Giovanni Comisso. Gente di mare

Gli scrittori italiani del novecento che preferisco sono due, Romano Bilenchi e Giovanni Comisso, mi piace la loro poesia prosaica, uno scrittore deve essere anche poeta dice Bilenchi e non si può certo dargli torto, forse aggiungerei, un po’ anche pittore, perché il colore nella scrittura ha la sua importanza come la luce e le sfumature di rosa e di azzurro.

Qualche giorno fa percorrendo l’autostrada che da L’Aquila porta a Pescara improvvisamente, più o meno all’altezza di Santa Lucia, ho visto apparire la linea azzurra del mare Adriatico, un azzurro terso, pulito, per certi versi quasi bianco. Il colore del basso fondo aiutato dalla sabbia, così diverso dal blu scuro del Tirreno, il mare di Atri e di Adria, il golfo di Venezia che apre le porte alla luce d’oriente.

La copertina di questa vecchia edizione di Longanesi, le vele del bragozzo e dietro il colore del primo tramonto, mi fanno ricordare il ritorno da un’uscita in gommone, tempo prezioso, rubato molti anni fa al lavoro assieme a due amici. Tornavamo dalle acque antistanti Pellestrina e, intanto, il cielo cambiava colore, in cielo il rosa prendeva lentamente il posto dell’azzurro, poi, superata la foce del Brenta per raggiungere la darsena, ricordo un mondo dipinto di rosa, l’acqua, le canne, tutto, intorno a noi, anche le zanzare che, voraci, stavano per dare inizio alla loro battaglia.

Si arriva per prati d’acqua, dopo avere rasentato paesi costruiti come scene di teatro di altri tempi e panorami di alberi con terreni erbosi di un verde prepotente sul precipizio azzurro del mare.

Così inizia Comisso, proponendo un quadro che sbuca sul mare, questa edizione del 1966 contenente trentadue racconti, il doppio di quelli che costituivano la prima edizione del 1928. Il libro appare diviso in due parti, narrativa la prima, più diaristica la seconda, scandita dai tempi del viaggio e della navigazione.

Paesaggio, mare e terra, uomo e il lavoro, le opere, le avventure, queste le basi sulle quali Comisso lavora e costruisce con la scrittura. Il paesaggio è sempre presente nei racconti, “…io vivo di paesaggio, riconosco in esso la fonte del mio sangue. Penetra per i miei occhi e mi incrementa di forza. Forse la ragione dei miei viaggi per il mondo non è stata altro che una ricerca di paesaggi, i quali funzionavano come potenti richiami.

Poi ci sono il lavoro e le vite vissute dei pescatori, esistenze scandite dal tempo del mare e provate dai colori forti del giorno e della notte dentro una cornice di fatica e talvolta di amara dedizione. Universo di mare e campagna, spiagge e orti irrorati e guastati dal sale e in fondo al percorso il terminal di un destino dal sapore davvero ineluttabile.

Anche l’avventura ma non quella gioiosa e un poco incosciente de “Le mie stagioni”, piuttosto la coscienza collettiva del sacrificio per dovere paradossalmente più presente qui, dove il lavoro della pesca e della agricoltura ha un ruolo centrale, che nei diari di guerra e della memorabile e poetica impresa di Fiume.

E in mezzo, sopra, sotto, ancora colore, cromatismi tenui e accentuati, allegorie pittoriche che rafforzano le descrizioni rendendo memorabili i momenti.

Strano che di Giovanni Comisso rimanga questo autoritratto a carboncino, in bianco e nero. Forse per serietà professionale aveva scelto di imprigionare il colore nella scrittura liberandolo soltanto nella mente del lettore, o, come recita la didascalia, aveva in cuor suo sperato di essere pienamente  un “folle avventuriero”  lasciando ad altri la gioia e il dolore di usare il pennello.

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