Jean Clair. Marcel Duchamp, il grande illusionista

A partire dal 1912 Duchamp lavorò a La Sposa messa a nudo dai suoi scapoli, (traduzione di La Mariée mise à nu par ses célibataires, même), chiamato anche Grande Vetro: questo “quadro” è formato da due enormi lastre di vetro che racchiudono lamine di metallo dipinto, polvere, e fili di piombo.

Nel 1923 lasciò l’opera definitivamente incompiuta.

Il Grande Vetro contiene e sviluppa tutta l’attività passata e futura di Duchamp, e ha dato origine a una notevole quantità di interpretazioni da farlo ritenere una delle opere più complesse e affascinanti di tutta la storia dell’arte occidentale.

Durante un trasporto, subì danni consistenti, ma l’artista decise di non riparare l’opera proprio per dimostrare di accettare, complice del caso, la completa riassunzione-integrazione nell’opera del suo carattere inerziale di “cosa”.

Dal 1954, è conservato al Philadelphia Museum of Art.

Tutta la complessa attività del Grande Vetro è descritta in dettaglio dallo stesso Duchamp, (anche se in forma frammentaria, ermetica e allusiva) nelle due raccolte di appunti, Scatola verdeScatola bianca.

Duchamp prescrive di non chiamarlo quadro, ma “macchina agricola”, “mondo in giallo” o “ritardo in vetro”. Se la seconda denominazione ha dato adito alle più disparate interpretazioni, la “macchina agricola” è un attributo facilmente riconoscibile, dalla “fioritura arborea” della Sposa ai complessi meccanismi di trebbiatura dell'”apparecchio scapolo”.

La parte inferiore del Grande Vetro è composta da un complesso meccanismo costituito dal mulino ad acqua, dalle forbici, dai setacci, dalla macinatrice di cioccolato e dai testimoni oculisti. Sopra il mulino è situato il cimitero delle livree e delle uniformi, dove i nove stampi maschi rappresentano le diverse identità dello scapolo.

Jean Clair prova a mettere in fila gran parte delle interpretazioni che hanno avuto come oggetto il Grande Vetro, da Breton sino a Deleuze e Guattari nelle  pagine dell’Antiedipo.

Una ridda infinita di intuizioni e pensieri rivolti nel tempo a capire il senso e a penetrare l’enigma, organizzati secondo tre chiavi di lettura.

La chiave esoterica (Breton, Burnham e Lebel), la chiave religiosa (Carrouges, Janis) e la chiave psicanalitica (Arturo Schwarz e René Held).

Ne viene un percorso interpretativo affascinante che se da un lato sottolinea l’importanza dell’opera di Duchamp nel quadro della modernità e postmodernità dall’altro mette in luce l’aspetto enigmatico e illusorio dell’opera d’arte.

Un contesto nel quale la rappresentazione è anche, e soprattutto, finzione.

“…Se quest’opera non fosse là dove ci si ostina a vederla? Se Duchamp fosse altrove? Se la sua importanza non fosse là dove la si ripone?” prova a chiedersi Jean Clair.

E se fosse, invece, solo una magica, divertente e concreta raffigurazione di quanto, talvolta, possa essere forte la seduzione di un gesto ingannevole?

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2 commenti

  1. Man Ray. L’etoile de mer « Themadjack

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