitudine dell’autore

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La domanda che ogni tanto affiora è perché scriviamo? E poi, scriviamo per noi o per gli altri?

Sono interrogativi che mettono in diretta relazione lo spazio dell’esperienza individuale con la dimensione della trasmissione dell’esperienza, la diffusione del sapere.

Non sempre il rapporto è positivo, talvolta il trasferimento è impedito dalla mancanza di predisposizione dell’autore o semplicemente perché ci troviamo davanti a uno di quei casi diffusi ove la scrittura è espressione fine a se stessa. Un’inclinazione patologica orientata a promuovere il ricordo della figura dell’autore e non la memoria dei contenuti.

Credo che la scrittura, come rammenta Hemingway, abbia poco senso se non proviene dall’esperienza e non tenta almeno di trasmetterla.

Il rapporto tra le persone e il racconto non è a circuito chiuso, la natura propria del racconto sta nell’essere narrazione e quindi ricerca della più ampia diffusione, entrando a pieno titolo nel processo di scambio delle conoscenze e delle esperienze.

Il libro non è uno specchio nel quale il lettore possa ritrovarsi automaticamente, il condensato di un sapere generale nel quale il singolare affoghi, annullandosi. Il fascino della scrittura, che si fa racconto, si realizza quando essa riesce a connettere l’universale con il particolare: il lettore con la generalità delle storie, la singolarità del racconto con la generalità dei pubblici.

E’ nella dinamica di questo rapporto, basato contemporaneamente sull’equilibrio e lo squilibrio, che trae nutrimento la relazione tra autore e pubblico, scrittore e lettore.

Altrimenti rischieremmo di emulare le avventure bibliofile di Bouvard e Pécuchet per i quali non poteva esistere nulla che non trovasse immediata corrispondenza nell’universalità del sapere, generando così un rapporto speculare, manualistico con la cultura con esiti devastanti sotto il profilo dell’esperienza. Infatti, i due, cercando ossessivamente la sicurezza nel sapere, coltivavano senza saperlo le ragioni della più profonda insicurezza.

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Anche l’autore lotta contro le insicurezze della solitudine, non c’è dubbio che il lavoro della scrittura sia solitario, una solitudine popolata di persone vere e immaginate, di eventi reali o fantastici, e quando scrive, non solo alla fine dell’opera, una parte della sua mente è spesso rivolta alla ricerca, e alla speranza, di quel miracolo che riesca trasformare il prodotto della solitudine in un bene amato e fatto proprio da una moltitudine.

L’affermazione di Internet ha modificato radicalmente i paradigmi della comunicazione e anche le modalità con cui vengono trasmesse l’esperienza e la conoscenza, questo cambiamento nasce principalmente dal fatto che Internet è una rete, e la rete ha due specificità: connettere direttamente un’infinità di soggetti e, al tempo stesso, mettere in discussione (o cancellare) il ruolo degli intermediari.

Oggi tramite la rete, i blog, l’autore ha un rapporto immediato con i pubblici e un altrettanto immediato riscontro attraverso i commenti e i ”like” ed è in grado di verificare in tempo reale l’ampiezza delle visite e il numero dei lettori.

Geert Lovink ricorda che blog è un termine che viene da web-log, la riproposizione attuale del “logbook”, il diario di bordo della antica marineria su cui venivano annotati gli eventi più significativi della navigazione.

“Questo era il blog all’origine: un racconto del viaggio che si iniziava a fare all’interno del cyberspazio”, la cronaca di una nuova esperienza che poteva diventare, da subito, esperienza condivisa e partecipata.

L’autore nel suo viaggio è libero, perché non è costretto ad accettare le condizioni degli intermediari (editori) per pubblicare, e non è più solo, in quanto costantemente in connessione con i suoi lettori.

Questa nuova dimensione apre notevoli prospettive nel campo della trasmissione delle esperienze e dei saperi, ancora in larga parte inesplorato, ma non risolve, almeno per il momento, definitivamente il tema dell’insicurezza e della solitudine dell’autore.

Un dubbio resta e riguarda la qualità dei contenuti che vengono postati in rete.

Forse è un dubbio che nasce da un luogo comune d’origine conservativa, non sfugge che negli ultimi anni anche le pubblicazioni edite nelle modalità tradizionali non sembrano affatto, nel complesso, rispettare i canoni qualitativi che erano imprescindibili nel recente passato.

Allora è preferibile la rete, libera e in cui è possibile trovare ciò che si cerca e offrire i contenuti che si desiderano proporre.

Probabilmente questa insicurezza residuale viene dall’incompletezza del feed-back, ha ragione Lovink a sostenere la necessità di aggiungere il tasto ”dislike” accanto al già presente tasto “like”, perché per un autore è sempre meglio una critica piuttosto che il silenzio.

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La scomparsa della poesia

Aedo che canta le gesta degli Dei

C’è un legame profondo tra poesia e musica, perché sono nate insieme, appartengono ai prodromi della tradizione orale quando i racconti mitologici e le storie delle imprese degli eroi venivano narrati accompagnando i versi degli aedi con il suono degli strumenti.

La poesia, oggi come allora, prende forma e concretezza dalla musicalità della parola, non necessariamente con un’impronta armonica tradizionale ma semplicemente assumendo una natura ritmica, musicale, talvolta dissonante.

Ralph Waldo Emerson ricorda che “solo la poesia ispira poesia”, perché la poesia risponde a un codice diverso, antico, prioritario, ha una sua dimensione estetica che è al tempo stesso figurativa e ritmica.

Per questo motivo è difficile separare la poesia dalla lingua madre, creando uno iato tra l’articolazione linguistica e il rimo musicale; il solfeggio diventa inopportuno se, improvvisamente, viene cambiato il numero delle battute a discapito della partitura. Ed è il motivo per cui la poesia deve essere letta nella lingua originale, la traduzione, infatti fatalmente, per le ragioni anzidette, modifica sostanzialmente l’impianto poetico.

Ciò non toglie che vi siano grandi traduttori che riescono a preservare della poesia tradotta il carattere originario e a mantenere inalterato il fascino musicale. Normalmente sono poeti traduttori e quindi in grado di tradurre poeticamente.

Negli ultimi anni però le case editrici, non si sa bene perché, hanno scelto traduttori che alla banalità delle trasposizioni uniscono una pervicace ricerca di parole musicalmente inadatte.

In una delle poesie più belle di Rainer Maria Rilke, intitolata: “Orpheus, Euridyke, Hermes” , è raccontato lo sfortunato tentativo di Orfeo di riportare in vita la giovane moglie. Orfeo ha l’ordine di non voltarsi a guardare Euridice fino a quando, ambedue, non avranno lasciato il mondo dei morti. Rilke descrive il cammino incerto di Euridice verso la luce, la giovane donna è ancora avvolta dalle bende funebri e  il suo pensiero è lontano dalla vita, comunque cammina, accompagnata da Hermes, seguendo i passi di Orfeo.

Basta accostare la bellissima traduzione di Giaime Pintor a quella attuale per notare in quest’ultima la totale assenza di musicalità e tensione poetica. Un esempio: Euridice resa incerta dalle bende diventa inceppata, neanche fosse un’arma da fuoco.

Un altro esempio viene dalle traduzioni dei Canti Pisani di Ezra Pound.

Le attuali sono generalmente piatte, non rendono onore alla poesia, sfido a ritrovare oggi il senso e la musicalità dei versi di un’edizione italiana degli anni cinquanta: “questa non è vanità, perché qui l’errore è in ciò che non si è fatto. Nella diffidenza che fece esitare”.

E’ difficile trovare questo brano senza il testo originale a fronte e quando, finalmente, riusciamo a individuarlo il senso è cambiato ed è mutato anche il significato.

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Probabilmente è la conseguenza di una progressiva perdita del valore editoriale della poesia che ha avuto luogo negli ultimi anni, cominciata con la difficoltà di pubblicare e scoprire nuovi autori, proseguita con le bassissime tirature offerte solo a poeti già noti, culminata in un decadimento grossolano della scelta delle traduzioni dei grandi autori.

Forse sono anche diminuiti i lettori, gli interpreti capaci di leggere in modo sentito la poesia trasferendola al pubblico, e sono diventate rare le occasioni di rappresentare poesia, così come si faceva una volta.

Le riflessioni di Ralph Waldo Emerson suggeriscono un percorso che parte da lontano. I fossili, testimonianze di una vita passata hanno ritrovato nella durezza indistinta della pietra un carattere evocativo, diverso da quello originario, staticamente non vivente, limitato all’icona ma comunque efficace.

Questa capacità metamorfica viene dalla natura, così come era per la poesia originaria, quando essa prendeva spunto dalle emozioni ancestrali e dalla rappresentazione della vita nell’ambiente naturale.

Non c’è dubbio che recentemente la connessione sia venuta a mancare, o comunque abbia perso interesse, infatti oggi, per ovvie ragioni di mercato, la società antepone al prezioso recupero di un’identità naturale, sempre meno disponibile anche nel contesto della memoria, il consumo di un’attualità scadente ma disponibile in abbondanza e talvolta in eccesso.

Così sembrano lontane le voci dei marinai del porto di Louis Brauquier, uomini che escono dalle pance nere delle navi sfiorando con passi malfermi i sassi di Marsiglia e i pesci neri e le alghe del Rio della Plata, figli dalla penna di Haroldo Conti prima di essere inghiottito  dal tragico tuffo finale, e il mare che voleva diventare e poi è diventato Gregory Corso, e la ballata del re di maggio di Allen Ginsberg, e le dune di Big Sur e quelle bianche dell’Indiana di Emanuel Carnevali, the black poet, e il tiaso dolce di Saffo, lievemente erotico, e il canzoniere anarchico di Salvatore Toma, e i passaggi, le scie vertiginose, di Henri Michaux e la terra ribelle di Zanzotto, sono lontane queste voci, talvolta paiono sciogliersi e annullarsi nella contemporaneità, ma in verità sono incastonate come fossili nella roccia durevole della nostra memoria.

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Memoria e musica

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La memoria è una dimensione in cui si alternano processi di archiviazione e ricerca e, quasi sempre, la ricerca viene avviata da una funzione di richiamo, cioè prendendo spunto da un evento che spinge a scavare nei ricordi, una sollecitazione che viene dall’esterno e diventa immediatamente ricerca interiore.

I ricordi più stabili e forti sono spesso intimamente legati alle emozioni vissute, ricordiamo di più ciò che ci ha emozionato positivamente.

La musica attiene in modo stretto alla sfera delle emozioni, essa colpisce prima delle parole, sono i suoni, le melodie e in molti casi anche le dissonanze che si radicano per lungo tempo nella nostra mente, scandendo i momenti della nostra vita, i passaggi e facendo da corollario alle immagini.

Per questa ragione è interessante esplorare i percorsi della musica e dei musicisti, provando, al medesimo tempo, a ipotizzare relazioni con la memoria e l’ambiente. Seguendo quindi un itinerario che evochi un ciclo di vita, potrebbe essere la nostra vita, fino a giungere nel viaggio alla coscienza che il suono nasce dallo spazio che ci circonda, è profondamente naturale anche nelle sue deviazioni più estreme, le sue forme ibride e metamorfiche.

La musica rock ormai è entrata nel novero della cosiddetta musica colta portando con sé i suoni della storia, della contemporaneità, gli stridii e i gemiti della società industriale e delle sue guerre. L’inno americano generato dalla chitarra di Jimi Hendrix è l’icona più rappresentativa di questo scontro-incontro, è un urlo elettrico e polifonico, le sue piste sono varie: c’è la rabbia di una generazione, la voglia di cambiamento, l’evitabilità e l’orrore della guerra, l’illusione, la disillusione.

E la spettacolarizzazione della musica è riuscita a fondere, nel contemporaneo, nel suono la corporeità dei suoi attori produttori, figure spesso border line, quasi sempre tragiche, vite impossibili connotanti, in modo indissolubile, gli spartiti delle loro musiche.

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Lo spazio della tragedia si apre quando l’artista, oggetto dello spettacolo, si ribella scegliendo di enfatizzare la dicotomia tra l’essenza del suono e la propria esistenza, mettendo in luce la volontà di essere riconosciuto come soggetto creativo, uomo e non simulacro, distinguibile quindi dall’universo simbolico.

Jean-Michel Basquiat musicista, prima ancora del pittore, e Syd Barret sono esempi eclatanti di percorsi artistici e umani, diversi, che hanno in comune però una sorta di accanimento terapeutico nei confronti della corporeità. Quasi cercassero dentro le proprie viscere, o contro di esse, lo spunto creativo e la forza di andare avanti, paradossalmente di vivere. In questo caso bisogna svuotare la mente, capovolgere la memoria, andando a confondersi con dimensioni psichedeliche, quelle che a detta di Aldous Huxley: “liberano il pensiero dalle sovrastrutture delle convenzioni sociali”.

Jim Croce invece è un viaggiatore che cerca di raccontare il mondo che lo circonda, partendo dalla prospettiva di una vita umile, trascorsa misurandosi con l’umanità che affolla le strade. Una musica viaggiante interrotta da un volo disgraziato. Interessa l’ambiente, ciò che succede, la dinamica sociale.

Lucio Dalla e Salvatore Sciarrino non hanno molto in comune, ma una cosa sì, il mare. Sono le sonorità marine a spezzare le melodie di Dalla quando egli decide di lanciarsi in gorgheggi stile scat, una parlata subacquea, incomprensibile e verbalmente silenziosa fatta eccezione per la sua musicalità. E’ il mare e il suono della natura a scandire gli spazi e i tempi di Sciarrino, gli esseri viventi che popolano la battigia, il fruscio del vento tra le piante appena sotto le dune.

La natura torna centrale nel percorso della memoria e lo è anche quando sembra assente, perché si rivela attraverso i corpi, la scelta di essere parte o non esserlo, e infine nel confronto inevitabile con il contesto materiale.

Fausto Romitelli tratta il suono come materia da scolpire, indagandone i particolari, rovesciando le superfici. Aphex Twin mette insieme sonorità inconciliabili dimostrando, comunque, che nell’universo naturale non vi è limite alla possibilità di coesistere.

Infatti, per la natura, anche una scheggia ha significato, così come il frammento può essere una traccia per la memoria.

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Apologia (imprevista) del colore

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Qualcuno potrebbe chiedersi perché ho ritenuto opportuno iniziare dal colore.

Perché il colore e le immagini sono centrali nella nostra vita, molto più dei suoni e di tutto il resto. Certo non possiamo dimenticare i profumi, ma anch’essi sono connessi nel ricordo a un’immagine e così diventano alimento di sensazioni che tornano in mente in modalità intimamente legate a un volto, a un luogo, a situazioni e di essi ricordiamo soprattutto l’effetto visivo.

La forza dei grandi artisti, primo tra tutti Vincent Van Gogh, è stata nella capacità di trasferire sulla tela la vita, rendendo miracolosamente vivente la tela stessa, quindi eludendo la tirannia della trasposizione stereotipata dell’immagine, evitando a priori lo standard e una sorta di implicita reificazione, attraverso un uso trasgressivo delle tecniche e del colore.

I quadri di Van Gogh sono in movimento, le spirali dei cieli e delle stelle trascinano lo sguardo dello spettatore come, poi, le onde sui campi di grano e i vortici delle acque dei fiumi. Vassily Kandinsky scrive che bisogna cercare e riconoscere la personalità delle tele e così i quadri diventano individui presenti con una loro indole che si esplica nello spazio e nel tempo.

In tal modo assistere allo spettacolo dell’arte non è contemplazione, ma è partecipazione, perché non è proprio possibile restare spettatori inerti di fronte alla rappresentazione dell’arte vivente. Però non è facile capire senza leggere e immergersi negli scritti dei pittori. L’emozione è importante perché rende robusto il ricordo ma deve essere assistita dalla migliore predisposizione della mente.

Spesso, senza volerlo, veniamo travolti dall’enfasi pubblicitaria del mercato, dall’ansia della vista e della visita, dalla necessità di poter dire che c’eravamo e questa dinamica, che nulla ha a che vedere con la consapevolezza dell’essere attraverso la comprensione dell’opera, confonde e irride il piano della percezione.

Trasforma l’opera d’arte in merce visuale, così la consumiamo in fretta, quasi ingurgitandola, perché hanno più importanza i tempi e i luoghi di una effettiva presa di conoscenza/coscienza. L’opera vivente quando è mercificata diventa opera morta. Cartolina, poster, fotografia, non sono la stessa cosa perché i colori sono diversi, amorfi, soltanto riprodotti tecnicamente come ha scritto Walter Benjamin.

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Allora ci troviamo a camminare lungo percorsi strani, tracciati sull’erba, costeggiando pianure e boschi, o su pietraie assolate insieme a Richard Long. La natura esce dal quadro e torna a essere viva in sé, in  natura non esiste lo standard, la natura è una somma infinita di eccezioni, e sono le eccezioni a costruire il presente e il futuro, le deviazioni a produrre il nuovo e l’originale. In caso contrario sarebbe davvero inutile parlare di originale.

Anche i due eleganti signori che ballano su un tavolo, Gilbert & George, richiamano la profondità dell’essere e la necessità della deviazione che produce l’originale, sembra che suggeriscano un percorso alternativo: usciamo dalla concezione falsamente diffusa dell’opera d’arte statica, restituiamo dinamicità (vita) al processo e così mettiamo le cose a posto, forse allora qualcuno capirà.

Il giardino di Joan Mirò è molto diverso dall’orto di Bouvard e Pécuchet, perché è il campo ove nasce e si manifesta lo stupore e lo stupore è la sensazione più genuina che accompagna i primi passi verso la conoscenza. Qui non si consuma, ma si  fa propria un’immagine e con essa quell’insieme di sensazioni, profumi, emozioni che sempre la precedono e la seguono.

Ecco, il colore è il componente principale della traccia della nostra memoria.

E’ la memoria a rendere viventi persone e opere anche se esse non sono vicine e persino se non ci sono più. Un segno sulla tela o sulla roccia ha una forza evocativa superiore al suono e alla parola scritta.

Il colore e il suo effetto sulla memoria possono trasformare il consumatore da lavoratore che non sa di lavorare, come direbbe Baudrillard, cioè da semplice acquirente consumante d’immagine, a produttore consapevole di una scenografia collettiva nella quale la natura e le sue trasposizioni viventi tornano ad essere elementi essenziali della vita umana.

In questo può essere di grande aiuto la rete, perché la rete è un immenso magazzino di immagini e ricordi. E’ anche possibile che una nuova tecno-memoria si aggiunga alla vecchia, aumentandola, e possa correggere le sue défaillances, soprattutto riempiendo gli spazi e i passaggi che il recente deficit di comunicazione tra generazioni ha lasciato incredibilmente vuoti.

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Marcel Proust e Jan Vermeer. Un piccolo lembo di muro giallo

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“Morì nelle seguenti circostanze: in seguito a una crisi, abbastanza leggera di uremia, gli era stato prescritto il riposo. Ma poiché un critico aveva scritto che nella Veduta di Delft di Vermeer (prestata al museo dell’Aja per una mostra di pittura olandese), quadro che egli adorava e credeva di conoscere alla perfezione, un piccolo lembo di muro giallo (di cui non ricordava) era dipinto così bene da far pensare, se lo si guardava isolatamente, a una preziosa opera d’arte cinese, d’una bellezza che poteva bastare a se stessa, Bergotte mangiò un po’ di patate, uscì di casa e andò alla mostra”.

Così Marcel Proust racconta nel libro “La prigioniera”, libro capitolo della sua grande opera “Alla ricerca del tempo perduto” le ultime ore di vita di Bergotte, il grande scrittore, la trasposizione letteraria di Anatole France.

Qui Proust è, a mio parere, immenso e suggestivamente contemporaneo, perché riesce a mescolare la pittura seicentesca con il fantastico insinuante (Baudrillard), cogliendo nel percorso dell’umana contemplazione, apparentemente statica (puntuale e analitica), la dinamica del passaggio verso una via di fuga (ultima e definitiva), rimanendo comunque ancorato al quadro dell’illusione utopica della resurrezione, anche se messa in dubbio a tratti dalla luce dell’improbabile oltre l’umano, senza però correre il rischio di una dichiarazione evidente di impossibilità.

Vermeer per Proust è solo uno strumento, perché maestro del dettaglio. Come molti contemporanei usava la camera oscura per rendere evidenti i particolari.

Nel suo libro “Il segreto svelato, tecniche e capolavori dei maestri antichi” David Hockney, noto pittore inglese, rifacendosi ai numerosi studi sull’utilizzo di strumenti ottici nella pittura  del cinque seicento, sostiene che Vermeer, come molti altri pittori della sua epoca, usasse la camera oscura per definire l’esatta fisionomia dei personaggi raffigurati e la precisa posizione degli oggetti nella composizione dei dipinti.

Quindi lasciamo Vermeer e torniamo a Proust.

Marcel Proust

Bergotte sta poco bene, è preso dalle vertigini ma vuole vedere il “piccolo lembo di muro giallo” che altre volte gli era sfuggito e finalmente lo vede, l’osserva attentamente nonostante l’aumentare delle vertigini.

“E’ così che avrei dovuto scrivere, pensava. I miei ultimi libri sono troppo secchi, avrei dovuto stendere più strati di colore, rendere la mia frase preziosa in sé, come quel piccolo lembo di muro giallo”.

Vermeer usava una tecnica particolare nota come pointillé, da non confondere con il pointillisme, in grado di ottenere colori trasparenti applicando sulle tele il colore a punti piccoli e ravvicinati. Ecco la preziosa arte cinese, non più strati di colore ma punti mescolando il colore con il blu oltremare e i lapislazzuli.

Guardando il quadro notiamo che i muri gialli sono a sinistra, alla sinistra del quadro come direbbe Kandinsky, non alla nostra ma alla sinistra propria dell’immagine, i muri gialli impreziositi da una luce passante che trascura gli altri colori evidenziando i gialli.

“Un nuovo colpo l’abbatté, dal divano rotolò per terra, facendo accorrere tutti i visitatori e i guardiani. Era morto. Morto per sempre? Chi può dirlo?”

Scrive Proust documentando la morte del suo maestro Bergotte. A sinistra del quadro il muro giallo pareva a Bergotte proprio come una farfalla, del medesimo colore del muro, che stendeva le ali prima di muoverle verso quell’apertura libera suggerita da Kandinsky. Non possiamo dimenticare che Bergotte era un clandestino della società, uno che non amava mescolarsi con gli altri e tanto meno con la mondanità dei suoi tempi. Per comprendere il significato vero del suo passage non occorre avventurarsi in considerazioni pseudo scientifiche o neo strutturaliste ma semplicemente riflettere sui concetti di universale e particolare.

Lo spazio della pittura e le vie di fuga che esso sottende aprono punti ciechi che vanno al di là dell’immagine, Bergotte si è voluto porre nel bel mezzo di questo percorso, e incompreso, in quanto volontariamente escluso, ha trovato nell’esclusione di un particolare, fino allora non considerato, il pretesto per accedere all’inconoscibile universale.

“Lo seppellirono, ma per tutta la notte, prima dei funerali, nelle vetrine illuminate, i suoi libri, disposti a tre per tre, vegliarono come angeli dalle ali spiegate, sembrando, per colui che non era più, un simbolo di resurrezione”.

la prigioniera

Rainer Maria Rilke. La prospettiva di Euridice

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In un capitolo de “Lo spazio letterario”, intitolato “Lo sguardo di Orfeo”, Maurice Blanchot  interpreta la vicenda mitologica di Orfeo e Euridice.

Il mito di Orfeo è raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi. Euridice, giovane sposa, viene morsa da una serpe mentre attraversa la campagna insieme a un gruppo di Naiadi. Orfeo scende agli Inferi ove prega Ade e Persefone di riportare in vita la moglie: “non è un dono quello che vi chiedo ma un prestito. Se poi i fati non vogliono essere indulgenti con la mia consorte, ho deciso di non ritornare in vita nemmeno io; due saranno i morti: godetene.”

Blanchot descrive il momento centrale, reso celebre dal mito, della discesa di Orfeo agli Inferi. L’arte è la forza potente che spinge Orfeo ad attraversare l’oscurità del mondo precluso e la salvezza di Euridice è il culmine della sua arte: il lato oscuro del desiderio, riprodurre la realtà nel campo del nulla irreale.

Certamente il progetto di Orfeo, coltivato alla luce del giorno, è di riportare in vita l’amata, ma nel passaggio dal mondo dei morti alla luce, che è anche il passaggio dal giorno alla notte senza spazio e tempo, il progetto si perde, si decompone.

“Ella si trovava in mezzo a un gruppo di ombre arrivate da poco e si avanzò con un passo reso lento dalla ferita. Fu consegnata al cantore del Rodope cui insieme fu imposto il divieto di voltarsi a guardarla fintanto che non avesse oltrepassato le soglie dell’Averno. Se avesse violato questa condizione, il dono si sarebbe vanificato”.

Questa la consegna di Ade e Persefone, cui Orfeo però non riesce a tener fede.

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Orfeo, infatti, prima di uscire dagli Inferi si volta a guardare Euridice e lei gli viene sottratta per sempre.

Perché si volta, sapendo bene a quale conseguenza sarebbe andato incontro?

“Orfeo è colpevole di impazienza” scrive Blanchot e aggiunge “L’impazienza è lo sbaglio di chi vuole sottrarsi all’assenza di tempo, la pazienza è l’astuzia che cerca di dominare questa assenza di tempo facendone un altro tempo, altrimenti misurato. Ma la vera pazienza non esclude l’impazienza, essa ne è l’intimità, impazienza sofferta e tollerata senza fine”.

Nel passaggio, Orfeo smarrisce il senso della costruzione progettuale, perde la pulsione a creare nello spazio reale. Il suo è un comportamento inaccettabile alla luce del giorno ma è il riflesso dell’irrealtà e anche il movimento dell’arte.

La notte l’Orfeo del giorno si dissolve lasciando posto all’Orfeo noncurante, curioso e impaziente. L’esperienza del passaggio cancella il progetto che l’aveva suggerita e produce il suo contrario, al centro ora vi sono il passaggio e l’esperienza del passaggio, non più il progetto iniziale.

E Euridice?

A riportare la prospettiva di Euridice è il grande poeta boemo Rainer Maria Rilke in una delle sue  poesie più belle: “Orpheus, Euridyke, Hermes”. Gli dei hanno accolto la richiesta di Orfeo e uno di loro l’accompagna, tenendola per mano, verso l’uscita dagli Inferi seguendo i passi dell’amato Orfeo. Euridice è ancora avvolta dalle bende funebri che le rendono difficile il cammino: “incerta, mite e paziente; chiusa in sé come grembo che prepari una nascita, senza un pensiero all’uomo innanzi a lei né alla via che alla vita risaliva”.

Anche Euridice è non curante, la sua indifferenza però, come la pazienza, viene dalla pienezza della morte che la pervade, “colma della sua grande morte così nuova che tutto le era incomprensibile”.
Mentre Orfeo è solo di passaggio nella dimensione vuota dell’assenza di tempo e di spazio, Euridice ormai ne fa concretamente parte e tra i due si avverte l’incolmabile abisso che divide il sentimento umano dalle espressioni semplici della natura.

Euridice: “Ormai era radice. E quando il dio bruscamente fermatala, con voce di dolore, disse – Si è voltato- lei non capì e in un soffio chiese: Chi?”

Orfeo e Euridice sono ambedue non curanti, indifferenti al fine in modo diverso, ma profondamente simile nella conseguenza.

“…accerchiati da quel silenzio che tutto lo spazio immenso ha in sé e nelle orecchie spira quasi fosse la faccia opposta del silenzio, il canto cui nessun uomo resiste.” Rilke, L’isola delle sirene.

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Édouard Manet. Visioni profonde

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“Sembrava che mi toccasse fare un nudo. Bene, vado a farne uno, per loro. Una volta giunto all’atelier ho copiato le donne di Giorgione, le donne con i musici. E’ nero, quel quadro. Lo sfondo è lavorato a sbalzo. Voglio rifarlo e provvederlo della trasparenza dell’atmosfera, con persone come quelle che vediamo laggiù” scrive Manet a proposito della sua prima idea di dipingere Déjeuner sur l’herbe.

Manet non ha mai voluto essere considerato un pittore impressionista anche se leggendo i suoi scritti, le sue note, pare proprio essere attratto dalle emozioni, da tensioni impulsive da trasformare immediatamente in colore.

Amava la dimensione istituzionale al punto di sottomettersi alle faticose procedure e alle implicite angherie impiegatizie insite nella costante richiesta e ricerca di esporre le nuove opere al Salon, l’esposizione periodica di pittura e scultura che si teneva al museo del Louvre, a Parigi. Riteneva, a differenza degli impressionisti, che gli artisti moderni dovessero esporre al Salon e non alle mostre indipendenti. Ma Déjeuner sur l’herbe e poi anche altre sue opere vennero rifiutate a causa dello scandalo che crearono.

A modo suo era un rivoluzionario, ma non cercava lo scontro con l’ancien regime al contrario provava a cambiare il sistema dall’interno attraverso sottili forme di contaminazione ottenute mescolando una tecnica pre impressionista con il riverbero della pittura classica.

“Il colore è una questione di gusto e sensibilità. Soprattutto dovete aver qualcosa da dire, altrimenti, meglio cambiar mestiere. Non siete pittori a meno di amare la pittura sopra ogni altra cosa. E la padronanza della tecnica non basta, deve esserci un impulso emotivo. La scienza è una splendida cosa, ma per un artista è più importante l’immaginazione.”

Emozione e immaginazione, due categorie della mente che troviamo sempre presenti nei suoi quadri, vengono dallo spiazzamento visivo e da contrapposizioni mitigate dalla dolcezza della pittura e delle ambientazioni. Le donne nude e gli uomini vestiti, in Déjeuner sur l’herbe; i fiori, la fantesca nera il gatto nero accanto e sul letto dell’Olympia.

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Con Olympia, come nel caso di  Déjeuner sur l’herbe, Manet interpretò a suo modo un altro capolavoro rinascimentale, la Venere di Urbino di Tiziano Vecellio. Ma la donna nel quadro è magra in contrasto con la moda del tempo che preferiva donne più formose. Lo scandalo nacque principalmente per il fatto che il soggetto del quadro era evidentemente una prostituta. Olympia all’epoca era nome piuttosto diffuso in quell’ambiente, e il fiore tra i capelli e il nastro intorno al collo caratteristiche distintive della professione, invece, la mano pudica e virtuosa in un contesto così poco virtuoso pareva un gesto carico di ironia, quasi sprezzante per i ben pesanti del tempo. Ma anche la Venere di Tiziano ha uno sguardo che fissa negli occhi lo spettatore.

“In ogni occasione in cui si dà inizio a un dipinto, vi si tuffa la testa senza preamboli, similmente a un uomo, che volendo imparare, senza rischi, il nuoto, intuisca che il modo più sicuro è gettarsi in acqua nonostante sembri il più rischioso.”

I tuffi di Manet conducono in un ambito nel quale l’ordine si mescola con il disordine, e questa tensione, di per sé convulsa, non si riesce a cogliere in maniera evidente ma si nota dopo un po’, prima in modo appena percettibile, attraverso la luce e il gioco delle trasparenze, poi più distintamente anche se resta sfuggente. La pittura di Manet nata dalle pulsioni dell’immaginazione ha anche il dono raro di aprire lo spazio dell’immaginazione a chi guarda, allo spettatore. Lo spettatore infatti è dolcemente spinto a non accontentarsi della superficie ma piuttosto a cercare la profondità oltre l’apparenza.

“Ad ogni buon conto, io non ho fretta. C’è stato un tempo in cui l’avevo. Ora non più. Sono diventato paziente, un filosofo, dunque attenderò, o la mia opera, almeno attenderà, perché gli attacchi che ho dovuto sopportare hanno logorato la mia vitalità” scriveva nel 1879 Manet disgustato dalla ostilità dei contemporanei e dalla cecità della critica. Il suo evidentemente era un messaggio troppo sofisticato per essere immediatamente compreso.

Muore il 30 aprile 1883 e giustamente, in occasione dei suoi funerali, Degas disse: “Manet era più grande di quanto noi pensiamo”.

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