James George Frazer. Il ramo d’oro

“Chi non conosce il famoso quadro di William Turner Il ramo d’oro?”

Questo è l’incipit di uno dei più famosi libri di antropologia e mitologia della storia della letteratura. Un racconto avvincente che prende inizio dalle sponde del lago di Nemi, il famoso specchio di Diana, acque tranquille incastonate in mezzo ai colli Albani. Boschi intricati, ricchi di ontani, querce e castagni, insaporiti dagli aromi del rosmarino e del mirto selvatico.

In questo ambiente primigenio vaga un’ombra ansiosa, “una figura scura che cammina avanti e indietro, con un luccichio di acciaio sulle spalle, ogni volta che una pallida luna, sbucando da uno squarcio nelle nubi addensate, lo sbircia attraverso l’intrico dei rami”. Non è un Dio antico è un uomo, un sacerdote consacrato a Diana dei boschi. Perché all’interno del santuario di Nemi cresceva un albero da cui era proibito staccare un ramo. La fronda dell’albero sacro era il Ramo d’oro, lo stesso che Enea colse per ordine della Sibilla prima di cominciare il suo viaggio nell’Ade, il regno dei morti. Una sorta di passepartout della vita visto che il ramo di vischio consentiva sì di entrare nell’Ade ma sopratutto di uscirne.

L’ombra ansiosa, l’uomo che cammina avanti e indietro, è il Rex Nemorensis, il Re del bosco. Il suo è un destino crudele, perché deve vegliare e proteggere la sacra pianta e il bosco aspettando che giunga inatteso uno schiavo deciso a ucciderlo e a prendere il suo posto.

Il racconto della vicenda del Rex Nemorensis è il fulcro attorno al quale si sviluppa l’opera di James George Frazer, un lavoro molto vasto, sintetizzato nell’edizione minore accessibile al pubblico, accolta a suo tempo con grande interesse forse più per il suo carattere narrativo ed estetico che per il contenuto etnologico. Una specie di “romanzo scientifico” che riesce ancora a liberare la nostra immaginazione e a portarci per mano in un mondo carico di mito e leggenda, in un mondo ove il fascino dell’originario si coniuga con l’oscurità e il terrore. Un mondo vero.

C’è al museo di Valle Giulia a Roma una statua che, a mio parere, riesce a sintetizzare, nella sua concreta essenza, il portato di queste suggestioni, non è romana ma etrusca, è la statua dell’Apollo rinvenuta a Veio. Il suo sguardo, definito enigmatico, è la sintesi perfetta di apollineo e dionisiaco, un collante che tiene insieme le forze della luce e della notte, più semplicemente la rappresentazione di quello che siamo e che siamo stati abituati a disconoscere.

I miti raccontati mirabilmente da Frazer, meritano una lettura e una riscoperta proprio per questo motivo.

L’autore stesso però, vittima dei suoi tempi, cade infine nella trappola dell’amnesia. Quando ammette di trovare il conforto della luce a causa del rintocco delle campane papaline che echeggiano a valle. Questa caduta di tono, così come  il ricorso eccessivo ai termini selvaggio, barbaro e primitivo gli procurano le critiche di Marcel Mauss e gli anatemi di Ludwig Wittgenstein.

“Il modo in cui Frazer rappresenta le concezioni magiche e religiose degli uomini è insoddisfacente perché le fa apparire come un errore” (Ludwig Wittgenstein, Note sul Ramo d’oro di Frazer).

Wittgenstein non ha tutti i torti, chi può dire ancora oggi con certezza cosa è vero e cosa è falso?

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