Antonin Artaud. Van Gogh, il suicidato della società

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Il libro di Antonin Artaud Van Gogh, il suicidato della società consente di affrontare due temi: lo stato della personalità creativa (sarebbe meglio scrivere gli stati) e la sua posizione nell’ambiente sociale.

Il lavoro di Artaud è contraddistinto da una scrittura sincopata, conati linguistici che si susseguono insistendo con violenza intorno alla relazione complice e istintiva tra l’autore, il grande pittore e tutti quelli, che a suo parere, sono come loro.

“La società ha al suo attivo le celebri morti infami di Villon, Baudelaire, Nerval, Nietzsche, Poe, Lautreamont e Van Gogh, di cui nessuno fino ad oggi ha mai seriamente pensato di renderle conto.”

Ma Van Gogh è un caso a parte. Il rapporto diretto, per certi versi immediato, con la natura e le sue forze, lo pone automaticamente in contrasto con il pensiero comune della sua epoca e la dominante credenza nell’evoluzione scientifica e industriale.

Molto nei quadri di Van Gogh è arcaico, contadino, natura viva impastata nel colore, più vicino allo spirito dei riti dionisiaci ed eleusini che al conformismo della società parigina del suo tempo. Un’energia talmente forte da restare viva nell’impasto e, al tempo stesso, capace di venir fuori, uscire dalla tela e stordire, proprio come il sapore acre dei campi di grano prima della mietitura.

“Van Gogh cercò il suo per tutta la vita con una energia e una determinazione strane, e non si è suicidato in un momento di pazzia, nel panico di non farcela, ma invece ce l’aveva appena fatta e aveva scoperto cos’era e chi era, quando la coscienza generale della società, per punirlo di essersi strappato ad essa, lo suicidò.”

Semplicemente Van Gogh è uscito dal contesto annullando qualsiasi forma di comunicazione sociale, almeno pensando ai canoni di allora.

Segnalo due film che affrontano il tema seguendo, il primo, un percorso psicopatologico e, il secondo, un meraviglioso approccio onirico.

La Notte dei generali di Anatole Litvak, con grandi attori come Donald Pleasence, Charles Gray, Philippe Noiret e soprattutto Peter O’Toole e Sogni di Akira Kurosawa.

Ne la Notte dei generali Peter O’Tool è il generale Tanz, comandante della divisione Nibelunghen (divisione realmente esistita), pazzo  omicida e assassino di prostitute, che incontra casualmente nei luoghi di guerra ove si reca. A Parigi va anche a visitare l’Orangerie e resta paralizzato davanti all’autoritratto di Vincent Van Gogh, la sua psiche contorta viene sopraffatta, quasi annichilita, dalla forza e dalla potenza della natura, dalle volute di colore, dallo sguardo fisso e penetrante del ritratto.

“Sotto la rappresentazione, ha fatto scaturire un’aria, e ha rinchiuso in essa un nerbo, che non sono nella natura, che sono di una natura e di un’aria più vere dell’aria e del nerbo della natura vera.”

Nel film Sogni Kurosawa ci mostra il percorso, forse l’unica strada possibile, entrare nei suoi quadri, attraversarli, diventandone parte, attori invisibili e occasionali, semplicemente alla ricerca dello stupore e del piacere.

Raggiungere infine la strada sterrata in mezzo al campo di grano e attendere in silenzio il volo dei corvi.

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