Gianni Roghi. Dahlak

Un pomeriggio, molto piovoso, del giugno 2007 ho avuto l’onore di partecipare, come relatore, a una tavola rotonda organizzata in ricordo di Gianni Roghi presso l’acquario di Milano. Per me, un’occasione unica e, al tempo stesso, autentica perché, come altri, mi trovavo lì a parlare di una delle personalità più affascinanti del secolo appena trascorso.

Gianni Roghi è stato molto più del giornalista che alcuni ricordano, era un avventuriero, nel significato più schietto e puro del termine (uomo di avventura), uno degli ultimi grandi esploratori e sperimentatori che la storia recente abbia avuto il merito di accogliere e evidenziare.

Regista e ideatore della rassegna dedicata a Gianni Roghi era il mio caro e compianto amico Antonio Soccol e nel sito dedicato a Gianni, che ancora oggi è fruibile da parte degli appassionati, Antonio rammenta di avere avuto verso Gianni un “debito di riconoscenza esistenziale”, una ragione intima per partecipare al ricordo di un uomo che Giorgio Bocca aveva definito “troppo intelligente” e gli amici e gli estimatori ancora apprezzano per l’assoluto eclettismo e l’indissolubile energia creativa.

Dahlak è un libro pubblicato per la prima volta da Garzanti Editore nel 1954, il racconto della partecipazione di Gianni Roghi, come componente scientifico e capo ufficio stampa alla Spedizione Subacquea Italiana in Mar Rosso (28/12/1952 – 26/06/1953) alle isole Dahlak, organizzata e coordinata da Bruno Vailati.

Themadjack ha, recentemente, accolto alcune riflessioni sul film documentario “Sesto Continente”, video-cronaca degli eventi, prodotto da Bruno Vailati e Folco Quilici.

Perché le isole Dahlak?

Scrive Gianni Roghi: 
“Le ragioni sono poche ma buone. Anzitutto la spesa: volevamo condurre una spedizione in un mare tropicale corallino, e il Mar Rosso rispondeva perfettamente alle nostre esigenze essendo appunto un classico “mar di corallo”, e a distanza ragionevole dall’Italia. Per trovare costruzioni madreporiche egualmente imponenti, e la fauna relativa, sarebbe occorso traversare l’intero Oceano Indiano, o arrivare fino alle Indie Occidentali. Il finanziamento dell’impresa non l’avrebbe mai consentito.”

Completa il volume un testo d’appendice di  Francesco Baschieri sui risultati scientifici ottenuti dalla Spedizione Nazionale Subacquea Italiana in Mar Rosso. “Dahlak” ha avuto moltissime ristampe e riedizioni, oggi è disponibile presso l’editore Mursia, da sempre attento al mare.

Un brano tratto dal capitolo “La danza delle mante”:

L’Africa tropicale, l’Africa calda è un animale vivo che mangia, cresce, muore e si rigenera a scatti. È un corpo che subisce metamorfosi tanto rare quanto brutali, da un giorno all’altro, da un’ora all’altra. La crisalide che esplode in farfalla sotto i tuoi occhi; una natura che ignora i dolci passaggi delle latitudini temperate: va a balzi, a stroncature, a urli. All’Asmara, duemila metri sul mare, vidi un albero di pesco che mi fece pensare alle allegorie religiose del medioevo: alcuni rami erano secchi come d’inverno; altri avevano i boccioli; altri recavano le foglie, verdi ed espanse; altri i frutti piccoli e acerbi; altri ancora le pesche mature e ancora altri le pesche marce. Quell’albero non aveva stagioni, non sonni, non requie. Tutti gli alberi di Asmara e dell’Africa alta sono privi della misura del tempo, sono in divenire. Alberi hegeliani. Ma mentre quel pesco moriva e fioriva nei medesimi rami e con la medesima linfa, giù nell’Africa calda, giù a Dur Ghella la natura era morta bruciata da un anno. Se con il calcio del fucile battevi sui tronchi, ne udivi un suono secco di legno cavo: come bussare a una bara.

E una notte piovve, piovve sul serio, per la prima volta da un anno. Piovve tre ore continue dall’una alle quattro. Era acqua calda, a gocce grosse e pesanti. Piovve senza vento, con un fragore di cascata. La tenda s’allagò, i materassini di gomma galleggiarono, ogni cosa nostra divenne fradicia. Rimanemmo tre ore ad ascoltare la pioggia, seduti in due dita di acqua tiepida, al buio. Poi smise, l’acqua defluì lentamente, ci ricoricammo e dormimmo. Mi svegliai per primo, erano le nove. Non pioveva più e si sentiva l’aria pulita; faceva quasi fresco; ma non so, si sentiva un’aria nuova, diversa da quella solita. Mi pareva di accorgermi soltanto allora di aver respirato per tutte quelle settimane e quei mesi un’aria che aveva un sapore. O un odore, forse. Uscii dalla tenda, sbucai dalla mangrovia ancora grondante. Non c’era una nuvola. E mi misi le mani sugli occhi: quello che vedevo non poteva esser cosa della nostra terra, era magia, era stregoneria. L’isola, quell’isola grigia bruciata, era color di smeraldo.

Era scoppiata la primavera.

Ecco qui Gianni Roghi e, con lui, la meravigliosa essenza delle Isole Dahlak.

Grazie Antonio, amico mio.

Grazie  davvero di avermi fatto vivere queste emozioni.

About these ads
Articolo successivo
Lascia un commento

2 commenti

  1. Romano

     /  19 giugno 2012

    Uno che avrei voluto incontrare.
    Per fortuna ho incontrato te…Pierre!
    Romano

    Rispondi
  2. Emanuele

     /  4 luglio 2012

    ….. e non solo Pierre ….

    Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 480 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: