Stefano Carletti. Naumachos

Nel 1971 avevo quindici anni, ma la giovane età non mi impedì, l’anno successivo, di conseguire il brevetto di apneista al Club Sommozzatori Padova con maestri come Fabio Marchetti e Agostino Siviero, a tutti gli effetti veri pionieri della subacquea. Qualche anno fa andando a ritirare un premio per la mia attività letteraria nella storica sede del Museo della Marineria di Viareggio ho visto, esposto in una bacheca, un brevetto del tutto identico al mio: ineffabile evidenza del trascorrere del tempo.

Le formidabili avventure raccontate da Gianni Roghi in Dahlak e nel film Sesto continente di Vailati e Quilici erano appannaggio della generazione precedente, per intenderci quella uscita dalla guerra, sperimentazioni di nuove e rivoluzionarie attrezzature e primi record con il grande Raimondo Bucher protagonista indimenticabile.

Per noi ragazzi del baby boom, fine anni cinquanta e primi sessanta, quelle vicende appartenevano a una dimensione favolistica e leggendaria, una porzione di mondo intangibile, perché eravamo abituati a raggiungere in bicicletta o in autobus la piscina dove imparavamo a immergerci e, nel nostro piccolo, a lottare con la normalità delle intemperie, pioggia, vento, talvolta neve, figurarsi se pensavamo di partecipare a una spedizione in Mar Rosso o nei lontani mari tropicali.

Sognavamo, ma in modo pratico e minimalista, aiutandoci con la bellissima rivista “Mondo Sommerso” diretta da Antonio Soccol e traendo ispirazione dalle foto di immersioni e di caccia: i fondali dell’Isola d’Elba, dell’Isola del Giglio, le bocche di Bonifacio, Carloforte, Lipari e Egadi con qualche puntata esterofila sulle frastagliate coste della Corsica. Le modelle subacquee in pose plastiche e in topless, evidentemente consentito, all’epoca, solo sotto il livello dell’acqua, aggiungevano ai nostri sogni di ragazzi una tenue allure sessuale.

Dietro la barriera di gorgonie, prima vera scoperta delle immersioni in acqua libera, la libertà stava proprio nel poter andare finalmente a scoprire la verità del profondo, e dopo le uscite in macchina con i colleghi più grandi, avevamo bisogno di una spinta, una spinta creativa che ci portasse a vivere il mare autonomamente e come protagonisti.

Naumachos è stata la spinta, un libro divorato sul copriletto di ciniglia della casa paterna, sull’asciugamano in spiaggia, un compendio di energia in linea con le tensioni e le energie di quei momenti. Basta con la subacquea ufficiale, abbasso lo stato padrone e l’enfasi militaresca, sù andiamo a caccia di pesci e anfore e viviamo così, cogliendo l’attimo e l’occasione più propizia. Il nemico sott’acqua è il nemico fuori: la polizia, i baschi neri, la guardia costiera, servitori di una repubblica asfissiante e poco marinara che si oppongono alla libertà di iniziativa, alla nostra libertà.

La subacquea piratesca di Carletti è musica per le orecchie di ragazzi che hanno voglia di cambiare il mondo e che fanno della sfida al conformismo, della lotta contro le regole dei vecchi, la loro bandiera. Subacquea e pirateria, un mix imprevedibile e al tempo stesso seducente, come le acque calde di Cala Agadir, il letto di anfore del relitto, la statuetta venduta al mercante inglese, la mattanza di Favignana e la passeggiata dentro la pancia dell’Andrea Doria.

Poi, con il ricavato, la realizzazione del sogno più bello, una barca propria e navigare.

Non è un caso che Naumachos venga stampato ancora oggi, sono passati quarant’anni dalla prima edizione.

Forse è ancora lì che aspetta una generazione che abbia finalmente il coraggio e la forza di prendere per mano il destino e cambiare le cose, costi quel che costi.

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1 commento

  1. Romano

     /  21 giugno 2012

    Eh, ma qui mi fai commuovere!…
    Chissà se Fabio Marchetti – con cui diventai istruttore! – vede questo blog…anche per me è stato un indimenticabile Maestro.
    Meraviglioso pezzo, Piero…
    Del resto, “meglio pirati che arruolati” non ha solo il sapore delle cose perdute ma è anche d’una attualità sconvolgente.
    Un abbraccio.
    Romano

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