Ray Bradbury. Cronache marziane

Provate a immaginare di viaggiare, con la vostra astronave, verso un altro pianeta del sistema solare. Il pianeta in questione è Marte. Il viaggio procede bene e voi, come i vostri compagni, siete eccitati all’idea di posare i piedi su un suolo così lontano e diverso dalla madre terra.

Finalmente arrivate a destinazione, l’astronave ben pilotata compie le manovre di avvicinamento e atterra dolcemente.

Cercate di scorgere, con grande curiosità, cosa vi sia oltre gli oblò e i finestrini e cogliete con stupore i riflessi di una campagna molto simile a quella che circonda le vostre case. E’ proprio la vostra terra quella che appare sbirciando attraverso i vetri appannati anche se sembra più antica e selvaggia.

Lo stupore aumenta quando, uscendo, notate la stessa luce, i medesimi suoni, gli stessi odori.

E’ il vostro piccolo paese ma non quello che avete lasciato partendo, è il paese di prima, di una volta, il paese di quando eravate bambini e il cemento non aveva ancora fatto il suo orribile lavoro riempiendo i sobborghi di capannoni e brutte costruzioni.

Insieme, raccolti e guardinghi, lasciate l’astronave avventurandovi lungo la vecchia strada, per sentieri erbosi che costeggiano gli argini dei fossi, fino a raggiungere le prime case.

Anche le costruzioni sono le stesse di una volta, riconoscete la scala di legno, l’albero di mele e i rami sui cui andavate a nascondervi nelle assolate giornate estive.

Poi, quando i vostri parenti, uno a uno, escono dalle case e vi corrono incontro riconoscendovi, nonostante i cambiamenti del tempo, correte anche voi lasciando il gruppo e stringendo nonni, genitori, fratelli e sorelle, amici che credevate scomparsi, inghiottiti dal passato.

Forse avete viaggiato nel tempo, certo quel pianeta non è Marte piuttosto la Terra e provate, per qualche istante, a ragionare su cosa stia davvero succedendo ma la felicità è troppo grande e la forza degli affetti violenta.

La sera l’equipaggio si smembra, del resto, ognuno ha una casa che l’aspetta, una magnifica cena servita dalla nonna o dalla mamma e poi, per la notte, il letto accogliente della gioventù.

Prima di prendere sonno solo alcuni riusciranno a spezzare l’incanto e tornando improvvisamente in sé si chiederanno come ritrovare subito gli altri e riunire il gruppo.

Ma ormai è tardi, perché gli ineffabili ospiti, i marziani, avranno facilmente ragione di un equipaggio irrimediabilmente disperso e disarmato.

Ho provato, concedendomi tal volta qualche digressione letteraria, a rendere avvincente la sinossi di uno dei 28 racconti della raccolta “Cronache Marziane” di Ray Bradbury.

I marziani, riuscendo abilmente a penetrare nei recessi delle menti dell’equipaggio terrestre, danno vita a una rappresentazione della nostalgia degli affetti usando un formidabile cocktail di ipnosi e metarealtà. Presentando agli uomini proprio la somma dei prodotti del loro inconscio e del desiderio costruiscono una trappola mortale alla quale nessuno può sottrarsi.

Ray Bradbury, nato in Illinois nel 1920, californiano d’adozione, è stato uno dei più grandi scrittori di fantascienza e purtroppo, solo pochi giorni fa, ci ha lasciato.

Il racconto e il ricorso alle proiezioni dell’inconscio ricorda un famoso film degli anni cinquanta: “Il pianeta proibito”.  Anche nel film un equipaggio di astronauti raggiunge un pianeta lontano e deve fare i conti con mostri invisibili prodotti dalla mente di un professore che abita laggiù da anni: i mostri dell’id. Solo la morte del professore metterà fine allo scatenamento omicida delle angosce della sua mente. Bisogna ammettere che il film continua a mantenere intatta una carica drammatica e avvincente.

Tornando a Bradbury, non c’è alcun dubbio che sia stato un geniale costruttore di trame fantascientifiche e anche, in molti casi, un preveggente almeno sull’uso delle tecniche che traggono linfa dall’intelligenza umana e più genericamente dai meccanismi mentali.

Sarà un caso, ma non vi siete chiesti come mai quando intraprendiamo una ricerca su Google i primi items che escono sono sempre quelli che ci aspettiamo di trovare?

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1 commento

  1. opera straordinaria, da mettere nella libreria accanto all’eterno “Solaris” di Stanislaw Lem.

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