Roland Barthes. L’impero dei segni

Anni fa, lasciando un sentiero appena segnato, ho avuto l’occasione di immergermi nella foresta equatoriale. Una breve escursione di cui però ho un ricordo vivissimo perché carica di suggestione e di emozioni. Il luogo era selvaggio e incontaminato, nessuna traccia di presenza umana, solo l’evidenza di una pura espressione naturale. Se qualcuno mi domandasse, a distanza di tempo, cosa mi avesse colpito maggiormente risponderei: la perfezione.

C’era infatti nel paesaggio che mi circondava un’impronta immanente, una sorta di inaspettato equilibrio della cosa in sé, la prova concreta e visibile del lavoro della natura nell’accezione di organismo vivente, di sistema cibernetico in grado di autoregolarsi perfettamente. Quelle immagini sono rimaste vive nella mia mente e con esse, oltre alla evidenza della grandiosità dell’ecosistema anche una sensazione sottile, e apparentemente inspiegabile, di vuoto.

“L’impero dei segni” è un taccuino di appunti di viaggio, riflessioni apparentemente disgiunte sul paese della scrittura, il Giappone, messo insieme da Roland Barthes allo scopo di perlustrare e provare a capire un mondo diverso dal nostro. Conoscere il mondo “laggiù” attraverso il suo simbolismo e le significanze superando i luoghi del comune pensare, quindi categorie come il capitalismo, la tecnologia, l’assimilazione al modello americano e via dicendo.

I modi di leggere questo libro sono diversi: dall’inizio alla fine, come banalmente ho fatto io; in modalità casuale, perché ogni capitolo ha una sua dimensione compiuta; oppure cominciando dai segni, noi diremmo dalle immagini, il libro è ricco di immagini, simboli, sguardi, il bianco e nero degli occhi, il seppia del giardino zen.

Iniziando dai segni è possibile cogliere con una certa immediatezza il senso di spaesamento che invece emerge progressivamente dalla lettura: l’impero dei segni è un mondo senza centro, appare ordinario, futile come l’haiku, è linguisticamente parsimonioso perché tende alla forma esatta. La pittura, la scrittura e anche il gioco si esplicano e si esauriscono nella precisione di un movimento, l’abilità è immediata e definitiva, senza correzioni possibili.

I segni alludono immediatamente al motivo del loro esistere, l’arte giapponese è intimamente legata alla natura e Roland Barthes così commenta l’immagine spoglia e essenziale del giardino zen: ” Nulle fleur, nul pas: Où est l’homme? Dans le trasport des rochers, dans le trace du ràteau, dans le travail de l’ecriture.”  Il segno dell’uomo è una essenza esteriore, anch’esso periferico rispetto alla dimensione pregnante della natura.

Anche la moglie del generale Nogi, vincitore dei russi a Port-Arthur, ha piena contezza di non essere al centro. La sua dimensione umana è consapevolmente periferica, infatti si fa fotografare subito dopo aver deciso, insieme al marito, di suicidarsi per onorare la morte dell’amato imperatore. “La moglie del generale Nogi ha deciso che la Morte era il senso, che l’uno e l’altro si devono congedare nello stesso tempo e che pertanto, neppure con il volto, bisogna parlarne”.

E’ l’imperatore stesso a evocare il vuoto e a rappresentare l’assenza del centro risiedendo invisibile in un luogo “interdetto e indifferente, dimora mascherata dalla vegetazione, difesa da fossati d’acqua”. Un imperatore che non si manifesta, un soggetto vuoto attorno al quale “l’immaginario si dispiega circolarmente”.

La natura ritorna con il cibo, insieme all’assenza di percorsi prestabiliti, senza un inizio e una fine. I vassoi colorati sui quali sono disposti piccoli frammenti di carne e pesce, piccole zuppe da sorbire quando si vuole, cibo che “collega in un’unica temporalità il tempo della sua preparazione e quello della sua consumazione”, completamente in linea con la dimensione organica del processo vitale.

E noi, curiosi, grazie ai bastoncini partecipiamo a questo banchetto colorato e minuzioso sentendoci  piccoli volatili imbeccati dalla madre. Un gesto, primitivo, materno “che accompagna instancabilmente il gesto dell’imbeccata, lasciando ai nostri costumi alimentari, armati di frecce e di coltelli, il gesto della predazione.”

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1 commento

  1. Romano Barluzzi

     /  28 giugno 2012

    Un altro “est-est-est!” per te, Piero…

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