Pablo Neruda. Il mare e le campane

“Il mondo è più azzurro e più terrestre

di notte, quando dormo,

enorme, tra le tue piccole mani.”

Così chiude il Canto final, dedicato a Matilde Urrutia, di questa raccolta di poesie, uscita postuma.

Poesie scritte da Pablo Neruda nella sua casa di frontiera a Isla Negra, sulla costa dell’Oceano Pacifico.

La bellezza e la forza de “Il mare e le campane” si catalizza nel percorso di fusione tra il sentimento di pena per se stesso, decadimento fisico e malattia, il destino infausto del Cile, su cui aleggia l’ombra della dittatura, e la dimensione del ricordo, vivacemente abitato dalla natura.

La scoperta di un fiume che nasce tra le pietre, un piccolo ruscello, guizzante come un pesce metallico, un fiume che diventa fiume, poi grande, ampio, navigabile, calmo e consapevole della propria forza.

L’eterno ritorno.

E’ la forza della terra, la potenza dell’albero dagli infiniti nomi, gli alberi che nascono, crescono, rimangono, muoiono, ritornano: il susino, il larice, frutti dell’energia che viene dal basso.

Tutti temi che prendono corpo nella raccolta di poesie, insieme al rimpianto per quello che accade, non è successo, e per il tempo che passa.

Come il contrasto tra la povera strada felice, generale orinatoio di cani dei sobborghi, dove il giovane poeta viveva a Santiago del Cile e i giardini parigini con le statue di marmo dei poeti di Francia.

“Più tardi, anni dopo,

giunsi da Ambasciatore ai Giardini.

I poeti ormai se ne erano andati.

E le statue non mi conoscevano.”

Ma il richiamo della natura, forte del ricordo e sulla spinta delle onde, porta con sé anche un’inconfondibile sensazione di vuoto.

La riflessione sull’eterno ritorno, il divenire naturale, conduce inevitabilmente il pensiero a meditare intorno e dentro al nulla che siamo. Dinnanzi al nulla non c’è niente da fare, non serve urlare, provare a farsi sentire, parlare, crescere.

Il ritorno dell’onda diventa muto e angosciante proprio a causa della sua imperturbabile, eterna, ripetitività. Differenza e ripetizione sono elementi che talvolta possono avere in comune un tono musicale ma certo non salvano la nostra identità.

Il mare, gigantesco, apparentemente infinito, è sempre lì, davanti, e la campana rotta non può suonare.

Il vero dramma dell’esistenza sta nel cercare di inseguire il senso dell’esistere, annegando così nel profondo anfratto della distinzione tra significato e significante.

Il mare silenzioso e la campana muta, in tal caso, sono e restano taciti testimoni di un itinerario senza possibilità, ferocemente impervio.

“Voglio per una lunga volta non parlare;

silenzio, voglio imparare ancora,

voglio sapere se esisto.”

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1 commento

  1. Romano

     /  2 luglio 2012

    Chissà se chi s’è fregato la campana della Concordia ha mai letto qualcosa del genere in vita sua…

    Rispondi

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